La resistenza del mite

27.03.2014 10:56

Inediti su Bonhoeffer

«Tuo padre ti ha comunicato che ho ricevuto notizie dalla Germania che, all’ultimo minuto, devo tornare là il 15 aprile? Alla luce delle decisioni politiche più recenti, talvolta il mio cuore sobbalza al pensiero di cosa mi attende, ma i bisogni della Chiesa sono così urgenti che non esiste altro modo di fare». La coscienza, prima di tutto. Prima del timore di incorrere in restrizioni, persecuzioni, problemi. Dietrich Bonhoeffer ne era consapevole in quel marzo 1935 quando, ad appena 29 anni, dalla sua nuova sede di azione pastorale – Londra – scriveva queste parole all’amico assai più giovane, Ernst Cromwell, un ragazzo da lui accompagnato spiritualmente. L’ombra lunga del nazismo aveva già avvolto la Germania.
 
Quando Bonhoeffer aveva scelto Londra come terra di elezione missionaria – arrivato nel 1930, vi restò fino al 1935 – Hitler era ancora lontano dal prendere il potere a Berlino con quel riscontro di popolo e di establishment che comprendeva anche i Deutsche Christen, gruppo di credenti filo-nazisti. Ai quali si oppose ben presto la Bekennende Kirche, la Chiesa confessante che, sopratutto, respingeva il radicato e radicale anti-semitismo del profeta della croce uncinata. Guida della Bekennende fu proprio quel pastore, Bonhoeffer, che finirà i suoi giorni il 9 aprile 1945 impiccato a Flossemburg su ordine diretto del Führer.
 
Un nuovo tassello biografico di questo grande pensatore di Dio e degli uomini si svela ora in una serie di lettere inedite, pubblicate in queste settimane per la prima volta in Inghilterra, Letters to London, dalla casa editrice SPCK. Missive indirizzate a Ernst Cromwell, un ragazzo di padre ebreo secolarizzato e madre luterana, conosciuto da Bonhoeffer durante il suo soggiorno londinese. Missive private, quelle destinate al giovane amico, ma che dipanano ancora una volta la fede granitica dell’autore di Sequela.
 
Come testimonia questa affermazione del 20 marzo 1935: «La cosa importante è non diventare assuefatti, inacidirsi o preoccuparsi in maniera non necessaria, ma essere capace, giorno dopo giorno, di diventare incommensurabilmente felici del fatto che esiste una causa così grande come il cristianesimo». Una volta rientrato in patria, il senso di limitazione della libertà Bonhoeffer iniziò ben presto a viverlo sulla propria pelle, come racconta nella lettera dell’8 giugno 1935, quando parla delle «questioni per le quali abbiamo a che fare con le autorità», ovvero gli interrogatori che doveva già subire per la sua libertà di pensiero.
 
E proprio in quell’anno, appena rientrato dalla City, Bonhoeffer non aveva esitato a far sentire la sua voce per la libertà dei credenti antiregime: «Il richiamo che ho fatto una domenica riguardo i "nostri fratelli nei campi di concentramento" ha provocato una tempesta in un bicchier d’acqua ed è stata veramente benefica, ho imparato la lezione». Ovvero, che ormai era chiaro il carattere anticristiano del nazismo.
 
Di fronte alle difficoltà che il suo essere membro della Bekennende Kirche comportava, Bonhoeffer non si impressionava più di tanto. Ma anzi rintracciava nella propria fede cristiana gli antidoti più veri per vivere quella "resistenza" che farà da titolo ad uno dei suoi grandi saggi post mortem (Resistenza e resa): «Stiamo aspettando con ansia Pentecoste. Potrai capire che questa festa ha un significato speciale per noi. Il suo Spirito è lo spirito della nostra comunità. Non uno spirito terrestre, né di cameratismo o di mera amicizia, ma piuttosto di amore fraterno, obbedienza, disciplina e gioia incrollabile. Uno Spirito dall’alto, lo Spirito Santo, quello per cui preghiamo».
 
È in questa priorità dell’elemento spirituale che secondo Bonhoeffer si concretizza la vocazione del suo essere cristiano confessante: «Spero e credo che in questo modo noi stiamo facendo un servizio reale alla Chiesa e alla Germania». Bonhoeffer si palesò "confessante" anche in un’altra occasione, come testimonia questo epistolario. Ovvero, la scelta di uno studio biblico sul Re Davide pubblicato nel 1935 che si meritò gli strali del giornale nazista di Stoccarda “Durchbruch”. Critiche che Bonhoeffer stesso segnala così: «Di recente – scrive il 25 ottobre – mi sono reso abbastanza impopolare sul tema degli ebrei, ma con un certo successo. Questa è la cosa principale. Sono contento di ogni giorno nel quale posso lavorare come sto facendo adesso».
 
E un mese dopo, la situazione, almeno nella percezione del grande teologo, si fa sempre più chiara del fatto che la propria posizione di opposizione spirituale all’ideologia di Hitler poteva diventare motivo di perniciose conseguenze: «Ho l’impressione – annota il 20 novembre – che il cammino che sto prendendo mi condurrà ad avere seri problemi». E la profezia si verificò: sebbene il 12 novembre avesse iniziato a tenere lezioni all’università di Berlino, una legge emanata il 2 dicembre impediva ai membri della Chiesa confessante, e quindi allo stesso Bonhoeffer, di tenere esami accademici.
 
A Ernst Cromwell confessa: «Ho ricevuto un avviso dal ministero della Cultura per cui, alle circostanze attuali, non mi è più permesso tenere lezioni». Ciononostante, ciò cui il teologo luterano tiene maggiormente è un dato preciso, la fondatezza di un rapporto umano che supera ogni avversione e crudezza ideologica: «L’unica preoccupazione è conoscere, prima che venga la notte, chi è un amico e chi no.
 
Posso dirti una cosa – scrive a Cromwell nell’ultima missiva pubblicata, datata 27 marzo 1936 –: la questione più importante di qualsiasi convinzione è avere a fianco delle persone con le quali puoi condividere i tuoi convincimenti». E Bonhoeffer ricentra ancora tutto in Cristo: Non c’è verità senza amore. L’odio stravolge la verità in falsità. La falsità cambia l’amore in odio. Lo sappiamo da colui che ha promesso che sarebbe stato sempre con noi, Cristo Gesù che noi confessiamo, proprio lui che ha vissuto in mezzo a un mondo di terribile manipolazione, fatto di falsità, ingiustizia e negazione della misericordia».

 
Lorenzo Fazzini