Tendenze della Missione oggi

30.04.2014 16:51

 

Introduzione

 

Fare un discorso su “tendenze”, orientamenti, prospettive di futuro, comporta sempre un rischio, soprattutto in tempi nei quali la velocità e il cambio accelerano, a volte in maniera imprevedibile, i ritmi dei popoli e delle culture. Se a questo si aggiunge che parlare di missione significa entrare in un mistero che supera tutti i progetti umani, il rischio allora è più grande. Ma non per questo dobbiamo rinunciare a fare previsioni che possano orientare, a partire dal presente, progetti e decisioni che non saranno tanto diversi nel futuro che ci aspetta. La lettura del presente ci conferma in quei valori che espressamente dobbiamo potenziare e perseguire e ci protegge da tutto ciò che non vogliamo ripetere.

Come sarà il futuro della missione è come domandarsi, quale sarà il futuro della Chiesa?2 Ogni lettura che possiamo fare della Chiesa, sia quella che riguarda la storia, sia quella del suo futuro, poggia su una confessione, che è un atto di fede: non sappiamo, crediamo. L’ecclesiologia partecipa di questo mistero, è un mistero di fede; e il mistero è sempre dono. ”Abbiamo più bisogno di essere credenti che sapienti”, diceva il Card. Anastasio Ballestrero3. Parlando della missione ci confrontiamo con lo stesso mistero. L’oggetto diretto del nostro studio è una realtà di fede. Vogliamo sapere, cioè, fare scienza su una esperienza di vita e di vita appassionata, a partire da contesti culturali e da realtà mutanti che ci sfidano ad interpretare e ad attuare la missione con più grande coraggio e fedeltà. La “messe abbondante” s’ingrandisce a ritmo crescente davanti ai nostri occhi e noi siamo stati chiamati, non soltanto a ragionare, a contemplare, ma ad agire, a prendere parte a questa opera che, curiosamente, è l’opera di Dio, la missio Dei.

In questo senso, a poco servirebbe una riflessione senza spirito, demotivata ed astratta. La missione sembra perdere terreno, ma né per mancanza di discussioni, né per mancanza di chiarezza concettuale, né a motivo di aggiustamenti dottrinali, ma per mancanza di spirito e di fervore missionario. Nell’opinione di molti, lo spirito missionario è in calo. E lo spirito e il fervore non si acquistano in base a documenti o a decreti ecclesiali. Il fatto che nel Popolo di Dio e in noi stessi, membri di Congregazioni e di Istituzioni religiose missionarie, si parli così poco di salvezza dei non credenti, di annuncio evangelico o di conversione, può essere sintomo che ciò che è ammalato non sono i rami, ma l’albero stesso nella sua radice.

La prima urgenza, quindi, di fronte alla missione, come tema di studio, consiste nell’intensificare l’esperienza evangelica, che è esperienza di Cristo; senza la quale è inutile parlare di missione o di evangelizzazione. E questa esperienza non possiamo darla per scontata (cf. VC 25). Purtroppo, si costata che la nostra preparazione per essere “professionisti di Chiesa”, non sempre si accompagna alla stessa esigenza di “professionalità sull’amore” e sull’esperienza di Dio: è da questa che nasce la missione.Purtroppo, è solo sulla prima che veniamo valutati. Tutti sappiamo che la missione, prima ancora di essere tema di studio, è tema di vita; e, ovviamente, ci interessa più questa che non quella.

Devo aggiungere che, dal mio osservatorio sarebbe una scorrettezza tentare di tracciare i modi pratici e concreti di fare oggi la missione. Questo tocca a voi, missionari di campo. Siete voi i protagonisti delle tendenze pratiche sulle quali può essere descritta oggi la missione. Non vorrei “addomesticare” il mio discorso sulla missione; perciò, mi affido alla vostra grande esperienza e amore per la missione. Confesso che nell’ambito universitario nel quale mi muovo, si vive questo pericolo di “addomesticare le frontiere”, come dice Papa Francesco4. Abbiamo molti specialisti in missiologia, ma ascoltiamo poco i missionari! Parlare da questa tribuna non è difficile; ma può essere fuori posto se non abbiamo presenti i fratelli che vivono nei bidonville africani, o nelle favelle di Rio, ricevendo “il battesimo dei poveri in tutti i Korogocho”5 del pianeta, o nei paesi musulmani dove il vangelo è costretto al silenzio o dove si piange a motivi di persecuzioni ogni giorno più efferate! Queste lacrime e questi martiri sì che non si possono comprare6 e daranno il loro frutto.

Nuova impostazione della missione a partire dal Vaticano II

Il discorso sulla missione oggi si può affrontare da molti punti di vista: dal cambiamento di una missione di conquista in una missione di dialogo, dalle “missiones Ecclesiae” o dalla “missio Dei”, dalla missione “ad gentes” o dalla missione “inter gentes”, dal cambio di paradigma e di modelli missionari, dalla missione in un mondo culturalmente globalizzato e indifferente, ecc. Atteggiamenti che, in linea di massima, fanno riferimento al fare, che si contemplano sotto l’ottica dell’azione. Non mi propongo di tratteggiare un nuovo paradigma per orientare il vostro fare; io preferisco partire dall’essere, da una nuova comprensione della missione, che significa anche una nuova comprensione della Chiesa stessa. Perché la missione fa riferimento sempre al fare, all’efficacia, e non all’essere? E’ evidente che Gesù invia gli apostoli ad annunciare il Regno, ma non senza prima averli chiamati a stare con Lui. Hanno imparato il mestiere vedendo e lavorando con il Maestro. Dopo, sono bastate poche indicazioni pratiche riguardanti il comportamento e lo stile, perché ciò che dovevano dire l’avevano imparato prima da Lui e con Lui. Dall’essere, e dal vivere, son passati al fare, ed è stato un fare proficuo e così ritornano felici. E’ da qui che dobbiamo partire oggi e sempre. Come scrive Benedetto XVI, “il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l’amore” (Caritas in veritate, 30).

Per questo motivo ho pensato più di guardare verso l’interno che verso l’esterno; andare alle radici. Ci sono principi che precedono sempre quell’immaginario missionario sul quale avete discuso anche voi7. Solo da una comprensione interna verranno fuori i possibili metodi d’intervento; metodi che avranno presente, sia la tradizione, sia la pluralità del mondo con le sue diverse componenti. La pluralità, infatti di questo mondo, determina comportamenti plurali e problematici. A leggere queste priorità si orienta la prima parte del mio discorso, dal quale, in un secondo momento, tenterò di trarre qualche orientamento per la missione oggi.

C’è un ritornello martellante nel pensiero attuale sulla missione: “La Chiesa che vive nel tempo per sua natura è missionaria” (AG 2); nella missione di Dio “trova la propria

origine” (AG 2)8. Viene subito da domandarci: che cosa abbiamo fatto di questa definizione che, per forza, diventa definizione stessa di ogni cristiano? Si parla tanto dell’assunzione, della recezione e dell’accoglienza del Vaticano II in tutti i campi. A livello pratico, siamo veramente consapevoli di questa natura missionaria della Chiesa? La risposta è negativa9. E la Chiesa in Europa ne è l’esempio palese, così come lo svuotamento dei nostri Istituti missionari nel Vecchio Continente.

I parte

I principi teologici

1) Comprensione missionaria dell’identità cristiana

Di solito abbiamo ancora la convinzione di essere cristiani per il fatto di essere membra della Chiesa; appartenenza, sovente, determinata dalla fedeltà alle norme, ai comportamenti morali, ai quali si risponde con ubbidienza e adempimento. Tuttavia, questo tipo d’appartenenza copre spesso un grande vuoto, in realtà un “non-belonging” di fatto. La vera definizione del cristiano si misura con l’appartenenza e la confessione di Cristo come Signore. Infatti, tutta “l’economia salvifica è incentrata in Cristo” (RM 44), unico mediatore tra Dio e gli uomini. Confessione che si esprime e si vive all’interno della comunità ecclesiale. E’ qui che si gioca la vera definizione del cristiano. L’identità cristiana all’epoca del cristianesimo primitivo era legata alla persona di Gesù e si manifestava in formule di professione di fede e racconti, tramandati dalla Comunità (cf. At 4,10.12; Eb 1,1-2; 1Tim 2,5-7). Il racconto era il modo di dare vita a questa identità10.

In quanto popolo cristiano, siamo coscienti della portata di questa confessione, che acquista visibilità e definitività il giorno stesso del nostro battesimo? In che cosa consiste la novità e la radicalità del battesimo in relazione con Cristo? L’essere rivestiti di Cristo (Rm 13,14: “Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo”; Gal 3,27: “poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo”), che comporta e a che cosa ci impegna? Significa, in primo luogo, assumere una natura nuova, la natura di figli di Dio: “Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione”11. Significa anche diventare responsabili della funzione corrispondente a questa natura, come il Figlio di Dio l’ha assunta: annunciare il Regno. Natura nuova, missione nuova; natura divina, missione divina. E’ il “rivestimento di Cristo, crocifisso e risorto” che fa possibile il suo annuncio; che lo fa diventare connaturale a ogni cristiano, al di là della vocazione missionaria ad gentes. La singolarità cristiana si esprime nell’identità missionaria con la quale il Concilio definisce la Chiesa. Spesso questa singolarità è stata dimenticata. E’ questa identità che bisogna recuperare. Dal momento che la missione è missio Dei, questa missione trinitaria determina il volto e la vita della Chiesa. La missione dovrebbe diventare la forma di vita di ogni cristiano, l’espressione della sua fede.

Non si può parlare di diventare missionari, o di far diventare missionario qualcuno, se prima non si riesce a capire che significa e che comporta l’essere cristiano. Questa comprensione coinvolge tutti i membri della Chiesa, dal più alto al più basso.

L’identità missionaria della Chiesa è il criterio per giudicare tutta la sua attività pastorale. Poiché “la missione della Chiesa è «di annunciare il Regno di Cristo e di Dio e di instaurarlo fra tutte le genti»” (DI 18; LG 5). L’identità della Chiesa consiste nella missione di evangelizzare. “Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare” (EN 14). La Chiesa “non acquista tutto il suo significato se non quando essa diventa testimonianza, provoca l’ammirazione e la conversione, si fa predicazione e annuncio della buona novella” (EN 15). In altre parole, la realtà della Chiesa non risiede in se stessa, ma in una missione da realizzare. E questa missione, nel suo significato globale, è quella che chiamiamo evangelizzazione.

Collocare, dunque, la missione al centro e nell’orizzonte del lavoro pastorale richiede pastori capaci di sottoporre la loro attività al giudizio di questa priorità missionaria. Come ha ricordato G. Colzani, non è questione di rilanciare la pastorale, ma di farlo “verso una vera e propria conversione alla missione”12. Celebriamo sacramenti, che non potranno mancare mai nella Comunità di Gesù se questa vuole essere tale, ma, annunciamo il Vangelo? Continuiamo a pensare e a programmare la pastorale con la finalità di fare delle “buone persone” o dei “buoni cristiani”. Il Vangelo manifesta che l’obiettivo del cristiano è quello di essere “discepolo di Cristo” e di fare “dei discepoli di Cristo”.

La presa di coscienza sulla propria identità non è molto presente nel popolo cristiano. E’ come se avessimo rinchiuso il Vangelo in un permanente “peccato di omissione”. Senza approfondire e senza assumere questa identità, ben poco serviranno le campagne di pastorale e di animazione missionaria. La stessa vocazione propriamente missionaria ad gentes, germina, non dal nulla, ma da un “humus” tutto missionario, che poi si concretizza nelle comunità, nelle famiglie e nelle vocazioni concrete. Allora, perché l’annuncio del Vangelo o l’”attività missionaria, concepita non già come un compito ai margini della Chiesa, ma inserito nel cuore della sua vita, quale impegno fondamentale di tutto il Popolo di Dio” (RM 32), non riesce a occupare il posto che le corrisponde nel cuore dei cristiani? Il popolo cristiano deve arrivare ad essere il vero soggetto della missione; è la sua identità.

L’identità che noi vogliamo ri-definire si gioca all’interno della propria fede cristiana. Si tratta, dunque, di sapere in che cosa consista l’essere cristiano. Certamente, l’identità cristiana ha come destinatario o come soggetto tutta quanta la Chiesa. La missione, infatti, come l’amore, appartiene a tutti i membri della comunità di Gesù. Tutti sono separati per essere testimoni del Vangelo. Infatti, “la venuta dello Spirito Santo fa di essi dei testimoni e dei profeti (cf. At 1,8; 2,27-18), infondendo in loro una tranquilla audacia che li spinge a trasmettere agli altri la loro esperienza di Gesù e la speranza che li anima. Lo Spirito dà loro la capacità di testimoniare Gesù con «franchezza»” (RM 24).

“La lettura degli Atti, scrive Giovanni Paolo II, ci fa capire che all’inizio della Chiesa la missione ad gentes, pur avendo anche missionari «a vita» che vi si dedicavano per una speciale vocazione, era di fatto considerata come il frutto normale della vita cristiana, l’impegno per ogni credente mediante la testimonianza personale e l’annunzio esplicito, quando possibile” (RM 27). La sfida più grande si vive oggi all’interno del cristianesimo stesso; è la sfida di capire la propria identità. In molte chiese locali è emersa, quasi di colpo, la volontà di fare missione, di occupare i cristiani nell’attività. Forse anche qui bisogna spendere più tempo, non nel “fare” o nell’immediatezza del pratico, ma nell’essere (= cristiani); nei principi più che nelle conclusioni. Giovanni Paolo II, ricordando il testo di Gv 17,21-23, nel quale Cristo prega per i discepoli, perché rimangano nell’unità e il mondo possa credere, scrive: “e’, questo, un significativo testo missionario, il quale fa capire che si è missionari prima di tutto per ciò che si è, come Chiesa che vive profondamente l’unità nell’amore, prima di esserlo per ciò che si dice o si fa” (RM 23).

Il cuore di questi pensieri si radica in questo fatto: come i cattolici abbiamo recepito, accolto, assunto che la Chiesa è essenzialmente missionaria?13 Questa domanda è indirizzata, in primo luogo, ai responsabili della pastorale della Chiesa: vescovi, sacerdoti, religiosi. La missione deve occupare il centro della fede; la missione è l’ermeneutica della fede14. Non si tratta di una nuova scoperta, ma di una coscientizzazione responsabile, senza la quale non c’è cristianesimo. Un cristiano che non parla della missione come di un’esperienza propria, non ha capito ancora la propria identità. La conoscenza teorica non porta con sé cambiamento alcuno nella vita e nella pastorale; è la conoscenza esperienziale che porta un cambiamento di tutto, di pensiero, di vita, di relazioni, è una vera conversione. Secondo me, è ciò che manca oggi nella Chiesa riguardo al principio dell’identità missionaria del cristiano.

E’ nell’ambito di questa auto-comprensione e auto-attuazione mondiale della Chiesa, dove il Concilio decise di collocare la missione non più come attività particolare –cioè legata a chiese concrete, europee- a senso unico, e affidata a gruppi specifici di cristiani, ma come determinante unico dell’essere della Chiesa intera; la missione è l’essere della Chiesa universale. Non è, quindi, unicamente il fare della Chiesa che è definito missionario, ma il suo essere.

La teologia dovrebbe ri-orientarsi sempre nella sua totalità verso la missione, come ai primi tempi della Chiesa. La missione, si afferma, è “la madre della teologia”15. La missione è la via interpretativa della visione conciliare della Chiesa. Non è possibile concepire la Chiesa a margine della missione. Perciò, la missione ha una Chiesa e non al contrario. Senza la missione la Chiesa non esiste16. Allora, se non è la Chiesa a disporre della missione, ma è la missione a mantenere la Chiesa a servizio del Regno, che possiamo pensare e aspettare di una Chiesa che non è cosciente di questa priorità? Cioè, il fatto che la comunicazione della fede rappresenta il punto di origine della Chiesa? Ci siamo abituati a capire la Chiesa a partire dalla dottrina, dalla testa, direi; e dobbiamo imparare a capirla a partire dalla vita del Vangelo, dall’amore, dal cuore. Nella dottrina sulla “Mater et Magistra”, è questa ultima che prevale. Oggi il Papa Francesco parla della Chiesa madre, della Chiesa misericordia, “ospedale da campo”; della Chiesa che, invece di ribadire dei precetti, annuncia che Cristo ci ha salvato; una Chiesa che ha le porte aperte a tutti, che accoglie. “Sogno una Chiesa Madre e Pastora”.

Oggi la missione non sembra più motivata dall’urgenza di salvare le anime o dall’imperativo di sottrarle al destino imminente dell’inferno, destino che condizionava tanto la stessa vita dei cristiani. Si trattava allora di “salvare le anime”. La motivazione,

sicuramente oggi, è molto più positiva, legata all’amore, alla grazia, non al timore o alle conseguenze del peccato, ma a quelle della grazia. E’ una motivazione più pura e più bella. A partire dall’amore, non è più necessario parlare del dovere di evangelizzare, ma della grazia, che supera il dovere. Nella pastorale ordinaria si adoperano troppo spesso i termini “devono” e “dobbiamo”, in riferimento alla vita ed ai comportamenti dei cristiani. Questi concetti rimangono sempre una legge, un obbligo, qualche cosa esterna. Se, invece, si parte dalla grazia, si converte in gioiosa prospettiva, in graziosa attività, che non si può rimandare. I testimoni non possono tacere. Guai a noi! Questo approfondimento sull’identità missionaria del cristiano, porta l’evangelizzazione verso il centro, verso la roccia sulla quale si costruisce poi la casa. Quando si afferma che il problema della Chiesa in Europa non è tanto battezzare i convertiti, quanto convertire i battezzati, si capisce la sfida di questo ritorno al centro! Arrivare a questa prospettiva missionaria della Chiesa richiede un rinnovamento della vita della Chiesa e della sua autocomprensione.

Quali possibilità ci sono perché tutta quanta la Chiesa prenda coscienza e assuma positivamente il fatto di essere “missionaria per natura”? E’ difficile fare delle previsioni. Ciononostante, esempio di cambiamenti generali si riscontrano nelle vicende al vertice della Chiesa nell’anno in corso. Abbiamo iniziato il 2013 con una Chiesa “demoralizzata”, scoraggiata, colpita da scandali, abbandoni, eventi di difficile comprensione. Le vicende ecclesiali sembravano coinvolgere i vertici della comunità e si ripercuotevano negativamente nella vita del popolo cristiano. Con l’elezione di Papa Francesco, la Chiesa sta vivendo una sorta di terremoto, di scossa interna di grandi proporzioni. E’ stato sufficiente un ritorno più comprensibile e vicino al Vangelo, per capire che lo Spirito è il grande protagonista della comunità di Gesù. Tutto è diventato più familiare, più nostro; ci siamo ritrovati più felici e più responsabili. Stiamo interpretando una Chiesa al servizio dell’uomo, delle periferie, una Chiesa che vuole globalizzare la compassione, sempre illuminata dalla croce di Cristo, più che dalla confusione.

2) Il compito di “fare discepoli”

“Discepolato” è il concetto che definisce la finalità della missione e che dovrebbe diventare tema prioritario di studio e di vita all’interno della Chiesa. Molte chiese, particolarmente le evangeliche, hanno preso coscienza e hanno assunto che “fare dei discepoli di tutte le nazioni” è il compito primario dei cristiani; un compito che porta implicito il fatto di diventare evangelizzatori. L’obiettivo finale del discepolato è fare delle nazioni un popolo di discepoli. La crescita forte dell’evangelismo, sicuramente, si radica in questo dinamismo che spinge, già dall’inizio della vita cristiana, ad essere banditori del Vangelo. Nella descrizione della missione troviamo tante finalità, ma dove rimane la finalità di “fare discepoli”?

Il discepolato come obiettivo e come protagonista della missione. “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28,19). Discepolo è ogni credente, abbia, o non, conosciuto Gesù nella sua vita terrena. Il discepolo è un inviato, come Cristo fu inviato dal Padre (Gv 20,21), per predicare e insegnare, per essere e per fare. In una lunga storia di venti secoli, nel mio modo di vedere, abbiamo in parte trascurato o dato per scontati concetti e realtà molto importanti nella Chiesa del primo secolo. Tra questi, il concetto di discepolo e il compito di “fare discepoli”. E’ vero che il catechismo pre-vaticano identificava l’essere cristiano come l’essere discepolo di Cristo. Ma, oggi non è un termine abituale nel nostro discorso17. Anzi, abbiamo perso la prospettiva della Chiesa come la comunità dei discepoli di Gesù. In linea di massima, non ci viene di definirci “discepoli di

Cristo”18 e, soprattutto, non ci ricorda che abbiamo una responsabilità che, pian piano, abbiamo collocato quasi esclusivamente sulle spalle, sia dei Dodici, sia di coloro che per vocazione hanno assunto il loro stesso mestiere, i missionari. Infatti, la responsabilità dei discepoli in relazione con il mondo è quella di “fare discepoli” (Mt 28,16.20); cioè, quella di proclamare il Vangelo per il perdono dei peccati (Lc 24,46-47; Gv 20,21).

Per ritrovare “il coraggio dei discepoli” dobbiamo fare un salto di qualità nell’esperienza di ciò che all’epoca di Gesù significava essere “discepolo”. E’ veramente curioso, poiché si tratta di un concetto che, almeno per primo, non comporta un riferimento diretto a fare qualcosa, ma a un vivere, a un essere. Questo in sé è certamente positivo e conferma ciò che abbiamo detto riguardo all’identità cristiana. Il discepolo di Gesù non segue un tipo concreto di filosofia o di dottrina, egli è definito da una persona, Cristo. “All’inizio dell’essere cristiano, ricorda Benedetto XVI, non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (DCE, 1).

Le dottrine si possono abbandonare. Il discepolo di Gesù non lo farà mai, poiché Cristo è tutto per lui (Mt 10,37; Lc 14, 26-27). Tanto è così che il vero discepolo riceve il compito di “fare discepoli” (Mt 28,29), ma non “suoi discepoli”, come facevano i maestri giudei, bensì discepoli di Cristo stesso (cf. 1Cor 1,12-13). Il centro del discepolato è sempre occupato da Cristo, non da altri maestri. L’uso del termine “discepolo” centra l’attenzione sul “Maestro”; è un concetto più cristocentrico che ecclesiocentrico; un concetto dinamico, perché non si finisce mai di seguire Cristo, poiché si tratta di un cammino imprevedibile, sempre nuovo.

In Mt 28,16-20, primo testo missionario, l’accento del comando non ricade sul “andate”, ma sul “fate dei discepoli”; questo è un imperativo enfatico. Si tratta di “formare dei discepoli”19. Mt 28,18: Gesù li invia con tutto il potere che il Padre ha concesso a Lui: “Mi è stato dato ogni potere”. Questo potere non proviene da un mandato, soltanto può venire da una vita. Chi è testimone con la vita (opere e parole) ha la stessa autorità di Gesù (Mt 7,29; 8,9; 9,6; 21,23.24.27). Così, il coraggio dei discepoli, manifestato nel fare altri discepoli di tutte le nazioni, non dipende dalla loro vita, dalle loro qualità, dai loro programmi, proviene da Cristo stesso, per il quale lavorano: “Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine dei tempi” (Mt 28,20). Questo senso della non proprietà del nostro lavoro, ingrandisce la nostra donazione e la nostra obbedienza; fa vedere, insomma, l’opera di Dio; la missione, infatti, è il vero opus Dei.

Nei curricula dei seminari e degli istituti religiosi, quale è lo spazio concesso alle discipline di morale e di diritto canonico? Quanto spazio se ne concede all’evangelizzazione e al discepolato? Lo studio della Sacra Scrittura, è orientato all’annuncio? Queste poche domande sono l’indicatore delle vie per le quali cammina la vita della Chiesa. Non si tratta, soltanto, di essere presente nei curricula degli studi sacerdotali, ma di fare coscienti tutti, pastori e fedeli, del contenuto stesso della parola “cristiano”. I pastori cattolici dicono che dovunque la Chiesa lascia un vuoto, nasce un gruppo nuovo, sia evangelico, pentecostale o di un altro tipo e lì appare subito un pastore capace di connettersi con il popolo e fare dei discepoli. Non dipende dall’età, tutti possono “fare dei discepoli”. Per avere tale responsabilità nel campo cattolico, cioè per fare un cristiano adulto pronto ad annunciare, passano anni, si diventa vecchio. E anche così, non risulta per niente facile diventare il generatore di una nuova comunità.

II parte

Orientamenti che emergono da questi due principi

1. I protagonisti

Questi due principi danno origine a un doppio dinamismo: uno all’interno della Chiesa stessa e l’altro all’esterno, verso la sua dimensione missionaria. E’ necessario, infatti, che la Chiesa si metta in stato di missione in tutti i suoi elementi e organismi. E’ come dire che la Chiesa deve ritornare alla sua identità, prima che al suo operare. La ricaduta sarà quella di una Chiesa estroversa, che si ordina a fare discepoli, ad andare oltre, verso le periferie del mondo, per stabilire il Regno. Dall’identità missionaria nasceranno le vocazioni missionarie ad gentes. Non al contrario.

Chi deve dare risposta a queste realtà? Il governo centrale della Chiesa? I pastori? Come possono partecipare a questa presa di coscienza gli Istituti missionari che, per carisma, si sono rivolti sempre verso fuori? Siamo convinti che la pura ripetizione del carattere missionario della Chiesa e della necessità di una trasformazione della pastorale ordinaria in pastorale missionaria non risulta automaticamente feconda. “Per questo è auspicabile che gli Istituti missionari portino alla Chiesa tutto il loro ricco contributo di riflessioni, esperienze e iniziative e che partecipino direttamente al cammino di una Chiesa che vuol fare della missione ad gentes «non soltanto il punto conclusivo dell’impegno pastorale ma il suo costante orizzonte e il suo paradigma per eccellenza»”, scrive G. Colzani20.

Entrano qui in gioco i veri protagonisti di questa trasformazione, i pastori. Sarà possibile questa trasformazione con pastori nei quali è presente un’attività di pura conservazione? Bisogna parlare di questo, perché, altrimenti, il nostro discorso diventa astratto: si accetta, ma non si compie, nessuno si muove. Dicevo che l’identità missionaria della Chiesa richiama il lavoro dei pastori. Dovrebbero essere motivo di speciale attenzione i pastori che continuano a lavorare con una mentalità ancorata nel passato, nei tempi della cristianità, dei poteri, del “sempre si è fatto così”. Una qualche vigilanza pastorale si dovrebbe esercitare a questo riguardo, poiché da questo dipende la crescita spirituale del popolo di Dio. Tutto ciò ci porta ad una preparazione dei Pastori più consona col Vangelo e con la storia, più che con altre fedeltà. Il pastore dovrebbe essere lo specialista testimone della Buona Novella. Non è da poco che l’ortodossia sia riferita oggi in ambienti ecclesiali non soltanto al dire, alla dottrina, quanto al fare, alla vita.

Con quale coraggio ha parlato Papa Francesco di questo tipo di pastori e di ministri! “I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è Vangelo puro. […] I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato. I Vescovi, particolarmente, devono essere

uomini capaci di sostenere con pazienza i passi di Dio nel suo popolo in modo che nessuno rimanga indietro, ma anche per accompagnare il gregge che ha il fiuto per trovare nuove strade”21. Tutti ricordiamo i pastori “con l’odore delle pecore”.

2. Le chiese locali, soggetto della missione

Il ventesimo secolo ha vissuto lo sbocciare della primavera missionaria nelle chiese giovani. E’ bello questo momento! Perché se la Chiesa si trova a casa sua in tutte le nazioni, la missione deve trovarsi a casa sua in tutte le chiese. La missione si esercita e si vive nella periferia del mondo e le grandi protagoniste sono, appunto, le chiese locali. Arrivare a questo obiettivo è anche una grande provocazione, la più grande provocazione collettiva per il Nuovo Popolo di Dio.

La missione, nel contesto della Chiesa locale, cambia la psicologia e l’attitudine stessa dei missionari ad gentes, nel senso che costoro non avranno le loro proprie missioni, ma diventeranno collaboratori al servizio della Chiesa locale; sarà la Chiesa locale che dirigerà la propria missione, nella quale i missionari sono invitati a lavorare. La missione, a partire dalle chiese locali, decentra il punto nevralgico di comando missionario, fin ora vigente. E’ una conseguenza della globalizzazione della missione. Il missionario, viceversa, si convertirà in un testimone efficiente di comunione fra le chiese. Collocare la missione nel cuore delle Chiese locali, specialmente nelle più giovani, è anche strategicamente favorevole, perché sono queste che godono di maggiore vitalità, mentre le Chiese di lunga data sembrano invecchiare progressivamente22. Solo le Chiese locali possono fare il salto dalle conversioni individuali all’evangelizzazione delle culture, salto che deve essere anche obiettivo e meta di un’evangelizzazione incarnata.

RM 27 afferma chiaramente: “alle sue origini, dunque, la missione è vista come un impegno comunitario e una responsabilità della Chiesa locale”. E ricorda il modello evangelizzatore della Chiesa di Antiochia nel suo insieme. La responsabilità missionaria delle Chiese locali supera la classica geografia missionaria; tutto il mondo è campo di missione. Ogni Chiesa locale si sentirà in obbligo di annunciare il Vangelo nella sua concreta geografia e nel suo contesto. Questo non vuole dire che non debba, a sua volta, guardare alle necessità di altre comunità situate in contesti differenti. L’annuncio del Vangelo “fino ai confini della terra” (Att 1,8), non è esclusivo della Chiesa di Gerusalemme; è compito di tutte le comunità.

Come si ripercuote questo protagonismo delle chiese locali nella vita del missionario? In primo luogo, i missionari stranieri non hanno più la prima ed esclusiva responsabilità di dirigere e di sviluppare l’opera missionaria. La chiesa locale, il suo clero e i missionari locali, hanno preso questa responsabilità. Di fatto, i quadri di governo delle chiese locali si sono “indigenizzati”. Gli Istituti missionari non sono i pastori diretti dei territori che, inizialmente, erano stati loro concessi o, almeno, non lo sono direttamente. L’Editoriale del numero di ottobre della vostra rivista “Nigrizia” ci ricorda questo cambiamento, che contribuisce al rinnovamento dell’Istituto.

L’attitudine del missionario straniero deve essere di servizio all’evangelizzazione (RM 65): “è impegno che coinvolge tutta la persona e la vita del missionario, esigendo da lui una donazione senza limiti di forze e di tempo”. Così lo comprendono anche le chiese locali. Vuol dire che, se è cambiata la funzione del soggetto della missione, il tema del missionario si ripropone in modo nuovo. Mi domando fino a che punto la vostra esperienza missionaria è ascoltata dalle chiese locali e anche dalla missiologia stessa.

Come prova di ciò che diciamo, possiamo ascoltare la testimonianza di uno dei protagonisti; si tratta di uno di voi, il P. Renato Kizito Sesana. Gli è stata chiesta la sua opinione su come vede oggi il missionario. Risponde: “ho riflettuto spesso sul significato dell’essere oggi missionario in Africa, sul senso della nostra presenza, anche in relazione a certe eredità storiche, che hanno pesato negativamente su di noi. Molto spesso, mi è stato chiesto com’è cambiato in questi anni il mio modo di vivere la missione. In ogni fase della mia vita, a seconda delle esperienze in cui ero coinvolto e delle persone che mi stavano vicino, ho dato una risposta diversa a questa domanda. Oggi, probabilmente, la mia risposta sarebbe: «Io sono in Africa perché mi trovo bene, sono con degli amici e della gente che mi vuole bene. Assieme a loro cerco di essere cristiano, assieme a loro cerco di camminare per il sentiero che Dio ci apre davanti, assieme a loro cerco di essere un segno della presenza di Cristo nel mondo». All’inizio, mi vedevo più in un atteggiamento di protagonismo, pensavo che il mio compito fosse quello di annunciare il Vangelo anche attraverso le opere, quindi, per usare espressioni stereotipate, di «fare del bene, donarsi agli altri ecc.». Credo che ponessi molto più l’accento sulle iniziative e sulla mia attività. Mi sembra che questo mio atteggiamento sia cambiato, perché oggi ritengo più importante mettersi in ascolto, in silenzio, e lasciare che siano gli altri a porti le domande e a volerti bene, a darti quello che possono offrirti. Allora, quando si è stabilito un rapporto così, è più facile anche fare un annuncio più genuino, che viene recepito più chiaramente”23. Quando muore il protagonismo e l’attivismo individuale, la comunità assume la sua responsabilità e il missionario accetta una disposizione di servizio e di presenza attiva, cioè, di evangelizzazione. Arrivare a questa conclusione non è lavoro facile. Il missionario dovrà essere sempre l’uomo della Parola, ma anche l’uomo della Carità, che fa della sua vita una Profezia sempre nuova. Le sfide del mondo pluralistico non riguardano, specialmente, il fare, i comportamenti; ma, nemmeno, il dialogo. Piuttosto impegnano l’essere cristiano, la propria fede, il “sapere” Cristo e la contemplazione del suo volto24.

3. Chiese giovani, chiese antiche nella missione

Recentemente Papa Francesco si è espresso su questa relazione: “Le Chiese giovani sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire, e dunque diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche. Per me, il rapporto tra le Chiese di più antica istituzione e quelle più recenti è simile al rapporto tra giovani e anziani in una società: costruiscono il futuro, ma gli uni con la loro forza e gli altri con la loro saggezza. Si corrono sempre dei rischi, ovviamente; le Chiese più giovani rischiano di sentirsi autosufficienti, quelle più antiche rischiano di voler imporre alle più giovani i loro modelli culturali. Ma il futuro si costruisce insieme”25. Queste parole invitano a pensare la relazione fra le chiese di giovane cristianità e quelle più antiche dal punto di vista della missione. E possiamo constatare che molte chiese giovani non vivono la fede come un dono, come una grazia; cioè, sembrano non avere nella loro prospettiva di vita l’annuncio della gioia dell’incontro col Vangelo. Così, molte chiese giovani sembrano essere nate vecchie. Non dicono: “venite e vedrete”; la conversione non sembra una buona notizia capace di attirare altri alla fede, ma una polizza di assicurazione. Invece si continua a chiedere missionarietà alle Chiese vecchie! Motivare di nuovo la missionarietà in queste Chiese vecchie, che sono state le protagoniste storiche della missione, richiede una nuova appropriazione del Vangelo. Ma cosa dire dell’assenza d’impegno missionario delle giovani chiese? Quale dovrebbe essere il loro apporto alla Chiesa universale? Il più grande, senza dubbio, potrebbe essere l’entusiasmo per l’annuncio del Vangelo appena ricevuto. Invece, non si vede questo fervore.

4. I perché delle missioni

C’è anche una tendenza che riguarda le motivazioni della missione stessa. Abbiamo parlato d’impiantazione della Chiesa, di salvezza, pure integrale, delle persone e delle anime, di testimonianza, di evangelizzazione, di conversione; finalità nelle quali si contemplava di solito sempre la persona del non cristiano, del pagano e la sua salvezza. Come se la missione fosse sempre fare qualcosa per l’altro, al quale manca qualche cosa, anche nell’ambito umano per capire e vivere la pienezza cristiana. Dobbiamo guardare la missione anche come risposta di fedeltà alla nostra identità cristiana e di popolo di Dio; senza la missione questa identità sarà sempre monca. Ho chiesto a tanti missionari, perché torni? E la risposta è, perché hanno bisogno di me. Invece io sapevo che era proprio il contrario. Chi sono io senza di loro? Come a dire: Io sono cristiano perché voi mi date l’opportunità e la grazia di essere vostro evangelizzatore! E non solo, c’è altro motivo che possiamo chiamare “divino” della missione: infatti, perché non guardare la missione dalla parte di Dio Padre che vuole farsi conoscere da tutti e amare da tutti? La missione è l’attuazione del progetto di Dio. La missione è l’espressione comprensibile della sua volontà di stabilire il Regno e l’amicizia con gli uomini.

Allora, la missione non si sviluppa in funzione della crescita numerica o dell’espansione della Chiesa, né del proprio Istituto, né in funzione della salvezza delle anime; avrà invece come finalità l’annuncio del Vangelo del Regno. Tutte queste prospettive ingrandiscono la missione, le offrono un nuovo respiro di grazia e di libertà. Si dovranno integrare tutte queste finalità o aspetti per arrivare a un concetto di missione più comprensivo ed esaustivo della stessa.

Dal punto di vista pratico non mancano le domande. Per esempio, e su questo voi siete testimoni privilegiati, il lavoro nel sociale o nella denuncia dello sfruttamento del creato, fortemente sviluppato dalle missioni in alcuni paesi, può allentare il fervore missionario? Abbiamo assistito, dopo il Concilio, a un discorso missionario centrato sulla giustizia, sui diritti dell’uomo, sull’inculturazione, sulla carità e su tante altre realtà e temi urgenti e necessari, ma si parla molto di meno del Vangelo o delle stesse conversioni. Tutti questi programmi hanno la loro origine nel Vangelo e hanno come finalità il suo annuncio. Ma, non bisogna dare per scontato che sia così! Perché queste nobili attività potrebbero essere espressione di una mera filantropia e non conseguenza dell’annuncio evangelico. Viene “da chiedersi, scrive Colzani, se l’interpretazione di questa carità apostolica non abbia finito per privilegiare eccessivamente le opere di educazione scolastica o di assistenza sociale: centri educativi, scuole ed università, dispensari e ospedali, orfanotrofi e ricoveri hanno costituito un tessuto che si ritiene possa rendere credibile e favorire l’annuncio del vangelo. Ma è davvero così? Davvero questo complesso di opera ha alimentato il bisogno di Dio ed ha reso evidente, agli occhi religiosi del mondo africano e soprattutto asiatico, il senso dell’agape divina che ne è l’origine? Questa attenzione al fare, che per altro anche i vangeli rimarcano (cf. Lc 10,37), ha evidenziato sempre il suo valore di testimonianza del regno o ha semplicemente finito per cancellare il primato dell’annuncio? […]. Quanto questa esasperazione delle opere ha davvero reso trasparente il carisma apostolico di una

vita per il regno?”26. Le situazioni socio-culturali possono modificare i tipi di missione che sviluppiamo e la sua finalità? In quale senso? Fino a che punto l’ambiente, il contesto, possono modificare l’attitudine missionaria iniziale?

5. Missione e comunità

Nei primi momenti della Chiesa ci troviamo con comunità che, in un ambiente di preghiera, cioè, sotto l’azione dello Spirito, sceglievano i propri missionari; fu questo il caso della comunità di Antiochia con Barnaba e Paolo. In un popolo tutto missionario questa scelta dovrebbe essere normale; tuttavia, quale comunità cristiana può vantarsi oggi di simile metodologia o esperienza? Diventare missionario sembra, piuttosto, una scelta e una decisione personale, nella quale non è coinvolta la comunità cristiana. Così, noi, missionari, non crediamo di rappresentare comunità alcuna, tranne il nostro Istituto. Ci sono comunità che ci sorreggono, che ci amano e sono fiere della nostra vocazione? Io ho dei dubbi al riguardo. Soprattutto oggi, quando perfino risulta difficile essere capito e animato dalla propria famiglia naturale.

Il missionario è il cuore della Chiesa e dovrebbe diventare il cuore di ogni comunità. Egli è l’uomo della kenosi, della povertà; ma la sua forza dovrebbe radicarsi nella preghiera e nel sostegno della comunità. I missionari del futuro dovranno nascere da un “popolo tutto missionario”; non sono “professionisti di carriera”, né “eroi anonimi”. Sono la conclusione di un popolo che vive il Vangelo, un popolo che assume le conseguenze del battesimo. Soltanto comunità missionarie potranno dare origine a carismi e vocazioni missionarie; e al sostegno di queste comunità dobbiamo affidarci nel nostro lavoro ad gentes.

Apparteniamo a Istituti Missionari. Dove andiamo a cercare i membri per la nostra istituzione? Andiamo alle comunità o ci affidiamo alle persone concrete? Quale ruolo giocano le comunità nelle possibili vocazioni missionarie? Che spazio diamo noi a questa prospettiva? Come si ripercuote il frutto di una vocazione missionaria nella comunità locale di procedenza? Tuttavia, ogni giorno di più le comunità locali saranno il luogo e l’ambito dello sviluppo della diversità di carismi, compreso il carisma propriamente missionario. Una visione più collegiale della missione richiede un abbandono dell’individualismo con il quale abbiamo avvolto le “nostre”, per non dire “mia” missione. Si tratta di un mistero e un lavoro della comunità che richiede partecipazione, responsabilità, collaborazione e comunione27.

6. Ricuperare la mistica della missione

Siamo troppo occupati nel fare, nell’efficienza; l’attivismo è stato compagno secolare delle missioni. Paolo iniziò anche così il suo ministero ad Atene, nell’areopago. Un bel progetto umano che termina in un grande fiasco. Poi, si affiderà, non più alla sapienza umana, ma alla croce di Cristo e così non dovrà sentire più: “su questo ti sentiremo domani”! Paolo si affida a Dio, allo Spirito, inizia così la mistica della missione che, secondo Cristo, comincia sempre in ginocchio, supplicando operai al padrone della messe. La missione sarà sempre frutto della spiritualità, di un lasciarsi plasmare interiormente dallo Spirito per divenire sempre più conformi a Cristo (RM 87). Abbiamo portato avanti l’evangelizzazione sempre nella ottica di un dovere che nasce dai comandamenti del Signore: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15); e: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nopme del Padre e del

Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20). Dobbiamo oltrepassare questi comandi per arrivare alla stessa persona di Gesù Risorto, nel quale “è stato Dio stesso a riconciliare con sé il mondo intero” (2Cor 5,19). Se ci allontaniamo da questo centro, ragione della natura missionaria della Chiesa, a poco servirebbe fare discorsi sulla strategia pastorale concreta o su programmi d’intervento. Tornare alle fondamenta è tornare al progetto di Dio, che è un progetto d’amore, non di doveri. Non sarebbe sbagliato, ogni tanto, porci la domanda: quale Dio annuncio?, per capire il perché della mia missione. Dal Dio che confesso nascerà il tipo di Chiesa e di missione che voglio.

Una missione senza la prospettiva della conquista, ma del dialogo, per forza dovrà essere più kenotica, più umile, più sotto la croce; ma anche più vicina alla gente, più incarnata. Non è il momento delle grandi imprese, ma è il momento della presenza e del lavoro capillare del singolo. Oggi tutti siamo a contatto con tutti; ciò richiede presenze umili, forti, profetiche, senza molte strutture e attrezzature per il cammino, perché non è in funzione della forza che arriveranno i frutti, ma nella semplicità del condividere la quotidianità nell’ascolto dello Spirito. Ne abbiamo l’esempio pratico in Papa Francesco. Anche lui, come Paolo, si definisce peccatore28 e ha bisogno della preghiera del popolo cristiano, come Pietro in carcere. Semplice e vicino nelle sue parole, nei suoi gesti, nella vicinanza alla gente e ai suoi problemi. La sua è un’evangelizzazione attiva, eloquente, anche se non parla troppo dell’evangelizzazione; lui evangelizza e attira le persone. I grandi santi degli ultimi tempi si sono manifestati così: pochi discorsi e molta compassione. I missionari nella storia sono stati accusati d’ignoranza antropologica, culturale e teologica. Anche noi, a volte, abbiamo inviato in missione coloro che “non servivano per lo studio” o coloro che erano stanchi di studiare tanto. Poi abbiamo riconosciuto la necessità di diventare esperti in tante cose, ben preparati culturalmente. Forse meno preparati ed esperti in umanità e meno ancora nell’amore evangelico. Non dobbiamo ripetere gli stessi errori; solo l’amore è degno di fede. Che cosa troviamo alla base del carisma dei nostri fondatori? Un grande amore all’uomo nella prospettiva di Dio. Così sono diventati contemporanei di tutti i tempi. Oggi dobbiamo ragionare tutto, capire tutto; ma qui si tratta di donazione, di gratuità, di coinvolgimento.

La “compassione”, per esempio, in San Domenico, genera la missione. Come in Cristo: “Gesù, vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9, 36; Mc 6,34). La situazione dell’altro riguardo al Vangelo mette in crisi la mia salvezza. Paolo VI fu molto esplicito e ci regalò parole che scuotono il cuore: “Non sarà inutile che ciascun cristiano e ciascun evangelizzatore approfondisca nella preghiera questo pensiero: gli uomini potranno salvarsi anche per altri sentieri, grazie alla misericordia di Dio, benché noi non annunziamo loro il Vangelo; ma potremo noi salvarci se, per negligenza, per paura, per vergogna - ciò che S. Paolo chiamava «arrossire del Vangelo» - o in conseguenza di idee false, trascuriamo di annunziarlo? Anche se gli altri potranno salvarsi per le vie a Dio note, non avendo ricevuto il Vangelo, mi salverò io se non annuncio il Vangelo?” (EN 80).

Se la vita della Chiesa deve “ripartire da Cristo” e a questo siamo stati invitati da Papa Giovanni Paolo II, a maggior ragione la vita della missione. Cristo è il primo e più grande evangelizzatore e il contenuto stesso del Vangelo. Egli è sempre il punto di riferimento. Recentemente Papa Francesco ha definito la sua vita a partire da Cristo, conosciuto all’interno della comunità ecclesiale: “La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore. Senza la Chiesa — mi creda — non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità”29.

Non sono parole nuove per noi, certamente. Tuttavia, bisogna riconoscere che esse sono fondamentali per ogni cristiano e più ancora per i missionari. Col tempo, e chiamati ad assumere la vita e gli orientamenti del nostro Istituto, ci prepariamo a vivere in un modo fatto e già convalidato nel tempo. Il primo perché diventa abitudine; l’agire, le parole, ci vengono offerte come conseguenza dell’appartenenza all’Istituto. Il centro, Cristo, non dico si perde, ma rimane nel silenzio delle abitudini; l’entusiasmo rallenta o muore, e tutto diventa normale, si dà per scontato. Il fervore si perde con le innumerevoli attività e con qualche successo. Dove rimane Cristo, l’amore, il primo impeto missionario? Tutto è diventato normale, cioè banale! Quando si perde il fervore che ha dato origine alla vocazione missionaria, uno si ritrova con l’ordinarietà della vita. Per questo bisogna ripartire sempre da Cristo. Oggi si ritorna alla forza che nasce dalla missione contemplativa della missione, perfino anche per poter capire le realtà del mondo. Da Dio, che trova sempre posto fra i poveri, si vedono le cose del mondo sotto altra prospettiva. Per esempio, non c’è dubbio che se riesco a capire e ad assumere che, come dice Paolo, Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (Tim 2,4), la mia visione dell’altro si arricchisce e condiziona tutto il mio agire missionario. Se il perché della missione diventa più evangelico, così accadrà con la vita e la spiritualità dei protagonisti, che dovranno affidarsi più allo Spirito che non al proprio lavoro di perfezionismo spirituale. Dalla vita dell’amore e dalla gratuità sarà più facile evidenziare le virtù; non è detto che accada lo stesso al contrario.

7. La missione in ambienti di multiculturalità

Come vivere la multiculturalità all’interno dei nostri Istituti? E’ un fenomeno attuale. Non è lo stesso lavorare in ambienti di pluralità, che trovarsi con questa diversità nella vita di ogni giorno. La multiculturalità è un fenomeno da studiarsi e capirsi nell’ambito missionario. Essa ci porta alle radici del Vangelo e del carisma, come punti di convergenza e di comunione. Altrimenti sarà sempre difficile da capirsi e molto più difficile ancora da viversi. Ma non bisogna nascondere le difficoltà che generano le diverse culture di procedenza. Cogliere la ricchezza comunionale di una diversità di appartenenza culturale in una comunità, non è facile. Senza dimenticare, poi, che non siamo noi a scegliere i compagni, o i fratelli di viaggio e di vita.

La pluralità scuote il modo univoco di fare missione, così come il modo univoco di pensare. E questa pluralità è già parte della nostra identità. I punti fermi della nostra identità vacillano e dobbiamo ri-orientare la nostra posizione nel mondo globale, nel mondo dell’altro. Il mondo delle nostre tradizioni si confronta con altri mondi e non ci sorregge più. La violenza iniziale per rinunciare a espressioni linguistiche discriminatorie

nei confronti di altre culture richiede un duro lavoro di ascesi e molto amore. Ed è soltanto una delle tante esperienze da vivere. Ci sono confratelli che non riescono ad assumere e a capire epoche dove l’evangelizzazione si accompagnava alla colonizzazione. E lo manifestano pubblicamente, senza il minimo pudore storico e fraterno. E uno si deve mangiare queste critiche per non far rumore. La multiculturalità può convertirsi in una vera testimonianza della comunità evangelica, dove non c’è né schiavo, né libero, né uomo, né donna. Molti di noi, provenienti da paesi di antica cristianità, abbiamo vissuto, forse inconsciamente, con un grande senso di superiorità religiosa. Come se il Vangelo in pienezza fosse cosa nostra che gli altri non sarebbero arrivati mai a conoscere e vivere in pienezza. Questi pensieri non si possono esporre pubblicamente, mancherebbe altro! Tuttavia, si vivono internamente quando uno si meraviglia della conversione di un non credente e dello sviluppo successivo della sua vita quando entra, per esempio, in un Ordine religioso!30 Voglio dire con questo che le montagne della superiorità si devono abbattere con umiltà e ringraziamento. Dio è Dio di tutti i popoli e il missionario è un “servo-collaboratore”.

Oggi molte Conferenze episcopali sono preoccupate per il problema dell’inculturazione; forse lo sono meno per il primo annuncio del Vangelo. Una maggiore autonomia, o una maggiore libertà rispetto alla Chiesa di Roma, come sembrano chiedere tante chiese, potrebbe giovare all’annuncio del Vangelo? L’inculturazione, come obiettivo della missione in ambienti di multiculturalità, sarà sempre un focolare di problemi. In quale cultura inculturare il vangelo? In quella prioritaria, cioè, in quella maggiormente condivisa? Nelle culture emergenti? Ci sono paesi nei quali il Vangelo è accolto e vissuto preferentemente dai gruppi d’immigranti che fanno riferimento a culture diverse; cosa fare? Oggi le culture storiche perdono unità a favore di una multiculturalità pratica. I valori si mescolano, si confondono e si perdono; anzi, a volte, non si coincide in valori fondamentali e interpretativi della vita dei popoli. Il problema è serio a livello d’inculturazione del Vangelo. In culture più forti e unificate nel campo della tradizione e dei valori, è più facile assumere o rigettare elementi che procedono da fuori. Ma quando l’unità culturale è debole, l’appropriazione di altre offerte, inclusa quella evangelica, può rimanere nella periferia ed essere un incontro debole. D’altra parte, può accadere che i soggetti protagonisti dell’inculturazione non godano dell’autorità necessaria per orientare l’incontro del Vangelo con la varietà di culture presenti nel piccolo spazio sociale e religioso. In alcuni paesi si parla del progresso della “deculturazione”, di una distruzione della cultura primaria, creando un vuoto culturale, per esempio, nel focolare familiare dove sono educati i figli nei valori tradizionali. In culture con maggiore coesione identitaria, l’individuo trovava più facilmente il suo status; la comunità era privilegiata e in essa si trovavano spazi per la realizzazione personale. Che cosa possiamo aspettarci da comunità che camminano verso una incultura religiosa generalizzata? Come possono collaborare nell’assunzione dei valori evangelici? Questi sono alcuni dei problemi con i quali si confronta la missione, e non sono gli unici.

8. Nuovi metodi missionari?

La diversificazione dei metodi e modelli missionari nel futuro sarà opera delle Chiese locali, più che dei centri di governo ecclesiale (S. C. per l’Evangelizzazione dei Popoli, Conferenze episcopali, Istituti missionari), collocati in ambienti europei. Credo che

l’esperienza vissuta nel Sinodo sull’evangelizzazione, nel lontano 1974, sia stata per tutti una bella lezione di Chiesa universale missionaria. Si portò a discussione un programma fabbricato in Europa, da europei, con i problemi riguardanti l’Europa. Questo fu rigettato dall’inizio dai Padri Sinodali rappresentanti delle loro giovani chiese. Più che nel Concilio Vaticano II, dove i Padri conciliari parlavano a nome proprio, questo Sinodo fece presente tutte le chiese locali con voce propria, con coraggio e con grande oggettività. Non c’è dubbio che assemblee come questa arricchiscono la metodologia missionaria. Si tratta di una metodologia che non ha niente a che vedere col disordine. Nelle prime comunità cristiane, frequentemente considerate frutto di iniziative particolari e che si diffondevano quasi per contagio, non mancava il controllo da parte dei capi della Chiesa madre di Gerusalemme; non sono, pertanto, nate anarchicamente.

Da quanto detto, è facile constatare la difficoltà, per non dire l’impossibilità, di mostrare un modello unico di missione per i prossimi anni: fatto non necessariamente negativo perché si può capire come un segno della ricchezza dei doni dello Spirito. Ma nemmeno conviene dimenticare che la pluralità dei modelli può dare spazio al pericolo della radicalizzazione di qualche modello concreto; fatto che, certamente, sarebbe molto negativo (cf. RM 37). Un modello sarà sempre contingente, come tutto quello che appartiene alla storia umana, ‘relativo’, non può essere valido eternamente, perché è sempre suscettibile di revisione e di aggiornamento per essere in grado di ispirare la vita, di sostenerla e di guidarla.

La missione, come la Chiesa, dovrà essere verificata nelle situazioni concrete nelle quali viviamo oggi. Da qui sorgeranno, più che da un ritorno al passato, i possibili futuri modelli di evangelizzazione. Perché, in fin dei conti, “le differenze nell’attività all’interno dell’unica missione della Chiesa nascono non da ragioni intrinseche alla missione stessa, ma dalle diverse circostanze in cui essa si svolge” (RM 33). Il contesto, poi, non è un semplice accessorio, esterno alla missione, e questa dipende dal contesto in ogni momento per la sua determinazione.

Il Papa ci invita a varcare le soglie delle periferie più lontane dalla Chiesa; è questo l’orizzonte proprio della missione; si tratta di un’immersione nel mondo, dove abbiamo immaginato sempre un mondo che doveva diventare Chiesa per essere salvato. Dalla nuova comprensione della relazione della Chiesa con la storia, sappiamo che la Chiesa “si comprende anche come chiesa nel mondo, con il mondo e per il mondo, con i suoi diversi popoli e le sue differenti culture, le sue pluriforme strutture politiche ed economiche, le sue diverse prospettive ideologiche, le sue numerose religioni e confessioni”31. Si tratta di una situazione realmente nuova che fa sì che la Chiesa sia interpellata dai popoli non occidentali e possa anche bere alle fonti spirituali di altri popoli32. E la Chiesa ha le strutture adeguate per entrare in contatto con questa pluralità di contesti che oggi ci offre la storia: sono le Chiese locali. La pluralità delle chiese è la pluralità di risposte alle differenze socio-culturali dei popoli che accolgono il messaggio.

9. Il missionario del domani

Possiamo, quindi, concludere che il futuro della missione sarà questione di progetti, di programmazioni, di orientamenti pratici, poiché tutto ciò sarà necessario e dovremmo scrutarlo con attenzione. Tuttavia, non possiamo dimenticare che, nel futuro, come nel passato e nel presente, il protagonista è un testimone del Vangelo e che il suo compito dipenderà da ciò che egli è e dallo spazio centrale o meno che conceda nella sua vita a questo Vangelo. Come sarà il missionario del futuro? Per secoli abbiamo fatto la

missione a partire da una società potente, imperativa; bisognava ingrandire la Chiesa, la sua influenza, il suo potere; coloro che non avevano la fede cristiana, quasi non avevano diritti, né felicità, né quasi quasi umanità. Quante cose sono cambiate! Come evangelizzare un mondo che non sembra avere fame di fede religiosa? O, come può essere suscitata questa fame, rinunciando a quei metodi impositivi, rigettati oggi da tutte le parti? L’unico modo possibile è l’innamoramento di Cristo. Il cristiano oggi può dire su Gesù tutto ciò che ha imparato; ma l’importante è “comunicare” tutto ciò che “abbiamo udito, tutto ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, tutto ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato” (1Gv 1,1). Se oggi non si parla di Cristo come il tesoro, come l’Unico, come la ragione di vivere; se Cristo non è meraviglia per noi, ovviamente, il cristianesimo non avrà attrattiva. Non è sufficiente il bel desiderio di “salvare anime”, che tante vocazioni missionarie ha suscitato; non si tratta di salvare niente, perché la salvezza non la si trova nella professione di un credo, ma nella sequela dell’Unico Salvatore e Signore. Quando Cristo diventerà per noi “tutto”, allora gli altri potranno vedere, contemplare, giudicare, optare. Teoricamente questi pensieri sono inespugnabili; tuttavia, ci manca fede. Se Egli non è tutto per noi, la missione non ha futuro.

Tuttavia, esiste una tipologia, un modello, che mai potrà mancare nell’ambito della missione, se vogliamo che questa si attui secondo lo stile di Cristo; parliamo della santità. La storia sarà il giudice dei nostri sistemi di evangelizzazione e della loro efficacia; ma la santità giudicherà i protagonisti. Senza santità non sarà possibile l’evangelizzazione; giacché questa deriva da quella. La missione avrà sempre la sua origine nel Santo dei santi; e lì dove le Chiese vivono la santità, lì sorge la missione come straripamento della sua stessa vita spirituale; la missione è uno straripamento dell’essere33. Pertanto, “la rinnovata spinta verso la missione ad gentes esige missionari santi. Non basta rinnovare i metodi pastorali, né organizzare e coordinare meglio le forze ecclesiali, né esplorare con maggior acutezza le basi bibliche e teologiche della fede: occorre suscitare un nuovo ‘ardore di santità’ fra i missionari e in tutta la comunità cristiana, in particolare fra coloro che sono i più stretti collaboratori dei missionari” (RM 90).

Che l’evangelizzazione sia proporzionale allo zelo e alla santità, e che siano questi ad ispirare i modelli, ce lo conferma la storia della Chiesa. Per chi è convinto che Gesù Cristo è il Redentore e il Signore e per chi considera che la sua propria vita è stata trasformata da questa convinzione, non esiste la possibilità di mettere in questione il dovere di far partecipi gli altri di questa sua esperienza (Att 4,20)34. L’impeto missionario non dipende da una particolare teoria teologica, ma da un’esperienza che si comunica. E in questo campo della santità e della donazione dell’amore, non possiamo dimenticare i nostri martiri. Se sono stati loro a scrivere la più bella storia dell’evangelizzazione della Chiesa, non possiamo negare loro questo privilegio per il futuro. Giovanni Paolo II ha mostrato la necessità di tornare alla testimonianza dei martiri: “nella misura del possibile non si debbono perdere nella Chiesa i suoi testimoni. Come ci è stato suggerito dal

Concistoro, è necessario che le Chiese locali facciano tutto il possibile per non perdere il ricordo di coloro che hanno sofferto il martirio” (TMA 37).

Accettando la santità come determinante del missionario del futuro, possiamo intravedere altre esigenze significative. Così, Schreiter vede un’altra caratteristica del missionario del domani nella vita contemplativa. L’evangelizzatore, considerato sempre una persona maggiormente attiva, dovrà presentarsi con l’immagine dell’uomo di preghiera contemplativa. Non solo perché la preghiera è necessaria per l’apostolo stesso, ma perché questa è l’immagine dell’uomo di pace e di riconciliazione. La missione è opera di Dio e bisogna sapere ciò che Dio vuole da noi quando ci incorpora alla sua propria missione. La contemplazione include la risposta al desiderio, non sempre cosciente, dei popoli di “vedere Gesù” (Gv 12,21; NMI 16). Il missionario deve convertirsi in uno che racconta la sua esperienza di Dio, perché crede che sia la cosa migliore che può offrire al mondo. Dalla contemplazione verrà fuori la Parola. Il cuore della missione non è più un viaggio a terre lontane, ma un uscire da sè, dal proprio io, dal proprio habitat, per andare incontro all’altro. E’ molto attuale questo tema della scoperta dell’altro a livello di cuori, che crea anche un nuovo mondo di relazioni. Oggi non sono le frontiere geografiche a fare di me uno straniero; oggi posso esse straniero a casa mia, nella mia famiglia: straniero culturale, sociale, religioso, di vita e di cuore. Il missionario, spesso, muore a casa per nascere altrove. Tornando a casa, quante volte, abbiamo scoperto con dolore, o con gioia, che siamo più vicini a quelli che sono lontani; questi, infatti, ti amano e ti aspettano mentre quelli di casa al massimo ti salutano con questa espressione: “di nuovo qui”?

Il missionario sarà anche l’uomo della profezia. Gli uomini profetici, come accadde sempre, possono essere messi a tacere con la violenza e la morte; ma la Parola di Dio è inarrestabile. Il missionario dovrà far ricorso al coraggio della profezia; in fin dei conti è Dio che parla per bocca del testimone. Le figure emblematiche e profetiche sono sempre ascoltate, attirano anche i più lontani. Chi soffre i problemi sociali, politici o religiosi non è un essere astratto, ma persone molto concrete, specialmente i poveri. Il missionario dovrà essere l’uomo della profezia, chi difende la persona umana e la sua vita, incluso il suo habitat naturale, al di sopra di tutto. Il profeta è l’uomo dell’esperienza di Dio.

Il missionario sarà l’uomo del dialogo nella sua dimensione umana e divina35. L’intercomunione e “l’incontro religioso”, come preferisce chiamarlo Thomas Michel36, prenderanno il posto delle condanne e dell’intolleranza, in ambienti di pluralità religiosa e culturale. E per dialogare bisogna essere premuniti della disposizione all’ascolto37; poiché il missionario, come qualsiasi cristiano, non potrà capire se stesso, se non vivendo e coesistendo in un contesto di pluralità religiosa38. E come potremo fare un discorso sulla pluralità delle religioni, senza ascoltare la voce di chi vive in prima persona questa realtà? Che cosa può fare il missionario nell’incontro interreligioso, nel quale sembra che l’atteggiamento più urgente non sia più quello di convertire o convertirsi, ma quello di collaborare e dialogare39, lui che è andato con la finalità di annunciare e testimoniare il Vangelo di Gesù? Il missionario non contempla il membro di un’altra tradizione religiosa con il prisma di una relazione strutturale, istituzionale o semplicemente dottrinale. La sua visione è esperienziale, ubbidisce a criteri che nascono da una conoscenza intima, profonda, proviene da una sintonia di vita. Nella misura in cui penetra nell’esperienza dell’altro e della propria tradizione religiosa, non “sa” più sull’altro, ma sente e vive in grande misura la vita dell’altro e la sua spiritualità. Qui si radica la serietà e la profondità dell’incontro interreligioso e da qui provengono conseguenze imprevedibili. In questa ottica, il dialogo col pluralismo religioso è molto di più di un insieme di strategie finalizzate.

A questo punto, bisogna ricordare che il fatto di argomentare sulla pluralità religiosa, non significa che nel prossimo futuro la religione continuerà ad essere il criterio sul quale la gente si confronterà per definire la vita e le scelte importanti. Purtroppo, non sarà così. Il crescente fenomeno del secolarismo sta portando grandi masse di gente, non a un ateismo confessionale, ma ad un indifferentismo religioso; gli uomini senza religione e senza Dio, cioè, coloro che non si pongono il problema di Dio, con tutto ciò che ad esso è collegato, sono in aumento. L’indifferenza religiosa diventa la carta sulla quale dovrà lavorare il missionario del futuro. E, certamente, quando c’è un disinteresse a priori per il fatto religioso, sarà difficile un dialogo che possa portare a domandarsi su Dio e alla stessa fede religiosa. Come può vivere il missionario la sua fede e la vita che ne consegue, lì dove nell’interesse vitale delle persone non c’è ormai posto per la dimensione religiosa? Che cosa pensare quando nella gerarchia degli interessi e delle preoccupazioni Dio e la religione sono finiti all’ultimo posto? Il missionario si trova a dover vivere nella propria carne queste problematiche, che non sono cosa da poco. In altre epoche il missionario era l’uomo della parola; oggi, in molti paesi, può essere soltanto un piccolo segno del Regno, vivendo nel silenzio della pazienza e dell’anonimato. A volte, l’epifania di ciò che egli è e di ciò che vive ha bisogno di tutta una vita per essere contemplata e compresa. Quanta sofferenza! Ti dicono che l’uomo ha bisogno di Dio, che anela a Dio, ma nella pratica questa domanda non ti viene mai posta, a te che sei depositario della la vera risposta.

La persona del missionario è una cassa di risonanza della relazione conflittuale del Vangelo con la storia, senza dimenticare anche che la crisi ecclesiale e missionaria trova un’eco nella persona e nella vita dell’apostolo. Per questo motivo, nell’ambito della missione, come in quello della Chiesa in genere, dobbiamo “ritornare al soggetto”40, al testimone che incarna la fede in immagini di vita, individuali e collettive, simili a quelle che fecero nascere il cristianesimo primitivo. Come capire oggi questa vita, senza cadere nei topici classici, quali la vocazione, la formazione, la spiritualità, ecc., nei quali la teologia e il magistero chiudono la figura dell’apostolo e che, in questo nostro lavoro sono dati per scontati? In quale quadro esistenziale dobbiamo collocare oggi la persona del missionario per avere una comprensione più vivenziale del suo proprio ministero? Attraverso i mezzi di comunicazione più disparati, il missionario sta ricevendo un costante bombardamento d’informazione che lo confronta con la sua professione e con la sua propria vita. Che cosa sente, per esempio, quando si parla di secolarizzazione generalizzata, di crisi d’identità, d’indifferenza religiosa, del valore teologico delle diverse tradizioni religiose, del pluralismo, del cristianesimo concepito come “religione straniera” e colonialista? Tutto ciò non porrà in situazione di crisi la sua vocazione missionaria? Non sarà esposto al rischio dello scetticismo e del relativismo?

Conclusione

La missione è lo straripamento nella storia della communio divina, trinitaria. Dio vuole che nessuno rimanga fuori da questa comunione; è questo il suo disegno, il suo progetto. E non c’è un prima e un dopo successivo e accidentale. C’è invece un’unità di vita e di progetto, cioè un’identificazione che è trasferibile alla Chiesa e ad ogni cristiano. La missione, prima di un compito da fare, è un amore d’accogliere e da vivere. Non incomincia dagli altri, ma all’interno della comunità di Gesù. Se la Chiesa non vive in se stessa la comunione-missione, potrà invitare altri a entrare nei suoi confini per fare esperienza di Dio e trovare salvezza?

Prof. Jesús-Angel Barreda op

Roma, 14/10/2013

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