Auguri di Buon Natale!

Auguri di Buon Natale!
Per Natale, quest'anno, ho fatto due presepi: uno in casa e un secondo nella stalla. Disponendo di una stalla con tanto di greppia, mi pareva che quella fosse la collocazione più adeguata: tanto che poi ho deciso di lasciarlo, anche durante l'anno. Anziché un'altra immagine sacra egli era lì, tra il disordine e i topi; come forse neanche a Betlemme gli mancavano.
La paglia, Gesù Bambino e basta. E' un presepio da poveri; ma è il Signore che seguita a nascere, ogni anno, ogni giorno; e non finisce mai di nascere, e non finisce mai di morire, e non finisce mai di risorgere, nella carne del mondo. Nasce non tanto “nell'anima”, come un'ascesi tutta spiritualistica ci ha insegnato a ripetere: nasce nella vita; nasce dal nostro ascolto, dalla nostra attesa, dal nostro umile e docile accordarci con i ritmi profondi delle cose. E noi gli siamo utero, cesto, nido.
L'incarnazione non è una storia privata: è la storia del mondo; e Cristo non nasce solo nella greppia. Il Verbo sposa la terra e si fa terra, carne, tempo, storia, finitezza, condizionamento, situazione umana, nella sua complessità e nella sua povertà, vita del mondo, con la sua concretezza e i suoi limiti. E la vita -questa vita assunta da Dio- è fatta di me, di voi, di storie e di destini innumerevoli, di vicende cosmiche e di piccoli accadimenti quotidiani. Anche di neve è fatta, la vita, e di germogli che dormono, di gatti che ronfano, di stufe che borbottano.
 
Adriana Zarri (Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi)
 
 
È bella così, la preghiera dell'eremita: sporca di vita, poiché il primo culto è quello della vita.
Un aderire quasi fisico al mondo degli uomini; mondo del quale, dal giorno dell'incarnazione, Dio non può più fare a meno.
Questo lo stupefacente del Natale: un Dio che si rinnova dentro le nostre difficili, complicate storie; che con esse cade e risorge mille e mille volte; che insieme ad esse attraversa gli inferni quotidiani e le luminose risurrezioni.
Chiede cura, il Dio-bambino, La nostra cura. Non una premura disincarnata, ma l'ospitalità attenta, la prossimità per ogni sussulto o promessa di vita, che spesso non sa trasformarsi in grido d'aiuto. O non può. O non riesce più.
Cura, per chi ha bussato a tante porte e per chi deve cominciare ora, a bussare.
Per chi ha esaurito la forza di sognare e per chi non sa da dove cominciare.
Cura per le donne, che spesso pagano sulla loro pelle i fallimenti degli uomini.
Per le bambine (non si è bambine ancora a quattordici anni, anche dentro nel letto di qualcuno?), che hanno già capito a cosa serve il loro corpo.
Per gli uomini, che, lontani da casa, dagli affetti, dalla memoria, hanno scordato la tenerezza di un abbraccio, e avvolgono il capo dentro il sacco a pelo.
Cura per chi, come J.A. (un ragazzo di sedici anni), un sogno ce l'aveva, e anche la forza per inseguirlo. Ma, non sapremo mai perché, ha preferito finire i suoi giorni appeso ad una corda.
Chiede profezia il Dio-bambino, che non è abilità magica di chi prevede il futuro, ma sapienza antica di chi, dentro le macerie della storia, ci insegna a riconoscere il germe della speranza. Un virgulto insignificante su di un tronco, un piccolo resto, l'ombra di un sorriso, un granello di senapa.
Poco davvero, ma sufficiente, talvolta a farci sentire che non camminiamo da soli.
Poco davvero e invisibile, ma essenziale, come il poco che conta.
Poco davvero, ma proprio per questo possibile a molti.
Che questa nuova nascita rechi in dono la scoperta di risorse insospettate, di profezie dissepolte, di relazioni rinnovate, nel segno della fraternità, dell'impegno civile ed umano, della vera solidarietà.