L’abbraccio del Padre converte il cuore

19.10.2015 20:24

Henri J. M. Nouwen

Gli occhi si fissano su un quadro: un padre che abbraccia il figlio. Inizia il cammino di conversione di un uomo, di ognuno di noi, riflettendo sulla parabola del Figliol Prodigo: perdonare e accettare il perdono… 

 

 Henri J. M. Nouwen, L’abbraccio benedicente. Meditazione sul ritorno del figlio prodigo, Queriniana, Brescia 1998, pp. 210

Il particolare del quadro “Ritorno del figlio prodigo” di Rembrandt, su sfondo rosso, cattura l’attenzione del lettore che si avventura tra le pagine del libro di Nouwen. Due mani che abbracciano: una maschile e una dalle fattezze femminili. Ecco così preannunciato il tema che l’autore propone: l’abbraccio di Dio, abbraccio di Padre e di Madre. Il testo non nasce da pure riflessioni teologiche o da una lettura solamente esegetica della parabola del figliol prodigo a cui è accostata quella artistica del quadro, ma scaturisce dall’esperienza di crescita e di quotidiana conversione di Nouwen; egli, dapprima totalmente dedito all’insegnamento presso le università di Notre Dame, Harvard e Yale, scopre, in seguito all’incontro con il “Ritorno del figlio prodigo”, il bisogno di mettersi a servizio degli altri e l’esigenza di tornare all’autenticità della fede: diventa pastore della comunità per disabili dell’Arche Daybreak di Toronto.

    Quando i suoi occhi nel 1983 puntarono l’attenzione sul quadro fu amore a prima vista: “Mi sentivo attratto dall’intimità delle due figure”. Iniziò allora un viaggio alla ricerca del suo significato e passo a passo vennero alla luce piccoli particolari che lo aiutarono a interrogarsi e a cercare risposte sul rapporto io – Dio, una relazione che non deve mai considerarsi arrivata. La sorpresa dell’autore fu grande e, inizialmente quasi sconvolgente: le tre figure chiavi della parabola, le stesse rappresentate da Rembrandt, coesistono a diversi livelli in ognuno di noi: padre, figlio prodigo e figlio maggiore. Ciascuna di queste è ed ha una vocazione in noi.

    Il libro, scandito in tre parti che di volta in volta analizzano una delle tre figure, termina con l’epilogo “Vivere il quadro” in cui Nouwen spiega che “l’abbraccio del Padre è diventato molto reale negli abbracci dei mentalmente poveri” che egli ha accompagnato nella comunità di Daybreak. Racconta della sua vita con i giovani handicappati mentali e di come sia stato accolto da loro, di come l’aver riflettuto sulla tensione che ha portato Rembrandt a dipingere il quadro lo abbia avvicinato alla consapevolezza di aver trovato la casa in quel luogo. Durante questo lungo viaggio è rientrato nel silenzio del proprio cuore, l’unico che permette di avvicinarsi a Dio e di comprendere il suo volere,, la nostra vocazione.

    “Gli handicappati… mi si mostrano come sono. Esprimono apertamente il loro amore e la loro paura… Il loro handicap svela il mio… E mi costringono a confrontarmi con il figlio maggiore che è in me. L’Arche ha dischiuso la via per ricondurlo a casa…”. Nel quadro il figlio maggiore osserva la scena con occhio critico, forse amareggiato, ma di sicuro con dentro l’esigenza di essere perdonato anche lui; il Padre vuole entrambi i figli ma li lascia liberi di fare le proprie scelte; Dio non ama il figlio maggiore più del minore; il Padre non giudica ma ama semplicemente: “Figlio, tu sei sempre con me” (Lc 15,31). Quante volte ci ostiniamo nelle nostre posizioni e non accettiamo l’amore e il perdono di chi ci è accanto?

    Il segreto per tornare a casa è amare e lasciarsi amare senza condizioni; l’abbraccio del Padre è disarmante per i figli proprio perché incondizionato. “Osservando le fattezze con cui Rembrandt ritrae il padre, ho compreso all’improvviso, in modo del tutto nuovo, il significato della tenerezza, della misericordia e del perdono”. Il tocco delle Sue mani nell’abbraccio cerca solo di guarire le ferite e di trasmettere amore puro. Il figliol prodigo fa difficoltà ad accettare il perdono, condizione di tutti noi uomini, perché ciò comporta “rivendicare la mia piena dignità e prepararmi a diventare io stesso il padre”. Occorre tornare bambini (Mt 18,3).

    “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. Sono le parole del Padre, di Colui che ci chiama per nome e ci fa sentire al sicuro, a casa, in un abbraccio con gioia e pace interiore… Ascoltiamole!