Con Dio irrompere nel buio

Con Dio irrompere nel buio

«L’Angelo disse loro: Non temete. Ecco, io annuncio a voi una gio ia grande, che è per tutto il popolo: Oggi è nato a voi un salvatore nella città di Davide: il Cristo. Il Signore. E questo sarà per voi il se gno: troverete un bambino, avvolto in fasce e deposto in una mangia toia’» (Le 2,10-12).

 

I pastori di Natale vengono interpellati da un angelo, che li illumina con l’abbagliante gloria di Dio, al punto che essi ne provano grande spavento. Quel grande splendore, sovra-mondano, rende credibile l’angelo come messaggero del cielo, gli conferisce un’indiscutibile autorità. Con questa autorità egli ordina loro di non temere, ma di lasciar si piuttosto invadere dalla grande gioia che egli annuncia. E mentre si rivolge con queste parole a quella gente povera e sbigottita, si uniscono a quell’angelo altri innumerevoli angeli, che intonano un «Gloria» in cui viene glorificato Dio nel più alto dei cieli e viene promessa sul la terra la pace agli uomini che Dio ama. «Poi», si dice, «gli angeli presero congedo da loro e tornarono in cielo».

Probabilmente quel canto era molto bello, e i pastori lo ascoltaro no volentieri, e si rammaricarono perché il concerto era già finito e gli esecutori si erano dileguati dietro il sipario del cielo. Forse, nascostamente però, essi erano anche un po’ sollevati quando venne meno quel la straordinaria luce della gloria divina, quello straordinario suono di musica celeste, e si trovarono di nuovo nell’abituale oscurità terrena. Era forse sembrato loro di essere dei miseri mendicanti che all’improvviso vengono trasferiti nel salone delle udienze di un re, addobbato sontuosamente, e sono lieti se possono tagliare la corda senza dare nell’occhio.

Ma strano: quello stupefacente splendore del mondo celeste, che è di nuovo scomparso, ha lasciato nei loro cuori uno splendore di gio ia umano, una luce di gioiosa attesa, che è stata lasciata in essi dalla energia sovraumana delle parole dell’Angelo, che li fa mettere in cammino verso Betlemme.

Ora essi possono voltare le spalle a tutta quell’epifanìa della glo ria celeste. Essa era solamente un punto di partenza, una messa in mo to iniziale, un impulso per ciò che propriamente si intendeva. Rimane ora soltanto il piccolo seme della parola che è stato posto nei loro cuo ri e che 11 comincia a crescere come attesa, curiosità, speranza: «Orsù, andiamo a Betlemme, a vedere quello che il Signore ci ha annunciato con la sua parola». Essi vogliono vedere la parola che è accaduta. Non la parola dell’angelo con il suo splendore divino, questo adesso non ha alcuna importanza. Bensì il contenuto della parola dell’angelo, cioè il Bambino, avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia. La parola che è accaduta, la parola che è avvenuta, la parola che non è solamen te qualcosa di detto, ma qualcosa di fatto, qualcosa che si può non soltanto udire, ma anche vedere.

La parola che i pastori vogliono vedere non è dunque la parola dell’angelo. Questa era solamente annuncio, solamente Kerygma, come oggi si dice, solamente indicazione. E tutta la gloria sovramondana che doveva conferire autorità a questo annuncio era anch’essa semplice indicazione. Gli angeli con la loro autorità maestosa scompaiono, essi fanno parte del mondo celeste; rimane solo l’accenno ad una parola fatta. Da Dio naturalmente. Così come è Dio, ad averla annunciata attraverso gli angeli. E adesso essi se ne vanno, il cielo alle loro spalle, e davanti il se gno sulla terra. Ma, Dio, che segno! Non il bambino. Ma unbambino. Un bambino qualunque. Nulla di speciale. Non un bambino che irra dia una luce di gloria, come lo hanno raffigurato i pittori devoti. Ma al contrario: uno che appare così poco glorioso. Avvolto in fasce. Così che egli non possa muoversi, se ne sta lì come incatenato nelle bende in cui la cura di altri si è premurata di avvolgerlo. La mangiatoia in cui giace non è a sua volta nulla di particolarmente elevato, nulla che ricordi anche solo da lontano la gloria celeste di cui cantavano gli angeli. Praticamente non c’è qui nulla di minimamente degno di essere ammirato; la meta della camminata notturna è la cosa più normale di questo mondo, piuttosto deludente per la sua povertà. Ciò che è universalmente umano, ciò che è profano, non contraddistinto da nulla, tranne dal fatto che questo è il segno promesso, che corrisponde alla descrizione.

I pastori credono alla parola. La parola li distoglie dal cielo al la terra, e mentre si mettono in cammino su questa via, dalla luce verso l’oscurità, dallo straordinario verso l’ordinario, dalla solitaria esperienza di Dio verso quella in mezzo agli uomini, dalla ricchezza di lassù alla povertà di quaggiù, essi hanno la conferma: il segno corrispondente alla descrizione. Solo ora la loro gioia sbigottita nello splendore celeste diventa una gioia del tutto rilassata, umana, cristia na. Perché coincide. E perché coincide?Perché il Signore, Dio nell’alto dei cieli, ha percorso la stessa via che hanno percorso loro: egli lascia la sua gloria alle sue spalle e va nel mondo oscuro, nella banale figura di un bambino, nella non-liber tà della costrizione e dei legami umani, nella povertà di un presepe.Questa è la parola avvenuta, e ancora i pastori non sanno, ancora nessuno sa quanto in basso condurrà questa via della Parola avve nuta. Molto più in giù, in ogni caso, nel mondano, nell’inapparente, nel profano, nella costrizione, povertà ed impotenza di quanto possa discendere chiunque altro, al punto che l’ultimo tratto di questa discesa non lo si potrà nemmeno più seguire. Una pesante pietra sbarrerà l’accesso agli altri, mentre egli discenderà nella notte oscura, nell’ultima solitudine e perdutezza dei suoi fratelli, gli uomini morti.È dunque vero: per trovare Dio, il cristiano viene posto sulle strade del mondo, viene inviato ai fratelli incatenati, poveri, a tutti i sofferenti, affamati, assetati, nudi, malati, prigionieri: là è d’ora in nanzi il suo posto, con tutti costoro egli deve identificarsi, questa è la gioia grande che oggi gli viene annunciata, poiché in questa ma niera Dio ci ha mandato un salvatore.E se noi tutti siamo i poveri e gli incatenati che hanno bisogno di liberazione, nello stesso tempo noi tutti che abbiamo parte alla gioia della salvezza, siamo inviati ai poveri e agli incatenati.Ma chi è poi che cammina su questa strada, che dalla gloria di Dio conduce al povero bambino che giace in una mangiatoia? Non certo uno che va a fare una passeggiata per il proprio piacere. Co stui prende altre strade, che vanno piuttosto nella direzione opposta: dalla miseria della propria esistenza verso un cielo ricercato, magari immaginato o sognato, il cielo di un breve piacere, di un lungo oblìo. Dal cielo attraverso la terra giù fino agli inferi della perdutezza va solamente colui che nel profondo del suo cuore sente un incarico a questo, e obbedisce ad una chiamata che è più forte della sua pigrizia e della sua resistenza. Una chiamata che ha potere pieno e autorità sulla mia esistenza, una chiamata a cui io mi sottometto, poiché essa viene da più in alto di tutta la mia esistenza, un appello al mio cuo re, che mi richiede in tutto e per tutto, attraverso uno splendore, nascosto, sovrano, che—volente o nolente—mi sottomette. Io forse non so chi è colui che così mi prende in suo servizio. Ma so molto bene: se io rimanessi in me stesso, se cercassi me stesso, non troverei la pace che è promessa agli uomini cui va il beneplacito di Dio.

Io devo andar via. Devo entrare al servizio dei poveri e degli incatenati. Perdere la mia anima, per riguadagnarla, poiché finché la trattengo, la perdo. Questa parola inesorabile, silenziosa eppur così inequivocabile, mi brucia nel cuore, non mi dà tregua. Di là ci sono i milioni di affamati, che si dissanguano a morte per un irrisorio salario giornaliero, depredati senza pietà come bestie. Là ci sono i popoli condannati al massacro, le cui guerre non possono fi nire, perché un qualche interesse che non è il loro è legato alla pro secuzione della loro assenza di pace.

E io lo so: il mio discorrere di progresso e di liberazione dell’uma nità viene ripagato con risa di scherno da parte di tutte le prospetti ve realistiche per i prossimi decenni dell’umanità; anzi, basta solo che apra gli occhi e le orecchie per udire il grido di chi è ingiusta mente violentato, ma anche per udire ogni giorno più forte il grido di coloro che sono decisi a conquistare il potere ad ogni prezzo, che sono decisi all’odio, alla distruzione. Le tenebre sovrastano al punto che ad uno vien meno ogni coraggio, si sta per perdere ogni fede nel proprio compito sentito nel cuore, un compito che pure era luce e gioia e vuole portare pace, ogni fede di arrivare davvero a quel po vero Bambino avvolto in fasce. Che cosa potrà mai

riuscire a realiz zare il mio misero compito, questa goccia d’acqua nell’imperversare dell’incendio? A che serve il mio impegno, la mia dedizione, il mio sacrificio, la mia invocazione a Dio per un mondo che è deciso a per dersi?

«Non temete; ecco, io annuncio a voi una gioia grande (…) Oggi è nato per voi il Salvatore». Colui che come Figlio di Dio e Figlio dell’uomo ha percorso la via, nell’obbedienza al Padre, la via che lo conduceva lontano dal Padre nelle tenebre del mondo. Dietro di sé l’onnipotenza e la libertà, davanti a sé l’impotenza, la costrizione, l’obbedienza. Dietro di sé lo sguardo divino dall’alto, davanti a sé l’assurda prospettiva della morte in croce tra due malfattori. Dietro di sé la beatitudine della vita con il Padre, davanti a sé la difficile solidarietà con tutti quelli che non conoscono il Padre, che non lo vogliono conoscere, che negano la sua esistenza. Rallegratevi, perché fin là è andato Dio stesso. Con sé il Figlio ha preso la consapevolez za di fare la volontà del Padre. Con sé ha preso la preghiera continua che attraverso di lui sia fatta la volontà del Padre, come nel cielo luminoso così nella terra oscura. Con sé l’esultanza per il fatto che il Padre l’ha tenuto nascosto ai sapienti, ma lo ha rivelato ai piccoli, semplici, poveri.

Io sono la via, e questa via è la verità per voi, e su questa via voi trovate la vita. Sulla via che sono io voi imparate a perdere la vo stra vita, per ritrovarla, e crescere al di sopra di voi e della vostra menzogna, giungendo in una verità che è più grande di voi stessi. Agli occhi del mondo, tutto può sembrare molto oscuro, e la vo stra dedizione improduttiva e senza successo. Ma non temete! Voi sie te sulla via di Dio. «Non tema il vostro cuore: credete in Dio e credete in me!» Io cammino davanti a voi, e vi indico la via dell’amore cri stiano. Essa va fino al fratello più lontano, più abbandonato da Dio. Ma è la via dell’amore divino stesso! Voi siete sulla retta via. Tutti coloro che rinnegano se stessi per portare a termine l’incarico dell’amo re sono sulla retta via.

Su questa via accadono miracoli. Miracoli nascosti che quasi nessu no nota. Che miracolo è mai, quando si trova un bambino che è avvol to in fasce e giace in una mangiatoia? Accade il miracolo che un com pito, nascosto in un cuore, giunge davvero al suo traguardo, e porta da qualche parte, dove regnava soltanto disperazione e rassegnazione, la pace e la gioia di Dio. Riesce ad accendere una piccola luce in mezzo al dominio delle tenebre. Risplende la gioia in un cuore che non osa va più crederci. A noi stessi viene ogni tanto donata una conferma che la parola dell’angelo, alla quale cerchiamo di obbedire, ci condu ce là dove la Parola e il Figlio di Dio è già uomo. Una conferma che, nonostante il baccano e la baldoria, oggi, 25 dicembre, è Natale, esat tamente come 1969 anni fa. Poiché Dio si è messo una volta per tutte in cammino verso di noi, e nulla, fino alla fine del mondo, gli impedirà di arrivare a noi e di restarvi.

 

La pienezza genera storia

Noi ci immaginiamo spesso l’evento dell’incarnazione di Dio, della nascita e della vita di Gesù Cristo, nella maniera seguente: fin da principio Dio aveva un progetto sull’umanità, questo progetto sarebbe giun to poi a realizzazione in quella che l’Apostolo chiama la «pienezza dei tempi». In vista di questo punto culminante Dio si sarebbe dapprima scelto un singolo, Abramo, per fare di lui il padre di una stirpe elet ta, più tardi Mosè, per farlo condottiero di un popolo eletto. Poi nel corso del cosiddetto «Antico Testamento» l’intenzione di Dio sarebbe emersa con sempre maggior chiarezza: oggettivamente, per il fatto che la sua parola e la sua promessa si mostravano sempre più chiaramente delineate; soggettivamente, per il fatto che i sentimenti del popolo eletto diventavano sempre più inclini a notare il contenuto del pro getto di Dio, guardando con sempre crescente nostalgia al Messia pro messo, poiché sempre più profondamente consapevoli della propria col pa e della impossibilità di espiarla senza l’aiuto redentivo di Dio.

Si può descrivere questa innegabile evoluzione interiore, questa aurora sempre più chiara fino al radioso sorgere del sole, alla maniera degli antichi teologi e storici pieni di fede, come una sequenza di epoche del mondo, che si succedono l’una all’altra e svelano l’intenzione divina, oppure alla maniera illuministico-razionalista, come «educazio ne del genere umano», ad esempio in Lessing, o come sviluppo della coscienza religiosa, come negli Idealisti: il comune denominatore è l’idea che l’Antico Testamento fu una lenta ascesa verso un vertice, e che con il suo raggiungimento sia accaduto qualcosa di insuperabile da tutti i punti di vista, appunto la pienezza dei tempi, qualcosa di così definitivo che esso significa nel vero senso della parola la fine della storia, qualcosa di escatologico, che anticipa questa fine, cosicché essen zialmente da questo evento in poi nella storia del mondo non c’è più nulla di importante da aspettare. Alcune di queste idee si ritrovano innegabilmente negli scritti del Nuovo Testamento. Con Cristo è venuta la fine, al punto che la breve pausa tra la sua ascensione al cielo e il suo ritorno glorioso non con ta affatto. Essa è in ogni caso solo il tempo finale, in cui non resta da fare nulla di decisivo, poiché l’adempimento di ogni promessa divina in Cristo è già avvenuto. Si può e si deve solamente annunciare a tut to il mondo l’evento avvenuto e testimoniare ciò che si è sperimentato fino ai confini della terra.

Le persone che ne conclusero di potersene stare con le mani in ma no e che non c’era più bisogno di lavorare, furono sì rimproverate duramente da Paolo con il monito che chi non lavora, neppure mangi, ma ciononostante l’idea dell’«aspettare» pervade tutto il Vangelo, in particolare i discorsi del Signore sulla fine del mondo—Giovanni parla di «rimanere», ménein—e ancor di più l’Apocalisse segreta.

Il tempo finale, nell’insieme, è spaventoso: l’Inferno è aperto, per ché il Male, cacciato via dall’Eternità, si vede oramai circoscritto nella breve temporalità e nella sua ira per questa delimitazione infuria sulla terra. Insorgere, cercare di aggirare e di sconfiggere gli aggressori so vrumani con i mezzi dell’attività umana sarebbe un’impresa vana. Quel lo che conta è tener duro, non cadere, resistere, perseverare in ciò che nell’eterno ha già vinto e che, quando il tempo sarà passato, si rivele rà vincitore anche nella storia del mondo.

E tuttavia questo non è ancora tutto il messaggio cristiano. Cristo non faceva ritorno, il tempo si è esteso e ha guadagnato rinnovata importanza. I secoli, i millenni son passati, sovraccarichi di storia drammatica, di eventi così importanti per l’umanità, che oggi persino per i cristiani non è facile riconoscere e continuare a credere che l’evento della nascita di duemila anni fa è ciò che è decisivo per ogni futuro storico. Per un certo periodo di tempo la storia occidentale si sviluppò completamente nella scia di questo evento. Non soltanto la Chiesa, anche lo Stato si comprese e si modellò come rappresentante sulla terra dell’eterno Signore del mondo, il Kyrios Christos. Poi però una buona volta la storia gonfiò le sue vele e si mise in viaggio verso nuovi lidi. E certi cristiani non si trovarono più con il loro passato; l’evento di Betlemme e del Golgota apparve loro come un puro e semplice sim bolo, un’idea, forse persino un mito, magari quello più fine, più fe condo di tutti, ma pur sempre non la realtà che tutto domina, ma una pura e semplice immagine orientatrice per lo sviluppo dell’umanità, per l’affermazione dei diritti umani, della riconciliazione e del perdono tra i singoli come tra i popoli. Con Cristo sarebbe entrata nella storia l’idea dell’uomo puro in una forma in qualche modo superiore, e le culture sarebbero da allora intente a portare quest’idea a progressivo sviluppo.

Noi non vogliamo dimenticare che anche questa visione delle cose non è estranea alla parola della Sacra Scrittura. Se è vero che il patto di alleanza di Dio con Israele tende ad un vertice: la venuta di Colui che era stato promesso, la pienezza dei tempi, questa pienezza non vie ne tuttavia né nell’Antico né nel Nuovo Testamento descritta come un punto finale, che renderebbe impossibile per il futuro una vera storia. C’è infatti proprio sulla bocca di Gesù tutta quella serie di parabole circa il Regno di Dio che si sta avvicinando, che è ormai vicino. Que ste parabole amano servirsi di immagini tratte dal mondo organico: il seme seminato e la sua crescita non razionale (la maggior parte va in rovina, ma quel poco che cresce porta frutti sovrabbondanti), il seme buono, mischiato però con la zizzania, il campo seminato che il conta dino vede germogliare: «Egli va a dormire e poi si alza di nuovo, not te dopo notte, giorno dopo giorno, e il seme cresce e germoglia, ed egli non sa come. Poiché la terra produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. E quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura» (Mc 4,27-29).Immagine di forza travolgente, documento di costanza e di seque la, di tranquillo sviluppo interiore, secondo una legge intima, che è così forte e vincente, che l’uomo, che se ne sta in disparte a guarda re, non può più intervenire. Egli può alzarsi e di nuovo coricarsi, qua e là dare un piccolo, aiuto marginale, innaffiando e togliendo le erbac ce, ma in un’altra parabola vengono posti dei limiti anche a quest’ul timo lavoro: esso potrebbe disturbare l’incessante crescita. Meglio lasciare che anche la zizzania continui a crescere insieme al grano; tan to essa cresce solo in forza della crescita del grano buono, come sua controparte, sua ombra, suo scarto.

Che il contadino interrompa le leggi della crescita e ad un tem po scelto a suo arbitrio ponga mano alla sua falce, è fuori discussio ne. Nell’ultima frase, là dove scintilla la falce, Marco usa il suo ter mine prediletto:eythys, improvvisamente, subito,senzaindugio. «Quanto tempo del raccolto, che è ma turato attraverso la storia del mondo. Il raccolto, che Dio stesso ha atteso, per festeggiare insieme con l’umanità la sua festa del raccolto. «D’ora in poi non berrò più del frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovamente con voi nel Regno del Padre mio» (Mt 26, 29). Gesù stesso, sebbene sulla croce avesse adempiuto tutto, sentì la propria azione come una fondazione, un nucleo, un primo inizio; il Regno dei cieli da lui portato era per lui il granello di senape, che da più piccolo di tutti è destinato a crescere fino a diventare il più grande di tutti. Per questo egli amava i bambini, e raccomandava ai suoi uditori di allontanarsi dall’aria indurita e navigata tipica della vita adulta, per far ritorno alla fanciullezza, che è aperta a tutto, malleabile. La stessa vita di Gesù termina nell’età che i Romani consideravano ancora parte della giovinezza. Egli stesso promette ai suoi discepoli che compiranno opere ancora più grandi e appariscenti sul la terra di quanto non avesse fatto lui, nello stesso discorso in cui dice loro:«Senza di me non potete far nulla». E Paolo, nell’età ma tura, allorché aveva superato un escatologismo unilaterale, tipico dei primi tempi, per passare ad una visione più ampia della storia della salvezza, ha concepito il tempo della Chiesa come una crescita del Corpo sociale di Cristo, le cui membra sono i singoli credenti, un corpo che cresce andando incontro alla sua propria maturità, «fino allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena ma turità di Cristo» (Ef 4,13). Qui per la prima volta viene impiegato il termine«vir», uomo.

Ma come nei bambini si nasconde in nuce l’uomo, e la vita con le sue vicende sviluppa solamente l’energia e la pienezza della perso nalità che nel bambino era nascosta e avviluppata, così per il mede simo Apostolo il Gesù Cristo storico è la pienezza che attraverso i tempi futuri non cresce più, ma si rivela come pienezza, si manifesta, si dispiega, sprigiona per forza propria il «corpo» che cresce, lo orga nizza e lo governa; quel corpo che è la Chiesa, pienezza di colui che si realizza interamente in ogni cosa, così come il vasettino d’olio del la vedova di Sarepta di Sidone rivela la sua inesauribile ricchezza in teriore in tutti gli altri vasi contenitori

che stanno attorno, i quali vengono riempiti. E alla fine l’olio smette di fluire non perché que sta pienezza si sia esaurita, ma unicamente perché non ci sono più vasi per contenerlo.

Quando sarà raggiunto il punto della completa pienezza nessuno lo sa, tranne il Signore stesso della storia. Così resta l’ammonizione a vegliare e pregare, e a tenersi pronti in ogni ora. E tuttavia ci sono segni anticipatori, che nuovamente vengono espressi in immagini tratte dal mondo organico, che perciò ci riguardano, e noi siamo invitati a comprenderli, all’interno della storia che pian piano giunge a maturazione. «Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ra mo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che Egli è vicino, alle porte» (Mc 13,28-29).

Ma in un punto, si obietterà, l’incarnazione di Cristo fu però una fine, non un inizio: nella storia del popolo ebraico. Persino se noi dimenticassimo per un istante la realtà inimmaginabile di un popolo —la cui esistenza era giustificata dall’attesa del futuro—che misco nosce, disattende, trascura e rigetta la venuta dell’adempimento, non si deve forse tener per fermo che tutto l’Antico Testamento con la sua religione limitata, anche se soprannaturale, con la sua religione nazionale, con la sua legge e i suoi rituali legati ad un determinato grado di cultura, le sue molteplici imperfezioni, era appunto pensato e poteva rivendicare validità soltanto «ad tempus»?

Questo non è così sicuro. Si pensi ad esempio quale grado di universalità questa religione aveva raggiunto già nei libri sapienziali e nelle forme che essa venne ad assumere al tempo di Gesù in Pale stina e nella diaspora, e che forse sarebbero state capaci di far saltare l’angusta forma nazionalistica. Ma ancora più sorprendente è udire la prima predicazione dei discepoli di Gesù dopo la sua ascensione al cielo e dopo la discesa dello Spìrito Santo a Pentecoste. Essi si rivol-gono al popolo giudaico come se con la condanna e la crocifissione di Gesù non fosse accaduto nulla di irrecuperabile, come se si fosse trattato solo di un fraintendimento, al quale si può rimediare con la conversione, come se la vera e propria storia del popolo eletto dovesse cominciare solo adesso, «lo so, fratelli,» dice Pietro al popolo, «voi avete agito per ignoranza (…) Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Messìa avrebbe subito la Passione. Perciò ora rientrate in voi e converti tevi, affinché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore, ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messìa, cioè Gesù. Egli doveva essere accollo in cielo, fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, co me ha detto Dio fin dall’antichità, per bocca dei suoi santi profeti (…) Ora voi siete i figli dei profeti e dell’Alleanza che Dio stabilì con i vostri padri, (…) Per voi in primo luogo Dio ha risuscitato il suo Servo e lo ha mandato prima di tutto a voi, per portarvi la sua bene dizione e perché ciascuno si converta dalle sue iniquità» (At 3, 17-26). Questo testo stupefacente ci dice che per i Giudei propriamente tutto è ancora aperto. Nulla è definitivamente perso. C’è soltanto bi sogno che essi si convertano, e allora Dio manderà dal cielo il suo Messia, e verranno i giorni della consolazione, dell’adempimento del le promesse e della restaurazione, quei giorni in cui Israele da sem pre ha sperato e con ragione continua a sperare. Il fatto che il Mes sia è già stato qui non è per i Giudei di alcun ostacolo, di alcun impedi mento a poter continuare ad attenderlo. Nessun peccato, nemmeno quello della sua condanna a morte a Gerusalemme è così terribile che essi non possano, appunto attraverso questa morte, trovare espiazio ne, e anche nel peccatore la colpa può venire estinta, nel caso che ac colga la grazia della conversione. Niente è accaduto in modo defini tivo e irrimediabile, ogni giorno può diventare un nuovo Natale, solo che noi seriamente lo vogliamo. Paolo non la pensava diversamente, quando—quasi certamente contro l’opinione corrente dei cristiani del tempo secondo cui i Giudei sarebbero stati rigettati a causa del loro delitto e dell’indurimento del loro cuore—sostiene con enfasi la tesi che le scelte di Dio sono senza pentimenti; se Dio ha eletto un po polo, egli non lo lascia cadere, se Dio ha stabilito di entrare trionfal mente nella sua gloria al grido di esultanza del popolo eletto, si con vertirà «tutto Israele» (Rm 11). E non ha forse Gesù stesso preso un congedo solo provvisorio dal suo popolo: «lo infatti vi dico: d’ora in poi non mi vedrete, fino a quando direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!»? Quello che si verifica nel tempo tra il primo ingresso in Gerusalemme, la prostituta infedele, quell’in-gresso che era una similitudine, in realtà ingannevole, e il secondo ingresso, quando tutto sarà adempiuto e il popolo eletto per la interiore verità esploderà nel grido di giubilo, questa è la storia del mondo. Così il cristianesimo è una religione del futuro sotto questo duplice aspetto: per il fatto che i Giudei continuano, a ragione o a tor to, ad attendere il Messia e a sperare nella sua venuta, e noi cristia ni insieme con loro, e per il fatto che i Gentili dispiegano la pienez za del piccolo chicco di senape del Vangelo, e noi cristiani insieme con loro. La fine della storia, cui i tempi vanno incontro, è trascen dente, e così corrisponde alla migliore attesa dei Giudei; ma è an che immanente, e cresce come Regno di Dio dal campo del mondo, e così corrisponde alla migliore attesa dei Gentili. Noi dobbiamo attenderla con la preghiera e la pazienza, in una lunga perseveranza, quasi sovrumana, e in questo noi cristiani pro seguiamo l’opera dei pii giudei e insieme con loro attendiamo la sal vezza; e dobbiamo attendere con l’amore operoso, con cui il Corpo di Cristo aggiunge a sé un membro dopo l’altro, e cresce fino a di ventare un corpo pienamente adulto, e in ciò noi cristiani prendiamo parte all’opera dei Gentili, che portano il mondo ad unità con la cul tura e la tecnica unitariamente e tentano di portarlo ad un livello spirituale elevato, e ciò che essi fanno nell’ambito mondano dovreb be ottenere con la nostra cooperazione un senso che va al di là di quello meramente mondano, e portare un raccolto che può venire ammassato nei granai eterni.

Ed ora, a partire da questa visione della storia della salvezza, vo gliamo ancora una volta guardare all’evento della incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Sopra i gradini della rivelazione veterotestamen taria la storia della salvezza è cresciuta lentamente, passo dopo pas so, verso questo evento. E gli stessi gradini da Abramo ad Abele, da Enoch a Noè, da Noè ad Abramo, da Abramo passando per Isacco e Giacobbe a Mosé e Giosuè, ai Giudici, ai Re, ai Profeti fino ai Maccabei e ai giusti dell’ultima epoca, questi stessi gradini della sca la furono per Dio una scala discendente e per gli uomini una scala ascendente. Naturalmente non in un senso razionalisticamente domi nabile con lo sguardo, ma in un mistero del quale possiamo intuire qualcosa. Dio nel cielo, l’uomo sulla terra: essi stringono un patto d’alleanza, e Dio discende e pianta la sua tenda in mezzo agli uomi ni nella sua Parola, nella sua tenda dell’Alleanza e nel suo Tempio, nella sua Shekinah, nelle parole della legge e dei Profeti, nello spi rito dei condottieri e dei saggi mandati da Dio. Egli discende, si avvicina. E l’ultima dell’Antico Testamento, l’Ancella del Signore, fa par te già della pienezza, del Nuovo ed Eterno Testamento, è già piena di grazia.

L’Antico Patto è stato infranto mille volte. Nel Nuovo Patto, pe rò, è stato raggiunto, non sappiamo come, uno stadio della storia in cui Dio può prendere su di sé il destino del suo partner d’alleanza, l’uomo. La Parola di Dio non oscilla più sospesa semplicemente al di sopra della carne, non abita più solo temporaneamente nella carne (come presso i Profeti), ma diventa carne. Può prendere tutta la cor poreità di una vita d’uomo come destino proprio, divino, e Dio può riconoscere ciò che un uomo, quest’unico uomo è e vive, come vali da, reale e definitiva espressione della divina volontà salvifica sul mon do, più ancora: dell’essere divino, che si rivela e si dona alla crea tura. 

Chi tenta di riflettere su una cosa simile, la troverà così sovradimensionale, che soltanto con grande prudenza oserà parlare di progresso dell’umanità. Progresso al di là di questo Evento? Non esiste. Ma una cosa può esserci: che la storia, anche quella del mondo, tecnica e culturale, divenga cosciente di sé all’ombra, o meglio alla lu ce di questo Evento, e si sforzi di avvicinarsi a questo Evento insu perabile con impegno estremo. La permanenza di Dio in mezzo a noi non ha difatti rovinato il gioco agli uomini, così come fa l’adulto, che, intromettendosi nei giochi dei bambini, sa tutto meglio di loro, può tutto meglio di loro, e fa passare ai bambini la voglia di gioca re, cosicché è comprensibile che essi voltino le spalle a questo rovi-natore di giochi e ricomincino da qualche altra parte i loro giochi. Ma le cose non stanno proprio così! Cristo, rivelandoci parole del cielo, parole d’amore, misteri del cuore di Dio, non ha con esse ri solto per noi i problemi umani, naturali, storici.

Egli non ha dato nessuna istruzione circa lo Stato e la cultura, e ancor meno circa la tecnica, le sue possibilità e i suoi rischi, e nemmeno circa l’armonia e la tensione tra cristianesimo e cultura, il legame dell’uomo al mon do e il suo orientamento al cielo. Egli ha invece seminato dei semi di grano; tocca a noi coltivarli, farli maturare dappertutto. Donan doci la libertà dei figli di Dio, non ci ha tolto la libertà umana del rischio, dell’invenzione, dei mille sbagli e delle mille catastrofi pri ma di compiere un passo sicuro e definitivo.

 

Al contrario, poiché Dio—se l’espressione è lecita—si è personalmente immischiato nel la storia del mondo, poiché d’ora innanzi la storia dell’umanità non è solamente una storia che avanza gradualmente verso di Lui, bensì anche una storia che discende da Lui, una storia con Lui e in Lui, una storia che egli sente e sperimenta sulla propria carne, sul pro prio corpo (giacché noi, la Chiesa, siamo il Corpo di Cristo), egli ha dato a questa storia che si sta svolgendo un senso e una dignità che la elevano, nel suo nucleo e nel suo esito finale, nell’ambito del divino; ha fatto di essa un evento la cui eco raggiunge gli abissi dell’eternità. La Grazia conferisce sempre, per sua essenza, capacità e dignità alla natura. Forse non ci interessa a Natale condurre delle riflessioni che ci portano così lontano. Nella notte di Natale non è forse tutto immerso nel buio, le domande circa l’origine e la fine, affinché ogni attenzione sia portata sul centro che è l’unico punto illuminato? Il bambino nel presepe, con la madre che lo ha generato e lo adora, con l’uo mo che veglia su entrambi, e con i poveri pastori (niente affatto interessati alla filosofia), che con grande gioia vanno e vengono? Sì, così stanno le cose. E non ci sarebbe bisogno di aggiungere alcun commento, basta che noi comprendiamo che questa scena è da vede re e da festeggiare come una festa del futuro,non come qualcosa che a poco a poco va scomparendo nel grigio e sempre più estraneo passato, qualcosa che suscita solo un vago, sentimentale ricordo, ma come un’esplosione dell’eternità nel tempo, qualcosa di così gravido e fecondo che non può affatto diventare passato, poiché nessun tempo storico è in grado di esaminarlo e di fare definitivamente i conti con esso senza pensarci più, un avvenimento che, come disse Pietro ai Giudei, sta per giungere oggi come allora.

E così comprendiamo improvvisamente perché la Chiesa all’inizio dell’Avvento pone il Vangelo del glorioso ritorno definitivo di Cristo. Si tratta infatti di un unico evento: la venuta del Signore non sono due eventi separati, ma un unico evento, che però è così grande che, entrando nel tempo, sporge tuttavia al di fuori del tempo ed è contemporaneamente la pienezza del tempo: il suo centro e la sua fine, il suo centro doloroso, crocifisso, e la sua conclusione vittoriosa, il suo giudizio e la sua redenzione, il velamento e lo svelamento del suo mistero d’eternità. 

Inginocchiamoci infantilmente davanti a questo mistero, come i pastori, che non comprendevano molto, ma poiché erano come bam bini con il Bambino eterno afferrarono molto di più il suo significato che i sapienti dottori della Legge alla corte del re Erode. Come bam bini, e dunque giovanilmente e aperti a tutto ciò che viene, pieni di desiderosa attesa e decisi in anticipo ad ogni avventura. L’incarnazio ne di Dio è un’avventura, cioè qualcosa che arriva, che viene incon tro, e ha quindi essenzialmente futuro, carattere di venuta, ad-ventura. Qualcosa che ci riguarda nelle nostre feste, qualcosa cui i nostri al beri di Natale e le nostre montagne di regali non possono rimanere estranei, qualcosa che non si può risolvere in pura atmosfera familiare e in cordiali e amichevoli rapporti umani. Poiché è certo che con que sto evento è apparso sulla terra l’amore, l’Amore assoluto, insupe rabile, che è così grande che mozza il fiato ad ogni amante, giungen do sino all’estremo termine, sino all’abbandono da parte di Dio e al la morte in sostituzione vicaria. L’amore che va decisamente al di là della cerchia degli amici, dei connazionali e delle persone fidate, per raggiungere il nemico, l’infido e lo straniero.

Natale come festa del futuro è come nessun’altra la festa delle por te aperte, della mano tesa, del ponte gettato verso l’altra sponda. Verso chi non ha sensibilità, verso chi è rinchiuso in sé e deciso a rimanerlo. Nonostante ogni argomentazione contraria, nonostante ogni apparenza e ogni evidenza: nonostante tutto il nostro tempo non è un tempo delle porte che si aprono, un tempo in cui nessun uomo può più rimanere solo e vivere solamente per se stesso, così come nessuna nazione, nessun continente, nessuna superpotenza? Un tem po in cui l’isolazionismo, il principio dell’egoismo viene condotto ad absurdumdalla storia stessa? Un tempo in cui il nazionalismo chiuso in sé, che ancora poco tempo fa era prevalente, oggi è già fondamen talmente e inequivocabilmente superato, mentre eventuali ricadute in esso possono portare soltanto a catastrofi per la storia del mondo?

È presuntuoso in quanto cristiani avere una speranza che si esten de anche al futuro, anche al germe di storia ventura che è già nasco sto nel presente? Certo, il Regno di Dio non coinciderà mai con un punto all’interno della storia del mondo. E certamente le potenze ostili gareggeranno per il concentramento di potere e la corsa per prendere in mano il potere mondiale. Malgrado ciò e malgrado tutti i realismi e i pessimismi politici ed economici, o gli ottimismi ateisti ci, non sembra oggi presuntuoso, ma doveroso nella festa dei bambi ni, coltivare una speranza infantile, ingenua, in ciò che verrà, che è Dio. 

Advenìat Regnum tuum. Venga il tuo Regno.

 

Livellamento in basso

È ben comprensibile che dapprima abbiano ricevuto la notizia i pastori per i quali la via verso il presepe era assai breve, e solamente in un secondo tempo i re magi o quali che siano stati questi signori, per i quali il viaggio era lungo, e perciò, come sottolinea Paul Clau del, essi arrivarono solo molto tardi. I Padri della Chiesa non aveva no difficoltà a dare un’interpretazione allegorica: i pastori sono i Giu dei, che per primi sono sul luogo, i pagani vengono da lontano, non possono che essere secondi. Ancor più a ragione si dirà: i pastori so no povera gente, e in ogni caso abitano porta a porta con il buon Dio, o per dirla ancora con Claudel: Essi sono così poveri, che il buon Dio non se ne accorge nemme no. E il Figlio suo si sente subito a casa sua, quando è in loro com pagnia. Secondo il Vangelo i ricchi devono percorrere una strada più lun ga, poiché devono prima arrampicarsi sopra i loro sacchi di monete e scavalcarli, oppure, se la loro ricchezza non consiste in oro e pacchetti azionari, ma ad esempio in sapienza e scienza, hanno prima da districarsi da tutti i loro concetti ben definiti, le loro opinioni, vedu te, esperienze e concezioni del mondo, prima che riescano a raggiun gere il nudo suolo ove il Bambino giace nella mangiatoia. Non si sa con precisione come andarono le cose con questi tre magi o astrologi, e come la famosa stella sia rientrata o meno nei lo ro calcoli, se essa li spinse al viaggio perché era il missing link nel loro calcolo o piuttosto non sia stata una apparizione celeste del tutto inaspettata, che perciò suggerì loro di intraprendere il cammino verso la Palestina. Anzi, non è nemmeno così drammaticamente im portante che l’intero racconto si basi su esatta verità storica. Non vi è possibilità di controllo, ma è una gioia, ed è anche edificante, udire che persino degli scienziati si siano messi in cammino verso il prese pe, sia che la stella abbia confermato la loro sapienza o l’abbia invece presa di traverso. Nel primo caso la ricchezza culturale li ha portati fino alla santa povertà, nel secondo caso han compreso l’interiore povertà di ogni sapere umano e così han trovato la via verso la divina povertà. È bello che essi abbiano portato qualcosa in dono al Bambin Gesù, e persino doni di non poco conto, ma ancora più bello è che essi si siano davvero privati di tali cose preziose, come cose di poco valo re se confrontate con il tesoro scoperto nel campo, con la perla pre ziosa trovata. Essi sono i primi che vendono tutto per seguire. Così essi sono giunti al livello dei pastori, e dall’unione dei due gruppi si può formare una prima comunità cristiana. Si potrebbe par lare di un livellamento verso il basso, giacché i ricchi diventano poveri, ma non per questo i poveri ricchi. Tutti si livellano verso il basso, su quel livello che Dio stesso, incarnandosi, ha prescelto come suo: povertà del presepe, fuga, Nazaret, deserto, vita nomade, croce e sepolcro. «Il Figlio dell’uomo non ha nulla su cui posare il capo». Livellamento molto strano, di cui parla Paolo quando da una par te dichiara eliminata la differenza tra povero e ricco, servo e padrone, dall’altra dice però che ognuno deve rimanere nello stato in cui era quando è stato chiamato a diventar cristiano. Ipastori rimangono pa stori, e i cosiddetti re se ne vanno a casa, anche se per un’altra via, di nuovo come re. E la gente di mezzo, che forma i pioli della scala fra il proletariato e i grandi capitalisti, rimane la gente di mezzo. Comunque sia, una verità è certa: la grazia del nostro Signore consiste in questo: «Da ricco che era, Egli si è fatto povero per voi, affinché voi per mezzo della sua povertà diventiate ricchi» (2 Cor 8, 9). Voi, poveri e ricchi, voi tutti insieme. Di una ricchezza che consiste proprio nella povertà di Cristo: ma egli diviene povero a causa della sua dedizione, della sua offerta di sé. La nostra ricchezza consiste nel ricevere questa offerta, questa dedizione, e ricambiarla donandola a nostra volta. Un processo d’amore. È possibile che questo amore scambievole si ripercuota sin dentro le strutture sociali. Anzi, si può dire: solo quando questa effica cia è reale abbiamo preso sul serio il cristianesimo. Se, invece, non l’abbiamo preso sul serio, ecco avanzare il comunismo con il suo li vellamento a riempire la lacuna, e a far sul serio alla sua maniera. Ma in tal caso i cristiani solo di nome hanno perso il motivo che giu stificava la loro esistenza, insieme con tutte le loro comunità fanta sticamente organizzate, con le loro parrocchie e consigli parrocchia li, diocesi, partiti e convegni…

Allora nel migliore dei casi si può ancora una volta tentare di ri stabilire la situazione di partenza, quella del presepe, con pastori e re, per vedere se la lezione questa volta sarà compresa meglio. Un simile corso di recupero per cristiani che sono rimasti indietro dovreb be essere una grande grazia del Signore, e un segno della sua grande pazienza. Ma non vogliamo nemmeno dimenticare che il mondo in tutto il suo insieme rimane un campo di esercitazione, e mai potrà, attraverso la pura e semplice evoluzione, lentamente o rapidamente, trasformarsi nel Regno di Dio. E che fino alla fine la decisione cristiana alla povertà insieme al Signore fattosi povero rimane una libera decisione del singolo, e nient’affatto una decisione suggerita dalle circostanze o addirittura dalle stesse attuata e imposta. Forse in futuro questa decisione diverrà in qualche modo più du ra, poiché tutto l’ingranaggio dell’economia e della società potrà di sporre con sempre maggior potere dei singoli, inserendoli nei suoi ingranaggi, e tapperà sempre più le prese d’aria del respiro persona le. E tuttavia, finché ci saranno uomini degni di tal nome, rimarrà loro una libertà: quella di essere poveri nel loro cuore, per arricchire molti. Il cuore spoglio di se stesso, infatti, il cuore che non vuole appar tenere a se stesso, si rende pane e vino per tutti quelli che hanno fame. Questo lo può fare il pastore come il re, ed ogni uomo che nella scala sociale sta in mezzo a questi due estremi, ogni più pic colo uomo. Questo è un avvenimento così poco apparente quanto il pranzo quotidiano, e tuttavia così straordinario che mozza il fiato a Dio stes so: «In verità vi dico: questa povera vedova ha gettato di più nella cassa delle offerte del Tempio che non tutti gli altri. Tutti, infatti, hanno gettato del loro superfluo per le offerte a Dio, mentre ella, nel la sua povertà, vi ha gettato tutto ciò che possedeva per vivere»(Lc 21,3-4).

 

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