La Via Crucis della Famiglia

25.03.2014 16:25

La Via Crucis della famiglia: al Getsemani per rimanere uniti

In particolare, visto il prossimo Sinodo sulla famiglia, è fruttuoso proiettare dentro le vicende della famiglia il cammino della passione del nostro Signore Gesù Cristo, meditando le ore passate da Gesù sul monte degli Ulivi, alla vigilia della sua crocifissione. Gesù sale sul monte degli Ulivi, giunge al podere dei Getsèmani, ed invita i suoi discepoli a sedersi, mentre Egli sarebbe andato a pregare. Ma ad alcuni dei suoi apostoli (Pietro, Giovanni e Giacomo) li chiama con se, ed in quel momento comincia a provare tristezza ed angoscia (Mt 26,36-37). (E Gesù) Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». (Mt 26,38).

Gesù si allonta a poca distanza da loro ed inizia a pregare per tre volte dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». (Mt 26,39). Ma per tre volte Gesù trova i tre apostoli che dormono, malgrado l’invito di Gesù a rimanere svegli per vegliare con Lui in quelle sue ultime ore della vita terrena. E spiega anche la ragione per cui rimanere svegli: “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26,41).

Non è forse questa la situazione che accade in tantissime famiglie del mondo? Davanti ad una situazione di angoscia e di dolore chiediamo la vicinanza di alcune persone della famiglia, perchè abbiamo bisogno di condividere le nostre tristezze, le nostre ansie, le nostre preoccupazioni. Vorremmo appartarci con loro per alleggerire il nostro peso e cercare un sollievo, ma invece sperimentiamo distrazione ed indifferenza. Coloro che abbiamo chiamato vicino a noi rimangono tiepidi e silenziosi. Proprio quando proviamo una tristezza personale sperimentiamo le più forti delusioni dalla persone vicine, ma nello stesso tempo percepiamo una profonda comunione con Gesù Cristo che manda i suoi angeli a consolarci.

Davanti alla malattia di un figlio, alla perdita del lavoro, ad un lutto in famiglia, ad una crisi esistenziale, sperimentiamo alcune volte un distacco profondo da coloro che ci dovrebbero rimanere vicini. E se questa è una situazione che subiamo, è anche una atteggiamento con il quale ci comportiamo nei confronti del prossimo. Non siamo in grado di vegliare nemmeno un ora, la nostra poca fede ci porta ad addormentarci, perchè non abbiamo la speranza del futuro, non abbiamo fiducia nella infinita misericordia di Dio. Pensiamo molto superbamente che laddove io non posso fare nulla, nemmeno Dio può fare qualcosa. Nello stesso tempo sperimentiamo la verità delle parole di Gesù: quando non si prega nelle difficoltà si cade facilmente in tentazione.

Quanto è prezioso e salutare contemplare questa situazione della vita di Gesù, nella quale ha chiesto una vicinanza ai suoi amici, ma vede rifiutarsi questo suo invito a causa della loro stanchezza spirituale. Questo ci dovrebbe far pensare: mai più solitudine per una persona afflitta, mai più abbandono per un moribondo, mai più tiepidezza davanti ad un qualunque dramma familiare. Quanto bisogno c’e’ nei nostri tempi di piangere per tutto il male che circonda la vita di tantissime famiglie. Invece l’atteggiamento di molti è quello di rimanere totalmente indifferenti, considerando l’altro come estraneo alla nostra vita.

Quando uno dei coniugi perde la speranza, non lasciamoci trascinare dal pessimismo, ma rinforziamo la nostra preghiera per lui o per lei. Davanti alla crisi adolescenziale di un figlio, non addormentiamoci nella nostra incredulità, pensando che non si possa fare nulla; uniamoci in preghiera con Gesù per condividere con Lui le nostre angoscie e le nostre preoccupazioni. La vita della famiglia ha quel dinamismo caratterizzato dalla crescita dei figli e  dall’invecchiamento dei genitori. Queste due situazioni non sono antitetiche, ma ognuna sostiene l’altra, perchè al vigore dei figli è indispensabile la saggezza dei genitori.

Evitiamo che il Signore dica anche a noi: “Dormite ormai e riposate” (Gv 26,45). Anche se noi dormiamo il Signore non dorme, Egli intercede per sempre a nostro vantaggio mostrando al Padre le piaghe della Sua passione. Ma in questo tempo di quaresima siamo chiamati a riconoscere che ci siamo assopiti per la nostra incredulità e siamo invitati a rimanere svegli per affidarci totalmente a Dio. E’ proprio nella preghiera che il Signore ci svela la sua volontà e ci dona la forza di compierla.

L’invito è quello di intensificare la preghiera in questo tempo per vedere tutte le mancanze dentro la famiglia ed affidarle al Signore, perchè sia Lui a donarci la luce per illuminarle e per darci una via d’uscita per superarle. Quanti conflitti tra genitori e figli per futili ragioni; da un lato la disobbedienza dei figli, dall’altro l’eccessivo rigore o il troppo lassismo dei genitori. Queste situazioni rischiano di trascinarsi per anni, con conseguenze devastanti per la vita della famiglia. E queste incomprensioni vissute dai figli inevitabilmente si riverseranno nelle famiglie che loro andranno a formare, perchè i vizi della famiglia d’origine fanno parte del corredo che ci si portano dentro la nuove famiglie formate dai figli.

Solo l’amore di Dio e il perdono può spezzare questa catena di male e restituire vitalità e gioia alla famiglia. Chiedere perdono invece di puntare il dito sull’altro, ascoltare invece di stare sempre a spiegare le proprie ragioni, lasciare spazio all’altro invece di cadere nella trappola della gelosia, sono atti di conversione familiari che sono frutto di un tempo di preghiera. Una famiglia che prega, diventa quella Chiesa domestica che si rinsalda e vive le difficoltà rimanendo unita a Gesù Cristo, per sperimentare un amore più forte della comodità, dell’indifferenza e della paura di soffrire.

 

Il Silenzio di Gesù al centro della Storia 

Una sorprendente rivelazione

Quando si accenna al silenzio di Gesù, subito il pensiero corre al silenzio della passione. E difatti è qui che il silenzio ha raggiunto il punto più alto della sua forza espressiva. A volte il silenzio dice più della parola. Ma i Vangeli non parlano soltanto del silenzio della passione. C’è anche il silenzio dell’uomo che resta ammutolito di fronte a Gesù, o perché la sua parola lo riempie di meraviglia, o perché la sua verità lo infastidisce.
 
E c’è il silenzio di Gesù di fronte alle domande pretestuose, o inutili, di chi finge di interrogarlo. E c’è il silenzio che Gesù impone a chi vorrebbe parlare di Lui prima di averne intravisto la novità, che è la Croce. Alla domanda posta da Gesù nella sinagoga di Cafarnao (Mc. 2,1-6), se fosse meglio di sabato, salvare una vita o perderla, i farisei, che lo stavano ad osservare, non risposero: «Ma essi tacevano».
 
Non è il silenzio di chi non sa e si pone in ascolto, ma è il silenzio di chi osserva per accusare. È il silenzio dell’uomo il quale, non avendo ragioni da opporre a una verità che lo infastidisce, ricorre alla violenza per zittire il profeta che la pronuncia. E difatti l’episodio si conclude dicendo che «I farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio per farlo morire» (3,6).
 
È questo un silenzio ostinato, immobile, consapevole, frutto di un cuore indurito, che non intende per nessuna ragione lasciarsi inquietare dalla domanda che lo pone in questione. Un silenzio irritante, uno di quei pochi casi in cui gli evangelisti annotano l’indignazione di Gesù: «Guardandoli tutti attorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori». Indignato e rattristato: la rabbia e la compassione.
 
Dietro l’ostinazione che suscita lo sdegno, Gesù scopre il vuoto di quelle persone, e ne prova pena. Un uomo che si chiude all’ascolto, si chiude alla vita. Di fronte alle domande insincere Gesù oppone il silenzio. Così di fronte ai farisei che gli chiedono "un segno dall’alto": «E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all’altra sponda» (Mc. 8,13).
 
Dopo la purificazione del tempio (Mc. 11,27-33), pongono a Gesù una domanda importante («con quale autorità fai queste cose?»), ma insincera; ed egli non risponde. È inutile rispondere se non c’è la sincerità della ricerca. Gesù non sta al gioco di un dialogo per finta. Commovente e maestoso è poi il silenzio di Gesù di fronte a Erode (Lc. 23,8-11), che lo interroga "con molte domande". Ma sono domande curiose, superficiali, perché non sorgono dal desiderio della verità, ma dalla speranza di vedere qualche prodigio. E Gesù non risponde.
 
Più degli altri Vangeli, quello di Marco ricorda in più occasioni che Gesù imponeva il silenzio a chi voleva divulgare la sua messianità. Non permetteva ai demoni di parlare, «perché lo conoscevano» (Mc. 1,25.34). Ordina al lebbroso di non dire niente a nessuno (1,44). Raccomanda con insistenza che nessuno venga a sapere della risurrezione della figlia di Giairo (5,43). Anche ai discepoli comanda severamente di non parlare a nessuno della sua messianità (8,30).
 
Ma poi, di fronte al sommo sacerdote e al sinedrio, sarà Lui stesso a proclamarla apertamente (14,61). Il fatto è che sono mutate le circostanze: prima la sua messianità correva il rischio di essere fraintesa, durante la passione non più. Il Messia non corre più il rischio di essere separato dalla Croce. Al contrario, è chiaro a tutti che la sua messianità va letta proprio a partire dalla Croce, sia per riconoscerla (15,39) come per rifiutarla (15,29-32).
 
Non basta il coraggio dell’annuncio a fare un vero discepolo. Occorre anche lo spazio del silenzio necessario per cogliere la novità di Gesù. Altrimenti si parla di Lui senza comunicare quella novità che sorprende, di fronte alla quale non trova posto l’indifferenza (come sempre, invece, di fronte a ciò che è scontato), ma solo il sì e il no.
 
Stupisce il silenzio di Gesù di fronte alla morte di Lazzaro (Gv. 11). Gesù lascia cadere nel silenzio la domanda delle sorelle: «Signore, ecco, il tuo amico è malato» (11,2). Gesù tace di fronte a una domanda che nasce dall’angoscia, a una domanda posta da una persona amata. Questo comportamento può sembrare sconcertante.
 
In realtà è lo specchio del silenzio di Dio, un silenzio che lo stesso Gesù incontra nella sua preghiera nel Getsemani e nella sua domanda sulla Croce. Il racconto del Getsemani (Mc. 14,32-42) è apparentemente un dialogo. Gesù parla cinque volte, sempre rivolgendosi a qualcuno: ai discepoli o al Padre. Ma nessuno gli risponde, quasi fosse un monologo. Le cinque parole di Gesù cadono nel vuoto, persino la sua preghiera al Padre.
 
Ma vogliamo commentare questo testo con una poesia di padre Davide Turoldo. Le sue ultime poesie sono state raccolte in un volume dal titoloCanti ultimi (Garzanti, Milano 1991). Ultimi perché sono gli ultimi canti della sua vita, ma ultimi anche perché dicono l’esperienza ultima dell’uomo, la più profonda, la più rivelatrice: l’uomo davanti alla morte, l’uomo nella sua nuda verità.
 
Padre David ha vissuto la sua lunga esperienza di dolore con lo sguardo fisso alla Croce di Gesù. Nella sua poesia l’esperienza di Gesù e la propria si sovrappongono, vicendevolmente rischiarandosi. Fra le sue poesie più belle è forse da annoverare questa rilettura del Getsemani: «Ti invocava con tenerissimo nome:/ la faccia a terra/ e sassi a terra bagnati/ da gocce di sangue:/ le mani stringevano zolle/ di erba e fango:/ ripeteva la preghiera del mondo:/ "Padre, Abba, se possibile".../ solo un ramoscello d’olivo/ dondolava sopra il suo capo/ un silenzioso vento...».
 
Il motivo del silenzio di Dio è ricorrente nella poesia di Turoldo: lo scorge nella passione di Gesù e lo ritrova in se stesso: «Ma non una spina Tu/ gli levasti dalla corona... e non una mano/ gli schiodasti dal legno...». L’esperienza del silenzio di Dio non dice la debolezza della fede, ma la profondità e l’umanità della fede, e porta al centro dell’uomo e della storia, là dove Dio e l’uomo sembrano contraddirsi, dove Dio sembra assente o distratto, dove la morte sembra avere l’ultima parola sulla vita e la menzogna sulla verità.
 
Ma se compreso nel mistero di Cristo, allora il silenzio di Dio appare nella sua realtà, cioè come un diverso modo di parlare. Difatti nel Getsemani il Padre ha parlato: non con il miracolo che libera dalla morte, ma con il coraggio di affrontare la morte, attraversandola. Se all’inizio Gesù è angosciato e impietrito, alla fine, dopo aver pregato, Egli è tornato sereno e pronto: «Alzatevi, andiamo! Colui che mi tradisce è vicino» (14,42).
 
Il momento più espressivo del silenzio di Gesù è la passione. Qui il silenzio è veramente più denso delle parole. Nella passione Gesù parla poche volte, mai per difendersi, ma soltanto per spiegare la sua identità. Il silenzio è una parola importante per spiegare chi Egli è. Sollecitato dal sommo sacerdote a rispondere alle molte accuse, Gesù tace (Mc. 14,60). È il silenzio di chi anche nell’umiliazione conserva intatta la sua dignità.
 
È il silenzio di chi è lucidamente consapevole dell’insincerità dei giudici, che fingono un interrogatorio, in realtà avendo già deciso la condanna: inutile difendersi. La verità tace di fronte alla violenza, non perché non abbia nulla da dire, ma perché ha già detto tutto ed è inutile ridire. Soprattutto è il silenzio del giusto, che di fronte alle accuse non si difende, perché ha posto interamente la sua fiducia nel Signore, che non abbandona.
 
Questo silenzio di Gesù suggerisce diverse allusioni anticotestamentarie. La più nota è Isaia 53,7: «Maltrattato accettò l’umiliazione e non aprì la sua bocca». Di fronte agli uomini che lo condannano a motivo della sua giustizia, il silenzio del servo del Signore esprime dignità; e di fronte a Dio esprime accettazione e fiducia: «Sto in silenzio, non apro bocca, perché sei tu che agisci» (Sl 39,10).
 
Questo silenzio di Gesù è stato poi ripreso e interpretato in un inno della prima comunità cristiana: «Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a Colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,23). Nei racconti della passione, accanto ai personaggi espressamente nominati, è sempre presente - apparentemente in ombra, ma in realtà luminosissima - la figura del Giusto sofferente, che Gesù rivive e ingigantisce.
 
È una figura senza tempo, presente in ogni momento della storia e in ogni luogo. Gesù ne è la gigantografia. È la figura dell’uomo che annuncia la verità e proprio per questo è colpito. Come già notato, un tratto importante di questa figura è il silenzio. Non esprime indifferenza, ma dignità. Ed è un silenzio che parla più di molte parole.
 
La scena degli oltraggi (Mc. 14,65) è di sorprendente densità. Non c’è una parola di troppo, né un aggettivo, né una ridondanza, né una qualche parvenza di retorica. Ma proprio per questo la figura di Gesù insultato e percosso è scolpita al vivo, come su una pietra. In una specie di gioco a mosca cieca, col volto coperto, schiaffeggiato, Gesù deve indovinare chi lo colpisce. Ha preteso di essere Messia e profeta, lo dimostri! Ma Gesù sta in silenzio e non indovina.
 
E così da una parte, la pretesa di essere il Messia che siede alla destra di Dio e viene sulle nubi del cielo; dall’altra il silenzio di un pover’uomo che neppure (sembra) sa indovinare chi lo percuote. L’evidenza contro la pretesa, qui sta il contrasto che tanto fa ridere. Ma qui sta anche la ragione che fa credere. Il silenzio di Gesù può infatti essere letto in due modi: come la prova della totale infondatezza della sua pretesa messianica, o come la rivelazione della sorprendente e affascinante novità del suo essere Messia.
 
Un Messia che sta al gioco e indovina chi lo percuote è una assoluta ovvietà. Un Messia, invece, che sta al gioco a modo suo e non indovina chi lo percuote, ma rimane nel silenzio, svela tutta la sua differenza, una differenza teologica, la differenza che corre tra il modo con cui l’uomo immagina Dio e il modo in cui Dio è veramente.
 
Anche nel racconto giovanneo del processo romano si fa menzione del silenzio di Gesù (19,9). Egli ha risposto alla domanda sulla sua regalità, persino indugiandovi per metterne in chiaro la diversità. La novità di Gesù non può fare a meno della parola che la spiega. Ma ha anche bisogno del silenzio. Gesù rimane in silenzio nei due momenti culminanti: quando la sua regalità è derisa (19,1-3), e quando essa è mostrata in pubblico (19,5).
 
Proprio quando la sua regalità, derisa e rifiutata, aveva maggior bisogno di una parola o di un segno, Gesù non dice una parola, né compie un gesto. Ma l’annotazione esplicita del silenzio di Gesù Giovanni la riserva per la domanda più importante (19,6): «Di dove sei?». Qui non è più in discussione semplicemente la sua regalità, ma il mistero più profondo della sua origine. E su questo Gesù tace.
 
Non collabora, lasciando Pilato solo di fronte alla domanda che lo turba: o perché è inutile dire dal momento che tutto è già stato detto; o perché la risposta va cercata nei fatti che Pilato vede e non nelle parole che potrebbe sentire; o perché è una domanda alla quale può rispondere soltanto chi la pone. Di fronte al mistero che lo interpella e lo inquieta, ogni uomo deve trovare personalmente la risposta. È una decisione personale che non si può delegare a nessuno, una risposta che neppure Dio può dare al tuo posto.
 
Nei racconti di Marco (15,24-39) e Matteo (27,32-50) attorno al Crocifisso sono in molti a parlare: i passanti, i sacerdoti, le guardie, i due ladroni. Tutti parlano di Gesù e contro Gesù, ma Lui tace. Rivolge una domanda al suo Dio (‹‹Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?››) che cade nel silenzio. Muore con un grido senza parole: ‹‹Ma Gesù, dato un forte grido, spirò››. E sullo sfondo, più nitida che mai, la grande figura del Giusto sofferente, evocata dal Salmo 22.
 
Il Padre parlerà, ma dopo, con la risurrezione. La Croce è il momento in cui tocca al Figlio manifestare tutta la sua fiducia nel Padre. Tocca al Crocifisso manifestare fino a che punto un Figlio di Dio condivide l’esperienza del silenzio che l’uomo incontra davanti al suo Dio. Tocca al Crocifisso rivelare fino a che punto giunge l’amore di Dio. Tutta questa sorprendente rivelazione è racchiusa nel silenzio di Gesù sulla Croce.

 
Bruno Maggioni