L'obiettivo della Direzione Spirituale (Alessandro Manenti)

31.03.2014 16:00

 Avvicinare la persona a Gesù Cristo

Alessandro Manenti

 

Inquadrato e definito da A. Bissoni il concetto di direzione spirituale, ora, in un passo ulteriore, tentiamo di indicare le attenzioni e gli obiettivi che la guida deve avere, nonché le difficoltà che si deve aspettare quando si serve della definizione già data come riferimento per la prassi.

 

Area di azione

Discernimento che è spirituale

Ricordiamo la definizione. La direzione spirituale è un 'aiuto temporaneo e strumentala? che una persona dà ad un'altra affinché quest'ultima possa notare l'azione di Dio in lei e rispondere a questa azione per realizzare progressivamente l'unione con Dio nell'imitazione di Cristo.

L'area del discernimento spirituale si distingue da quella del discernimento morale che riguarda invece l'aiuto per scegliere il bene ed evitare il male. Si differenzia anche dal discernimento dell'esperienza religiosa che riguarda la qualità della propria pratica religiosa nel senso di domandarsi se essa conduce a Dio o solo a se stessi.

Rispetto a questi due, il discernimento spirituale si pone a un passo ulteriore. Supposto che la persona abbia già esercitata la sua "libertà essenziale" per scegliere il bene e supposto che la sua vita spirituale non sia una ricerca camuffata del proprio io, la si vuole aiutare a proseguire il cammino intrapreso promuovendo in lei disposizioni interiori che siano sempre più totalizzanti (espressioni cumulative di mente, cuore, volontà) affinché in una maggiore "libertà effettiva" sia messa nella possibilità di rispondere con più efficacia all'azione in lei della grazia.

La direzione spirituale non è dunque, come erroneamente spesso si pensa, un privilegio per pochi, un lavoro accessorio di rifinitura per raffinati. Si tratta del lavoro, lungo e fatto nel silenzio, di formare le coscienze, senza il duale la perseveranza della risposta e la purezza dell'accoglienza sono minacciate dalla dura prova del tempo. Certo, non è un'opera di pre-evangelizzazione poiché presuppone un atteggiamento già presente di domanda, anche se da purificare e correggere, e la si inizia a motivo di un passo che il discepolo ha già preso in cuor suo.

 

Per una coscienze cristocentrica

In secondo luogo la definizione dice che si vuole educare a una maggiore coscienza di sé cristocentrica: chiamati ad amare "come" Cristo ama. Se accettiamo di definire la nostra identità alla luce del mistero pasquale, ne deriva subito che la vita di fede non si riduce mai a un'affermazione intellettuale, ma è sempre l'espressione di un rapporto interpersonale, per cui dice unità indissolubile fra elemento teologico e psicologico. Ecco il compito contenuto nell'area di questo discernimento.

La risposta all'azione della grazia in noi, attuata nella vita di fede, richiede il compito infinito di integrare, in una dialettica sempre più convergente, l'elemento teologico e quello psicologico. L'atto di fede invoca integrazione fra proposta di Dio e psiche dell'uomo: articolare correttamente i desideri di Dio con i desideri umani.

L'elemento teologico (dato rivelato) fornisce la matrice di senso, la definizione delle realtà vitali più importanti: cosa significa vita, morte, successo, realizzazione di sé, rinuncia, piacere... Offre indicazioni di metodo prima che di contenuto: una chiave di interpretazione, un atteggiamento da tenere di fronte alla vita, delle precedenze da dare.

L'elemento psicologico è la nostra vita concreta con ciò che siamo (potenzialità, limiti, storia...) e ciò che facciamo (ruoli, relazioni, attività...). Attende di essere dotato di senso, ricondotto e orientato al suo oggetto ultimo di ricerca che è di natura teologica, non un valore astratto né una meta scaturita dalla mente umana, ma una persona, Gesù Cristo, che massimamente soddisfa e acquieta la ricerca umana e oltre il quale ogni ulteriore domandare è impossibile. nostre forze (= prontezza alla azione) in vista di uno scopo importante (= direzionalità dell'azione): siamo in quello stato di vigilia che, previo allo scatto di partenza, ci fa concentrare in vista dell'obiettivo ormai scelto. La direzione spirituale è uno degli strumenti pedagogici che vuole favorire la prontezza interiore ad agire, quello stato interiore che porta una persona a decidere senza bisogno di doverla forzare né spingere.

 

Breve richiamo del polo oggettivo

Da qui si vede che la prima attenzione della guida è la fedeltà al dato oggettivo di cui è mediatore, che deve perciò tenere bene a mente prima ancora di preoccuparsi del soggetto specifico con cui ha a che fare. È un ut memoria che determinerà il suo modo di muoversi nell'interiorità altrui con quel tatto che gli suggerirà di dire e fare ciò che è giusto al momento giusto. Così brevemente riassumiamo il dato oggettivo:

1. Dio si presenta in Cristo con una nuova coscienza di se stesso, prima non accessibile all'uomo.

2. Il luogo della nuova rivelazione di Dio è il mistero pasquale dove si vede che come Dio si comunica nella storia, così in atti altrettanto storici va riconosciuto e accolto.

3. Il cristiano, di conseguenza, non fonda la dignità e la validità della propria persona in un futuro oscuro e nemmeno nel presente delle sue caratteristiche psichiche, ma nella consapevolezza di un passato salvifico tuttora operante. Da un dato di fatto che storicamente appartiene al passato, deduce la solidità della sua realtà attuale. Ì: voltandosi indietro che il cristiano trova il valore dell'oggi.

4. Grazie all'evento Cristo, il cristiano riceve (verbo passivo!) una nuova coscienza di sé. L'amore di Dio è infuso nel suo cuore. Per dono, non per vanto porta in sé l'immagine dell'uomo celeste. Si tratta di una nuova "capacità dono" già presente nel nostro cuore e non previamente data sul piano naturale. La dignità che

Il punto di incontro fra elemento teologico e psicologico avviene nella motivazione che è quella zona della nostra psiche dove si incontrano le forze (bisogni) e le attese (valori) che ci inclinano ad agire (motivazione = forza che dà energia + significato che indirizza le energie). Quando siamo motivati vuol dire che abbiamo allertato le nostre forze (= prontezza alla azione) in vista di uno scopo importante (= direzionalità dell'azione): siamo in quello stato di vigilia che, previo allo scatto di partenza, ci fa concentrare in vista dell'obiettivo ormai scelto. La direzione spirituale è uno degli strumenti pedagogici che vuole favorire la prontezza interiore ad agire, quello stato interiore che porta una persona a decidere senza bisogno di doverla forzare né spingere.

 

Breve richiamo del polo oggettivo

Da qui si vede che la prima attenzione della guida è la fedeltà al dato oggettivo di cui è mediatore, che deve perciò tenere bene a mente prima ancora di preoccuparsi del soggetto specifico con cui ha a che fare. È un ut memoria che determinerà il suo modo di muoversi nell'interiorità altrui con quel tatto che gli suggerirà di dire e fare ciò che è giusto al momento giusto. Così brevemente riassumiamo il dato oggettivo:

1. Dio si presenta in Cristo con una nuova coscienza di se stesso, prima non accessibile all'uomo.

2. Il luogo della nuova rivelazione di Dio è il mistero pasquale dove si vede che come Dio si comunica nella storia, così in atti altrettanto storici va riconosciuto e accolto.

3. Il cristiano, di conseguenza, non fonda la dignità e la validità della propria persona in un futuro oscuro e nemmeno nel presente delle sue caratteristiche psichiche, ma nella consapevolezza di un passato salvifico tuttora operante. Da un dato di fatto che storicamente appartiene al passato, deduce la solidità della sua realtà attuale. Ì: voltandosi indietro che il cristiano trova il valore dell'oggi.

4. Grazie all'evento Cristo, il cristiano riceve (verbo passivo!) una nuova coscienza di sé. L'amore di Dio è infuso nel suo cuore. Per dono, non per vanto porta in sé l'immagine dell'uomo celeste. Si tratta di una nuova "capacità dono" già presente nel nostro cuore e non previamente data sul piano naturale. La dignità che l'uomo ha ricevuto per creazione viene riconfermata e magnificata dalla chiamata "al più" ricevuta per battesimo.

5. La chiamata cristiana è "un più" di proposta. Si tratta infatti di una chiamata alla trascendenza teocentrica che è trascendenza di conoscenza, moralità, amore.

6. La chiamata cristiana è "un più" di realizzazione. Quando Dio eleva il cuore umano a un obiettivo più alto, offre anche il realizzatore massimo di ciò che l'uomo già è. La chiamata alla trascendenza non è alienazione da sé, ma promessa di realizzazione massima dell'umanità. Le potenzialità antropologiche ricevono un'apertura a un orizzonte qualitativamente nuovo e un'attuazione massima di ciò che è in loro solo implicito. Alla luce della fede, l'uomo può portare la sua umanità all'estrema esasperazione, viverla con maggiore intensità, esaurendone, per così dire, tutte le implicazioni.

Già il solo ricordarci del polo oggettivo fa intravedere il percorso della direzione spirituale. Non è un guardarsi dentro e dire di voler diventare ciò che i nostri desideri suggeriscono. È un mettersi in ascolto con questa realtà immensa che è dentro di noi come contrapposta ai nostri desideri da sintonizzare su di essa. La persona sarà formata quando sarà capace di scorgere la sovranità del Signore che è in lei e di fronte alla quale impegnare l'onore della sua personalità.

 

Obiettivi da raggiungere

Con la chiarezza sul "a che cosa Dio chiama?", la guida può ora rivolgersi al discepolo e chiedersi: come aiutarlo ad afferrarne il significato del polo oggettivo e a modellare su di esso la propria soggettività? Come aiutarlo a formarsi una soggettività autentica misurata sul messaggio rivelato di Dio? Abbiamo già detto che dobbiamo agire sulla motivazione: educare al Buon cuore, nel duplice senso che qualcosa di buono lo attiva e a qualcosa di buono si dirige. Ma quali atteggiamenti favorire?

 

Notare

È il primo verbo della definizione data e primo scopo della direzione spirituale.

Notare vuol dire introdurre la persona a una lettura cristiana della sua vita, di modo che ciò che fa o ciò che le accade, lo viva come luogo di incontro fra la sua iniziativa (più o meno ampiamente libera) e quella di Dio. Si tratta di un leggere congiunto che abilita il discepolo ad accorgersi che nel suo operare non solo sta attuando una serie di sue iniziative per rispondere alle domande pratiche e alle ricerche contingenti che egli si fa, ma sta anche (più o treno consapevolmente) intessendo un dialogo (armonico o conflittuale) con Dio, il quale dal canto suo previe nella coscienza del discepolo per farsi conoscere attraverso quell'operare e stimola a servirsi di esso per una risposta a Lui, oltre che all'ambiente. L'agire umano è dunque visto come una modalità di dialogo: il punto di incontro fra iniziativa umana e attività di Dio, per cui viene letto nella duplice prospettiva di attività libera dell'uomo e di lavoro di Dio nel cuore della libertà umana. Se si è capaci di questo, si capirà che la dimensione spirituale non è un supplemento opzionale e dunque facoltativo per i più raffinati che si aggiunge a mo' di rifinitura o miglioria a una realtà umana già in sé completa e significativa, un qualcosa che scatta in seconda battuta, quando l'uomo si interroga sui suoi doveri verso Dio, ma è una realtà che è presente e già operante nel momento in cui l'uomo sembra operare per fini solamente soggettivi, sociali, mondani. Se il soggetto prende coscienza di questo, è nelle condizioni di poter diventare contemplativo nell'azione, nel caso intenda donare a Dio questa libertà effettiva ora ampliata.

 

Con la introspezione

Notare non è un esercizio intellettuale di astrazione, ma un impegno di introspezione affettivamente coinvolgente. Infatti la direzione spirituale vuole favorire una migliore "ortopatia" oltre che "ortodossia". L'ortodossia favorisce il corretto funzionamento del conoscere umano come attività di oggettività e di trascendenza che, rispettosa di una verità, la interpreta correttamente. L'ortopatia fa un passo ulteriore: favorisce un contatto autentico della persona con la propria soggettività vera affinché possa, con maggior libertà, desiderare, volere, amare quell'oggetto autenticamente interpretato. Questo notare affettivo lo chiamiamo introspezione (insight).

L'introspezione è il contrario dell'astrazione che mantiene erroneamente il colloquio spirituale a un livello intellettuale. L'astrazione compie infatti una scomposizione che fa slittare l'attenzione dal piano dell'operare concreto a quello dei principi, lasciando perdere il piano di partenza. Glissa il "ciò che si fa" in favore del "ciò che si dovrebbe fare". In questo caso la direzione spirituale si trasforma in una conferenza personalizzata di spiritualità o peggio ancora in una serie di consigli devoti, il che, in entrambi i casi, non ha il potere di modificare l'ortopatia del soggetto e il suo attuale modo concreto di operare. È il caso del direttore spirituale Che, dopo aver ascoltato la situazione di vita del soggetto, gli spiega il modo corretto e alternativo di agire saltando a pie' pari le considerazioni delle dinamiche soggettive che hanno portato il soggetto ad essere come è e che, non toccate, impediranno di attuare quanto il direttore consiglia, con la dolorosa conseguenza che la direzione spirituale ad un certo momento viene abbandonata (e con essa la ricerca), aggiungendo nel discepolo un senso di colpa e di amarezza per la propria incapacità di vivere quanto consigliato. Il difetto noti è nel riferirsi al livello etico e spirituale, ma nel farlo in modo disancorato dall'esistente psicodinamica del soggetto.

L'introspezione invece sa leggere dentro. Non prescinde dalla situazione concreta, ma in episodi forse all'apparenza irrilevanti (e di solito sono questi i più rivelatori della interiorità) sa cogliere frammenti del dialogo fra Dio e il discepolo e sulla qualità di questo dialogo il direttore interloquisce, ma senza lasciar perdere il (lato irrilevante che serve da veicolo, bensì trovando in esso qualcosa che lo supera, eppure ancora in esso contenuto. Si chiede aiuto per questo o quello, ma questo o quello, quando sono scavati, si rivelano per ciò che sono: figure di un desiderio infinito.

Mentre l'astrazione è un sapere riduttivo, l'introspezione è un sapere scopritivo: avanza verso l'interiorità della persona alla ricerca del suo nucleo restando però sempre all'interno dell'esperito concreto, percorrendolo completamente. Ci si accorge così che l'operare concreto è un susseguirsi logico e coerente (non sempre in termini di ragionevolezza matura) di iniziative solo apparentemente isolate e invece appartenenti a una stessa trama dai significati congiuntamente umani e spirituali. Con questo metodo si arriva a cogliere, con un pensiero non contemplante, ciò che propriamente è accessibile solo alla contemplazione spirituale.

Quando usiamo questo metodo, ritroviamo nell'agire concreto segni e tracce di una ricerca religiosa. Incominciamo a intuire che ogni azione aspira a qualcosa di più di ciò che essa contiene. Ci fa vivere con uno spirito aperto alla meraviglia e allo stupore e ci accorgiamo che le nostre azioni non si limitano a ricercare ciò che a loro appartiene, è dovuto. Oltre al loro oggetto immediato di ricerca, contengono un anelito, un indizio di ricerca di qualcosa di più eccellente. Nella nostra motivazione si trova un desiderio che non riguarda solo l'area del sensibile, la cura per la nostra sopravvivenza, la ricerca della relazione con gli altri. Nel cuore umano c'è la ricerca dell'Uno, incontaminato, perfetto, capace di dare quella pienezza in cui l'ulteriore ricerca non ha più senso. Grazie a questa tendenza teleologica dell'agire umano si può con meraviglia scoprire che, chiedendo disperatamente un sasso, in realtà si sta chiedendo, forse senza saperlo, un pane.

 

Importanza del dettaglio

Attenzione dunque all'accidentale perché è questo a essere il veicolo della spiritualità. Il frammento di vita ha un'importanza enorme, non in sé, ma in quanto tramite. E in quanto tramite lo trattiamo. L'obiettivo ultimo della guida non è restaurare quel frammento, favorire nel soggetto una più agile operatività, un modo più libero di interagire con gli altri o una relazione meno conflittuale con la propria interiorità. Se tratta e promuove l'agire concreto del soggetto, è perché questi, esercitandosi nel frammento di vita presente, diventi un dialogante più ricettivo, con minori distorsioni e riduzioni, nei confronti di Dio che agisce e preme in lui. Se si deve evitare un riduzionismo dall'alto che fa affermazioni di principio prescindendo e svalutando le mediazioni contingenti, occorre evitare anche il riduzionismo dal basso che lega così strettamente il mondo spirituale con i tramiti che esso usa per attuarsi, da condizionare l'esistenza del primo alle qualità dei secondi. Si cadrebbe nell'errore di considerare le dinamiche psicologiche come espressione diretta e immediata della sottostante realtà trascendente: è lo psicologismo che attribuisce al grado di maturità psicologica finora raggiunto dal soggetto il valore di verdetto ultimo e ma ppellabile sulla sua possibilità ili dialogare con Dio. In questo caso la dimensione psicologica determina (anziché predisporre) la vita spirituale, mentre sappiamo bene che autentici dialoghi religiosi si possono svolgere anche in un contesto di vite psicologicamente deboli se non fallimentari e, al contrario, persone psicologicamente mature non necessariamente fanno il salto della fede.

Il direttore spirituale non è un docente privato di teologia, ma neanche uno psicologo. E un educatore che forte della conoscenza del dato oggettivo e della situazione del soggetto aiuta il discepolo a mediare in sé questi due poli. Mantiene una duplice attenzione: all'oggetto e al soggetto. Sul versante del polo oggettivo la domanda è: a che cosa Dio chiama? Qual è il fine ultimo al quale le operazioni umane possono tendere? A che cosa eleva la chiamata? (prospettiva finalistica). Circa l'attenzione al soggetto la domanda è: come deve essere il sistema motivazionale dell'uomo per sintonizzarsi con Dio? Come può il cristiano trascendersi dato che è segnato da una natura contraddittoria?

 

Rispondere

È il secondo verbo della definizione data e secondo scopo della direzione spirituale. Una volta notato il carattere "congiunto" del proprio operare, occorre agire di conseguenza. Il discernimento è un'iniziazione a un pensare concreto, che sappia individuare migliori (o alternativi) modi di operare, più incarnatori dei valori cristiani rispetto a quelli precedenti. È il compito di progettare un itinerario spirituale personale che permetta di assimilare progressivamente i valori cristiani notati. La capacità di lettura deve sfociare in una concreta risposta: pensare bene per agire bene. Senza questa finalità esistenziale, la direzione spirituale rullane accademia. «E allora, che cosa voglio fare?,,, «Che decisioni prendo?,,, "Oggi, per me, è ancora il momento della ricerca o è scoccato il tempo della scelta?», «Il mio modo attuale di operare si ispira alla acquisita capacità di notare che la mia vita è terreno di azione congiunta fra la tuia iniziativa e quella di Dio?".

Una risposta da dare, ma anche risposte già date da purificare. «Le mie scelte particolari ricercano solo finalità per ognuna specifica o sono anche attuazioni parziali dell'unica volontà di rispondere con la vita al Bene sommo?», «Qual è la qualità di questa concretizzazione? Nella ricerca dei beni particolari traduco la ricerca del Bene, oppure la riduco o addirittura la tradisco?», «Forse la ricerca di Dio è anche ricerca di me stesso? Mentre servo il Dio vero sto ancora servendo altri idoli?», «Nel mio agire, con chi mi metto in dialogo? Con me stesso, le richieste dell'ambiente, le esigenze di ruolo, oppure mi servo delle situazioni contingenti come occasione per rispondere a Dio che attraverso di esse preme per essere amato e servito?».

Agire non significa solo fare azioni o propositi (spesso... da marinaio) ma controllare la qualità dell'azione alla luce di tre criteri di discernimento:

- il contenuto della fede deve ispirare e guidare l'uso delle potenzialità psichiche che la persona è consapevole di possedere.

- il contenuto della fede deve stimolare la persona a ricuperare le energie psichiche rimaste inevase e finora inutilizzate perché non convinta di averle o timorosa di usarle o perché non ritenute importanti.

- Impegnarsi in questa progressiva totalità di dono di sé per la gloria di Dio e non per altri fini più o meno utilitaristici.

Dare ciò che ho, dare ciò che ho sotterrato, farlo per Dio. Ciascuno dei tre passi va fatto in spirito e verità (e non per motivi narcisisti, sensi di colpa, volontarismo...). Ad ogni passo vanno dunque garantite oggettività e libertà e valgono i dite criteri di discernimento:

- Il mio agire è ispirato da criteri soggettivi, che estraggo dalla mia interiorità arbitraria, oppure si ispira all'obbedienza della fede (rettitudine oggettiva dell'agire)?

- Il mio agire retto è frutto di una scelta libera, quindi convinto perché preferito ad altre scelte possibili? (libertà dell'agire).

 

Bene apparente e bene reale

Cosa vuol dire agire bene: fare il bene ed evitare il male? Anche questo, ma non solo questo. Occorre discernere la qualità del bene, coglierne gli aspetti che di bene hanno solo l'apparenza. La direzione spirituale favorisce la crescita nel bene reale anziché apparente.

Per bene reale intendiamo non il bene in sé, cioè il bene in assoluto, quello che si dovrebbe fare teoricamente da parte di tutti, la cui omissione sarebbe un male, ma il `bene per me" ossia quel bene che corrisponde alla situazione esistenziale della singola persona (ciò che io dovrei fare nella mia condizione). Il primo criterio di distinzione del bene reale è dunque la fedeltà alla situazione di vita (i cosiddetti "doveri di stato"). Infatti il bene è sempre concreto.

Il secondo criterio di distinzione fra bene apparente e bene reale riguarda l'investimento delle nostre energie: è apparente quel bene in cui sono disposto a investire solo le potenzialità attualmente libere in me o, ancor meno, solo parte di esse. È invece reale quel bene in cui investo tutte le potenzialità attualmente libere in me e, di più, sono disponibile a liberare, per quel bene, altre non attualmente libere ma inevase e ancora inutilizzate. Infatti il bene è sempre integrale: richiede la generosità di mettere a disposizione tutte le proprie forze e l'impegno di voler crescere in questa disponibilità. l? bene ciò che ci stimola a diventare migliori.

Pur facendo il bene, si può rimanere chiusi nell'orizzonte di vita che ruota intorno al proprio io. Il discernimento della risposta all'azione della grazia si fa allora impegnativo e imbarazzante. La distinzione non è fra il normale e il patologico, fra il peccato e la virtù. La domanda è più profonda: ciò che è normale e buono, è anche ciò che mi fa trascendere secondo una logica di amore teocentrico?

Dello stesso desiderio interiore o dello stesso comportamento si possono fare tre domande diverse:

- È segno di follia o di anormalità?

- Contiene in sé qualcosa di buono/virtuoso o di cattivo/peccaminoso?

- Sa integrare i valori naturali con quelli trascendenti, usando i primi come simboli per il perseguimento dei secondi?

Alcuni esempi. Un atteggiamento di disponibilità agli altri può essere segno di normalità psichica, segno di vita buona e contemporaneamente segno di bene apparente: in tutta buona fede l'individuo è disponibile e generoso, ma non si accorge di farlo a scapito dei suoi doveri di stato, di essere dispersivo. È normale,

buono, bravo, ma nonostante la sua generosità rimane un dilettante della donazione, nella logica del «fin tanto che ...» A senza arrivare mai a una scelta vocazionale totalizzante. Conoscere la verità può corazzarci da ulteriori ricerche e dubbi salutari, oppure aprirci a Dio e farci fare un passo in avanti nell'affidamento a Lui. Dai nostri insuccessi possiamo imparare la "furbizia" di cautelarci meglio per il futuro contro ulteriori delusioni, oppure la sapienza di integrare meglio i nostri limiti per una donazione rinnovata e più realista. E ancora, c'è una filantropia che porta all'autocompiacimento, alla ricerca della reciprocità o alla giustificazione per avere fatto abbastanza e c'è una filantropia esercitata in forza dell'amore di Dio che porta ad amare oltre i risultati e con la consapevolezza di non aver mai fatto abbastanza.

Se prevalgono motivazioni naturali, è logico supporre che l'ideale cristiano sia vissuto in un'ottica di donazione parziale, di trascendenza filantropica-sociale o secondo una preoccupazione egocentrica (non egoistica). In questo caso la persona si dona fino a un certo punto. Ci pensano poi i meccanismi di difesa a concludere che tutto questo è invece amore purissimo. Se invece prevale la forza (cognitivo-affettiva) dei valori trascendenti, i valori naturali sono integrati in una dinamica di "più": simboli per far vivere ciò che appartiene ai valori trascendenti.

Non sono distinzioni da poco: con il passare del tempo, il bene apparente può intaccare indirettamente il bene reale e, in un passo successivo, inclinare al male.

 

Il ruolo attivo della guida

La nostra definizione non parla di reciprocità. La relazione che si realizza nella direzione spirituale non è di tipo didattico, ma neanche amicale. Non si basa sulla reciprocità delle confidenze e neanche mira a stabilire un rapporto affettivo fra maestro e guida, che ovviamente ci deve essere, ma che è strumentale e di rimando al rapporto che il discepolo dovrà tenere con Dio.

 

Rielaborare

La direzione spirituale rientra nella categoria delle relazioni educative che si ispirano alla "identificazione proiettiva" intesa non come meccanismo di difesa o stile di comunicazione, ma come mezzo di cambiamento. Senza entrare nei dettagli altrove esposti, l'identificazione proiettiva indica che una persona consegna alcuni aspetti del proprio io alla cura di un altro (proiezione) per poi riappropriarsene in versione modificata, cioè corretta ed evangelizzata dall'altro (identificazione) così che è migliorata la propria identità umana e cristiana. Dal punto di vista della guida questo tipo di relazione significa la disponibilità a funzionare come "contenitore" della realtà dell'altro (da accogliere con empatia, comprensione, accettazione), ma soprattutto la capacità di “riciclare" tale realtà alla luce della propria maggiore maturità e di criteri oggettivi, in modo (li provocare nell'altro il desiderio di fare altrettanto. Dal snodo in cui la guida discerne l’interiorità altrui, l'altro imparerà di conseguenza.

Riciclare, dunque. La direzione spirituale inette a dura prova la guida: è la verifica della sua maturità e spesso la rivelazione impietosa delle sue deficienze. Se si trattasse di ascoltare e rispondere con consigli usa e getta o con affermazioni di principio, non ci sarebbero problemi, come non ci sarebbero se si trattasse solo di accogliere l'altro. La vera fatica della guida inizia quando deve rielaborare quanto l'altro ha rivelato e lei ha accolto. È in questa seconda fase, dopo la accoglienza, che inizia in senso proprio e si gioca l'efficacia della direzione spirituale. È il momento di responsabilità, quando, dopo l'accoglienza e l'accettazione, la guida si assume il compito di decidere la strada da intraprendere e identifica i precisi punti di crescita che vanno bene per chi ha davanti e forse sono ma datti per un altro. «Ascoltare e capire non è ancora restituire all'altro, nel dialogo, la maniera in cui è stato ascoltato e capito, riflettergliela.»

 

Non basta ascoltare e accogliere

Non c'è studio sulla relazione di aiuto che prescinda dall'apporto di Carl Rogers sulla "accoglienza calorosa" (warm acceptance), la "accettazione incondizionata del cliente", la "non direttività", la "consultazione centrata sul cliente", le "risposte-riflesso" ... Nessuno oggi mette in discussione questi atteggiamenti pedagogici che preservano dall'autoritarismo e dal moralismo. Tutti siamo d'accordo che l'educare attraverso l'imporre pressioni dall'esterno che prescindono dallo stato soggettivo del discepolo non sortisce l'effetto desiderato. Prima ancora di analizzare e scomporre, prima ancora di arrivare a una qualche scoperta, la guida deve mettersi in sintonia con le traduzioni che il discepolo ha finora fatto della propria esistenza. Le

indicazioni di Rogers ricordano giustamente che il dialogo educativo inizia e progredisce se, astenendosi (in questa fase iniziale) da ogni giudizio di valore, la guida sa accogliere in sé la struttura armonica del mondo interiore altrui. La sua ricerca incomincia non da domande, ma da un atteggiamento di ascolto rispettoso o di attesa passiva, affinché l'interiorità (da investigare poi) si scopra nel suo proprio stato. Essa stessa gli fornirà degli indizi parziali e la guida, seguendoli, porrà delle domande. In psicoanalisi questa fedeltà all'oggetto di studio che, a sua volta, si lascia investigare conducendo per mano l'analista si chiama alleanza terapeutica che è appunto contatto con l'umanità che il soggetto ha (poveramente o riccamente) mediato nella sua vita. Senza alleanza il trattamento fallisce, anzi non può neanche incominciare.

Ma l'ascolto non basta. Bisogna anche guidare e valutare. La neutralità dell'accoglienza non è né indifferenza etica né complicità. La guida che accoglie non condanna, ma neanche condivide. Prende atto delle decisioni altrui come fatti esistenti e senza ingerenze da parte del suo giudizio. Riconosce che l'altro agisce in un certo modo, si è dato delle soluzioni possibili, fra le tante altre possibili che la mente umana può escogitare, le accoglie come risposte intelligibili alla situazione, e dà a loro affermazioni di dignità.

Se la guida non interferisce sul risultato (decisione), interferisce però sul processo che il discepolo ha usato per arrivare a quella decisione. Nel momento di rielaborazione la sua riflessione critica non riguarda l'esito (la decisione presa), ma il modo usato per gestire la dialettica che ne era all'origine e che riguarda la difficile armonizzazione fra dato e ideale, da farsi, sempre e comunque, senza annullare l'uno o l'altro. Questa valutazione del processo usato ha, di riflesso, una valutazione sulla decisione presa, che però non avviene alla luce di antropologie soggettive, ma, ex ore tuo, alla luce della intrinseca correttezza dell'operare umano che ha un suo galateo di procedere finalistico e teleologico, un dovrebbe essere. un rapporto giusto/sbagliato fra dato e significato.

 

Oggettivare

Rielaborare, allora, vuol dire sottoporre quanto l'altro ci ha rivelato a un processo di oggettivazione. L'individuo, con tutto ciò che ha detto di sé, viene confrontato con ciò che potrebbe essere (maturità umana) ed è chiamato a essere (maturità cristiana). Qui si rivela la maturità della guida.

Il dialogo si popola: non più due persone, una che parla e l'altra che registra anche se con accoglienza e comprensione. Non più un domandare e un rispondere, ma il discepolo che domanda e una guida che controlla la qualità di questo domandare, affinché, con il tempo, il discepolo faccia altrettanto, da solo.

Mentre il discepolo è attento al frammento di vita che sta spiegando e per quello vuole una risposta, la guida con un orecchio ascolta la realtà attuale dell'altro (come si presenta, cosa dice e fa) e con l'altro orecchio la realtà totale dell'interlocutore annidata in quel frammento. Dentro al problema presentato cerca di scorgere il progetto di vita che in esso si sta sviluppando e il progetto come dovrebbe essere secondo la proposta cristiana. Raccoglie questi tre dati (fatto, stile soggettivo, proposta cristiana oggettiva), di cui in genere solo il primo è oggetto di attenzione dell'interessato, e poi li ricicla alla luce della sua previa maturità e ascolta l'esito del riciclaggio che la propria maturità ha sortito.

I due interlocutori sono accomunati dallo stesso oggetto di dialogo, ma lo trattano da piani diversi. Il discepolo è concentrato sulle sue attuazioni di oggi ("Faccio bene? Cosa devo fare? Cosa c'è che non va in me?"), ma è estraniato dalla piena coscienza di sé: ne parla indirettamente, ma senza averne la consapevolezza perché troppo incollato all'oggi. È consapevole di cosa sta facendo oggi, ma non si rende conto che queste decisioni contingenti ed effimere sono l'eco e la conseguenza di come lui sta giocando la sua esistenza. Invece la guida vede anche la prospettiva usata dal discepolo e con questa lo vuole mettere in contatto. "Con le tue prestazioni attuali che romanzo di vita stai scrivendo?", "Che ne hai fatto della grandezza che hai ricevuto in dono per creazione e redenzione? Nel tuo romanzo di vita la esprimi senza saperlo o forse l'hai affossata, o la stai attuando con sconti e distorsioni?".

Avremo aiutato l'individuo a crescere nella misura in cui impara a oggettivare le proprie percezioni e azioni in modo da capire fino a che punto corrispondono e sono adeguate alla sua struttura ontologica e cristiana e fino a che punto non lo sono. Questa è l'autentica consapevolezza critica di sé: sottoporre a verifica la propria soggettività. Fortunatamente per noi, ci sono persone che sanno sviluppare questo processo indotto dalla guida verso un grado di autocoscienza e una capacità di notare e assimilare che supera quello della guida stessa.

 

La terza parte

La guida osserva dunque come il soggetto opera, ma anche come sta traducendo la sua essenza. Da una parte ascolta ciò che il soggetto fa, dall'altra guarda che ne ha fatto della sua natura di uomo e di cristiano. Da una parte è attenta al singolo, dall'altra lo inquadra nella cornice di quella umanità che ogni persona ha in sé per creazione e redenzione. Trae dunque informazioni dal soggetto, ma anche da una teoria antropologica e teologica che definisce cosa è l'humanum e cosa il christianum dell'uomo. Dove è riposta la preziosità della persona umana? In che cosa consiste lo specifico dell'esperienza spirituale cristiana, che la differenzia da una religiosità naturale di tipo filantropico o egocentrico? Quando "ricicla", non si affida al solo buon senso e alla sua soggettività. Lo fa in nome di un’antropologia psicologica e teologica.

Quando osserva il soggetto si serve della empatia, dell'analisi del linguaggio (parole, scritti, gesti, comunicazioni verbali e non...). Con questi strumenti penetra il mondo soggettivo altrui per "comprenderlo" e "spiegarlo". Quando invece, con l'introspezione, osserva quanto quel mondo è traduzione o riduzione (o anche tradimento) della vocazione umana e cristiana, deve avere una definizione di vocazione. La teoria preserva la guida dalla "controtrasferenza" e dal dire parole e consigli che nascono solo dalla sua mentalità, orienta nella comprensione del dato e nel tipo di intervento che si adotterà.

La relazione maestro-discepolo contempla sempre una terza parte, in rapporto alla quale misurare la qualità della mediazione attuata dal soggetto. Questo standard è il concetto di natura umana e cristiana che controlla la qualità della mediazione operata dal soggetto e le valutazione che lui e la guida ne possono dare.

 

Oltre l'interiorità soggettiva

La direzione spirituale si serve dei fatti della vita per formare il buon cuore. Inizia con l'osservare le operazioni del soggetto, ma finisce con il toccare il mistero dell'uomo.

Si vedono le scelte operative dei soggetto come mediazioni storiche, particolari e contingenti, che egli di volta in volta inventa per vivere se stesso come mistero. Se è così, la direzione spirituale non è un rivisitare i valori che già il soggetto conosce e vive e non è neanche un viaggio nei bidoni delle immondizie. È lo scoprire che in noi c'è una stanza delle caldaie che vanno conosciute e revisionate perché non funzionino a scartamento ridotto. Fare direzione spirituale significa allora mettere il soggetto in contatto con la totalità del progetto umano e cristiano, al di là dei riduzionismi e restringimenti che egli vi ha apportato. È allargare i desideri, attivare nuove passioni, portare il dialogo con Dio a un faccia a faccia aperto dove, chiara e precisa, squilla la vera domanda: chi comanda nella mia vita? È svelare la vera lotta dell'uomo con Dio, senza più rimandarla né nasconderla dietro alle grette e

piccole battaglie: sono distratto nelle preghiere, gli altri non si accorgono di me, sono stato scontroso con la mamma....

Arrivati a contatto con l'umanità (lei soggetto singolo, con il suo snodo particolare di tradurre quella umanità che lo costituisce ontologicamente, la si mette in relazione con ciò che egli dovrebbe essere e si cerca di vedere quanto le sue mediazioni traducono, riducono o tradiscono la realtà ontologica che è in lui. Chiarito come stanno le cose, ora si può fare il passo ulteriore, quello davvero critico, del confronto aperto con la proposta cristiana. «Il tuo agire ora appare coerente allo stile di vita che fino ad oggi hai elaborato, ma da oggi non più passivamente attuato, bensì coscientizzato». Ora ci chiediamo: «È anche corrisponderete all'essenza umana e cristiana in te presente per dono?», «Il tuo piccolo cuore, ora finalmente (ma sempre parzialmente) svelato, che ne ha fatto del grande cuore che Dio ha infuso in te e che: attende di essere notato e dotato di una risposta?», «Ciò che fai dà voce, come e quanto, alla umanità di cui sei custode? Riflette l'altezza e la profondità della chiamata di Dio?»». La guida valuta l’attuale mediazione attuata dal soggetto in termini di rispetto del mistero che è in lui. Oltre che fornire spiegazione e comprensione di ciò che fa, propone domande circa la qualità di quel fare.

Al soggetto che piange chiede: «Perché piangi? Perché hai tagliato la cipolla o perché ti è morto l'amato?». Poi domanda: «Che cosa vuoi esprimere con le tue lagrime: dolore, rabbia, invocazione d'aiuto, rimprovero?». Così facendo, riporta il soggetto a contatto con ciò che egli attualmente è. Ma in un passo successivo lo riporta a contatto con ciò che deve essere e gli chiede: con questo tuo modo di fare la tua umanità è espressa in forma piena o riduttiva? Questa tua operazione è risposta vera, profonda, che corrisponde al mistero della persona o è risposta ridotta, spostata, manipolatori? Contiene una cristianità rispettata, impoverita, tradita? Hai colto i nessi essenziali sui quali si articola l'atto di fede o sei rimasto alla periferia? A un livello più basso, l'intervento riguarda l'attività del soggetto, a un livello più alto riguarda il suo modo di gestirsi come mistero. Di fronte alla persona che viene a raccontargli la "sua" esperienza di Dio e la stia sapienza di vita, la guida non deve avere paura di cogliere la povertà e l’incompletezza di questa esperienza che forse ha lasciato fuori quello che é più importante. Avverte di nuovo Godin: «Il consigliere pastorale (come ogni psicologo, anzi ogni uomo) è capace di accettare incondizionatamente le disposizioni psicologiche o i bisogni affettivi della persona. Ma, proprio nella misura in cui egli le ascolta e le comprende nella loro prospettiva religiosa, percepisce nello stesso tempo la distanza tra questi desideri e quelli che lo Spirito del Signore gli fa avvertire leggendo il Vangelo: la legge non salva; il perdono è sempre offerto; la zizzania rimane a lungo mescolata con il buon grano; non la pace, bensì la spada della lotta per i diritti dei poveri; chi è mio padre, mia madre o i

miei fratelli se non coloro che costruiscono il Regno della nuova alleanza? L'intervallo così percepito tra certi desideri, anche religiosi, e altri desideri o altre pratiche evangeliche apre uno spazio cristiano per il consiglio propriamente pastorale: un invito ad analizzare la richiesta, ad approfondire il desiderio e a confrontarli con lo Spirito».

Non si vuole rimproverare, ma ricordare che il nostro piccolo cuore funziona a scartamento ridotto rispetto al grande cuore che Dio ci ha infuso. Non si vuole colpevolizzare, ma provocare la nostalgia di un ritorno a casa. Se la guida non si ferma a ciò che il discepolo dice di essere, ai suoi atti o al suo carattere, è perché ha visto in lui ciò che potrebbe o dovrebbe essere. Conosce ciò che l'altro è oggi, ma sa anche intravedere ciò che potrebbe essere se fosse più libero, più credente, più coraggioso. È questa immagine del «come potresti essere se ...» che la guida deve sapere scovare nel dato presente, ivi già abbozzata in forma germinativa ed embrionale e restituirla al discepolo. Il discepolo vede solo le paludi e per di più le scambia per prati. La guida vede le paludi e "prevede" i prati attualmente affogati dalle paludi. Questa visione anticipatoria, ma documentata dall’operare attuale dà il diritto alla critica, che è il lavoro di progressiva bonifica delle paludi malariche con l'immagine (anticipata nella mente dell’educatore e in alcuni segnali nell'educando) dei prati che le sostituiranno. Il senso di stupore per Ila grandezza di cui siamo contenitori e il senso di meraviglia per questo tesoro che ci trascende lini che è in noi, che si lascia addomesticare dal nostro agire ma che ala esso non si lascia recintare, non può non far sorgere la domanda affettiva: e allora, io?

La guida ha così aiutato il discepolo a fare un lavoro di recupero. All'inizio del suo cammino spirituale, c'era un uomo che la grazia di Dio ha toccato e a cui ha fatto intuire un cammino di trascendenza teocentrica. Quell'uomo si è messo per via, ma lungo il cammino di risposta ha impoverito quella apprensione iniziale, affascinante ma tremenda, e l'ha chiusa in risposte caratteriali e in dettagli. La guida gli si avvicina e gli fa vedere i restringimenti prodotti, e, parlando di questi, riconduce quel pellegrino alla freschezza del punto di partenza, alla sua iniziale conversione religiosa, che però ora con la saggezza del poi può vivere meglio e tradurre in una più seria conversione intellettuale e morale. Quel pellegrino, che già aveva soggettivato il dialogo con Dio, è ricondotto a oggettivarlo per ritornare a soggettivarlo in maggiore obbedienza e con il minor numero di distorsioni possibili. Se quel pellegrino si accorge che l'ideale dell'io non può essere ha proiezione del suo io attuale e neanche l'io idealizzato, significa che è stato formato.

 

Ministero frustrante

Direzione spirituale: parola magica, detta da tanti e praticata da pochi. È un lavoro duro per il discepolo, ma anche per la guida. È facilmente lo si abbandona scivolando nella più sbrigativa formula di consigli comportamentali a uso immediato o di indicazioni di principio senza lei necessaria mediazione nella realtà concreta.

Prima o poi, il direttore spirituale si imbatte in un fatto scoraggiante. Scopre che una cosa è provocare un cambiamento temporaneo di atteggiamento (il che offre al discepolo un senso di sollievo e di fiducia in sé), un'altra cosa è rendere questo cambiamento stabile e duraturo, farne lino stile abituale di vita, punto di non ritorno dal quale procedere per ulteriori mete. Il primo obiettivo è facile da raggiungere e lo si può ottenere anche nel giro di pochi incontri. L'altro è difficile, richiede mesi di lavoro dall'avanzare lento e irregolare, pieno di inversioni di marcia. E qualche volta fallisce proprio in prossimità del traguardo, quando il soggetto, aumentata l'ampiezza della libertà effettiva, potrebbe usarla per un dono più totale di sé e non lo fa. Il cambiamento precario (e a volte notevole) si ottiene rapidamente, ma occorre tanto sforzo per renderlo stabile, trasformarlo n prontezza abituale a rispondere. Finalmente raggiunta una nuova consapevolezza di sé, una percezione più affettiva e oggettiva del valore o Sperimentato un bene più reale e meno apparente, la persona dopo alcune settimane ci riferisce che è ricaduta nella confusione antecedente, riprende a parlare sempre delle stesse cose, come se la conquista appena fatta fosse già sfumata. Occorre conquistare e riconquistare sempre lo steso territorio.

 

Un rapporto di lotta

Più l'aiuto è efficace, più suscita reazioni negative. Quanto è banale viene accolto immediatamente. Chi si lascia educare, al primo nostro tocco reagisce male (e spesso anche al secondo...). Deve fare così. Se accoglie, se si lascia mettere in discussione, se è disponibile, allora deve trattare male la nostra carezza. È il realismo della intimità. Solo un sognatore e un ingenuo può aspettarsi che a un bacio vero l'altro risponda con un candido “grazie papà".

Dobbiamo sospettare se il discepolo non resiste. Se gli tocco il cuore per invitarlo ad essere migliore, gli vado a toccare qualcosa di estremamente vitale, gli sto chiedendo di relativizzare il suo sistema di equilibrio e rinnovare. la speranza che ne può trovare uno migliore. Gli chiedo di smuoversi e questo non è carino! Vogliamo promuovere uno che, tutto sommato, si sente già a posto!

Una seria proposta di crescita innesca una lotta nel discepolo fra il suo io che vuole crescere e l'altro suo io che vuole mantenere le cose come stanno e una lotta fra il maestro che gli chiede di essere di più e il discepolo che ha paura di tentare ancora. Questa lotta accompagna ogni conquista. Non è ostile, dai toni di aggressività, tipo testa contro testa. Non ha motivi di rivalità o di supremazia. Si tratta di quella lotta che individua il piccolo cuore di cui il fratello si serve, lo prende di mira e lo denuncia affinché si adegui di più al ritmo del grande cuore presente in lui ma in parte ancora inoperativo.

Se si è riusciti a stabilire una buona alleanza, la mano che sfiora dolcemente può allora farsi più vigorosa fino ad "estorcere" al discepolo un consenso e quasi obbligarlo a vedere anche liti quel grande cuore nascosto che i suoi occhi dapprima non riuscivano, e poi non volevano scorgere. Per amore, si può anche mettere l'altro con le spalle al muro. A volte il tentativo riesce e si ha la consolante conclusione di poter dire: «Io ho creduto in te più di quanto tu credessi in te stesso. La cosa ha funzionato. Fallo anche tu». Questo è il vero rispetto, come conclusione di un processo di aiuto che ha allargato il raggio di libertà dell'altro.

Aiutiamo l'altro, ma non nel modo che lui immagina. A volte la lotta diventa sfida con il discepolo che si presenta a noi con il sito io "malato" e chiede di allearci con esso in una complicità a delinquere in modo da ottenere il nostro autorevole avvallo a non tentare ulteriormente di crescere, ripagandoci poi con la disistima nel caso che glielo concedessimo. Proprio mentre cresce, ci chiede (non sempre inconsciamente) di non tenere più conto del suo io sano che nell'alleanza iniziale di lavoro si era deciso insieme di far crescere e che ora sta emergendo. In questi momenti la guida deve reggere agli attacchi dell'io ma lato, comprenderli, senza però interloquire con esso, ma rispondere appellandosi all'io sano che sa ancora presente, ma temporaneamente rigettato dal discepolo. Si tratta, da parte della guida, di un atto prepotente di amore perché nel momento di tendere la sua mano sa che verrà morsicata, interpretata come gesto di crudeltà e durezza da parte di una persona in cui lei, guida, ripone più fiducia di quanto l'interessato stesso abbia in sé. Gran parte del lavoro di crescita si svolge all'insegna di questo rapporto spezzato dove ogni dialogante preme per imporre le proprie regole, diverse da quelle volute dall'altro. Dio voglia che la guida non prema per finire personali. Quando avverrà la resa al' bene reale, questa intesa sulla stessa lunghezza d'onda indicherà che è l'ora del commiato.

Dico questo per ricordare che la guida è guida e come tale deve comportarsi. È suo compito dirigere attivamente gli incontri, decidere quali sono gli obiettivi da raggiungere a breve e a lungo termine, impostare e mettere in ordine di precedenza

gli argomenti nevralgici da dibattere, stabilire la frequenza e durata degli incontri, mettere il soggetto al limite delle sue capacità. Tutto ciò non è rigidità, se la guida accetta di assumersi le sue responsabilità e giocarsi di persona.

Non si può consigliare o criticare e poi sparire dalla circolazione. Bisogna decidere quale operazione occorre fare e assistere il decorso postoperatorio: controllare gli effetti, cosa è stato percepito, come è stato accolto, accettare che non sia stato accolto e ridirlo con più amore. E questo richiede pazienza, ripetere, tornare indietro... Ciò che stimola il cambiamento non è l'accettazione ma il confronto. La prima non mette in moto nessun processo, è solo il presupposto del setting educativo.

 

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