Un gran vuoto nelle case d'Italia

06.10.2014 09:51

 

Deve esserci un gran vuoto nelle case d’Italia se il bouquet d’affetti descritto da Piero Angela è sparito sotto i colpi della crisi, che dal tetto domestico, s’è portata via proprio loro, i bambini. La fotografia che il Censis ha “scattato” pochi giorni fa, presentando la sua ricerca sui genitori dei tempi presenti, non lascia dubbi: dal 2008 un Paese già in affanno demografico ha perso circa 62.000 nati. Nel 2013 si è registrata una riduzione delle nascite del 3,7% rispetto all’anno precedente, con un calo del tasso di natalità da 9 a 8,5 nati per mille abitanti. Non bastasse, cresce la media anagrafica delle madri, che partoriscono il loro primo bébé – sempre più spesso l’unico – oltre i 31 anni.

La ragione di questo svuotamento delle culle non è solo finanziaria, anche se la crisi toglie il lavoro e ingrigisce l’orizzonte. Se il tasso di fertilità nazionale è sceso all’1,39%, mentre le donne continuano a desiderare almeno due figli a testa, il problema esiste. Ma nessuno si ingegna di risolverlo, davvero; così, attorno, a sé le famiglie trovano un ambiente ostile, frutto, ad esempio, delle resistenze che impediscono di trasformare il bonus da 80 euro in uno strumento centrato più sui carichi familiari che sui redditi individuali. O del fatto che solo il 13% dei Comuni italiani ha previsto perla Tasidetrazioni legate al numero dei componenti del nucleo familiare, come era con la vecchia Imu, mentre a Roma madri e padri combattono contro l’abolizione della gratuità per l’iscrizione al nido del terzo figlio.

Non v’è dubbio: la famiglia si trova al centro della più grave crisi che il sistema capitalistico abbia attraversato dalla fine della seconda guerra mondiale. Come se ne esce? Capovolgendo l’impostazione predominante, secondo il suggerimento fornito dall’economista Luigino Bruni: «La famiglia, essendo la principale generatrice di beni relazionali, non serve oggi l’economia consumando di più, ma consumando di meno, consumando cioè meno merci e creando più beni: più beni relazionali, beni spirituali, beni di prossimità, che poi sono anche beni essenziali per la ripresa e per lo sviluppo economico».

Perché ciò avvenga occorrono determinate misure di sostegno, a partire da politiche familiari votate alla concretezza e legate a filo doppio al mondo del lavoro e del credito, poiché è inconcepibile lasciare per sempre nel solco dell’incertezza lavorativa tanti uomini e donne a cui il marchio della precarietà preclude poi finanche la possibilità di ottenere un mutuo per comprare casa. Ma ancor prima occorrono uno stile di vita ed una gerarchia di valori “altri” e alti.        

«La famiglia ha bisogno della stabilità e riconoscibilità dei legami reciproci, per dispiegare pienamente il suo insostituibile compito e realizzare la sua missione. Mentre mette a disposizione della società le sue energie, essa chiede di essere apprezzata, valorizzata e tutelata».

Così parlava papa Francesco. Era l’autunno del 2013. Vale anche oggi. Forse ora più di allora.

+ Vincenzo Bertolone