Lei nello sguardo di Comboni (di Mario Trebeschi)

04.10.2015 17:39

 

Limone sul Garda, gennaio 98

Presentazione

 

Dal 3 al 6 gennaio 98 un gruppo di laici, animati dal comune interesse per la missione e la persona del Comboni, si sono ritrovati a Limone sul Garda (BS) per una tre-giorni di riflessione sul tema: “Lei, immagine del divino” - “Lei, nello sguardo di Comboni”.

Sr. Enza Carini, comboniana ha presentato “il cammino della donna attraverso silenzi, paro-le e gesti di donne dell’Antico Testamento e delle discepole di Gesù”.

Domenica Ghidotti, partendo dalle icone che lei stessa dipinge, ha messo in evidenza gli aspetti salienti dell’esperienza di fede di Maria di Nazareth.

Don Mario Trebeschi, già parroco di Limone sul Garda, ha sviluppato invece il rapporto tra Daniele Comboni e il mondo femminile. Con lunga e paziente ricerca ha passato in rassegna, attra-verso gli Scritti, tutte le relazioni “al femminile” che il Comboni ha coltivato durante la sua vita, situando ogni personaggio nel suo contesto storico e spirituale. Ne è emersa un’analisi ricca e pro-fonda che proponiamo in questo “Quaderno del Tesöl”.

“Non c’è niente di più bello al mondo che l’azione della grazia in un’anima” ha scritto Edith Stein. D. Mario, che ha “bastante sapienza per credere che ciò che vale non sempre appare”, ci ha aiutati ad en-trare nel mistero della grazia che ha animato la vita di un grande uomo e di un grande missionario. Entrando in contatto con la ricchezza e la profondità della sua esperienza umana e spirituale ne siamo rimasti affascinati.

Auguriamo ai lettori lo stupore e la gioia che abbiamo avuto nello scoprire le caratteristiche inedite dell’anima di questo grande uomo.

 

P. Renzo Piazza

Limone sul Garda 15 marzo 1998

167° anniversario della nascita di Daniele Comboni

INTRODUZIONE

 

Per trattare questo tema ho scelto, tra gli scritti del Comboni (Scritti, Verona, Emi, 1991), quelli che parlano della donna, della missionaria e quelli indirizzati a donne conosciute dal Beato. Analizzandoli a modo di schedatura mi è parso di poter proporre il seguente schema di lettura e di approfondimento (i numeri sono riferiti alla divisione che compare a margine degli stessi Scritti).

 

I. La donna in famiglia - generazione e rigenerazione

1.1 I genitori.

Il papà, paternità in Dio Padre: 162, 184-189. La mamma, maternità nell’Addolorata, ma-ternità allargata: 175-180.

1.2 I conti Carpegna.

Nuova famiglia: 666, 693-694, 699, 707.

1.3 M.me Anne de Villeneuve.

Madre e moglie incomparabile: 1774-1775, 2831-2833, 3823-3829, 4669, 4713-4714.

 

 

II. La donna in missione

2.1 Missione e ruolo della donna al tempo del Comboni.

Alcune considerazioni.

2.2 La donna.

Azione potente: 970, 1217.

2.3 La donna nell’islamismo.

Azione redentrice di Cristo: 4541, 5032.

2.3 La donna nel Piano di rigenerazione dell’Africa.

Pari dignità e pari apostolato: 2764-2766, 2774-2781.

2.4 Gli istituti del Cairo.

Apostolato al femminile: 2511-2518. La donna nera, maestra, onore dei neri: 2524-2528.

III. La suora in missione - qualità umane e spirituali

3.1 Suore dell’Apparizione: 2008-2011; 2019; 3104-3111; 3711-3714.

 

3.2 Pie Madri della Nigrizia.

IV. Caratteri della suora in missione

4.1 Donna del vangelo: 3553.

4.2 Missionaria al pari e più dei preti: 4464-4465; 5106-5107.

4.3 Collaboratrice indispensabile per la rigenerazione della società africana: 5441-5442.

4.4 Donna non serva: 6455-6456.

4.5 Sante e capaci: 6653-6656.

 

V. Sentire al femminile

5.1 Condivisione della sofferenza.

La morte del padre di suor Teresa Grigolini: 5067-5078.

5.2 Condivisione dell’umiliazione.

Il caso Virginia Mansur. Al card. Simeoni: 6990-7025; 7083-7087; 7161; 7174-7197. A p. Giuseppe Sembianti: 6536; 7216; 7244-7246.

5.3 Ritratti di donne convertite. Giuseppina Condé: 2520-2522. Bianca Lemùna: 6707-6720.

 

VI. Collaborazione spirituale

6.1 Le sorelle Girelli: 2322-2327; 2372-2375; 2796-2797; 7150-7154.

6.2 Abbadessa Maria Mueller: 1885.

6.3 M. Marie Deleuil-Martiny: 1148-1153.

 

6.4 Suor Maria Annunciata Coseghi: 5283-5286.

VII. Maria - funzione regale

7.1 Consacrazione della Nigrizia a Nostra Signora di La Salette: 1638-1644. Consacrazione dell’Africa Centrale a Nostra Signora del S. Cuore: 3991-3993; 4003-4004.

 

Come premessa, rileviamo che il Comboni non ha una dottrina precostituita sulla donna. Il Comboni non è un teologo, o un ideologo. Egli è missionario, e quale missionario! La sua voca-zione è dono di Dio e il Beato ha risposto con tutte le sue capacità spirituali ed umane. Non solo, ha chiamato a raccolta persone di buona volontà, ha sensibilizzato molti e in vari modi sul pro-blema missionario: uomini e donne, persone di Chiesa, papa, cardinali, vescovi, sacerdoti, reli-giosi e religiose di vari istituti, persone semplici, i suoi genitori e compaesani. Dalla sua espe-rienza egli si è fatto idee e convinzioni sui vari aspetti della vita della Chiesa, e conseguente-mente anche della donna e della sua presenza in missione. Illuminanti e indispensabili a tal pro-posito sono gli indici posti al termine del volume degli Scritti. Per quanto attiene alla donna, vi sono vari rimandi: le suore africane, le suore missionarie, l’Istituto Pie Madri della Nigrizia, l’istituto Suore di S. Giuseppe dell’Apparizione ed anche la voce specifica dedicata alla donna. Chi vorrà conoscere di più e meglio potrà usufruire efficacemente di questi riferimenti.

 

Veniamo ora ad esporre i contenuti del nostro schema.

 

I

LA DONNA IN FAMIGLIA - GENERAZIONE E RIGENERAZIONE

 

1.1 I genitori. Il papà, paternità in Dio Padre. La mamma, maternità nell’Addolorata, maternità allargata

Partiamo dalla concezione della donna nel Comboni così come si è formata nel nucleo fondamentale della famiglia.

Il Beato ebbe nella sua famiglia, con il papà e la mamma, e i parenti, ottimi, gratificanti e determinanti, quanto alla vocazione, rapporti. Nelle sue lettere alla famiglia si trovano singolari accenti filiali di confidenza, pace, tenerezza, gaudio più di quanto si poteva riscontrare nelle fa-miglie del tempo, irrigidite nei ruoli dei componenti, che lasciavano poco spazio all’espressione dei sentimenti più genuini dell’animo.

Il Comboni ha lasciato la famiglia sui dieci anni per recarsi a studiare a Verona. Non posse-diamo testimonianze su come egli abbia vissuto questo momento, ma si può intuire che il distac-co non sia stato facile, a giudicare dalla circostanza analoga, anche se più impegnativa e carica di incertezze, insieme a grandi speranze, dell’abbandono dei suoi per recarsi in Africa, nel suo primo viaggio missionario (1857-1859).

Nelle lettere scritte durante il primo viaggio il giovane Comboni esprime i sentimenti del suo vivo attaccamento verso i genitori e parenti, ma mai di nostalgia struggente, come se la fa-miglia fosse un rifugio alienante della sua missione. Pensare alla famiglia, parlare ai genitori con lo scritto è per lui, invece, sempre, un momento coinvolgente di partecipazione di esperienze nuove, di crescita spirituale e vocazionale. Egli invita i genitori ad associarsi al suo sacrificio e alla sua opera e, nello stesso tempo, sollecita se stesso a cogliere nel generoso sacrificio dei ge-nitori, che lo hanno lasciato partire per l’Africa, nuovi motivi spirituali per perseverare nell’intrapresa missione.

Dalla biografia del Comboni sappiamo che il distacco dalla famiglia è stato vissuto, per vari motivi (l’unico figlio che abbandonava i genitori bisognosi della sua opera, la partenza verso una meta presagita più come non ritorno che effettiva missione, ecc.) in modo particolarmente lacerante. Intervenne anche il parroco di Limone, don Pietro Grana, per rendere meno assurdo “il martirio” di quella circostanza (secondo la stessa espressione del Comboni che se non segui-va la sua vocazione era martire per tutta la vita e se la seguiva faceva, invece, martiri due poveri genitori). Prima di partire da Trieste il Comboni inviò una fotografia di se stesso alla mamma e al papà con scritto “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me”. Frase che a pri-ma vista sembra un ammonimento severo, considerato come era stato tribolato il distacco, verso l’insorgenza degli affetti naturali; in realtà, nel contesto delle lettere successive del Comboni,

quella frase appare come la sanzione meritoria evangelica della sua scelta missionaria, che ap-parteneva a lui, ma non meno ai suoi genitori.

Dopo la sua partenza da Trieste e giunto in Palestina, il Comboni scrive alcune lettere ai ge-nitori e ai parenti nell’autunno del 1857 in cui narra il suo viaggio nei luoghi santi. Sono lettere molto belle, scritte con dovizia di particolari, sui quali don Daniele si sofferma per raccontare con meraviglia le novità incontrate, intrattenendosi coi suoi, come se stesse raccontando attorno al fuoco della cucina del Tesöl. Scrive lettere anche quando è arrivato nell’Africa Centrale dalla tribù dei Kiks (1857-1858).

Egli si indirizza ai genitori, insieme, e a ciascuno distintamente. Un accorgimento che rivela sensibilità d’animo di vero figlio, consapevole che se la relazione parentale è con ambedue i ge-nitori, di fatto non prescinde dalla personalità e dalle ragioni che muovono l’animo di ciascuno. Vi sono temi comuni su cui il Comboni si intrattiene col papà e con la mamma (si legga ad esempio la descrizione della lettera del 30 ottobre 1857, nn. 143-158); ma vi sono anche alcune diversità interessanti.

Quanto al papà, Luigi, don Daniele ne considera il gesto di offerta alla luce della paternità di Dio. Egli ringrazia il genitore per il suo “paterno amore”, specialmente per “l’eroico consenso” datogli nel seguire la vocazione missionaria (nn. 162, 184-186) e questo esempio di dedizione del papà viene associato alla paternità amorosa di Dio:

« Dio sia il centro di comunicazione tra me e voi. Egli guidi le nostre imprese, i nostri affari, le nostre sorti e godiamo, ché abbiamo da fare con un buon padrone, con un fe-dele amico, con un padre amoroso. Ricordatevi soprattutto di confidare in questo buon Padre, e di essere umile; mentre le grazie che il Signore vi ha fatto e vi farà, non furo-no a voi largite pei vostri meriti, ma per sua misericordia » (nn. 188-189).

 

Don Daniele parla di Dio al padre nel contesto della vocazione missionaria (“voi questo vo-stro figlio, ch’era tutto il vostro patrimonio in terra, l’avete interamente consacrato a Dio”- n. 185), indicandogli nella misericordia di Dio, che ama tutti gli uomini, la ragione della sua offer-ta e della comunicazione con il figlio lontano. Il padre terreno che dona il figlio è l’ombra e la continuazione della divina bontà che raggiunge tutti gli uomini.

Per quanto riguarda la mamma, sono interessanti le uniche due lettere a lei indirizzate, una del 27 novembre 1857 e l’altra del 9 dicembre 1857 (nn. 175-180), nelle quali il Comboni svol-ge alcune considerazioni.

Don Daniele ringrazia anche la mamma per il grande sacrificio da lei fatto nel donare al Si-gnore il suo figlio, aggiungendo di mantenersi perseverante nella sua offerta, imitando Maria addolorata ai piedi della croce:

« volgete la mente alla Madre Addolorata appiè della Croce » (n. 176).

Un riferimento, questo, a Maria addolorata, che sicuramente richiama le considerazioni teo-logiche del tempo sulla figura della Madonna corredentrice (si veda di G. VENTURA, La Ma-dre Addolorata appiè della croce), ma che non può non far pensare anche alla pala (1547) della chiesa parrocchiale di Limone, rappresentante la deposizione. Non sembra eccessivo credere che il Comboni abbia invitato la mamma a ritrovare nella sua stessa chiesa, dove solitamente prega-va, l’ispirazione del suo sacrificio.

Nella luce dell’Addolorata il Comboni invita la madre ad allargare la sua maternità:

« Oh se vedeste le miserie che vi sono in queste contrade, se ne aveste avuto cento di figli, li avreste tutti dati a Dio, perché venissero a portare un sollievo a queste povere anime » (n. 177).

La mamma viene associata alla vocazione del figlio, ritrovando così un nuovo aspetto della sua maternità e della sua funzione: ella può riacquistare la sua vocazione di madre soltanto se allarga la sua maternità ad altri figli.

La vocazione anima lo stato di vita. Nella Chiesa vi sono gli stati di vita degli sposati, dei religiosi, dei sacerdoti, così come tradizionalmente sono riconosciuti. A livello spirituale e voca-zionale questi stati non sono rigidi in se stessi. La vocazione invece, che li anima, è continua, dinamica, riproponibile secondo le situazioni nuove. Mentre lo stato di vita è ben codificato e ben preciso (si è preti, sposi, ecc.), al suo interno le relazioni tra le persone che vi sono coinvolte (il chiamato e colui che chiama, il Signore) sono sempre in fecondo dinamismo. Il Signore chiama sempre, nello stesso stato di vita a condizioni nuove, a reinventare e reimpostare il con-tenuto originario della propria scelta. Ad es., può esserci un missionario, che pensa di recarsi in paesi lontani e crede di ravvisare in questo lo stato di vita a cui il Signore lo chiama. Ma poi si-tuazioni nuove, qualche imprevisto, una malattia possono impedire questa realizzazione: occor-rerà allora ritrovare nuovi modi di essere missionari… pur stando in patria! Non sono riflessioni di ripiego, ma ricerca di Dio e delle sue vie, che sono proprio… sue! Occorre ricreare, rivitaliz-zare attraverso l’attenzione al dinamismo della vocazione, il proprio stato di vita. Il Signore non ci lascia inerti.

Il Comboni invita la mamma a riconsiderare la sua maternità: essa sarà madre non più di un figlio che è nella famiglia naturale, ma madre di un figlio che è nella missione e, attraverso di lui, di tanti altri figli, che il figlio si è fatto fratelli. Essa continuerà ad essere madre, sostenendo il figlio con il suo sacrificio. Nello stesso tempo il figlio continuerà ad essere figlio, unendo la madre alla sua missione, ampliando la sua maternità. Nella missione, la madre viene riconsegna-ta al figlio e ai nuovi figli e il figlio e i nuovi figli alla madre. Quella frase di Gesù “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me” assume il suo pieno valore, nel senso che il si-gnificato centrale non sta nel merito del distacco, ma nel ritrovare una più vasta parentela in una dimensione nuova. Se il vangelo in un primo momento crea distacco è per ricreare unità su un piano superiore. La vocazione del figlio trova quindi nuova forza nella nuova vocazione della madre e viceversa: la madre rigenera il figlio ed il figlio rigenera la madre. Egli si ritrova ancora più figlio e lei ancora più madre. Nina Pace, non ha mai smesso di essere mamma di don Danie-le e questi di essere figlio suo.

Il Comboni riserva poi alla mamma osservazioni di affetto che non compaiono nelle lettere al papà:

« Ogni momento parmi vedervi concentrata nel vostro dolore, ora lieta per una spe-ranza futura, ora in una inesplicabile incertezza, ora tutta assorta nella confidenza in Dio » (n. 178);

« Sì cara mamma, voi siete cara sommamente a Dio; ed io mi glorio di avervi per madre » (n. 179);

e ritorna alla considerazione sul reciproco coinvolgimento di genitori e figlio nella missione:

« e se non mi sforzassi di lavorare e tutta consumare la mia vita per la gloria di Dio, seguirei molto male i generosi esempi dei miei genitori, che mi hanno preceduto nella gloriosa impresa di sacrificar tutto per amore di G. Cristo » (n. 179).

Credo che possiamo ricavare dai precedenti rilievi sulla missione della mamma due osser-vazioni conclusive. Innanzitutto, ogni donna che diventa madre lo diventa non solo nella cerchia della sua famiglia. Vi sono madri, che mentre sono tali nei confronti dei loro figli di generazio-ne, esercitando gli affetti conseguenti, negano la loro identità materna nel mondo circostante. Si tratta di una maternità possessiva, di tipo ritualistico, consumata all’interno di un ambiente; quando, invece, si è costituiti in una identità per natura o per grazia, quella identità si vive e si esercita in ogni ambiente, non a compartimenti stagni. Non si può pensare ad un prete che sia

tale solo quando celebra la messa o ad un missionario che è tale solo quando è in Africa. Così è della maternità; ed anche della paternità. Non si è madri solo nella famiglia d’origine. Vi sono madri generose, disponibili, comprensive verso i loro figli, che improvvisamente diventano rigi-de, chiuse, ostili verso le necessità di tanti altri fratelli.

Una seconda osservazione. La maternità allargata accennata dal Comboni è una maternità spirituale, che non è meno vero di quella fisica; come non è meno vera la maternità di Maria verso di noi di quella generativa nei confronti di Gesù. Chi ha scelto uno stato di vita, che non contempla la generazione fisica, non è esentato dall’esercitare una paternità e maternità spiritua-li, basate sul fatto che è costitutivo del nostro essere trasmettere vita, in ogni sua forma, sempre, secondo la vocazione di ciascuno. È essenziale credere che l’aspetto della generazione spiritua-le, non è meno vero di quello della generazione biologica. È vero tutto ciò che è secondo la vo-lontà di Dio, sul piano materiale e spirituale.

 

1.2 I conti Carpegna - nuova famiglia

Il senso della famiglia, in modo particolare della mamma, rimase sempre vivo in Comboni. Il ri-chiamo di quell’affetto si fece sentire forte, specialmente dopo la morte della mamma (1858), avvenuta mentre egli era in Africa, nel suo primo viaggio. Quando ritornò a Limone, la casa pri-vata dalla dolce presenza materna lo colpì enormemente. Alcune lettere indirizzate ai conti di Carpegna, famiglia di nobili che avevano possedimenti a Verona, a Roma e altrove, rivelano il desiderio del Comboni di ritrovare nuovi legami familiari.

Il Comboni aveva incontrato uno dei componenti di questa famiglia, durante il 2° viaggio missionario (1860-1861), quando si era recato in Africa, in Egitto, per il riscatto di fanciulli di fanciulle schiavi, secondo il progetto missionario dell’Istituto Mazza; di ritorno da Alessandria d’Egitto a Trieste il Comboni aveva viaggiato insieme al conte Guido di Carpegna di Roma, sposato con Ludmilla di Carpegna. Noi possediamo delle lettere indirizzate a questi due sposi, che contengono alcuni spunti eloquenti sull’aspetto familiare e sulla funzione della donna nella famiglia.

Circa l’aspetto familiare, il Comboni rivela la sua gioia per aver trovato in questi amici una famiglia. In una lettera al conte Guido (9 febbraio 1862) egli afferma espressamente di essersi eletto un nuova madre:

« Io aveva una madre amorosa, ma l'ho perduta nel 1858, mentre vagava per gl'infocati deserti dell'Africa Centrale; ora che conosco quanto sia stato prezioso il tesoro perduto, oserei eleggermi qual madre colei che ha generato voi pure, non già nel corpo, ma in un modo più nobile ed elevato collo spirito, sì che io pure con voi possa riguar-darla qual madre col cuore » (n. 666).

Una seconda considerazione. Il Comboni rivisse la sua situazione di distacco esperimentata al momento della partenza per l’Africa, nella circostanza della partenza del figlio Pippo Carpe-gna, che si doveva recare a Bruxelles, per motivi di studio. Così egli rassicurava in proposito la contessa Ludmilla, fortemente preoccupata e rattristata (1 giugno 1862):

« Sento che sta per compiersi nella diletta famiglia un avvenimento doloroso, che è il distacco per qualche tempo del caro ed ingenuo mio Pippo, distacco che io sento nel più vivo dell'anima, perché finché si rimaneva in Roma, poteva sperare di vederlo più spesso, mentre invece nel Belgio non ho per ora occasione di andare…

Sì, il Dio della pace e della misericordia non tarderà a spargere sovra la nobile famiglia il balsamo della gioia e della concordia, dissiperà tutte le nuvole, che il nemico dell'u-mana felicità distende sovra delizie d'una famiglia che è degna degli speciali riguardi di Dio e della società. Intanto sollevi lo spirito alla tranquillità, alla speranza, alle disposizioni di quel Dio che guarda i quattro membri della cara famiglia con ispecial predilezione ed affetto » (nn. 693-694).

In una successiva lettera proponeva a considerazione alla contessa gli stessi pensieri che aveva suggerito alla propria mamma:

« Io sono convinto che Ella abbia fatto assai bene a mettere nel Collegio di Bruxelles il caro mio Pippo, e che Ella ha agito da vera madre cristiana nell’aver saputo sacrificar-si nel distaccare da sé quel caro figliuolo per amor del suo bene avvenire » (4 luglio 1862 - n. 699).

In altra lettera dell’1 agosto 1862 alla contessa, il Comboni conferma le osservazioni da noi fatte sulla maternità intesa come rigenerazione continua:

« Si consoli il di lei cuore, o mia buona contessa, che il suo sacrificio partorirà la felicità ed il bene di quell’anima » (1 agosto 1862 - n. 707)

Una terza considerazione riguarda il motivo spirituale di questa nuova amicizia familiare. Dopo aver ribadito il suo affetto:

« Veggo che Ella e la sua famiglia serbano cara memoria di me. Se avessi da dirle che passa un'ora senza che io non ricordi affettuosamente tutti i membri della sua casa, di-rei una solenne menzogna » (1 giugno 1862 - n. 693).

Il Comboni espone la ragione spirituale di tale corrispondenza, così come aveva fatto con i suoi genitori. Al papà aveva suggerito riflessioni sulla paternità di Dio, alla mamma aveva pre-sentato la figura dell’Addolorata, ai Carpegna rivela il centro della loro comunicazione:

« Nessuna preghiera parte dal mio cuore così spontanea, fervida, e piena di consolazione, quanto nei felici momenti in cui ogni giorno sollevo lo sguardo al Signore per trovarvi il centro di comunicazione fra me e la sempre amata famiglia Carpegna, che possiede tutto il mio cuore » (1 giugno 1862 - n. 694).

La positiva esperienza della famiglia naturale spinse il Comboni a ritrovare e a ricreare con semplicità e sincerità rapporti di amicizia con altre famiglie, sostanziandoli con considerazioni spirituali, che lo inducevano ad evitare che questi nuove relazioni diventassero luoghi di ritiro e di impigrimento, e a confermarlo, invece, nella sua scelta missionaria.

 

1.3 M.me Anne de Villeneuve: madre e moglie incomparabile

Un terzo nucleo di scritti del Comboni rivela la sua concezione della donna nell’ambito familia-re: le lettere a M.me M. Anne H. De Villeneuve. Questa signora era una benefattrice delle opere comboniane. Era sposata ed aveva due figli, Augusto (sposatosi nel 1875 con la signorina Tan-querelles des Planches) e Desiré, sposato a certa Maria.

Le lettere alla Villeneuve possono essere lette secondo due indicatori. Il primo riguarda la relazione che il Comboni dà sulle sue opere. Egli confida alla Villeneuve di voler piantare il centro della sua opera a Parigi e di voler fondare un comitato di patronesse, di cui la signora fac-cia parte (15 novembre 1868 - nn. 1755-1756); la ringrazia per l’offerta da lei fatta di 100 fran-chi (15 maggio 1572 - n. 2963); la informa delle sue croci, malattie, tradimenti, fatiche (25 apri-le 1875 - n. 3823); le esprime la sua compiacenza per la bellissima casula che la benefattrice le ha fatto giungere e che ha superato senza danni, con alcuni missionari e suore di S. Giuseppe, un naufragio alle cateratte del Nilo (25 aprile 1875 - n. 3824); ha parole di elogio per le suore del suo vicariato, guidate dalla madre generale Emilia, che le ha concesso in aiuto suor Emilienne Naubonnet (25 aprile 1875 - n. 3827); le rivela che nella seduta del 14 agosto 1874 la Congrega-zione di Propaganda lo ha elevato all’episcopato (25 aprile 1875 - n. 3829); si lamenta delle ac-cuse che “una folla di nemici” gli ha rivolto, per impossessarsi della sua opera (31 dic. 1876 - n.

4386); comunica con soddisfazione che tutto ciò di cui è stato accusato si è rivelato falso, dopo tre anni di atroci pene, che egli perdona di tutto cuore ai suoi nemici, e che la Sacra Congrega-zione, il 2 luglio 1877, lo ha nominato vescovo e vicario apostolico dell’Africa Centrale, con approvazione della nomina di Pio IX e consacrazione ai primi del mese di agosto (14 luglio 1877 - nn. 4665-4666); ritorna sugli ultimi preparativi della sua consacrazione a vescovo (è in ritiro presso i Lazzaristi a Roma), fissata al 12 agosto 1877, e ringrazia la signora per l’anello di famiglia, che ella ha intenzione di donargli e che lui porterà il giorno della sua consacrazione (4 agosto 18777 - nn. 4713-4714); avvisa del suo prossimo viaggio a Khartoum, dei relativi perico-li (13 marzo 1878 - n. 5080) e della sua salute spezzata, perché colpita dalle febbri malariche (15 agosto 1879 - n. 5760).

Un secondo indicatore di letture riguarda più direttamente le vicende familiari della Ville-neuve. In queste si riscontra il pensiero del Comboni sul ruolo della donna in famiglia.

Innanzitutto il Comboni ricorda sempre, come già si è visto nei casi precedenti, che il centro dell’amicizia è il Signore. Interessanti sono poi le considerazioni da lui esposte sulla sponsalità e sulla maternità.

Quanto alla prima. Il Comboni partecipa alla vicenda dolorosa della morte del marito di An-ne. Il caro defunto non era stato praticante, per cui la moglie temeva della sua salvezza eterna. Don Daniele suggerisce alla vedova alcuni motivi di fiducia. Richiama alla confidenza nella mi-sericordia di Dio; ricorda poi che il marito era un uomo di carità e di fronte alla carità, Dio si di-spone alla misericordia. Inoltre consiglia la donna di prolungare dopo la morte il suo ruolo di moglie, in una comunione dei santi che è salutare sia per chi vive su questa terra, sia per chi l’ha lasciata.

« Quando lei pensa al suo caro marito occorre che non abbia mai i pensieri che mi esprime. Pensi che la misericordia di Dio è infinita e che è impossibile che egli non ab-bia trovato grazia presso Dio dopo tante preghiere e dedizione da parte sua. Lei è stata una sposa ammirevole, poiché lei è una madre che non ho mai trovato di simile sulla terra. Dio è carità. La collera di Dio si cambia in dolcezza di fronte alla carità.

Io credo e sono convinto che Dio abbia esaudito la sua carità e la sua ammirabile dedi-zione per lui, carità e dedizione che le ha avuto per lui prima e dopo la morte; pensi che suo marito era un uomo eccellente che faceva onore alla società; era un uomo one-sto. Il solo peccato era di non essere stato praticante; ciò può darsi sia dipeso dalla sua educazione e di trovarsi immerso negli affari. So però che è stato un uomo caritatevole e che ha fatto del bene al suo prossimo. Ora questa virtù non può rimanere senza ri-compensa. In più, mediante il matrimonio cristiano, l'uomo è tutt'uno con la donna e siccome lei ha fatto molto bene prima e dopo la sua morte, trovo una ragione in più per avere tanta confidenza nella misericordia di Dio. Confidenza, dunque, nel Buon Dio e sia sicura che Dio ha avuto misericordia di lui; continui a pregare per lui e sia tranquilla e consacri tutti i mesi di novembre della sua vita in suo suffragio, poiché è un mese di grazia e di misericordia » (5 dicembre 1868 - nn. 1774-1775).

Per quanto riguarda la maternità, il pensiero del Comboni espresso alla Villeneuve risalta dalla sua partecipazione ad un’altra tragica circostanza di questa famiglia: la morte del figlio Desiré, avvenuta a Parigi nel 1872. La consolazione da lui rivolta alla madre è quella della cro-ce. In circostanze tanto difficili le parole potrebbero mancare, o essere reticenti, per non suscita-re con un discorso troppo duro reazioni contrarie. Invece il Beato parla apertamente delle verità di Dio e della sua volontà, come con chi ci si intende per consuetudine di fede e di amore. Que-ste sono le sue parole rivolte alla signora:

« Io sono convinto che Dio vuol fare di lei una vera santa. La vita umana è santificata unicamente ai piedi del Calvario. Il buon Dio l'ha privata, Signora, per renderla felice nell'eternità. Si ricordi, Signora, che dopo il Calvario Gesù Cristo è risuscitato. Dio le prepara delle grandi consolazioni! Coraggio, Signora, la nostra santa Religione, la nostra cara Fede c'insegna che c'è la vita militante e la vita trionfante. Quelli della vita trionfante sono per la fede in comunicazione perfetta con la vita militante. Lei deve guardare i suoi cari che sono in cielo, come presenti a lei, essi la vedono, l'ascoltano, es-si contano le sue lacrime, i suoi sospiri, le sue gioie. Coraggio, cara Signora! » (16 feb-braio 1872 - n. 2831)

Non meno risoluta è la proposta di fede fatta ai due superstiti, il figlio Augusto e Maria ve-dova di Desiré:

« Dica ad Augusto e a Maria che si gettino ai piedi di Gesù Cristo, che si nascondano dentro il Cuore di Gesù Cristo e là, in questa sorgente inestinguibile di consolazione troveranno il loro conforto. Nell'attesa bisogna trovare nella preghiera la consolazione necessaria » (16 febbraio 1872 - n. 2833)

Proprio in nome della fede e per ciò che la fede ha creato nella personalità di questa donna il Comboni chiama la Villeneuve più di una volta “madre incomparabile”, accennando alla sua “fede eroica” e “alla perseveranza senza eguale” (n. 3821).

Ma, oltre l’aspetto esemplare, questa “incomparabilità”, sta nel fatto che la madre esercita la sua funzione materna anche di fronte a Dio: è colei che genera alla vita, che la sostiene e la indi-rizza perché possa svilupparsi in tutte le sue qualità non solo secondo le previsioni degli uomini, ma secondo i disegni di Dio. La mamma cristiana intercede da Dio un avvenire sereno, che non può essere che la scelta della propria vocazione da parte dei figli.

All’appressarsi del matrimonio di Augusto con la signorina Tanquerelle des Planches (1875) il Comboni scrive una lettera ad Augusto in cui chiama per tre volte questo partito la sua “fortu-na” e ne attribuisce il merito alla mamma: “da molti anni ella ha versato tante lacrime e sospiri e ha fatto pregare per questa fortuna” e più avanti invita i due sposi a rendere felici i giorni della madre, che aveva meritato quella fortuna “con la sua fede, la sua perseveranza, il suo amore ma-terno” (25 aprile 1875 - nn. 3820-3822).

Compare infine anche nel caso della Villeneuve il pensiero del Comboni sulla maternità al-largata. Il Beato loda la Villeneuve per il suo grande cuore, che ha trovato modo di esprimersi anche al di fuori della famiglia, coll’aiutare un giovane bisognoso, di nome Urbansky:

« Ho ricevuto notizie di Urbansky da Dresda del tanto bene che lei ha fatto a questo buon ragazzo; sembra che le sue solerti cure l'abbiano salvato dalla morte. Lei mi col-ma di bontà e io mi sento ingrato verso di lei » (20 ottobre 1868 - n. 1739).

Immerso nelle sue fatiche il Comboni rivelava in una lettera del 14 luglio 1877 di aver rice-vuto grande esempio della Villeneuve:

« E lei, cara signora, che non ho mai dimenticato un istante nelle mie preghiere, mi scusi per il mio lungo silenzio, poiché sono sempre stato immerso nel dolore e negli af-fari e anche preoccupato di procurare i mezzi per sostenere i miei tredici Istituti che ho fondato in dieci anni, spendendo quasi due milioni; ma ciò che mi ha abbattuto di più sono le croci e le guerre dei religiosi.

Ho anche imparato molto dagli esempi luminosi della sua fede, della sua perseveranza e della sua forza sovrumana nelle tribolazioni che sono veramente edificanti. Lei è una madre senza uguali e il buon Dio, che ha visto la sua fede e la sua religiosità, l'ha esau-dita e lei vedrà in poco tempo crescere una famiglia che sarà la sua consolazione » (nn. 4668-4669).

 

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