La Spiritualità dei Fondatori

03.10.2015 21:21

Il Carisma di Daniele Comboni

 

 

La Spiritualità e i suoi simboli

 

Possiamo definire la Spiritualità quell’esperienza di Dio, di sé e del mondo che una persona sotto l’azione dello Spirito sviluppa nel corso della sua esistenza. La spiritualità si traduce in vari atteggiamenti, concetti, immagini di Dio, di sé e del mondo. La Spiritualità è influenzata dal temperamento personale, dal tempo e dal luogo, dalla società in cui vive il credente.

La Spiritualità cristiana si presenta lungo la storia in una grande varietà di forme. Possiamo essenzialmente rintracciare due grandi scuole di spiritualità. La prima si riferisce a quelle scuole che vivono una sintesi del mistero cristiano senza che nessun aspetto particolare sia messo in rilievo. Di tale genere sono la spiritualità Benedettina e quella Domenicana. La seconda scuola comprende quelle esperienze religiose che appaiono caratterizzate anche e fondamentalmente da qualche aspetto centrale del mistero cristiano, verso il quale si orienta insistentemente la devozione del credente, e del quale essa si nutre in modo particolare. La quasi totalità di queste esperienze religiose appartiene ad un’epoca in cui la pietà cattolica non si configurava più unitariamente, come una grande chiesa medioevale, ma si traduceva in numerose cappelle laterali. Appartengono a questa scuola Francesco d’Assisi, Paolo della Croce, Teresa di Lisieux…

Riflesso di questi indirizzi devozionali sono i titoli che i grandi fondatori missionari, dettero ai propri istituti: congregazioni del Sacro Cuore, del Cuore di Maria…

Nelle congregazioni missionarie fondate nell’800, troviamo che il titolo devozionale venga semplicemente ad aggiungere un tratto devozionale alla spiritualità dell’istituto, senza toccare il nucleo del carisma. Anche i fondatori degli istituti missionari sono nati e vissuti in questo periodo d’intensa fioritura devozionale, che riceve l’eredità dal basso Medioevo e dal Barocco e prende i connotati più intensi del Romanticismo. La loro pietà appare segnata dall’uno o l’altro aspetto del mistero cristiano. Le loro spiritualità non appartengono al genere di quelle che abbiamo chiamato di sintesi, in cui nessun oggetto di fede predomina. Va però notato che nessuno degli istituti missionari ha il forte indirizzo devozionale che appare negli altri istituti contemporanei. In questi istituti prevale l’orientamento missionario che li qualifica, innanzi tutto, spiritualmente. La loro spiritualità non ha neppure grandi risonanze teologiche: i fondatori missionari sono personalità dalla mente concreta, uomini e donne d’azione, orientati verso l’attività apostolica; personalità emotive e appassionate. Il loro è un approccio concreto al trascendente.

Una spiritualità è caratterizzata anche da simboli che crea e ricrea per esprimersi e per nutrirsi contemplandoli. Tutto il nostro discorso su Dio può essere, tra gli altri:

·                    Metaforico: un linguaggio che si riferisce a realtà umane per descrivere il mistero divino.

·                    Simbolico: prende un oggetto concreto per rappresentare un aspetto della realtà trascendente.

Il cristianesimo creò presto i suoi simboli. La croce, il deserto…i simboli s’intensificarono col passare dei secoli, nella misura in cui la vita cristiana veniva interiorizzata.

La spiritualità missionaria dell’ottocento si è conformata come tra due poli, uno celeste e uno terrestre creando una tensione che i grandi missionari riuscirono ad unificare facilmente in una sintesi missionaria. In questi il polo celeste non è il mistero oceanico di Dio ma la sua Epifania, ossia la Croce, il Cuore, il Cristo…

Il polo terrestre è invece rappresentato dalla carta geografica; non è la prima volta nella storia che un pezzo di geografia o un punto geografico si trasformano in un simbolo, in una esperienza religiosa. grazie agli anacoreti il deserto diventò uno dei simboli più forti per i cristiani fino ad oggi.

La carta geografica rappresentava soprattutto una frazione dell’umanità “seduta nell’ombra”, cioè all’oscurità della conoscenza di Cristo e spesso anche, soprattutto nel caso dell’Africa, assoggettata ad ogni sorta di miserie. La carta è quindi un simbolo antropologico che il polo celeste dell’esperienza caricava di un significato religioso.

L’altro polo, quello celeste lo occupa Cristo. Non era però, il Cristo Carolingio e Romanico con il capo adornato della corona imperiale. Le immagini di Cristo cambiano nella storia e caratterizzano le varie tappe della spiritualità. Il Cristo missionario proveniva dall’umanesimo Cistercense e Francescano che mostrava la sua sofferenza, il suo sangue e il suo cuore trafitto. Era davanti alla Croce che essi si sentivano spinti ad evangelizzare. È la contemplazione di ciò che Cristo ha sofferto per noi ciò che spinge il missionario a formarsi nello spirito di sacrificio.

Insieme al Crocifisso, simbolo predominante nella spiritualità dei missionari, troviamo presente e attivo il simbolo del Cuore di Cristo. Per capire questo accento della spiritualità è necessario coglierne il processo storico.

La devozione al Cuore proviene dalla devozione alle piaghe del XII secolo; questa tendenza trova il suo culmine in S. Giovanni Eudes nel ‘600. Con S. Margherita Maria Alacoque (1690) la devozione diverrà più popolare anche se per tutto il ‘700 troverà un’opposizione tenace. Nel 1720-22, alcuni Vescovi francesi dopo la peste di Marsiglia, stabilirono la festa del Sacro Cuore nelle loro diocesi. Nel 1726 alcuni monasteri assieme a Filippo V Re di Spagna, chiesero a Roma l’istituzione della festa ma Roma rifiutò. Nel 1765, però, Roma concesse ai Vescovi della Polonia la festa liturgica.

In Italia la devozione fu introdotta grazie soprattutto a S. Antonio Giannelli, a partire dal 1820. il Santo partiva dalla piaghe di Cristo e il cuore diventava fonte di Grazia. In uno dei suoi celebri sermoni disse che “…una goccia sola di quell’acqua che scaturì dal vostro costato aperto, basterebbe a purificarmi più della neve…”.  Giannelli pose in sostanza l’attenzione, sull’amore di Dio e sul fuoco della carità; è l’amore di Gesù che vuole accendere nel cuore del suo devoto…tutto si chiude in un cerchio d’amore tra Gesù e l’anima della singola persona. In Francia il simbolo del Cuore si fece largo anche come stendardo e bandiera per la ricostruzione spirituale o per la restaurazione politica. Grazie alla spiritualità di S. Margherita il cuore diventa soprattutto mezzo di salvezza personale e di santificazione del devoto. Partendo da questo aspetto il simbolo subirà delle trasformazioni grazie alla personalità e all’esperienza dei missionari. Per Allamano diventerà mezzo di conversione dei pagani, per Emile de Vialar la contemplazione del cuore spinge a donarsi pienamente al prossimo, per Janssen il cuore si caricherà anche di un significato teologico: dimora della Trinità, sede dell’anima di Gesù e sede del Verbo.

La piena trasformazione del simbolo si ha in Comboni.

 

 

…In Comboni

 

La spiritualità di Comboni è spiccatamente missionaria. Egli non si preoccupa di una spiritualità cristiana comune, quale si poteva trovare in tutti i libri di meditazione e ascesi del periodo, ma coglie la dottrina comune partendo dalla sua esperienza concreta. L’esperienza religiosa di Comboni è fortemente unitaria; egli parte sempre dalla missione, con i suoi compiti, le sue difficoltà, le sofferenze, i pericoli, per riflettere sulla spiritualità propria e dei compagni. Comboni supera decisamente la separazione tra spiritualità personale e vocazione missionaria, lui non è preoccupato di cosa avessero detto i maestri di ascetica ma deduce la sua dottrina spirituale dall’esperienza missionaria. La forma di vita che incarnerà fu praticamente nuova nella Chiesa e, per questo, aveva come unica fonte la propria esperienza.

Comboni metteva alla sorgente della spiritualità missionaria l’amore verso Gesù e questo amore verso Gesù comunica una partecipazione mistica all’amore con cui Gesù ama uomini e donne bisognosi di evangelizzazione. Nelle regole del 1871 scrive infatti: “abbiano sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime”. La contemplazione di questo amore aiuterà a capire il mistero dell’amore del Redentore. L’amore di Cristo verso gli Africani attecchisce nel cuore dei missionari e finisce per infiammarli. In Comboni, Pentecoste e Calvario sono intimamente connessi.

L’influsso del Redentore, del suo amore per gli Africani e dell’amore di Daniele per lui, pervade tutta la spiritualità Comboniana. Lui e i suoi, si fanno missionari per obbedire al mandato del Risorto: “Lo scopo di questo Istituto non esce dall'orbita degli Uffizi strettamente Sacerdotali: è l'adempimento dell'ingiunzione fatta da Cristo ai suoi discepoli di predicare il Vangelo a tutte le genti: è la continuazione del ministero Apostolico, per cui tutto il mondo ha partecipato ai benefizi ineffabili del Cristianesimo; ed ha per oggetto speciale la rigenerazione dei popoli Negri, che sono i più necessitosi e derelitti dell'Universo” (regole, 1871). Comboni vuole che la vita sua e dei suoi sia tutta ordinata a rendere gli Africani partecipi “dei frutti ineffabili della redenzione dell’Uomo-Dio” (Piano, 1864). Comboni e i suoi missionari facevano due volte al giorno un atto di consacrazione a Gesù Apostolo “delle proprie fatiche e della propria vita”: questo ci dice come la sua spiritualità sia Cristocentrica. Cristo diventa l’oggetto dell’evangelizzazione; ai Padri del Concilio Vaticano I chiederà di promuovere la rigenerazione dell’Africa “per le viscere di Gesù Cristo”, assoggettando a lui un’eredità che egli si era guadagnato con il suo sangue.

Il polo terrestre della spiritualità in Comboni è rappresentato senza dubbio dall’Africa. Comboni riversò su questo continente un amore appassionato. Il cuore geografico dell’Africa aveva conquistato il cuore di Comboni che visse e morì per questo continente. La sua donazione giovanile va vista necessariamente come frutto di un’azione dello Spirito, che accendeva in lui con intensità mistica l’amore per l’Africa. Il dono della pietà sarà accompagnato dal dono della forza per agire e soffrire. Ciò costituirà il perno della sua spiritualità, del suo ascetismo apostolico, il risvolto mistico della sua esperienza. L’Africa era per Comboni la parte del mondo meno nota e più abbandonata, la più difficile per conseguenza ad essere evangelizzata. Non era il paesaggio, le dune e le verdi colline a muoverlo ma gli uomini e le donne dell’Africa nera, “le anime più abbandonate della terra” la “gente più disgraziata e abbandonata”. L’Africa rappresenta la consacrazione agli ultimi della terra.

Nella Croce Daniele Comboni ha messo insieme i due poli della spiritualità. Il Cristo e gli Africani da evangelizzare sono i due poli di un orientamento che coincidono con i due oggetti della Carità: Dio e il Prossimo: “Sono pronto a soffrire per Cristo e per la salvezza delle anime le più necessitose e derelitte dell’universo…” (5221).

Sappiamo che Comboni fece largo uso della Proposta del PIME, per le sue regole del 1871. La Proposta raccomandava soprattutto una cosa: “Tenere sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente e procurando d’intendere ognora meglio cosa vuole dire un Dio morto in Croce per le anime nostre”. È interessante sottolineare la modifica che Comboni ha apportato nelle sue Regole: “…cosa vuole dire un Dio morto in Croce per la salvezza delle anime.” Dove la Proposta diceva “morto per noi” incitando a corrispondere con lo spirito di sacrificio, le Regole fanno morire Cristo per “la salvezza delle anime”, le nostre ma anche quelle degli Africani. La contemplazione del Crocifisso diventa incitamento all’evangelizzazione. In Comboni i frutti di tale contemplazione appaiono con forza: si avverte subito che si tratta di un’esperienza d’amore continuativa e profonda.

Abbiamo già accennato sopra che il simbolo del Cuore subì, in Comboni una grande trasformazione. In lui il Cuore diventa simbolo potente di una spiritualità missionaria nell’esperienza carismatica e mistica del santo, prima ancora che nei suoi testi. La devozione nasce in Comboni con i tratti tipici dell’epoca, quelli cioè di una spiritualità “riparatrice”, dove il Cuore veniva adorato in riparazione dei peccati del mondo. Il Cuore di Cristo divenne simbolo potente per lui, quando si fuse con la sua spiritualità missionaria. Daniele ebbe in San Pietro l’ispirazione del Piano in occasione della beatificazione di Margherita M. Alacoque. Nel testo stampato a Torino poco dopo il Piano si riferiva “all’impeto di quella carità accesa con divina vampa sulle pendici del Golgota, ed uscita dal costato di un Crocifisso, per abbracciare tutta la famiglia umana…”  le immagini delle rivelazioni di Santa Margherita, ricordate quei giorni dai predicatori, tornavano qui sotto la sua penna. La Santa, infatti, aveva visto il cuore del Signore circondato di fiamme che rappresentavano le fiamme della carità per tutto il genere umano. Nel 1873, poco dopo avere preso possesso del vicariato, Comboni lo consacrava al cuore di Cristo. Fu da quel momento che il simbolo del Cuore entrò nel nucleo centrale della spiritualità del Comboni e diventò per lui simbolo missionario. Se con Santa Margherita il Cuore era diventato simbolo di un intimismo che chiedeva di essere corrisposto con l’amore e la riparazione, ora in Comboni il Cuore viene liberato dalle preoccupazioni individuali e diventa amore di predilezione verso gli Africani: “Il cuore di Gesù palpitò anche pei i popoli dell’Africa centrale e Gesù Cristo morì sulla croce anche per i poveri neri…”. Il Cuore diventa incentivo per l’apostolato; Daniele contempla il Cuore e lo sente palpitare di passione per gli Africani e questa passione lo infiamma e lo spinge ai più poveri. All’Africa.

 

 

Vocazione

 

La vocazione è l’asse attorno al quale si evolve la spiritualità di una persona. Dio è il nostro futuro e dal nostro futuro ci chiama a realizzarci in una triplice vocazione:

·                      Ad essere tale uomo / donna

·                      A partecipare alla sua grazia e gloria collaborando con lui per il bene degli altri

·                      Ad occupare un determinato posto nella Chiesa e nel mondo

Una persona quindi, da un punto di vista teologico, è innanzitutto una vocazione. Con la vocazione ha inizio il dialogo con il Trascendente che ci costituisce come persone.

All’inizio c’è sempre la Grazia. Ripercorrendo la storia di alcuni grandi uomini e grandi donne di Chiesa, ci si accorge che, nello svolgersi delle loro vocazioni, Dio agì con interventi che furono, in vari gradi, fuori dall’ordinario. In quel momento essi non sapevano con chiarezza che cosa volesse Dio da loro. Dio diventa piano piano l’oggetto del loro amore appassionato. È il Dio di Gesù Cristo che si è rivelato nella sua morte e risurrezione. Ma la Gloria di Dio è intimamente connessa con la salvezza umana. Il volere del Padre è il suo Regno, è la nostra salvezza. La gloria di Dio non è la sua esaltazione, ma la sua discesa verso di noi per salvarci. I grandi uomini vivono per Dio solo, ma per loro significa che essi vivono e muoiono per la salvezza delle figlie e figli di Dio. Essi fanno tutto per la gloria di Dio, ma aggiungono dimostrando di avere capito che cosa è questa “gloria di Dio”, “…e per la salvezza del prossimo…”. Diventa in questo senso centrale, l’esperienza di un Dio che rende partecipe della sua passione per gli esseri umani. Passione è anche un amore che fa soffrire. Il Dio di Gesù Cristo è un Dio che soffre, un Dio che non resta impassibile, che non è immutabile. Secondo la Bibbia Dio ama la sua creazione e in particolare gli esseri umani. Secondo le scritture cristiane, Dio è amore, amore generoso; Agápe ci dice in due occasioni la lettera di Giovanni (1 Gv 4,8.16). Se Dio è amore, Dio è vulnerabile. Parlando con precisione noi non possiamo infliggere a Dio  alcunché. L’impassibilità attribuita a Dio dalla teodicea tradizionale è un concetto negativo che rimuove alcune connotazioni della sofferenza umana, quali la mutabilità, la trasformazione e l’essere soggetto passivo di fronte ad altri. E se Dio non solo ama ma è amore gratuito, egli soffre quando la sua creatura soffre. Non possiamo più insistere sulla onnipotenza di Dio. La letteratura Rabbinica ha parlato della Kénosis di Dio nella creazione: nel creare il mondo Dio rinunciò ad intervenire con il suo potere per correggerlo, rispettando così l’autonomia della sua creatura. Creando l’universo Dio si “ritira”. Il nostro è un Dio che soffre con noi. Dio non ci fa eludere la sofferenza ma diventa il motore dentro la sofferenza.

Abbiamo detto che Dio, con la sua iniziativa, rende partecipi del suo amore. La carità diventa il modello e la caratteristica degli uomini e donne afferrati da Dio. I fondatori hanno lasciato la carità come l’eredità più preziosa per i loro figli spirituali. L’amore diventa la fonte dell’apostolato e forza motrice che li spinge ad esso; essi però, non si limitano all’amore del prossimo ma si riferiscono prima e con maggior vigore a Dio. È l’amore del figlio incarnato e morto per noi che da senso e valore al ministero e lo sostiene. L’amore a cui è chiamato il cristiano ha due oggetti: Dio e l’essere umano. Amare la creatura in Dio, non toglie a questa la sua solidità. Si ama l’essere umano in sé stesso e lo si ama in Dio. Amare l’essere umano in Dio è amare quanto di più profondo e solido ci sia nella creatura stessa. Dio e l’essere umano non fanno due nel senso in cui lo fanno due esseri creati. Dio rimane sempre l’Uno.

 

 

...In Comboni

 

Comboni prende la decisone più importante della sua vita il 6 gennaio del 1849, quando aveva diciassette anni. Inginocchiato davanti al suo superiore don Mazza, giurò con voto di dedicare tutta la sua vita alla conversione dell’Africa. Questa sua donazione giovanile  era il frutto di un’azione dello Spirito che accendeva il lui l’amore per l’Africa. Il dono dell’amore intenso sarà accompagnato dal dono della forza per agire e soffrire. Ciò costituirà il perno della sua spiritualità, del suo ascetismo apostolico e il risvolto mistico della sua esperienza. Quella per l’Africa fu l’unica passione della sua vita.

Troviamo in Comboni una duplice vocazione: la prima è la chiamata all’evangelizzazione dei non cristiani e la seconda è la scoperta della Grazia della fecondità spirituale nella chiamata a fondare un istituto missionario. Senza ombra di dubbio la prima è la vocazione missionaria. Prima c’è la missione e poi viene creato un istituto per occuparsi di quella missione. L’opera Comboniana nasce “grazie” al fallimento degli sforzi umani: è solo la missione, l’Africa a spingere Comboni a trovare delle risposte. Sarà la missione a richiedere missionari.

Daniele si trovò solo: don Mazza aveva richiamato i suoi dal Sudan e i Francescani che vi erano subentrati erano quasi tutti morti. La missione fu praticamente chiusa da Propaganda nel 1862. in questa situazione tragica, Dio intervenne carismaticamente su Comboni con l’ispirazione del “Piano”. Comboni, fu consapevole del dono di fecondità spirituale ricevuto dallo Spirito; egli si sentiva responsabile di tale dono davanti a Dio. La sua consapevolezza si manifesta nel fatto che molte volte, soprattutto al termine della sua vita, ripeté l’affermazione: “ho fondato un istituto…”. In un testo ricollega poi la fondazione dei due istituti all’ispirazione del Piano: “…esistono in Verona due Istituti preparatori d’ambo i sessi, creati sulle basi del Paino…”.  (S. 2884)

Dobbiamo però notare come l’idea della fondazione dell’istituto sia già un “tradimento” del Piano; con la fondazione infatti, Comboni contributi ad accrescere quel particolarismo che voleva combattere.

Comboni coglie chiaramente la relazione tra Cristo e il prossimo, nell’amore con il quale Gesù è vissuto e ha subito la morte più crudele per gli uomini. Egli ripete spesso nelle sue lettere: “il cuore di Cristo ha palpitato anche per la Nigrizia…”; “…Cristo è morto anche per gli Africani…”. È per questo che afferma che l’amore del prossimo sgorga dall’amore di Cristo. Comboni da una interpretazione mistica della sua esperienza sull’amore universale del Cristo Redentore che spinge ad annunciare il Vangelo: “Allora, trasportato egli dall'impeto di quella carità accesa con divina vampa sulla pendice del Golgota, ed uscita dal costato del Crocifisso per abbracciare tutta l'umana famiglia, sentì battere più frequenti i palpiti del suo cuore; e una virtù divina parve che lo spingesse a quelle barbare terre, per istringere tra le braccia e dare il bacio di pace e di amore a quegl'infelici suoi fratelli, sovra cui par che ancor pesi tremendo l'anatema di Canaam”.

È questo un testo autobiografico. Comboni fu un grande uomo d’azione che non amò raccontare la sua vita, ma si tradisce quando parla in generale come in questo caso.

Secondo Comboni i missionari sono “trasportati”, cioè presi da un onda di fuoco che è uscita dal costato aperto di Cristo Crocifisso e scende dal Golgota, come da un vulcano. In questa esperienza dell’apostolo dell’Africa, il calvario diventa Pentecoste: è dal Cristo morto, infatti, che scende il fuoco che rende apostoli. Il fuoco, l’amore fervente, fa palpitare il cuore del missionario e lo porta via, trasportato dalla “vampa divina”.

È centrale notare che per descrivere la sua esperienza mistica e apostolica, Comboni fece ricorso all’immagine dell’amore divino come fuoco, un fuoco “pentecostale”.

Questa passione sperimentata, diventa in Comboni passione per le anime e per le anime più abbandonate della terra. Il nocciolo della sua vocazione, della sua risposta all’iniziativa di Dio diventa proprio questa passione per le anime, che possiamo chiamare Carità. Pochi mesi prima di morire, Comboni, aveva lasciato una sorta di testamento sulla formazione dei candidati alla missione: “Una missione sì ardua e laboriosa come la nostra non può vivere di patina, e di soggetti dal collo storto pieni di egoismo e di se stessi, che non curano come si deve la salute e conversione dell'anime. Bisogna accenderli di carità, che abbia la sua sorgente da Dio, e dall'amore di Cristo” (S. 6656) La carità diventa la forza motrice, l’inizio e la fine della vita missionaria, la risposta insopprimibile alla iniziativa di Dio. Comboni sperimenta questo amore, questa passione e da li trae la forza per la missione. È interessante notare come anche agli inizi della sua carriera apostolica, a soli ventisette anni, Daniele aveva già sperimentato questo amore, segno che la sua vocazione missionaria nasce e cresce come una grande e interminabile risposta:“Dovremo affaticare, sudare, morire; ma il pensiero che si suda, e si muore per amore di Gesù Cristo, e per la salute delle anime le più abbandonate del mondo, è troppo dolce per isgomentarci alla grande impresa” (S.297)

L’orientamento di Comboni è un orientamento Teocentrico. Lui lavora e muore per le anime più abbandonate e più “necessitose” della Nigrizia, perché anche per loro morì Gesù, perché anche per loro palpitò il Cuore di Cristo.

L’iniziativa di Dio in Comboni agisce come una partecipazione alla passione per gli esseri umani. L’immagine che Comboni ha di Dio è infatti quella di un essere in passione, nel senso di amore appassionato e di sofferenza. Lo zelo che li spinge all’annuncio è una partecipazione alla passione Divina. Il modello di questa carità apostolica fu San Paolo, che testimoniò come si deve soffrire per le anime nell’apostolato. La carità è stata la caratteristica di Comboni e la stessa carità è l’eredità più preziosa che ha lasciato per i suoi figli spirituali; ma bisogna sottolineare che in Comboni è l’amore sperimentato del Figlio incarnato che da senso e valore all’amore del prossimo, è la sua esperienza di misericordia che lo spingerà a testimoniare ai più poveri la misericordia di Dio: “Non ignoro punto la gravezza del peso che mi indosso, mentre come pastore, maestro e medico delle anime vostre, io dovrò vegliarvi, istruirvi e correggervi: difendere gli oppressi senza nuocere agli oppressori, riprovare l'errore senza avversare gli erranti, gridare allo scandalo e al peccato senza lasciar di compatire i peccatori, cercare i traviati senza blandire al vizio…” (omelia di Khartum 11/5/1873)

 

 

La Croce

 

Non c’è mai azione senza passione. La croce è presente nella vita dei fondatori in vari modi e il tema della sofferenza, è un tema molto ricco. Il tema della sofferenza, della croce, nella spiritualità cristiana è un tema delicato perché in esso sono venuti ad inserirsi atteggiamenti psicologici e condizionamenti culturali. Ci sono, innanzitutto, le radici impure di una certa ricerca della sofferenza dove la sofferenza diventa fonte di piacere, come nel fenomeno del masochismo. Altre radici sono più pure e possono dare vita a fenomeni consolatori, come nelle grandi mistiche del medioevo che, in preda a svariate sofferenze, si sono rifugiate nella passione di Cristo per dare un significato alle loro angosce.

Si può ancora fare della Croce, un mezzo di autoglorificazione, soprattutto per quelle persone che soffrono apertamente rischiando di diventare uno spettacolo per gli altri.  Parlando della Croce dobbiamo tenere ben presente i condizionamenti culturali. Dal barocco, che è reazione alla gioia di vivere del rinascimento, passando per il giansenismo e il romanticismo c'è stata una esaltazione unilaterale della croce nella vita spirituale, facendone il centro, con una visione che non è esattamente quella dei vangeli. Ciò ha condizionato anche l'immagine di Dio: Dio invia croci, Dio da sofferenze...

La croce può sorgere dal profondo della nostra animalità, come la malattia e la morte, o dalla cattiveria umana. Dio ci da invece la forza della fede per sopportare la sofferenza inevitabile e ci dà la gioia definitiva della resurrezione. Ci sono molti cristiani che hanno trovato nella passione di Cristo la forza per il loro soffrire e per alzarsi in piedi. Ci sono anche cristiani che, nella loro vita di servizio hanno incontrato spesso la sofferenza; la loro spiritualità non si riduce al tema della croce, pur avendo questa un posto notevole in essa. È ciò che accadde ai fondatori degli istituti missionari...

 

 

...In Comboni

 

Comboni voleva che la vita e la spiritualità dei missionari sgorgassero da uno sguardo contemplativo costantemente rivolto a Cristo Crocifisso. La croce diventa per il grande apostolo dell'Africa uno strumento di redenzione e quindi segno dell'amore di Cristo per tutta l'umanità. Daniele Comboni non poteva dissociare la croce dagli Africani: "Dio volle altresì per i negri morir sulla croce..." (1259). Questa idea era una delle idee sorgenti che hanno guidato la vita del Santo. La croce diventa strumento di redenzione dell'umanità e la fonte della missione. Se Cristo fu innalzato sulla croce per la nostra salvezza Comboni e i suoi missionari soffrono per lui e per gli esseri umani, in modo speciale per quegli Africani che Dio aveva loro affidato. Daniele si dichiarava "sempre pronto e lieto a soffrire per Cristo e per la salvezza delle anime " (5367). Anche i candidati alla vita missionaria erano invitati a riflettere e discernere se si sentivano "desiderosi di patire assai per Gesù Cristo e per le povere anime" (5537).

La vita missionaria di Comboni iniziò con una sofferenza acuta: quella prodotta dalla partenza. Nelle sue prime lettere ai genitori, subito dopo il suo primo arrivo in Egitto, non nascondeva il dolore che penetrava nel suo cuore. Uomo dal carattere forte non aveva paura di palesare la sua sofferenza: "Dio volle darmi questa croce di sentire in modo insolito il dolore per voi e per la  madre (219).  Spesso riviveva la sofferenza sua e dei genitori al momento del congedo ma sempre si rifugiava nel ricordo dei patimenti di Cristo e raccomandava a sua madre di volgere la mente a Maria a i piedi della croce. Sua mamma temeva di non rivederlo più, infatti morì poco dopo. Comboni soffrì duramente anche a causa degli innumerevoli viaggi, soprattutto quelli attraverso il deserto, "immenso spazio di sabbia infuocata". Possiamo in sostanza dire che tutta la vita di Comboni fu una lunga via crucis: malattia e morte della prima e seconda ondata di missionari, l'allontanamento dall'istituto di D. Mazza, le denuncie calunniose portate a Roma da alcuni religiosi, il ritiro delle prime suore da lui accolte in Sudan...ma queste disgrazie furono i mezzi di cui Dio si servì per chiamarlo a fondare la Chiesa nel cuore dell'Africa, a dare vita ai suoi istituti. Sul finire della vita le sofferenze assunsero il carattere di un martirio: fame delle popolazioni, calunnie sussurrate all'orecchio del vecchio padre, gelosie e contraddizioni del vescovo di Verona, ancora morte dei suoi missionari e, finalmente, la sua morte, esausto fisicamente e moralmente. Ciò che lo mantenne fedele in tutte queste circostanze fu la consapevolezza di essere stato chiamata da Dio a questa difficile opera. Comboni fu consapevole che i frutti dell'opera Africana verranno raccolti da altri.

Comboni si dimostrò conoscitore del ruolo della croce nell'apostolato  perché soffrì tanto.

Egli era convinto di una verità rivelata da tutta la Chiesa fin dai primi giorni, cioè che tutte le opere di Dio nascono e crescono ai piedi del calvario. Ne era così convinto che lo ripeté con enfasi a tutti i suoi corrispondenti a partire dal 1878: al cardinale Simeoni,  a D. Bricolo, al canonico Ortalda, all'Associazione di Colonia, al cardinale Kutscher, a padre Anacleto Dalla Chiara, a mons. Verzeri, alla Propagazione della fede di Lione, al Canossa.

Dal 1868 sino alla sua morte ricorderà che la Croce è il sigillo o il contrassegno delle opere di Dio...è significativo il fatto che egli lo ricordasse a uomini insediati al potere, a cardinali e a coloro che controllavano le risorse economiche. Comboni può essere definito il dottore dei rapporti tra croce e missione

 

La risposta all'azione di Dio

 

È sempre Dio a prendere l’iniziativa e ad accendere la fiamma dell’amore e dello zelo per l’annuncio del vangelo. Alla radice di vite intensamente missionarie vi sono un azione divina e una passione umana. In questo senso possiamo dire che alla radice della vocazione missionaria c’è un elemento mistico. Secondo Dionigi Areopagita la mistica è patire e ricevere cose divine. La presenza della mistica richiede la consapevolezza almeno in germe, cioè l’esperienza. Chi riceve questa azione divina non ha alcuna parte attiva, l’unico contributo che può dare è quello di accoglierla. La chiamata divina non è qualche cosa che accade in un momento e cessa dopo. Continua a farsi sentire, ad offrirsi come grazia, a incitare e a modellare le persone.

Esperienze così forti, come quelle all’origine di una vocazione obbligano il soggetto a ripensarle per assimilarne pienamente il contenuto. Sono queste esperienze spirituali che per anni continuano a coinvolgere la persona che le ha fatte, anche perché spesso racchiudono in se un contenuto più grande di quanto venga percepito e capito al momento. Il testo di Lc 2,19, “Maria conservava tutte queste cose nel suo cuore, meditandole (sumba,llousa) …” , esprime un paradigma di tante esperienze posteriori: coloro che sono stati favoriti con esperienze spirituali forti le conservano come un tesoro, le ripensano e in qualche modo le rivivono. Nel rivivere le esperienze iniziali, grazie alle quali si prende coscienza della vocazione, si trovano nuove energie. Il missionario, in risposta a così tanta grazia, non può fare altro che contemplare, tornare costantemente con la contemplazione all’origine della propria vocazione. Tale contemplazione non è mai astratta ma sempre indirizzata verso particolari simboli dell’amore di Dio: il crocifisso, le piaghe, il cuore…

Se la vocazione missionaria comincia con l’iniziativa di Dio accolta da un credente, la prima iniziativa umana che ne consegue è la contemplazione. Se all’origine della vocazione missionaria c’è un elemento mistico, all’origine del suo sviluppo c’è un atteggiamento contemplativo.  Questa grazia di Dio spinge all’evangelizzazione dove lo scopo è portare la grazia sperimentata personalmente,  al prossimo. 

È legittimo chiedersi se possiamo parlare di "contemplazione" anche per quelle persone così impegnate nell'apostolato.

P. Girolamo Nadal, uno dei primi gesuiti parlando di Ignazio di Loyola, disse che egli era stato al tempo stesso contemplativo nell’azione. Questa formula ebbe un grande successo poiché si vide in essa un tipo di spiritualità apostolica. Lo stesso aveva già fatto, con formula diversa, San Tommaso d’Aquino quando dichiarò caratteristica dei suoi il “contemplare et contemplata aliis tradere”, il contemplare e portare agli altri il frutto della propria contemplazione. Anche alcune donne stavano trasformando questa definizione, quando parlavano del cuore come sede delle loro esperienze spirituali. Mistica e contemplativa è per loro la persona che agisce sulla Chiesa portandole un messaggio.

L’espressione usata da P. Nadal definisce un aspetto essenziale della spiritualità apostolica: bisogna restare aperti alla presenza all’azione del mistero divino, mentre si serve Dio con il ministero. Essa gioca, però, con la vecchia antitesi di concetti come azione / contemplazione, prãhis / theoría. La formula continua a mettere l’accento sulla contemplazione. Mentre l’azione è solo l’ambito in cui si esercita la contemplazione. Questa formula è quindi inadatta per definire interamente una spiritualità della vita apostolica che è molto di più che contemplazione. Sarà San Vincenzo de’ Paoli a coniare un’espressione nuova. Nelle conferenze spirituali raccomandò ai suoi di essere “passivi nell’azione”. Qui l’accento non è più posto sulla contemplazione ma sul fatto di restare duttili nelle mani di Dio. È l’azione divina a d avere il primato e l’azione diventa il modo in cui la persona costruisce sé stessa. È Dio il primo attore dell’apostolato, l’uomo è chiamato a lasciare compiere a Dio la sua opera di salvezza nel prossimo è chiamato a lasciarsi coinvolgere dalla grazia divina. Il soggetto non viene annullato ma coinvolto e ricreato continuamente.

La vita spirituale, soprattutto quella di un uomo fortemente lanciato nell’attività apostolica, rischia la molteplicità e la dispersione. Da una parte c’è la preghiera e dall’altra il ministero, da un lato il rapporto con Dio e dall’altro il rapporto con gli esseri umani. Bisogna portare avanti tutto, anche se i vari aspetti sembrano cozzare l’uno con l’altro. A poco a poco si comincerà a vivere una unità profonda che unisce i vari aspetti. Il ministero conduce alla preghiera e la preghiera diventa in qualche modo ministero. Ascesi e lavoro tendono a fondersi. Dio comincia a farsi vedere nel prossimo e questi in Dio. L’elemento che porta a questa progressiva unificazione è la carità, l’amore che procede da Dio. La carità è l’anima di ogni virtù, l’anima delle varie attività, della preghiera e dell’apostolato, dell’interiorità e dei rapporti comunitari. È la carità che unifica tutto. Alla fine nel missionario tutto diventa insieme preghiera e ministero, rapporto con il prossimo ed esperienza di Dio, grazie all’intensificarsi dell’amore. Nella vita spirituale, quindi, è necessaria soprattutto una cosa: innamorarsi.

Guidati e mossi dall’amore di Dio, coloro che vivono una profonda vita spirituale raggiungono una fase del loro itinerario che può essere definita come quella della loro passione. La caratteristica fondamentale di questa tappa è la passività: purificati e rinforzati progressivamente i credenti possono essere finalmente guidati da Dio mediante i doni dello spirito. A questo punto la passione per le anime viene sentita come frutto di un’azione di Dio su sé stessi. L’esplosione della passione missionaria è quindi alla radice un’esperienza “passiva” in cui si è spinti all’azione.

 

...In Comboni

 

Daniele era solito contare le tappe della sua carriera missionaria a partire dall'atto di consacrazione a Dio per l'Africa che aveva fatto all'età di diciassette anni. Ovviamente ricordava l'impulso graduale con cui lo spirito lo aveva spinto a fare quella consacrazione, ma per lui, uomo di azione, era più facile ricordare in una serie di testi il suo atto esterno che analizzare i sentimenti interni che lo avevano mosso a farlo. In diversi testi Comboniani possiamo vedere come il Santo tornasse costantemente, grazie alla contemplazione, all'origine della sua vocazione, quasi per riprendere forza e per non cedere alla tentazione di mollare tutto: "Vedendomi così abbandonato e desolato, ebbi cento volte la più forte tentazione (ed anche incitamenti di uomini pii, rispettabili, ma senza coraggio e fiducia in Dio) di abbandonar tutto, rassegnar l'opera alla propaganda e mettermi umile servo a disposizione della Santa Sede, o del Card. Pref. o di qualche vescovo. Ebbene, ciò che non mi fece mai venir meno alla vocazione, ciò che mi sostenne il coraggio a star fermo al mio fino alla morte, o fino a decisioni differenti della S. Sede, fu la convinzione della sicurezza della mia vocazione...(6886).

Anche la contemplazione è un tema che ritorna in Comboni. In un suo testo fondamentale, Il piano per la rigenerazione dell'Africa, descrive l'impulso che porta il missionario come un essere trasportato dalla vampa di fuoco che esce dal costato aperto del Crocifisso: "il missionario trasportato dall'impeto di quella carità accesa con divina vampa sulla pendice del Golgota, ed uscita dal costato del Crocifisso per abbracciare tutta l'umana famiglia, sentì battere più frequente i battiti del suo cuore..." (2742) Tale impulso nasce grazie alla contemplazione. Questo testo è importante anche perché ci fa vedere come l'attività apostolica non sia altro che una risposta all'iniziativa amorosa di Dio.

Ma la contemplazione in Comboni è unita all'amore per Dio e per le anime. Se altri fondatori hanno scritto raccomandazioni per i propri missionari, Comboni non scrive niente di specifico, nessuna raccomandazione. Egli stesso versava nei suoi scritti, traducendolo in immagini, il frutto della sua contemplazione: costato aperto, vampe di fuoco d'amore...

Possiamo anche notare come alla fine della sua vita incarnò pienamente la passione di Gesù Cristo. Dalla rinuncia alla missione di D. Mazza  alle insinuazioni su Virginia Mansur, il cammino di Daniele fu essenzialmente un intercedere in una lunga via crucis. In queste situazioni di buio, quando tutto sembrava venir meno, Comboni riesce a contemplare il passaggio di Dio nell’elemento che, agli occhi dell’uomo,  più sembra contraddirlo: la Croce. Ripeté instancabilmente che tutte le opere di Dio nascono ai piedi della Croce e sono segnate da essa. 

 

Le ragioni dell'evangelizzazione

 

Per comprendere le regioni che spinsero gli uomini e le donne del XIX secolo all’evangelizzazione, dobbiamo prima comprendere quali erano le loro idee sulla Salvezza, su Cristo e sulla Chiesa.

La Salvezza:

Se usciamo dai testi fondamentali delle costituzioni e leggiamo gli scritti in cui i  grandi missionari parlano liberamente senza modelli imposti, dello scopo della loro azione missionaria, si avverte subito l’insistenza nel proclamare che essi vivono lavorano e muoiono per la salvezza delle anime. Spesso poi i testi uniscono alla salvezza delle anime la gloria di Dio, mettendola ovviamente in primo luogo. Ma che cosa si intende per “Gloria di Dio”?

Dio è la sua stesa Gloria e l’uomo non può dare a Dio alcunché che l’arricchisca. Dio è già tutto ciò che di buono vorremmo dargli. Né il martire né la vergine arricchiscono Dio ma, al contrario, sono essi ad essere arricchiti dalle loro stesse offerte. La Gloria è il Kabod, la discesa di Dio tra noi, la sua manifestazione con cui Dio rivela la sua Santità. Dio rivela la sua presenza per salvarci. Ireneo di Lione, in un celebre testo affermò: gloria Dei vivens homo (Adv. Haer.) Ireneo ci dice che Dio creò l’uomo non perché ne avesse bisogno, ma per avere qualcuno su cui riversare i suoi doni. La Gloria di Dio è quindi la salvezza del prossimo: Dio è glorificato con la nostra salvezza, e dunque il missionario lavora per un unico scopo.

La dottrina della Chiesa in merito alla salvezza d’altro canto, influenzò non poco lo sviluppo missionario, dettandone anche le ragioni. Gregorio XVI nel suo Probe Notis del 1840, aveva applicato ai “pagani” l’espressione “coloro che giacciono nelle tenebre e nell’ombra della morte…”. Questa espressione è stata ripresa da molti missionari e questo ci dice che, ai loro occhi, questi pagani non si trovavano in uno stato felice. Nell’ottocento la dottrina della Chiesa sulla salvezza dei non cristiani si stava chiaramente, anche se con fatica, allargando. La ragione principale era che ci si stava rendendo conto dell’immensa quantità di popoli che non avevano nemmeno sentito parlare di Cristo. La geografia aveva dischiuso orizzonti immensi. Più di qualche teologo dovette aver paura di escludere tanta gente dalla misericordia divina. La Chiesa si trovava così presa tra due poli: da una parte doveva evitare la negazione del suo ruolo nella storia della salvezza e, dall’altra, doveva evitare di restringere la misericordia di Dio. Nel 1863 Pio IX scrisse l’enciclica Quanto conficiamur moerore. Se il Papa si mostrava addolorato per l’opinione espressa da alcuni secondo i quali l’essere membri della Chiesa era ininfluente per la salvezza, d’altra parte egli ricordava che coloro che si mantengono fuori della Chiesa con ignoranza invincibile, ma seguono la legge naturale e conducono una vita onesta possono raggiungere la salvezza.

Cristo:

Il motivo dato per spiegare il movimento verso i popoli per evangelizzarli è Cristo stesso. Da una parte i grandi missionari parlano di dare Cristo, il Vangelo, i sommi beni  a queste popolazioni. Vogliono annunciare Cristo, redentore di tutti, l’unico che può portare la luce. Parlano anche di dare queste popolazioni a Cristo. In certe occasioni lo fanno addirittura con un linguaggio militaresco: si tratta di conquistare, piantare la croce, l’impero…l’Africa va conquistata per Cristo; l’impero che bisognava abbattere era quello di Satana, ma non va dimenticato che essi intravedevano lo spirito maligno anche in Buddha o Allah.

Chiesa:

La ragione ecclesiale è stata molto importante per i missionari. Si trattava di rimanere fedeli alla prassi di Gesù fondando una Chiesa locale veramente nativa con il suo clero. Tutti si dedicarono ardentemente a tale compito. Ricordiamo anche che la Chiesa era considerata sacramento di salvezza e impiantare la Chiesa diventava quindi la prima preoccupazione, per la salvezza delle anime. Sarà in Italia a Milano che troveremo formulata per la prima volta i principi di una ecclesiologia o di una missiologia che diventeranno comuni centoventi anni dopo con il Vaticano II. Fu questa missiologia ad illuminare la nascita del PIME: “Sempre partendo dal dovere che hanno in solido tutte le parti della cristianità di contribuire alla massima dilatazione del regno di Dio ed alla conversione degli infedeli” (Documenti di fondazione)

 

...In Comboni

 

Salvezza:

“Noi siamo fatti per salvare le anime; che si dica quello che si vuole. Dio me ne renderà la mercede, perché Deus caritas est” (6846). Salvare le anime degli Africani era lo scopo che si proponevano lui e i suoi compagni. Verso la fine della sua vita, Comboni scriverà al cardinale Simeoni: “io non vivo e non sono mai vissuto se non per salvare le anime e non per perderle…” (7141).  Tutte le idee di Comboni non si trovano, però riassunte qui. Dal profondo del Sudan Comboni univa spesso le “anime” all’amore di Dio o di Cristo: “soffriamo per puro amore di Dio e per le anime…”(6855) Tutta questa insistenza nell’unire Dio e il prossimo ci deve fare riflettere. Non si tratta di due fini differenti, mesi uno dopo l’altro. In Comboni il vincolo tra i due elementi si mostra nel fatto che è Dio che lo offre all’Africa, è Dio che lo invia a gli affida gli Africani. Amare Dio vuole dire per Comboni, vivere e morire per gli Africani.

Secondo Daniele i non cristiani, si trovano in una situazione non felice; egli dipinse la loro situazione con colori cupi. Parlando dell’Africa la definisce povera, abbandonata…quando vuole riferirsi ai pagani in quanto tale il Santo si limita a citare la celebre espressione che li collocava in situazione sfortunata ma non azzarda maggiori precisazioni concettuali. Diversi passaggi esprimono un’idea pessimistica dello stato spirituale dei non cristiani. Il primo si trova nel Piano del 1864: “Volgendo  lo sguardo alle condizioni spirituali e sociali di quei popoli incurvati sotto l’impero di Satana…” “…la triste lor sorte…” “…la deplorabile condizione…”. L’evangelizzazione della Nigrizia tende quindi a distruggere nel mondo il regno di Satana. Ma la salvezza del prossimo non esaurisce tutto il discorso Comboniano sulla missione. Pur essendo molto preoccupato per la sorte eterna degli Africani, Daniele intravedeva questa salvezza già in atto nel “qui ed ora” del continente nero. A questo processo di redenzione temporale ed eterno, terrestre e celeste, operato da Cristo e da Lui portato attraverso i suoi missionari a all’intero continente, egli da il nome di rigenerazione. È esattamente il contenuto dell’ispirazione che gli balenò nel 1864 a Roma.

Cristo:

Il motivo Cristologico è certamente centrale per Comboni. Troviamo spesso nei suoi scritti frasi che pongono l’attenzione sul fatto di conquistare a Cristo la Nigrizia: “…conquistare alla Chiesa…”, “…conquistare al Vangelo…”, “…combattere le battaglie del Signore…”.  dobbiamo però ribadire che Comboni si preoccupava soprattutto degli uomini del Continente. In Comboni troviamo due grandi esperienze spirituali. La prima è contrassegnata dallo Spirito che gli fa sentire con forza l’identificazione che Gesù fa di sé con l’Africano, l’essere umano allora più povero e abbandonato. La seconda esperienza è l’identificazione che Cristo fece di sé, nello Spirito del Comboni, con il nero. L’identificazione comincia i modo velato; nel 1878 scrive a Marie Deluil-Martiny: “il Cuore di Gesù si deve effondere con un raddoppiamento di amore verso quelli che sono ancora avvolti nelle tenebre e nell’ombra di morte…” (1736). L’esperienza dell’identificazione è diventata così forte nei suoi ultimi anni da esplodere in una varietà di inviti alla speranza e all’azione. La scopriamo per la prima volta nella relazione del 1878, alla Propagazione della fede di Lyon: “Il Sacro Cuore di Gesù, cui è consacrato il mio vicariato, ha palpitato anche per i popoli dell’Africa centrale e Gesù Cristo è morto anche per i poveri Negri infedeli. L’Africa centrale deve entrare nell’unico ovile di Gesù Cristo”.  Comboni fu artefice di una spiritualità profondamente altruista. Pur vivendo in un momento storico, la devotio moderna, centrato sull’Io, Daniele mette al centro Cristo e i Neri da rigenerare. Ciò si avverte chiaramente nel passaggio del Cuore di Gesù a fonte e simbolo di una spiritualità missionaria. È il Cuore di Gesù a suggerirgli che è arrivato il tempo della salvezza dell’Africa: “…il Sacro Cuore di Gesù ha mostrato che è arrivato il tempo di salvezza per la Nigrizia. Ci occorrerà soffrire molto, come io ho sofferto enormemente fino al presente. Ma dopo il calvario vi è la resurrezione dell’Africa centrale e dei suoi poveri operai evangelici…” (4338). Questi testi sono importanti perché ci mostrano come Comboni riuscì a strappare la devozione al Cuore di Gesù, al cerchio intimista e preoccupato per la propria salvezza, incorporandola alla spiritualità missionaria. A fondamento della sua spiritualità non stanno semplici figure devozionali ma Cristo crocifisso, morto e risorto per tutti, soprattutto per la Nigrizia.

Chiesa:

San Daniele Comboni è il testimone della spiritualità ecclesiale. Egli la considerava signora e madre anche se fu perseguitato. Scrisse al Cardinale Simeoni pochi giorni prima di morire: "...sono più contento di essere condannato a perpetua ragione ed alla morte sotto il papa per parte della Chiesa mia signora e madre piuttosto che essere re, e vivere glorioso e onorato nel mondo..." (7001).

Comboni era ben consapevole del ruolo della comunità ecclesiale nella storia della salvezza. In un periodo in cui il papa, privo del potere temporale era rinchiuso in Vaticano egli ripeteva, con tono apologetico: "la Chiesa è la più augusta istituzione della onnipotenza e dell'amore divino, arca, nave che per diciannove secoli sostenne l'urto dei marosi, per altri secoli ancora sarà maestosamente guidata sulle onde..." (4775). All'amico Des Garets scrisse un anno prima: "la bontà di Dio ci ha donato la Chiesa..." (4338). L'obiettivo di Comboni è sempre stato quello di svolgere la sua opera missionaria in totale comunione con la Chiesa, anzi lo scopo della sua opera missionaria era quello di unire l'Africa alla Chiesa. Il senso ecclesiale di Comboni è visibile anche nei primi anni della sua vita sacerdotale quando, indeciso se partire per le missioni, si lasciò consigliare dal suo direttore spirituale P. Marani. Fu questo il segno della grande importanza che Comboni diede, per tutta la sua vita, all'obbedienza alla Chiesa.

 

PER SCARICARE L'ARTICOLO SUL TUO PC, CLICCA QUI'