Migranti, meno salvataggi

18.10.2014 15:31

 

Roma - Al termine dell'ennesima giornata di dichiarazioni incrociate sul fronte dell'immigrazione verso l'Europa, la certezza è una sola: l'operazione umanitaria italiana Mare nostrum chiuderà i battenti entro due settimane. La decisione è stata ribadita ieri pomeriggio dal ministro dell'Interno Angelino Alfano in un'informativa alla Camera dei deputati: l'operazione (avviata dall'Italia dopo il naufragio del 3 ottobre 2013, con 366 morti a Lampedusa) chiuderà, ha detto il ministro, “entro il 1° novembre, data dell'entrata in funzione di Triton. D'accordo col premier Matteo Renzi, in un prossimo Consiglio dei ministri sarà deliberata la sua conclusione”. Anche “dopo la dismissione di Mare nostrum”, ha aggiunto, “l'Italia continuerà ad adempiere al dovere di search and rescue, cui sono tenuti tutti gli Stati, ma non avremo due linee di difesa sulle nostre frontiere, una a 30 miglia e una più avanzata sulle coste africane”. Per Alfano, “sono 19, oltre l'Italia, gli Stati che hanno già dato la disponibilità a partecipare. È un'operazione senza precedenti”. Ma l'impressione che si tratti di un passaggio di testimone era stata fugata già in mattinata da Gil Arias-Fernández, direttore dell'agenzia europea Frontex, che coordinerà Triton: non si tratta di un intervento concepito per sostituire Mare nostrum, ha detto in un press briefing a Roma, perché “l'agenzia e la Ue non possono sostituire gli Stati membri nella responsabilità di controllare le loro frontiere”, ma solo dare “un supporto”. Triton dunque partirà “indipendentemente dalla sorte di Mare nostrum. E la decisione se ridurre o terminare quell'operazione spetta al governo italiano”. Insomma, “supporto”, ma non rimpiazzo. E qui cominciano gli interrogativi, sollevati dalle organizzazioni umanitarie, sulla sorte che potrebbe toccare ai migranti che salperanno nei prossimi mesi. Seppur con un dispositivo oneroso (9 milioni di euro al mese per i salvataggi più altre centinaia per l'accoglienza dei richiedenti asilo), finora l'Italia aveva individuato la stragrande maggioranza dei barconi in difficoltà nel Canale di Sicilia (“Abbiamo salvato in un anno 100mila persone”, ha detto ieri Alfano, attaccato dai deputati leghisti che indossavano una maglietta verde “Stop invasione”). Cosa accadrà dal 1° novembre? Da ciò che si sa, Triton agirà entro 30 miglia marine dalle coste europee: “Non disponiamo di imbarcazioni tali da spingersi fino al confine delle coste libiche, come Mare nostrum”, osserva Arias-Fernández, che dopo l'appello dei giorni scorsi (quando i Paesi aderenti erano “solo 8”) dice di aver ricevuto “offerte di equipaggiamento tecnico e personale” non da 19, ma addirittura da 26 Stati: saranno schierate ogni mese due navi d'altura, due di pattuglia costiera, due motovedette, due aerei e un elicottero, con un budget di 2,9 milioni di euro mensili. Molti “dettagli tecnici” (come porti e aeroporti di partenza) saranno definiti oggi in una riunione a Varsavia fra Arias-Fernández e il capo della Polizia Alessandro Pansa. “I fondi ora disponibili bastano fino a metà gennaio. Da quel momento subentrerà il budget 2015 - precisa Arias- Fernández - e l'agenzia avrà un bilancio totale di 90-92 milioni di euro (erano 87 nel 2014) e la Commissione europea ha istituito “un fondo di riserva di 20 milioni di euro”, a cui attingere per emergenze. Quali compiti avrà Triton? “È un' operazione di sicurezza sui confini. Non ci saranno respingimenti, sono illegali. I migranti irregolari intercettati saranno portati in Italia, Stato ospite dell'operazione. Della loro sorte decideranno gli Stati Ue”. E i barconi in difficoltà? Chi accorrerà in caso di sos inviati da telefoni satellitari dei migranti? “Salvare vite umane è una priorità - conclude il direttore di Frontex - ma il mandato di Triton riguarda la gestione dei confini. Non siamo un'agenzia che fa ricerca e salvataggio. Se viene dichiarata un'emergenza, metteremo a disposizione i nostri mezzi, ma non è la nostra mission”. (Vincenzo R. Spagnolo – Avvenire)