Occorreva andarli a salvare

16.02.2015 16:08

Questa volta i morti non sono soltanto vittime dei cattivi scafisti o dei trafficanti che li hanno costretti ad imbarcarsi a forza, con un mare che prometteva soltanto strage. Il resto lo hanno fatto il freddo, e l’assenza di navi militari di supporto che potessero offrire un riparo contro l’ipotermia e intervenire più tempestivamente. In quelle condizio-ni di mare in burrasca è del tutto illusorio pensare di utilizzare mezzi commerciali in funzione di salvataggio, come pure è stato fatto lo scorso anno, quando le condizioni meteo-marine lo permettevano. Ma occorreva andarli a salvare anche in acque libiche. Lo scorso inverno si erano contati pochissimi casi di decesso per ipotermia. Anche durante Mare Nostrum, fino al 31 dicembre dello scorso anno, ci sono state stragi in mare, ma non di queste dimensioni. Si è tornati alla situazione anteriore all’avvio della missione Mare Nostrum (18 ottobre 2013) quando in due distinte occasioni, a otto giorni di distanza, il 3 davanti alla costa di Lampedusa e l’11 ottobre, tra Lampedusa e Malta, annegarono più di 600 persone. Purtroppo possiamo prevedere che, molto presto, queste stragi si ripeteranno, se l’Unione Europea e l’Italia non riposizioneranno navi di soccorso nella zona contigua alle acque territoriali libiche (leggi anche Quando Frontex ammoniva l’Italia: troppi salvataggi di Stefano Liberti). Ci sono responsabilità precise, di politici e burocrati che hanno deciso di ritirare le missioni di salvataggio di Mare Nostrum e di circoscrivere la operatività della missione Triton di Frontex nella assoluta conapevolezza che la morte di centinaia di persone, uomini, donne e banbini, sarebbe stata una conseguenza diretta delle loro scelte di sbarramento. Hanno imposto regole operative che comportavano l’abbandono in mare, hanno accusato la Marina italiana di salvare troppe vite, hanno messo sotto inchiesta tutti coloro che rispondevano agli appelli di salvataggi e cercavano di rendere più veloci i soccorsi. Hanno voluto criminalizzare qualunque forma di assistenza prestata nei confronti di persone in fuga e in evidente stato di necessità, come è emerso chiaramente durante la vergognosa campagna di stampa (e non solo) condotta contro le volontarie italiane rapite in Siria e poi liberate. Qualcuno dovrebbe rendere conto dei suoi repentini voltafaccia (Alfano uno, Alfano due). Qualcuno, come Matteo Salvini, è arrivato a sostenere che, per “aiutarli a casa loro”, occorreva armare missioni militari, magari inviare anche la Nato in Siria, Irak o in Libia, e aggiungere guerra a guerra, pur di fermare le partenze o trovare giustificazioni plausibili per sottrarsi ai doveri di salvataggio e di accoglienza sanciti dalle Convenzioni internazionali e dalla normativa europea e nazionale. Attendiamo di vedere anche qualche camicia verde a Kobane. Oppure a Derna in Libia, non è difficile da raggiungere, magari con un peschereccio migliore di quello sul quale stavano affondando lo scorso anno durante la traversata-pagliacciata verso la Libia. Come capo missione speriamo vada Borghezio. Si è cercato di aprire un confronto con i dittatori e i macellai che massacrano il loro stesso popolo e si sono legittimati polizie e servizi segreti per intimidire le tante diaspore degli esuli di guerra e di coloro che sono costretti a fuggire da regimi che poi sono accettati e riconosciuti dal governo italiano. Un esempio, il cosiddetto Processo di Khartoum, frutto avvelenato del semestre di presidenza italiana dell’Ue. Negli stessi giorni in cui si discuteva a Roma, una donna eritrea, attivista per i diritti umani, veniva arrestata e deportata da Khartoum in Eritrea, prova che non si trattava solo di accordi sulla carta. Padre Mussie Zerai, già oggetto di minacce dai servizi segreti del suo paese, e adesso possibile candidato per il Nobel per la pace lancia l’allarme più atroce. Nei lager libici migliaia di giovani eritrei, cristiani in una terra ormai controllata per buona parte da milizie islamiste, sono rinchiusi, torturati e presto potrebbero essere spinti a morire in mare, una sorta di soluzione finale che si vuole riservare a tutti gli eritrei intrappolati in Libia. Dai lager nel deserto ai cimiteri marini. Visto quello che succede sulla rotta verso Lampedusa, presto, altre imbarcazioni cariche di migranti potrebbero essere fatte partire dai trafficanti in direzione di Malta. Occorre fare presto, ed inviare missioni di soccorso umanitario finanziate dall’Ue direttamente in acque libiche, ormai prive di qualsiasi autorità dotata di mezzi di ricerca e salvataggio. Le motovedette regalate da Maroni nel 2009 e nel 2010 sono quasi tutte guaste e, dopo lo sbarco precipitoso dei militari italiani della guardia di finanza, prive di equipaggi capaci di manovrarle. E non si sa neppure a quale autorità dovrebbero rispondere. Non occorrono interventi militari in territorio libico, produrrebbero ancora altre lacerazione e altra guerra, come dimostra il fallimetare sostegno offerto dagli Stati Uniti all’operazione Dignità del generale Haftar, che non ha normalizzato il territorio libico ma lo ha reso un pantano assai simile all’inferno somalo. Con l’appoggio (alquanto millantato) dell’Unione Africana e degli Stati Uniti.The UN Support Mission in Libya (UNSMIL) facilitated a new round of political dialogue in the Libyan town of Ghadames Wednesday, UN spokesman Stephane Dujarric told reporters here.Bernardino Leon, the secretary general’s special representative for Libya, held separate meetings with the delegations, focusing on the next steps needed to reach a political solution to prevent a further security and political deterioration in the north African country, Dujarric said at a daily news briefing. UNSMIL reported that for the first time, all invited participants attended the talks, in what it called constructive and positive atmosphere, said Dujarric. “The participants called on all parties to work towards military deescalation to allow the dialogue to proceed in a positive environment”. china.org.cn. Servirebbe un serio tentativo di pacificazione portato avanti dalle Nazioni Unite con trattative che non sia smentite il giorno dopo da bombardamenti a tappeto. In Libia si stanno ripetendo ancora una volta gli errori commessi in Irak, in Afghanistan e in Siria. Le potenze occidentali non hanno ancora imparato la lezione e passano da una sconfitta all’altra. Le prime vittime sono le popolazioni dei paesi dilaniati dalla guerra civile o dalla dittatura, poi i migranti costretti alla fuga da un paese all’altro, braccati dai trafficati, abusati estuprati, privati di ogni bene, spesso anche della vita. Ma le vittime siamo anche noi, costretti a vivere in un mondo sempre più fatto di sbarre e di controlli, che non garantiscono neppure sicurezza e convivenza civile. Una inversione di tendenza sarebbe ancora possibile, ma per questo non si possono rimpallare responsabilità da uno stato all’altro o ancora ver-so l’Unione Europea. Magari evitare anche conflitti di competenza quando si tratta di salvare vite umane. Al di là del razzismo dilagante in rete esi-ste una società civile capace di reagire e di rispondere nel segno della solidarietà e della condivisione. Non è detto che sia ancora maggioranza, ma non ci sono date altre possibilità. E neppure molto tempo. Aprire canali umanitari per i profughi di guerra, anche attraverso canali di ingresso legale protetto, con visti di ingresso umanitario, praticare percorsi di accoglienza e di inclusione trasparenti ed equi, riconoscere a qualunque persona i valori fondamentali della dignità umana, anche in tempi di crisi economica, è solo il primo Ci sopasso per garantire una società a misura di uomo per tutti. Beni fondamentali come la libertà e la democrazia, come la solidarietà e l’accoglienza non sono divisibili. O si riconoscono a tutti oppure prima o poi, come il diritto a una vita libera e dignitosa, saranno negati a tutti, migranti e cittadini, senza distinzione di sorta.

Fulvio Vassallo - Paleologo