Sud Sudan, bambini soldato mandati al massacro: ce ne solo almeno 12 mila

08.03.2015 12:18

La denuncia di Human Rights Watch è chiara, precisa e circostanziata: in Sud Sudan sia il governo sia i ribelli stanno reclutando bambini, anche sui 13 anni, per farli combattere nella guerra civile che insanguina il Paese dal dicembre 2013. Il rapporto è stato respinto dal governo che cita una legge in vigore dal 2008 secondo cui è vietato l’impiego di bambini soldato. Già, ma le leggi spesso vengono violate e calpestate, specie in casi dove la guerra infuria senza quartiere. Reclutare minori sotto i 15 anni viene considerato dalle leggi internazionali crimine di guerra. Comunque la coscrizione sotto i 18 anni è vietata, specie poi se è forzata.

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Daniel Bekele, il direttore dell’ufficio Africa di HRW è stato molto categorico: “Entrambi i contendenti hanno più volte promesso che avrebbero bloccato la pratica di reclutare ragazzini ma non hanno mantenuto la parola. Usano regolarmente i minori in combattimento”.

Il ministro dell’informazione sud sudanese, Michael Makuei ha affidato la sua risposta alle agenzie ed è apparso piuttosto stizzito quando ha risposto: “Siamo pieni di uomini pronti a combattere. Perché dovremmo reclutare ragazzini”?

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Ma Human Rights Watch ha raccolto prove e interviste sul campo, per esempio a Malakal, capitale dello Stato Upper Nile, passata di mano diverse volte e dove nell’enorme recinto delle Nazioni Unite hanno trovato rifugio migliaia di persone.  “Proprio fuori dal quartier generale dell’ONU abbiamo trovato 15 ragazzini reclutati dal capo miliziano filogovernativo Johnson Olony (conosciuto anche come John Uliny). Alcuni erano stati arruolati con la forza poche settimane prima. Il governo ha fatto dei progressi vietando per legge il reclutamento di minori di 18 anni. Peccato che la regola non venga applicata”, c’è scritto nel rapporto.

Un ragazzino sedicenne intervistato a Bantiu ha raccontato il suo terrore quando il giorno dopo essere stato reclutato con la forza gli è stato messo in mano un mitra da un comandante ribelle e spedito in prima linea a combattere.

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Ma i reclutamenti non sono solamente forzati. HRW ha documentato a Malakal che in alcuni casi, i ragazzini hanno lasciato volontariamente il campo profughi protetto dalle Nazioni Unite per entrare nella milizia di Olony, il capo di una milizia che prima era schierato con i ribelli e ora è passato nel campo dei filogovernativi. Una mamma ha raccontato come i suoi figli, uno di 13 anni e l’altro di 14, si siano arruolati con Olony nel dicembre 2014. Un’altra donna ha raggiunto il figlio nelle baracche del capo ribelle per convincerlo a tornare a casa, ma non c’è riuscita.

Secondo l’UNICEF (il fondo dell’ONU per l’infanzia) l’anno scorso sono stati arruolati oltre 12 mila bambini, la maggior parte maschi, sia da parte del governo sia da quella dell’opposizione. Dall’inizio del 2015 l’agenzia ha negoziato il rilascio di 3000 ragazzini da parte del gruppo ribelle comandato da David Yau Yau nella regione di Pibor nello Stato di Jonglei: “Non abbiamo potuto portarli via tutti e molti continuano a combattere”, ha raccontato un portavoce dell’organizzazione.

TO GO WITH AFP STORY ON UN HUMAN RIGHTS

La legge del 2008 era stata promulgata, sotto la pressione internazionale sia dal presidente Salva Kiir Mayardit sia dall’allora vicepresidente e ora capo ribelle, Riek Machar Teny Dhurgon, ma appena scoppiate le ostilità tra i due, il 15 dicembre 2015, ovviamente è stata ampiamente ignorata. Rieck fu accusato da Salva di avere tentato un colpo di Stato, cosa, probabilmente non vera. Da allora tra massacri, pulizia etnica, vendette contro la popolazione civile, la guerra continua, nonostante i ripetuti accordi di cessate il fuoco violati immediatamente dopo la loro proclamazione.

Il rapporto di Human Rights Watch è pieno zeppo di testimonianze con parecchi dettagli agghiaccianti.  Governo e opposizione hanno bisogno di carne da macello da mandare al massacro. Insieme ai ragazzini vengono reclutati con la forza giovani e anche meno giovani in un circolo vizioso che nessuno, neanche le Nazioni Unite, riescono a spezzare.

Massimo A. Alberizzi