LA RANA LADRA

26.10.2014 15:10

Perché la rana gracchia? E perché ha gli occhi fuori delle orbite e vive solo nello stagno? Questo racconto dell’etnia Birrwa-Limba (Sierra Leone) ce lo spiega.

Il sole stava tramontando e tutti gli animali si erano riuniti intorno allo stagno per bere. Quando ebbe finito di dissetarsi, Ngiovo, l’elefante, invitò tutti a fermarsi perché aveva da comunicare loro notizie importanti. Sollevò la proboscide per intimare silenzio e cominciò: – Amici! È un affare serio! Non si trova più una goccia di miele neppure per addolcirsi le labbra. – È vero! – incalzò Kamba, la tartaruga. – Anch’io non so più dove sbattere la testa. – Non parlarmene – intervenne Ciule, la rana. – io non riesco a sentirne neppure il profumo. Quando penso al miele, mi sento morire! – Dobbiamo trovare una soluzione – continuò l’elefante. – Ognuno è pregato di esporre il proprio parere e, in base ai vostri suggerimenti, faremo una legge per risolvere il problema. – È chiaro che, se tutti mangiamo il miele tutti i giorni, questo si esaurisce. Bisogna ridurne il consumo – sentenziò Nsazu, l’uccello del miele, che sa sempre dove lavorano le api. – Bene! – intervenne l’elefante. – Allora io propongo che tutti gli animali si astengano dal mangiare miele, eccetto le bestie grandi. – Ben detto! Parla bene Ngiovo, avete sentito? – applaudirono il rinoceronte e l’ippopotamo. – Eh no! – strillò Ciule, la rana. – Sono le bestie grandi che consumano tutto il miele. Noi ne mangiamo così poco! Gli animali piccoli approvarono con tutte le loro forze. – E noi da che parte stiamo? – domandarono il capriolo e lo sciacallo.

Dopo un silenzio imbarazzante, Kamba, la tartaruga, dondolò la testa, si schiarì la voce con un colpetto di tosse, poi cominciò: – Io proporrei che tutti gli animali, grandi e piccoli, non tocchino miele per un anno. Così le api avranno tempo di provvederne in abbondanza per tutti. – Un anno senza miele? Volete la mia morte? brontolò la rana. – Taci, Ciule! – la rimbeccò l’elefante. – C’è ancora qualcuno che vuol dare il suo parere? Vedo che non ci sono altri suggerimenti. Kamba ha ragione. Perciò la legge sarà questa: per un anno nessuno tocchi il miele. Chi disubbidisce sarà condannato a morte. In breve tempo gli animali si abituarono a vivere senza miele, tanto che alcuni non ne mangiarono più per tutta la vita. La rana, invece, non riusciva a rassegnarsi. Di giorno parlava di miele e di notte lo sognava. Il ronzio delle api rendeva la sua astinenza insopportabile. Girovagava qua e là per gustare almeno il profumo dei favi. Parlava con le api, esortandole a incrementare la produzione; segnava i posti dove si trovavano i favi, per meglio ricordarseli alla fine dell’anno. Le sembrava che il tempo non passasse mai. La tentazione era fortissima.

Un giorno Ciule si trovava in aperta campagna. Da un solitario eucalipto proveniva una soave fragranza di miele. Si avvicinò per curiosare. In una cavità ai piedi del tronco vide due turgidi favi. L’acquolina le usciva dalla bocca. «Un pezzettino solo. Che male ci sarà?» pensò. «C’è la legge! E se qualcuno ti vede?» rispondeva la sua coscienza. «Ma chi mi può vedere?» pensava tra sé Ciule, mentre sbirciava a destra e a sinistra. «Qui non c’è nessuno, neppure una farfalla. E poi ne prendo un pezzetto piccolo piccolo».

Così dicendo afferrò il favo più bello e scomparve tra l’erba. Che delizia! Finalmente un po’ di miele dopo tanto digiuno. Lo divorò velocemente e avrebbe voluto assaggiare anche l’altro; ma decise di lasciarlo per il giorno seguente. Finì di leccarsi “i baffi” e si sdraiò all’ombra di un alberello. – Che sorpresa! Cosa fai qui? Ciule si svegliò e strabuzzò gli occhi in cerca di chi l’aveva disturbata. Non vedeva nulla. Eppure un rametto si muoveva, nonostante non ci fosse un alito di vento. Finalmente vide un insetto grande come un bastoncino. Era la mantide. Questa continuò: – Non puoi rispondere? Che cosa cerchi qui? La rana cercò di rispondere, ma le parole si trasformarono in un gracidio stentato, rauco e tremante. – Chiedo scusa. Mi scusi tanto … lo … – Cosa ti capita, Ciule? Hai un’ aria così spaventata che sembri un ladro. Al sentir la parola «ladro», la rana scappò terrorizzata.

Scoppiava dalla vergogna, pensando di essere stata scoperta. Correva, senza sapere dove andasse. – Dove vai barcollando in quel modo? Bada dove metti i piedi. La rana stava per svenire a quella voce improvvisa. Strabuzzò gli occhi e si trovò davanti al muso di Kalula, la lepre, che si stava dissetando sulla sponda dello stagno. Invece della solita voce, dalla gola della rana uscì nuovamente un rauco gracidio. – Mi dispiace tanto … mi scusi! – Ma che cosa ti sta capitando, Ciule? Stai male? Gli occhi ti stanno uscendo dalle orbite. – Non ho … nulla … nulla! – E sì, invece. Devi avere qualche cosa. Che cosa hai combinato? Hai rubato il miele? Hai rubato, Ciule, non è vero? Le domande della lepre si facevano sempre più insistenti e la voce più minacciosa. Ciule tremava dallo spavento. Presa dalla disperazione, spiccò un salto e scomparve nelle acque dello stagno, dove, da quel giorno, stabilì la sua dimora, facendosi vedere il meno possibile dagli animali. La bella voce non tornò mai più. Continuò a gracidare per tutta la vita e i suoi occhi rimasero fuori delle orbite per sempre.

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