Tra Rosarno e Castel Volturno: anche questa è Italia

24.07.2014 19:31

23 luglio 2014

di Simone Baroncia

Correva l’anno 1994; l’Italia stava giocando il mondiale negli USA ed io stavo facendo un campo di lavoro nei pressi di Roma con Mani Tese. Ed alla fine del campo ci fu la proposta di visitare Castel Volturno per rendersi conto in quale situazione vivevano gli immigrati. Anni luce, qualcuno può pensare!

E’ vero, 20 anni sembrano tanti, eppure quando in questi giorni ho sentito il riaffiorarsi della situazione in quei posti ho pensato che il tempo si era fermato e la situazione era rimasta uguale, se non peggiorata. Lo stato, ora come prima, è ‘latitante’ e le aggressioni e le intimidazioni avvengono ugualmente come è avvenuto nelle settimane scorse alla Fondazione ‘Migrantes’ di Capua.

Essa, infatti, da oltre 20 anni si è fatta prossima alla moltitudine di migranti provenienti prevalentemente dall’Africa subsahariana che, pur nel degrado di varie aree del Comune, ha trovato una casa e mezzi precari per la propria sopravvivenza. In un documento la Migrantes di Capua ha affermato che “ai migranti è offerta non solo assistenza materiale, ma anche religiosa, in considerazione della grande ricchezza spirituale di cui essi sono portatori”.

Questa vicinanza, ha permesso alla Migrantes di Capua di giudicare con serenità e obiettività le responsabilità ed i risvolti sociali dei gravi fatti accaduti, che rappresentano un’ulteriore spia del disagio che italiani e stranieri vivono da anni in queste terre: “In primo luogo, occorre ribadire con forza che la maggioranza di questi migranti vive tra noi pacificamente con la giusta speranza di migliorare le loro condizioni di vita, spesso sopportando con dignità e pazienza situazioni di emarginazione e sfruttamento. Tutto questo non può in nessun modo giustificare la reazione avutasi a seguito del barbaro ferimento di due immigrati, che scavalcando lo stato di diritto presuppone una legittimazione della vendetta e della giustizia privata.

Tale deriva socio culturale ci allarma, ma non ci sorprende. Con l’istituzione dell’ ‘Opera Segno’ denominata ‘Centro Immigrati Fernandes’, già nel 1996, la nostra Arcidiocesi, grazie anche all’azione pastorale del compianto Vescovo Mons. Bruno Schettino, poi presidente della Fondazione Migrantes, intendeva realizzare non solo un’opera assistenziale, ma un importante presidio di legalità e di cultura per prevenire il disagio e supportare i processi di

integrazione. Tale opera, portata avanti con coraggio e determinazione, ha negli anni contribuito a prevenire e attenuare altri momenti di grave scontro sociale”.

Ma Castel Volturno è uno dei tanti centri in cui sono costretti a vivere gli immigrati, come Taurianova, Rizziconi, San Ferdinando, Gioia Tauro, Rosarno. Secondo Medici per i Diritti Umani (MEDU) il fenomeno si ripete ormai da anni con le medesime caratteristiche, le condizioni di lavoro e di accoglienza di questi migranti continuano ad essere disastrose, del tutto incompatibili con quei principi di civiltà che un Paese rispettoso dei diritti fondamentali della persona dovrebbe sempre e comunque garantire:

“Poco o nulla sembra essere cambiato rispetto alle condizioni materiali e ambientali che costituirono l’humus dei drammatici fatti di Rosarno del 2010. Nella nuova tendopoli di San Ferdinando, allestita dal Ministero dell’Interno circa un anno fa, le tende possono ospitare fino a 450 persone mentre attualmente il campo contiene circa il doppio di migranti, stipati, oltre che nelle tende, in baracche e rifugi improvvisati fatti di legno e teloni di plastica. Già nello scorso novembre, un giovane migrante che non aveva trovato posto all’interno del campo, è morto di freddo all’interno di un’autovettura.

L’intero insediamento è privo dei servizi più essenziali. La fornitura elettrica è mancata del tutto da maggio a gennaio, quando è stata ripristinata esclusivamente l’illuminazione prodotta dai lampioni esterni al campo. Il riscaldamento degli alloggi e dell’acqua come anche la possibilità di cucinare gli alimenti sono esclusivamente affidati ai numerosi fuochi accesi tra le baracche, che contribuiscono a rendere le condizioni di sicurezza dell’insediamento particolarmente precarie”.

Da febbraio un team di MEDU ha prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario a oltre 150 lavoratori migranti presso la tendopoli di San Ferdinando e in differenti insediamenti isolati e casolari della Piana di Gioia Tauro. Si tratta per lo più di giovani uomini, l’80% ha un’età inferiore ai 35 anni, provenienti nella maggior parte dei casi da Burkina Faso, Mali, Ghana, Costa d’Avorio e Senegal. In oltre il 70% dei casi i pazienti possiedono un regolare permesso di soggiorno e quasi la metà (45%) è titolare di un permesso per protezione internazionale o per motivi umanitari.

Il 95% di essi è in Italia da oltre due anni mentre il 68% ha una conoscenza sufficiente o buona della lingua italiana. L’89 % lavora in nero e il 64% percepisce in media 25 euro per un giorno di lavoro o anche meno. Quasi la metà dei migranti (46%) non riesce a lavorare più di tre giorni alla settimana per turni che sono in genere di 7-8 ore giornaliere anche se un lavoratore su quattro ha dichiarato di lavorare anche 9-10 ore al giorno.

Un terzo dei migranti visitati dai medici di MEDU riesce a consumare solo due pasti al giorno mentre la maggior parte delle malattie diagnosticate, in una popolazione giovane e sostanzialmente sana, è legata alle pessime condizioni abitative ed igienico-sanitarie e alle durissime condizioni di lavoro. Tutti i migranti intervistati dispongono di guanti come presidio di sicurezza durante il lavoro mentre solo il 29% fa anche uso di scarpe anti-infortunistiche. Nel 97% dei casi i braccianti devono acquistare per proprio conto i presidi di sicurezza poiché questi non vengono forniti dai datori di lavoro.