La Storia di Don Pino Puglisi

27.03.2014 16:29

Don Pino Puglisi:

Un cristiano con la passione del Vangelo

 

Don Pino Puglisi nacque a Palermo nel quartiere Brancaccio il 15 Settembre 1937. Il suo papà Carmelo faceva il calzolaio, mentre la mamma, Giuseppa, era sarta e lavorava in casa. Don Pino era il terzogenito  di quattro fratelli, tutti maschi. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, il padre venne richiamato alle armi e la madre con tutti i figli dovette sfollare a Villafrati, un comune alla periferia di Palermo e dove don Pino ricevette per la prima volta la santa Eucarestia.Finita la guerra, tutta la famiglia rientrò a Palermo e si stabilì nella borgata Romagnolo.
 
Questa nuova residenza permise a don Pino di conoscere il parroco del quartiere, il sacerdote agrigentino Calogero Caracciolo, che lo prese a ben volere e che ebbe un grande peso nella sua crescita umana e sacerdotale. Contrariamente agli usi del tempo don Pino espresse il suo desiderio di entrare in seminario, quando era già al secondo anno delle scuole magistrali. Entrò in seminario nel settembre del 1953 e fu ordinato sacerdote il 2 luglio 1960 nel Santuario della Madonna dei Rimedi a Palermo per le mani del cardinale Ruffini.
 
Nell’immaginetta-ricordo fece scrivere la seguente frase: “O Signore, che io sia strumento valido nelle tue mani per la salvezza del mondo”. I primi due anni di presbiterato li trascorse insieme agli altri ordinati presso l’istituto pastorale voluto dal cardinale Ruffini per i presbiteri del primo biennio di ordinazione. Nel 1962 fu nominato vicario cooperatore del parroco di Settecannoli ed allo stesso iniziò ad insegnare religione nella scuola media statale Archimede, dove ebbe modo di incontrare Lia Cerrito, insegnante di lettere e membro di un istituto secolare, Crociata del Vangelo. Questo incontro con la Cerrito si intensificò nel tempo e si interruppe soltanto con la morte di don Pino.

Nel 1967 il cardinale Carpino gli dette l’incarico di cappellano e di insegnante di religione all’istituto dell’ENAOLI, nella borgata dell’Addaura, mentre nel 1970 gli chiese di accettare il non facile compito di guidare la parrocchia di Godrano, un comune lacerato da una grave faida tra le famiglie. Nel 1978 venne richiamato a Palermo per svolgere il ruolo di pro-rettore del Seminario diocesano, mentre nel 1979 venne nominato direttore del Centro Diocesano Vocazioni, quando già don Pino aveva iniziato una convivenza con alcuni giovani in ricerca, dando vita alla comunità vocazionale. Il 29 settembre 1990 venne chiamato a prendere il posto di un sacerdote che si era dimesso da parroco della Chiesa di san Gaetano, nel quartiere di Brancaccio, dove era nato e dove morì martire per mano di un sicario.
 
 
Il fatto nuovo del Concilio Vaticano II

La vita di don Pino si è svolta tra un prima e un dopo Concilio. Essendo stato ordinato presbitero nel 1960, tutto il cammino della sua formazione cristiana e presbiterale è avvenuta in un contesto, che, certamente, risentiva delle chiusure del tempo, di un modo di vivere la Chiesa molto ripiegata su se stessa. Il clima, che, allora, si respirava in tutta l’Isola era caratterizzato da una grande attenzione alla ritualità con il suo succedersi ravvicinato di novene e di feste, una gestione di fondi pubblici per l’assistenza ai bisognosi, soprattutto ai bambini ed insieme a tutto questo un viscerale rifiuto del comunismo, unito al collateralismo politico con la Democrazia Cristiana.

Don Pino non ha potuto fare a meno di respirare questo clima, anche se l’esempio del suo parroco, don Caracciolo, lo abbia aiutato a vaccinarsi contro ogni intruppamento di moda. Nei suoi appunti egli ricorda, in modo particolare, il percorso biblico compiuto in seminario, grazie anche alla presenza di buoni professori come don Petralia, che negli anni del dopo Concilio sarà vescovo di Agrigento. L’evento del Concilio Vaticano II, voluto da papa Giovanni XXIII e celebrato nel triennio 1962-1965, costituisce per tutta la Chiesa un grande elemento di novità ed allo stesso tempo un elemento di rottura di vecchi schemi di vita ecclesiale. Basta per tutte ricordare la promulgazione della Gaudium et Spes, che invita a guardare il mondo secondo la logica dell’Incarnazione del Signore. Non si tratta più di condannare le malefatte del mondo, ma di sentirsi dentro questa storia umana per farla avanzare verso il Regno di Dio.

Da tutte queste novità del Concilio don Pino non soltanto non è frastornato, ma si sente provocato ad aggiornarsi e ad approfondire e ne è tanto entusiasta da invitare le persone a lui più vicine ad accostare i testi del Concilio. Una di queste persone, una certa Clara Porcaro così ricorda quei momenti. “Mi spinse a comprare tutti i documenti. Ne parlavamo insieme, insieme abbiamo vissuti quei tempi non come un trauma, ma con grande serenità e gioia. Alla fine paradossalmente mi venne da pensare che il Concilio fosse stato fatto anche per me!”.

La diocesi di Palermo, nella quale don Pino è incardinato, trova il suo momento migliore con la nomina di Pappalardo, che si fa promotore di un reale rinnovamento del tessuto religioso e sociale del territorio. “Ci siamo sforzati, -ricorda il cardinale- di promuovere l’unità di cui parla Cristo, trasformando le nostre parrocchie da cosiddette stazioni di servizio, dove ricevere documenti e sacramenti, in luoghi di formazione cristiana, culturale, spirituale, di testimonianza cristiana nella fraterna carità”. Gli anni ’70 sono per la chiesa palermitana un momento di grande fervore, grazie anche alla forte spinta propulsiva del cardinale Pappalardo, che ha la grande idea di lanciare la Missione-Palermo.
 
Egli vuole essere fedele al Concilio sia sul piano di una nuova autocoscienza di Chiesa come Popolo di Dio, sia sul piano del rapporto con la società degli uomini. Per il cardinale la Chiesa deve essere pronta a dialogare e ad assumere i problemi della città come problemi stessi della Chiesa. Tutto questo crea un grande fermento sia tra sacerdoti che tra i laici, anche se bisogna riconoscere che si tratta sempre di una minoranza corposa, ma comunque minoranza, che riesce a fare opinione e a trovare la forza di portare avanti dei progetti. La spinta verso gli ultimi attraversa i centri sociali della Missione-Palermo, facendo sì, dice il cardinale, che “l’istruzione della fede la si vedesse abbinata ad un’azione promozionale per ogni settore della vita umana”.

Nel ricordare quel periodo un sacerdote amico e anche uno storico, Francesco Stabile così si esprime su don Puglisi: “Considerando l’attività allo Scaricatore risulta evidente che don Pino fu tra i tanti preti, soprattutto giovani e laici che negli anni del dopo-Concilio tradussero l’istanza di evangelizzazione in una decisa attività sociale e in una scelta preferenziale per i poveri. Nelle borgate degradate della città si organizzavano i volontari, si faceva il doposcuola per i bambini sulla scia di don Milani, si mobilitava la gente sulle lotte per la casa e per il lavoro”.

Il suo desiderio di vivere pienamente le istanze del Concilio lo porta a partecipare a quello che viene soprannominato “il gruppo del giovedì”. Si tratta di un gruppo di sacerdoti, che si ritrovano insieme il giovedì per riflettere sul rinnovamento della Chiesa, sul come far circolare le idee del Concilio e le istanze di riforma ad esse sottese. Tra di essi e tra una piccola porzione di laici si fa strada la consapevolezza di dover liberare la Chiesa da quel collateralismo con il partito della D.C., che non solo costituisce un’opacizzazione del suo volto, ma presenta la stessa struttura ecclesiale come un supporto clientelare del partito politico.

Don Pino è fermamente convinto che la formazione dei presbiteri deve costituire la grande preoccupazione della Chiesa, perché “non abbiamo bisogno di molti preti, ma di preti santi”. Il rinnovamento voluto dal Concilio può trovare un terreno disponibile, nel pensiero di don Pino, solo se vi sono presbiteri, che, curando l’aggiornamento e la competenza, siano in grado di far crescere nei luoghi loro affidati il vero volto della Chiesa, fatta di persone che sperimentano il dono della fraternità e della comunione.
 
Non si può comprendere il percorso umano e spirituale di don Pino se non si tiene conto di questo contesto di fervore e di impegno, frutto del dopo-Concilio. Senza il Concilio ed il rinnovamento da esso ispirato non si spiegano le sue scelte, le sue parole, le sue iniziative. In tanti sacerdoti come lui si fa strada che cambiando la Chiesa, riportandola alla sua vera natura di realtà pellegrinante, capace di essere in mezzo agli uomini “segno e strumento di vera comunione”, si può certamente incidere nel tessuto della società degli uomini.
 
 
Gesù Cristo ed il suo Vangelo al centro di tutto

La freschezza e la disponibilità al cambiamento trovano le loro radici nel rapporto vero ed intenso con Cristo e che don Pino cerca di vivere con consapevolezza crescente. Per lui, Gesù Cristo non è una semplice astrazione di formulazioni dommatiche, ma una presenza viva da incontrare e da cui lasciarsi animare e guidare. Ricordando i suoi anni di seminario, egli è felice di poter comunicare agli altri il momento in cui Gesù Cristo è diventato una presenza viva, con cui dialogare. Così egli scrive: “Quando mi sono finalmente deciso di entrare in seminario non avevo ancora la fede in Gesù Cristo. Sentivo questa apertura verso gli altri, amavo un pochino Gesù Cristo, ma non lo avevo ancora scoperto, proprio bene…, fin quando non intrapresi lo studio della Bibbia.
 
Era mio professore mons. Arena: un sacerdote che amava la Bibbia, che faceva di questa la sua vita. Questo amore per il Vangelo crebbe. Direi che fu proprio in quel periodo, avrò avuto 21-23 anni, quando mi trovavo al centro della scelta che conobbi veramente il Cristo: diventò per me una persona, un amico. Prima era il Cristo dell’ “Ascoltaci Signore”, poi mi sono sentito di dialogare con Lui. Me lo sentivo proprio vicino, accanto come uno qualsiasi. E questo rapporto “personale” è continuato. Poi è subentrato un altro fattore: quello che hai fatto ai più piccoli dei miei fratelli lo hai fatto a me. Ecco che Gesù Cristo mi è stato presente anche negli altri. Divenuto sacerdote ho capito e sentito l’esigenza dell’approfondimento”.

Si può ben dire che per don Pino la scoperta personale di Gesù Cristo abbia segnato profondamente il suo cammino spirituale ed umano, per cui egli sente di non avere bisogno di avanzare pretese o di entrare nel facile carrierismo. L’unico suo desiderio è quello di far partecipi gli altri e soprattutto i giovani della scoperta, che quotidianamente rende felice la sua esistenza. Per incontrare il mistero del Dio nascosto, ma presente, non si può fare a meno di passare attraverso l’umanità di Gesù. E’ Lui la via, che ci conduce al Padre e nel suo volto ci è dato di cogliere i lineamenti di questo Padre: “Dio ci parla in Gesù, scrive in suo appunto, e in Gesù si fa parola attraverso le persone e le cose”.

Don Pino parla di Gesù da innamorato e così in un suo appunto si può leggere: “La gioia di cui parla Gesù non è solo quella del Regno, ma pure una gioia che comincia adesso, qui, non è soltanto una gioia che verrà. (…) Basta ricercarla, basta saperla trovare, scoprirla, riconoscerla”. In un campo-scuola dedicato al discernimento vocazionale e dal titolo molto impegnativo per i giovani che vi prendono parte: “Sì, ma verso dove?”, Don Pino dapprima si sofferma sulla ricerca di senso, che angustia ogni personalità giovanile per proporre in un secondo momento il confronto con Gesù: “Ecco l’uomo, il Cristo!”.

Nel cercare di favorire questo incontro-confronto don Pino mette in primo piano lo sguardo di Gesù: “Doveva avere uno sguardo penetrante, rivelatore di un animo nobile e di ineffabile dolcezza. Gesù doveva esprimersi tanto con lo sguardo che con le parole. Sguardo di tenerezza per il giovane ricco e per il giovane povero, sguardo quasi di collera nei confronti dei farisei ostinati, che cercano di prenderlo in fallo”. Dopo lo sguardo egli cerca di tratteggiare gli elementi più importanti della personalità del Signore: “Ciò che caratterizza l’uomo Gesù è la tenerezza. Una tenerezza umana sconvolgente verso i bambini, come verso quelli che soffrono nel corpo e nello spirito. (…) Gesù ama tutte le persone che incontra, fosse anche il suo peggior nemico.
 
Era un individuo di una tenerezza umana fuori dal comune, con un cuore compassionevole e indulgente di fronte alla debolezza umana, pronto a perdonare tutto. (…) Ma questo non gli impedisce di essere esigente in una maniera inaudita e audace. Fino al punto da affermare che chi non è con lui è contro di lui; che bisogna lasciare tutto per seguirlo”. Sono riflessioni che mostrano chiaramente lo spessore interiore di Don Pino, la serietà con cui ha abbracciato la sequela del Signore. Ed egli sa che la ricchezza di quest’incontro non può essere trattenuta, ma va comunicata ai giovani, come anche a tutti i poveri.
 
 
Una donna nella vita di don Pino: l’incontro con Lia Cerrito

Nei primi anni del suo presbiterato Don Pino insegna religione nella scuola media statale Archimede di Palermo. In questa scuola egli ha la possibilità di conoscere la professoressa di lettere Lia Cerrito, che insieme ad altre donne aveva consacrato la propria vita a Dio all’interno dell’Istituto secolare “Missionarie del Vangelo”. Da quel momento inizia un sodalizio, che verrà spezzato unicamente dall’uccisione di don Pino per mano della mafia. L’Istituto era stato fondato da un francescano, fr. Placido Rivilli, che lo aveva pensato come un sostegno di quel movimento denominato “Crociata del Vangelo”, per essere cambiato nel 1987 in “Presenza del Vangelo”.

Don Pino non soltanto trova in Lia Cerrito un aiuto non indifferente nella sua azione pastorale sia a Godrano, dove porta a compimento la scommessa di pacificare un paese, dilaniato da una faida infinita, sia nel quartiere Brancaccio, ma accetta, inoltre, ben volentieri la proposta di entrare nel movimento, partecipando annualmente agli incontri di formazione nazionale e dando una mano per lo svolgimento di settimane bibliche. Cosa può aver interessato di più don Pino per prendere parte attiva nel movimento di fr. Rivilli? Sicuramente due cose: l’essenzialità francescana, che sarà una caratteristica della sua vita e la passione per il Vangelo, da far conoscere, ma soprattutto da incarnare nella vita di tutti i giorni.
 
Nel metodo del movimento egli trova un buon modello per fare del Vangelo non un vuoto gioco di parole, ma una parola da accogliere per tradurla in vita. E’ il metodo che si pratica nei Cenacoli del Vangelo: ascolto-conoscenza della Parola di Dio, incarnazione-testimonianza di essa ed infine un annunzio esplicito proposto agli altri. Si tratta di un metodo, che non vuole fermarsi al semplice piano della riflessione e della preghiera, ma che richiede ad ogni partecipante lo sforzo di tradurre in azione l’urgenza della condivisione e della liberazione da ogni forma di schiavitù. Accanto a questa vicinanza con il movimento del francescano fr. Rivilli va anche aggiunta l’esperienza di Spello e l’incontro con la spiritualità di Charles de Foucauld, di cui amava ripetere la preghiera del Padre:
 
Padre mio
mi abbandono a Te,
Fa di me ciò che a Te piace.
Qualunque cosa Tu faccia di me,
ti ringrazio. 
Sono pronto a tutto,
accetto tutto,
purché la tua volontà si compia in me
ed in tutte le tue creature;
Non desidero nient’altro.
Rimetto la mia anima nelle tue mani
te la dono, mio Dio
con tutto l’amore del mio cuore,
perché ti amo.
Ed è per me un’esigenza di amore
il donarmi,
il rimettermi nelle tue mani,
senza misura/
con una confidenza infinita,
perché Tu sei il Padre mio.

 
 
Gregorio Battaglia