Avvento: speranza o delusione?

Avvento: speranza o delusione?

Thomas Merton

 

 È importante ricordare la profonda e in qualche modo angosciosa serietà dell’Avvento, quando la nostra cultura di mercato si armonizza troppo facilmente con la tendenza a considerare il Natale, consciamente o no, come un ritorno alla nostra infanzia e innocenza. L’Avvento dovrebbe ricordarci che il “re che sta per venire” è ben più di un bambinello grazioso che sorride sulla paglia.

 

La certezza della speranza cristiana supera ogni passione e ogni conoscenza. Per questo dobbiamo attenderci a volte che la nostra speranza venga a trovarsi in conflitto con l’oscurità, con la disperazione e con l’ignoranza. Per questo, ancora, dobbiamo ricordarci che l’ottimismo cristiano non è un senso di perenne euforia, un conforto indefettibile in presenza del quale non possa mai esistere né angoscia né tragedia. Non dobbiamo lottare per mantenere un clima di ottimismo con la semplice soppressione delle realtà tragiche. L’ottimismo cristiano consiste nella speranza della vittoria che trascende ogni tragedia: una vittoria nella quale noi passiamo oltre la tragedia per giungere alla gloria col Cristo crocifisso e risorto.

È importante ricordare la profonda e in qualche modo angosciosa serietà dell’Avvento, quando la nostra cultura di mercato si armonizza troppo facilmente con la tendenza a considerare il Natale, consciamente o no, come un ritorno alla nostra infanzia e innocenza. L’Avvento dovrebbe ricordarci che il “re che sta per venire” è ben più di un bambinello grazioso che sorride (o, per chi preferisce una spiritualità dolorosa, che piange) sulla paglia. Non v’è certamente nulla di sbagliato nelle tradizionali gioie di famiglia del Natale, né dobbiamo vergognarci di essere ancora capaci di anticipare tali gioie senza troppe contraddizioni. Infine, tutto questo in sé non è fuori posto.

Ma la Chiesa, nel prepararci alla nascita di un “grande profeta”, Salvatore e Re della Pace, pensa a qualcosa di più che a un banchetto familiare di stagione. Il mistero dell’Avvento mette a fuoco la luce della fede sul vero significato della storia, dell’uomo, del mondo e della nostra esistenza. Nell’Avvento noi celebriamo la venuta e la presenza di Cristo nel nostro mondo. Noi siamo testimoni della sua presenza anche in mezzo a tutti gli inscrutabili problemi e le profonde tragedie. La nostra fede dell’Avvento non è una fuga dal mondo per rifugiarci in un regno nebuloso di slogan e di conforti che dichiari irreali i nostri problemi d’ogni giorno, inesistenti le nostre tragedie.

I Vangeli del tempo d’Avvento, come la maggior parte degli altri testi liturgici della stagione, sono sobri fino a diventare austeri. Si prenda ad esempio la domanda che san Giovanni Battista fa nella prigione di Erode, quando sta per subire quella tragica morte che doveva essere insieme crudele e senza senso: “Sei tu colui che deve venire, oppure dobbiamo aspettare un altro?” Strane parole, perfino scandalose, che alcuni non hanno mai saputo accettare così come sono, nel loro significato genuino! Come poteva fare una domanda simile quello stesso Giovanni che aveva veduto lo Spirito Santo discendere sopra Gesù in riva al Giordano? Eppure, l’immediatezza con la quale fu pronunciata la domanda ci garantisce della sua disperata serietà: giunto alla fine della sua vita, Giovanni si preoccupava non solamente, per così dire, del “successo della sua missione”, ma ancor più profondamente della verità della sua vita, della verità di Israele, anzi della verità dello stesso Jahvè.

Nel nostro tempo, quel che manca non è tanto il coraggio di fare domande, quanto il coraggio di attendere una risposta. Vi sono troppi uomini, e anche grandi uomini, i quali pensano che l’unico atteggiamento autentico è quello della franca accettazione della disperazione nei confronti della vita. Forse una delle ragioni per cui Sartre assume questa posizione è perché sente che i cristiani si danno sempre una risposta troppo comoda a una domanda disperata che non hanno il coraggio di porsi. In questo caso la nostra lieta accettazione della risposta può essere un po’ meno che edificante.

San Gregorio Magno disse che tutti i cristiani dovrebbero continuare la missione profetica di Giovanni e porre in rilievo la presenza di Cristo nel mondo. Ciò può voler dire molte cose diverse. Giovanni poté additare alla folla Cristo presso il fiume Giordano in un momento di successo che dava significato all’intera sua vita. Ma Giovanni ha testimoniato a favore di Cristo anche in prigione, di fronte alla morte, al fallimento, quando il significato di tutti gli altri momenti gloriosi della sua vita sembrava cancellato.

Anche noi talvolta possiamo manifestare Cristo al mondo in momenti in cui tutti possono vedere chiaramente nella storia una qualche conferma del messaggio cristiano. Ma rimane il fatto che il nostro compito è di cercare e trovare Cristo nel nostro mondo così com’è, e non come potrebbe essere. Il fatto che il mondo è diverso da quello che potrebbe essere non altera la verità che Cristo è presente in esso e che il suo piano non è andato frustrato né ha subito modifiche: in verità, tutto si svolgerà secondo il suo volere. Il nostro Avvento è la celebrazione di tale speranza. Quel che è incerto non è tanto la “venuta” del Cristo quanto l’accoglienza che avrà da parte nostra, la nostra risposta a lui, la nostra prontezza e capacità ad “avviarci incontro a Lui”. Dobbiamo desiderare di vedere e acclamarlo, come fece Giovanni, anche nei momenti in cui tutto il lavoro della nostra vita ci sembra che fallisca e perda ogni significato. Infatti — cosa ancora più terribile — la Chiesa stessa un giorno potrebbe trovarsi a dover additare al mondo il Redentore vittorioso e Re di tutte le età fra il collasso di tutto ciò che tanto faticosamente essa ha cercato di costruire con tanti secoli di spiritualità e con tante culture che sinceramente volevano essere cristiane.

L’Avvento di Cristo nella storia non è legato essenzialmente allo sviluppo e al progresso di una certa civiltà cristiana. Il “cristianesimo” è ed è stato una grande cosa, ma non è mai stato un bene assoluto e incondizionato, né fine a se stesso. Il cristianesimo non è la cristianità. Non è “il regno” né il Cristo mistico.

Certo, la realtà della cultura cristiana deriva dalla presenza di Cristo nel mondo, ma non si identifica con tale presenza. Il nostro Avvento, quindi, non è una celebrazione di meri valori culturali tradizionali, per quanto grandi e degni di essere perpetuati. L’Avvento non è un puro e semplice ritorno, una ricorrenza, un rinnovo dell’antico. Non può essere certamente un ritorno alla fanciullezza, né personale né sociale. La venuta del Signore, che è lo stesso della sua “presenza”, è la venuta del nuovo, non il rinnovo dell’antico, e la Storia Sacra è come il fiume eracliteo nel quale un uomo non può mai bagnarsi due volte.

Ciò nonostante, dal momento che il regno è “pienezza del tempo”, in un certo senso rende presente il passato nel suo compimento. Ma il passato che si compie non è più passato, non viene rinnovato, viene completamente trasformato in presente. Il battesimo è compimento dell’Esodo, non una sua commemorazione. L’Eucarestia è il sacrificio di Gesù reso presente nella sua eterna realtà, non rappresentato semplicemente in un dramma rituale che fa rivivere il passato. Queste sacre realtà sono per così dire fuori dal tempo, non nel senso che siano delle idee statiche ed eterne, delle astrazioni platoniche, ma nel senso che sono una realizzazione dinamica di tutto ciò che è temporale e incompleto. Così esse possono nel medesimo istante entrare nel tempo e trascenderlo.

La domanda di Giovanni: “Sei tu colui che deve venire?” contiene una curiosa amalgamazione. Il presente si fonde col futuro, e al tempo stesso allude al passato riferendosi alla precedente testimonianza di Giovanni che con Cristo era venuto il Salvatore del mondo. Anche la nostra celebrazione dell’Avvento ripete la stessa curiosa amalgamazione del passato, del presente e del futuro. Non solo crediamo che Cristo “verrà”, ma anche che egli “è venuto”. E questa convinzione mette a fuoco la nostra attenzione sul presente nel quale, dal punto di vista dell’umana evidenza, può esserci o non esserci un qualche segno visibile dei due fatti.

Eppure noi crediamo che colui il quale è venuto e che verrà è già presente qui, ora, e che noi siamo nel suo regno. Non solo, ma noi siamo il suo regno. Credo che ciò spieghi perché noi non siamo sempre molto felici di porre questa domanda di Giovanni: essa contiene un’interrogazione su noi stessi, sulla nostra vita, sulla nostra parte nella storia, sul significato stesso del mistero di Cristo nella sua Chiesa.

Certo, noi crediamo che Cristo è in noi, che egli vive e opera nel mondo perché è presente nella Chiesa. E noi siamo la sua Chiesa, Ma che cosa significa tutto questo? È qualcosa di “puramente spirituale” questa sua presenza? Se essa è così “spirituale” da non avere assolutamente alcun effetto visibile o sensibile sulla società contemporanea, potremmo benissimo pensare che non ha importanza che i nostri contemporanei se ne interessino o meno. Dobbiamo dunque adottare tale atteggiamento e condannare i nostri contemporanei come pagani in contumacia pronti per il fuoco della Geenna? O invece hanno diritto anch’essi a sollevare tale pericolosa domanda sul nostro conto: “Siete voi il Regno di Cristo che deve venire, il Principe della pace, il Giusto, il Messia che porterà al mondo diviso unità e pace?”

Hanno essi il diritto di vedere in noi un qualche segno della presenza e dell’azione del Cristo, qualche manifestazione visibile del pneuma? Certo, non hanno tutti i torti di chiedere che gli mostriamo ciò che pretendiamo essere presente in noi. E questa pretesa non ci viene da teologie esoteriche e pericolose. Il nostro argomento apologetico preferito, a favore della missione divina del Cristo, è quello della santità della Chiesa. Ma quanto dev’essere evidente questa santità? Dove, con quale frequenza, e quanto incontestabilmente dev’essere manifesta? È forse sufficiente che solo noi siamo persuasi di essere santi?

Come potremo dare una risposta a queste domande, o anche solo sollevarle, se non capiamo il kenotismo del mistero dell’Avvento? Il Cristo che si è vuotato prendendo forma di servo, morendo sulla croce per noi, ci ha dato la pienezza dei suoi doni e della sua salvezza. Ma egli continua in noi un’esistenza kenotica e nascosta. La pienezza del tempo è il tempo della sua “vacuità” in noi. La pienezza del tempo è il tempo della nostra “vacuità”, che attira Cristo nella nostra vita in modo che in noi e per mezzo nostro egli possa portare al mondo la pienezza della sua verità.

Qui dobbiamo stare molto attenti all’esattezza o meno dei nostri concetti di “pienezza” e di “compimento”. È vero che la gloria e la presenza del Cristo sono traboccate qualche volta in modo visibile non solo in carismi di ordine spirituale, ma anche in quello che potremmo chiamare il carisma della cultura e le forme spirituali della civiltà. Ma, evidentemente, questo “carisma” è tutt’al più metaforico o analogo, poiché implica il “battesimo” di forme che sono molto limitate nel tempo e geograficamente. Più noi siamo “pieni” di questo “compimento”, e più identifichiamo il contenuto di una fiorente cultura con il volto del Kyrios glorificato, più tendevamo a essere delusi dalla proiezione di noi stessi e dalla realizzazione dei nostri desideri, e maggiore è il pericolo che il nostro cristianesimo diventi una vuota “vanteria” agli occhi di Dio.

In tal caso l’Avvento del Signore non chiede né più né meno che un ritorno al “vuoto” della fede. Può anche significare una distruzione del falso simulacro che abbiamo innalzato in onore del nostro operato oppure che, innalzato in onore di Dio, a poco a poco è divenuto sempre meno degno di lui.

Se il Signore desidera vivere in noi il suo svuotamento, la sua kenosis, è improbabile che tolleri in noi la pienezza e l’autocompiacimento dell’arroganza collettiva. Su chi si poserà il suo Spirito se non sull’umile e sul povero? Ciò non significa che un orgoglio occasionale o anche diffuso possa gettare dubbi validi sulla verità della Chiesa, ma significa certamente che la forza e la santità della Chiesa non sono, in quel momento, dove si suppone e si pretende che siano.

Può accadere realmente che i cristiani migliori si trovino proprio fra coloro che per un motivo o per un altro si reputano cattivi cristiani. Anche questo può far parte del mistero dell’Avvento e deve ricordarci le vie di Cristo, come dicono i Vangeli: egli è venuto più prontamente e più volentieri per coloro che avevano più bisogno di lui, ossia per gli infelici, i peccatori, i disprezzati: per coloro che erano “vuoti”.

Il mistero dell’Avvento è in tal caso un mistero di vuoto, di povertà, di limitazione. Così deve essere. Altrimenti non potrebbe essere un mistero di speranza. Il mistero dell’Avvento è un mistero iniziale, ma è anche un mistero finale. La pienezza del tempo è la fine di tutto ciò che non era ancora pienezza. È completamento di tutto ciò che era ancora incompleto, di tutto ciò che era ancora parziale. È il compimento nell’unità di tutto ciò che era diviso, frammentario.

Il mistero dell’Avvento nella nostra vita è l’inizio e la fine di tutto ciò che in noi non è ancora Cristo. É l’inizio della fine della irrealtà. E ciò è certamente motivo di gioia. Purtroppo, però, noi siamo troppo avvinghiati alla nostra irrealtà, preferiamo la parte al tutto, continuiamo a essere dei frammenti separati, non vogliamo essere “un sol uomo nel Cristo”.

Teologicamente, per il fatto che il Verbo di Dio ha assunto la natura umana in Cristo, tutta l’umanità è almeno potenzialmente “l’umanità di Cristo” nel senso che ogni natura umana appartiene di diritto, e anzi di fatto, al Cristo. Di qui la terribile verità che una umanità la quale, appartenendo potenzialmente al Cristo, non se ne renda conto, o non sia in grado di apprezzare il significato e la realtà di un mistero così sorprendente, è spiritualmente alienata da lui e si fa a pezzi da sola.

Il corpo di Adamo (“Uomo”), che dovrebbe essere il corpo dell’amore di Dio, è lacerato con odio. Il corpo di Adamo che dovrebbe essere trasfigurato di luce è un corpo di oscurità e di falsità. Ciò che dovrebbe essere una cosa sola nell’amore è diviso in milioni di ostilità frenetiche e assassine. Ma rimane sempre il fatto che Cristo re della pace è venuto nel mondo e lo ha salvato. Egli ha salvato l’uomo, ha stabilito il suo regno, e il suo regno è regno di pace. Inoltre noi siamo il suo regno. Ciò non ci impedisce di desiderare un potere capace di distruggere non le città, non le nazioni, ma l’Uomo. “Sei tu colui che deve venire oppure dobbiamo aspettare un altro?”.

Cristo, nel rispondere ai discepoli di Giovanni, diede loro dei segni che secondo la predicazione dei profeti del Vecchio Testamento erano chiare indicazioni che il regno messianico era venuto. Ed erano anche indicazioni che la “pienezza del tempo” era venuta e che il vecchio mondo era finito. Erano quelli gli “ultimi giorni”, i giorni del compimento, i giorni della “fine” perché erano i giorni dell’“inizio”. L’Avvento, per noi, significa accettazione di questo inizio totalmente nuovo. Esso significa esser disposti e pronti ad accettare che l’eternità e il tempo si incontrino non solamente in Cristo ma anche in noi, nell’Uomo, nella nostra vita, nel nostro mondo, nel nostro tempo. Se noi dobbiamo entrare nell’inizio del nuovo, dobbiamo accettare la morte dell’antico. L’inizio è quindi la fine. Dobbiamo accettare la fine prima di poter cominciare. O meglio, per essere fedeli alla complessità della vita, dobbiamo accettare la fine nell’inizio, entrambi assieme.

Il segreto del mistero dell’Avvento è dunque la consapevolezza che io comincio là dove finisco perché Cristo comincia dove io finisco. In parole più povere: Io vivo per Cristo quando muoio per me stesso. Comincio a vivere per Cristo quando arrivo alla “fine” o al “limite” di ciò che mi divide dal mio prossimo: quando cioè sono disposto a passar oltre questa fine, a varcare la frontiera, a diventare uno straniero, a entrare in quella regione sconosciuta che non è il mio “io”, dove non respiro più l’aria abituale né odo il frastuono familiare e confortevole della mia città, dove mi trovo solo e senza difesa nel deserto di Dio.

La vittoria di Cristo non è la vittoria della mia città sulla “loro”. L’esaltazione di Cristo non è la sconfitta e la morte degli altri affinché la “mia causa” sia rivendicata e si dimostri che io ho “ragione”. Io devo passare oltre, fare il passaggio (pascha) dalla mia fine al mio principio, dalla mia vecchia vita che è finita e che ora è morte, alla mia vita nuova che non fu mai prima e che ora esiste in Cristo.

La risposta di Cristo ai discepoli di Giovanni era la risposta della novità e della vita: “Andate a dire a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, e ai poveri è predicato il Vangelo di Dio.” Qui abbiamo due tipi di segni escatologici che si compenetrano l’un l’altro perché sono segni di vita, e procedono dall’amore. Il male cessa e cede il posto al bene in modo fisico e visibile: cessa la cecità e comincia la vista. Cessa la malattia e comincia la salute. Cessa la morte e comincia la vita. Da tutti questi segni è evidente l’inesauribile potere vitale, l’azione della vita medesima che esplode nel tempo, sconfigge e distrugge l’opera del tempo. Questo potere manifesta dunque la “pienezza del tempo”, dove il tempo non è più una successione irreversibile, un semplice passaggio da una insufficienza a un’altra. Sopra tutto, la risurrezione da morte è un rovesciamento e una conquista del tempo, poiché normalmente quando “l’ora della morte” è suonata, non vi può più essere un’“ora della vita”. Invece, l’“ora” di Cristo, quando suona, è insieme ora di morte, di vittoria, di vita e di gloria. “Padre, l’ora è venuta, glorifica il tuo Figlio affinché tuo Figlio possa glorificare Te.”

Più importante del segno escatologico della rinnovata vita fisica è il segno per eccellenza: “Il Vangelo viene predicato ai poveri.” Ciò significa che il messaggio profetico della salvezza il compimento delle divine promesse viene ora annunciato agli anawim, a coloro che hanno fame e sete del regno perché non hanno altra speranza se non nel Signore. Per questo sono giunti gli ultimi giorni. È la fine perché la realizzazione che terra e tempo non potevano dare è ora a portata di mano. Questa realizzazione è cominciata ora perché Cristo è apparso in mezzo ai poveri come uno di loro, e li ha presi con sé per farli diventare, in modo tutto speciale, lui stesso. Ciò che accade a loro accade, in modo tutto particolare, a lui (Mt 25, 37-45; 5, 3-6, 10, 11). Gli ultimi giorni sono venuti non solo perché i poveri hanno udito Cristo, ma perché essi “sono” Cristo. Gli stessi poveri sono ora diventati un segno escatologico del Cristo, un segno in base al quale gli altri uomini sono giudicati, perché “se quel servo fosse malvagio e dicesse in cuor suo: ‘Il mio signore tarda’ e incominciasse a picchiare i suoi compagni, a mangiare e a bere con gli ubriaconi, quando verrà il suo padrone, nel giorno che non crede e nell’ora che non conosce, lo farà a pezzi [da Uomo in Cristo] e gli darà parte insieme agli ipocriti” (Mt 24, 48-51).

Il mistero dell’Avvento è quindi imperniato sul fatto che Dio è ora presente nell’Uomo, e gli uomini verranno giudicati secondo che avranno accettato o no questa verità cruciale, con tutte le sue conseguenze. Quel che noi facciamo all’uomo lo facciamo a Cristo, l’Uomo-Dio. Di qui la tragedia dei disordini e dell’ingiustizia attuali. Essa non consiste unicamente nell’impedire agli uomini di diventare una cosa sola nel Cristo, ma nel fare a pezzi l’umanità quando, nel mistero dell’Avvento, l’Uomo è già, almeno inizialmente, una cosa sola nel Cristo!

Alla luce degli avvenimenti contemporanei, questa verità è scarna ma terribile al tempo stesso. Chi di noi non viene meno in questa fede? Ma ci esorta a sperare il famoso testo di san Paolo: Bene o male, noi tutti costruiamo su un fondamento solo: Cristo Gesù. Nessun’altra pietra può essere posta come fondamento. Su di essa possiamo fabbricare con dell’oro o del sasso, del legno o della paglia. Nel Giorno del Signore (ossia nel giorno del suo “Avvento”) ogni costruzione verrà messa alla prova del fuoco. “Se il lavoro che uno ha compiuto resisterà, egli ne avrà ricompensa; se l’opera di qualcuno sarà bruciata, ne soffrirà danno, egli però sarà salvato, ma come attraverso il fuoco” (1 Cor 3, 14-15).

Questo è il lato “tragico” del mistero dell’Avvento per i cristiani sinceri e fedeli. Noi infatti amiamo Cristo. Siamo fra coloro che, secondo l’espressione di san Paolo, “hanno accolto con amore la sua manifestazione [Avvento]” (2 Tim 4, 8). Noi lavoriamo per lui e per il suo regno. Ma siamo anche ciechi, confusi, deboli, fallibili. Abbiamo resistito, a volte forse abbiamo persino estinto il suo Spirito, e forse lo abbiamo fatto pensando di essere più zelanti nel promuovere la sua verità. Quanti gravi errori sono stati compiuti. A volte sono stati fatti e sprecati degli sforzi eroici. Quando arriva l’ora della crisi a scuoterci dalla compiacenza di noi stessi, tutto questo diventa tristemente evidente. Che cosa dobbiamo dire allora? L’Avvento, in questi oscuri anni di “guerre e rumori di guerra”, ci ricorda che se anche la nostra opera verrà giudicata e trovata degna di essere consumata tutta intera dal fuoco, è proprio in quello stesso fuoco che distrugge le nostre opere imperfette che noi potremo salvarci.

 

Thomas Merton OCSO (1963)

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