La Parola di Dio nel nostro essere e fare missionario

03.10.2015 22:13

 

Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,68-69).

Alla fine dell’anno dedicato ad approfondire la nostra esperienza spirituale come persone consacrate alla missione, abbiamo pensato di proporre a tutto l’Istituto, per l’anno 2012, il tema della Parola di Dio nel nostro essere e fare missionario, auspicando che possa essere un itinerario che ci porti a vivere sempre di più l’essenzialità del nostro carisma e della nostra consacrazione nella realtà del nostro mondo attuale.

Come missionari siamo uomini della Parola, cioè persone che l’hanno incontrata e hanno accettato la sfida di diventare testimoni, messaggeri e annunciatori in tutto il mondo non solo di ciò che abbiamo udito o appreso da essa ma di quello che abbiamo sperimentato accogliendola nel nostro cuore. Perciò, parlare della Parola non significherà far riferimento all’articolazione di suoni che veicolano semplicemente un’idea o un’immagine. Si tratterà – almeno è ciò che vorremmo – di una Parola che per noi ha un volto, un nome, dei sentimenti, delle emozioni; una Parola che ha una storia tessuta attraverso il tempo che ha portato l’avvicinarsi di Dio verso ciascuno di noi. È una Parola che si è fatta carne e che si chiama Gesù.

Da quanto si è detto, nasceranno molte domande alle quali vorremmo avvicinarci per poter continuare a vivere il nostro ministero, che è soprattutto un ministero consacrato alla predicazione e all’annuncio non di parole apprese e memorizzate, ma della Parola che è diventata parte della nostra vita e che ci obbliga a fare un esercizio di discernimento per provare quanto è profonda la nostra comunione con la persona di Gesù o quanto ci siamo fatti confondere, diventando comunicatori di parole che non si trovano sulla stessa lunghezza d’onda di ciò che troviamo nel Vangelo.

Domande sì, e molte. Per esempio: Quanto, viviamo della Parola? In che modo, la Parola, è punto di riferimento obbligato e necessario nelle scelte che caratterizzano il nostro essere e fare? Quanto, la Parola, vuol dire per noi esperienza d’incontro con la persona di Gesù? Come, questa Parola, nutre la nostra esperienza di fede e dà senso alla consacrazione che siamo chiamati a vivere nei dettagli, a volte insignificanti, della nostra vita? In che misura scopriamo o decodifichiamo – come si ama dire nel linguaggio dei nostri giorni – la presenza della Parola nella vita e nella storia delle persone nelle quali il Signore è voluto rimanere per sempre? “In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25,45). Siamo veramente ancorati alla Parola che è via, verità e vita?

 

La Parola come incontro con la persona di Gesù

 

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria… Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,1-4,14,18).

La Parola ci interessa e vogliamo incontrarci con essa non per semplice curiosità o per soddisfare il nostro bisogno di conoscenza; ci interessa perché abbiamo capito che si tratta della persona del Signore. Non cerchiamo una lettera morta o parole che soddisfino la nostra fantasia. Desideriamo incontrarci con la Parola che è fonte della vita che proviene da Dio e, quindi, garanzia della nostra stessa esistenza.

Come missionari ci sentiamo chiamati ad essere portatori di Dio al mondo e ci rendiamo conto che possiamo incontrare Dio solo passando attraverso la persona di Gesù, la Parola che si è fatta carne, il Dio che ha assunto un volto umano e che ha voluto assumere la nostra condizione umana per condividerla con tutte le sue conseguenze.

È il Dio che è entrato nella nostra storia per accompagnarci nel difficile compito di tornare a lui, nostra origine e nostro destino.

Avvicinandoci alla Parola, ci rendiamo conto che è la gloria di Dio che siamo chiamati a scoprire e a contemplare per poterla condividere con tutta l’umanità. Si tratta quindi di andare incontro alla persona di Gesù per entrare, attraverso di lui, nel mistero di Dio, il quale, essendo inconoscibile, si è fatto familiare e vicino a noi.

Sentiamo la necessità di incontrarci con Gesù, la Parola pronunciata dal Padre in nostro favore, per poter fare l’esperienza di conoscere Dio ed essere conosciuti da lui; per poter entrare nel suo mistero di vita che siamo chiamati a sperimentare in prima persona per diventare testimoni di quella vita che vuole donare a tutta l’umanità.

Avvicinarci alla Parola che si identifica con la persona di Gesù, deve interessarci perché solo così potremo capire la nostra identità, la nostra vocazione e la nostra missione che non sono altro che la partecipazione alla vita, alla vocazione e alla missione di Gesù che ci ha fatto eredi della sua esperienza di relazione profonda con suo Padre.

Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo;… li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo…” (Gv 17,18 e 23b-24).

 

La Parola come itinerario sicuro per andare all’essenziale

 

Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).

Come missionari, sempre più spesso, ci troviamo quotidianamente di fronte ad una realtà che sembra superarci, che ci sorprende positivamente ma che a volte ci sconcerta e rende difficile trovare, da parte nostra, le risposte giuste alla ricerca di senso della vita dei nostri contemporanei, che è poi anche la nostra ricerca, in quanto facciamo parte di questo mondo.

Dov’è, oggi, il confine fra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, fra il vero e il falso, fra il bene e il male, fra ciò che è nobile e ciò che è spregevole, fra ciò che è consentito e ciò che è vietato, fra ciò che è sano e ciò che è malato?

Viviamo in un mondo in cui ci è chiesto di dare risposte, inventare linguaggi, creare situazioni che diano senso alla vita. In quanto consacrati, ci si aspetta da noi che diciamo dove Dio vuole guidarci in questo nostro tempo. Ci è chiesta una parola di speranza e di fiducia. Il mondo ha bisogno di Dio e vuole che noi, che siamo stati chiamati ad annunciarlo, pronunciamo chiaramente le parole che permettono di riconoscerlo.

Come farlo? Ancora una volta, dobbiamo dire che è necessario e urgente andare all’essenziale della nostra vita; è necessario vivere processi che ci permettano di andare alla verità profonda di noi stessi. È indispensabile smascherare tutto ciò che ci nega la possibilità di vivere nell’autenticità, nella radicalità, nell’austerità e nella gioia di offrire ciò che siamo per servire quelli che ne hanno bisogno.

È indispensabile andare avanti sulla via del rispetto, della fraternità, della comunione, della tolleranza, in una parola, dell’Amore con la a maiuscola, perché si tratta di Dio.

La Parola si offre a noi come strumento unico, vivo ed efficace per scendere in profondità nel riconoscimento, senza paure, di ciò che siamo. È una spada a doppia lama che taglia e cauterizza, che ferisce, perché taglia, porta via ciò che non è compatibile con la nostra dignità di figli di Dio, ma, allo stesso tempo, cura e guarisce come unguento applicato sulla ferita ancora sanguinante delle nostre tante debolezze e miserie.

Lasciare che la Parola ci guarisca vuol dire dare a Dio l’opportunità di aiutarci a riconciliarci con tutto ciò che siamo: a mettere ordine nei nostri sentimenti e passioni, nei nostri desideri ed emozioni, nei nostri atteggiamenti e comportamenti; a fare dei nostri cuori un luogo accettabile dove possa abitare e rifulgere l’amore che è Dio.

È Parola che riconcilia e riconforta, ma allo stesso tempo esige ed impegna, non consente mediocrità, né ammette impegni contrari alla verità.

Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova - quelli che si dicono apostoli e non lo sono - e li hai trovati bugiardi. Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima” (Ap 2,2-4).

 

La Parola come cibo per la nostra vita spirituale, umana e apostolica

Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché io portavo il tuo nome, Signore, Dio degli eserciti” (Ger 15,16).

L’esperienza ci insegna che abbiamo bisogno, oggi più che mai, di alimentarci alla Parola di Dio. Siamo convinti che molti dei problemi, delle difficoltà, dei conflitti che dobbiamo affrontare come persone, come province e come Istituto non esisterebbero o sarebbero affrontati diversamente se nelle nostre comunità ci fosse una maggiore frequentazione della Parola di Dio.

Già durante l’esperienza della Ratio Missionis varie volte abbiamo riconosciuto la difficoltà che sperimentiamo a condividere ciò che abbiamo nel profondo del cuore. Le nostre esperienze di fede spesso sono gelosamente conservate come patrimonio personale e privato.

Le attività e gli impegni quotidiani, molte volte, si impongono impedendoci di vivere le nostre celebrazioni con calma, con spazi di silenzio per ascoltare e meditare su ciò che la Parola di Dio può dirci. Questo significa che in molti casi non consideriamo la Parola come il cibo indispensabile per vivere il nostro ministero e la nostra consacrazione.

Nelle nostre riunioni, incontri e programmazioni la Parola non sembra avere un posto privilegiato. Vorremmo sbagliare, ma ci sembra che consideriamo la Parola solo nel contesto delle celebrazioni quotidiane, in cui la routine e l’abitudine spesso ci fanno cadere nella trappola di pensare che questo sia sufficiente.

Siamo convinti però che tutti abbiamo dentro di noi un desiderio onesto di vivere maggiormente la Parola, che la consideriamo come il cibo necessario per nutrire il nostro essere e il nostro fare, per illuminare il nostro cammino nel mondo in situazioni spesso oscure, per sostenerci nel momento della prova e della difficoltà, per esprimere la gioia della nostra vocazione.

Sentiamo anche l’urgenza di andare alla fonte della Parola per custodirla nella nostra vita e trasmetterla alle persone che incontriamo nel nostro cammino missionario. Ci rendiamo conto che è la Parola, radicata nella nostra vita, che fa la differenza e ci permette di distinguerci, come missionari, da tante altre persone che incontriamo negli scenari del mondo e che cercano di aiutare gli altri.

 

La Parola è garanzia della nostra fedeltà e perseveranza

Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai mettere questo popolo in possesso della terra che ho giurato ai loro padri di dare loro. Solo sii forte e molto coraggioso, cercando di agire secondo tutta la legge che ti ha prescritta Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, perché tu abbia successo in qualunque tua impresa. Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma mèditalo giorno e notte, perché tu cerchi di agire secondo quanto vi è scritto; poiché allora tu porterai a buon fine le tue imprese e avrai successo. Non ti ho io comandato: Sii forte e coraggioso? Non temere dunque e non spaventarti, perché è con te il Signore tuo Dio, dovunque tu vada” (Gs 1,6-9).

Non temere dunque e non spaventarti, perché è con te il Signore tuo Dio, dovunque tu vada. Queste parole confermano ciò che possiamo verificare ogni giorno, facendo l’esperienza di seguire il Signore come suoi discepoli e missionari. Con semplicità e profondità possiamo dire che il segreto della nostra perseveranza nella vocazione missionaria lo troviamo effettivamente ogni volta che siamo pronti ad ascoltare la Parola del Signore, che ci ricorda che Lui è con noi, non ci lascia mai soli, cammina con noi ed è sempre alla nostra destra. “Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre, e sta alla tua destra” (Sl 121,5). Questa e molte altre parole del Signore ci ricordano che è Lui a fare sempre il primo passo, a prendere l’iniziativa, ad assicurare l’esito delle nostre imprese. È lui che prende l’iniziativa nell’impegno e ci assicura la sua fedeltà per sempre.

Nel vivere il nostro essere missionari, tante volte abbiamo fatto l’esperienza di scoprirci chiamati, senza alcun merito da parte nostra, e ci siamo resi conto che in questa vocazione abbiamo ricevuto tutto per grazia. È il Signore che attraverso la sua Parola ci ricorda e conferma che è lui il protagonista, che siamo nelle sue mani, che tutta la nostra sicurezza dipende dalla sua fedeltà. “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,4.16).

Con umiltà possiamo riconoscere che da lui dipendono la nostra fedeltà e la nostra perseveranza perché, accettando la sua Parola, il nostro cuore diventa più forte, il nostro entusiasmo cresce e la nostra fiducia si consolida. Non temiamo e non spaventiamoci, perché sappiamo in chi abbiamo posto la nostra fiducia, come amava dire l’apostolo missionario, san Paolo.

Ma è la Parola stessa che ci fa ricordare e ci interroga, anche oggi, dicendoci che dobbiamo stare attenti a custodire giorno e notte questa Parola che non deve allontanarsi dalle nostre labbra, per annunciarla, dai nostri cuori, per poter amare quelli a cui siamo inviati, dalla nostra mente, per capire che la missione non è un nostro progetto personale, ma è la missione del Padre che ha voluto coinvolgerci associandoci alla missione di suo Figlio.

La Parola è una necessità nella nostra vita, per vivere pienamente e senza calcoli la bellezza della nostra vocazione missionaria e comboniana.

Anche se la missione ci obbliga a stare dentro realtà difficili, violente, incerte o ingrate, illuminati dalla Parola, saremo sempre in grado di sorprendere quanti pensano che non ci siano ragioni per sperare e non credono che Dio dispone tutte le cose per il bene di coloro che lo amano (Rm 8,28).

 

La Parola è il tesoro per il quale vale la pena lasciare ogni cosa

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra” (Mt 13,44-46).

 

Quanto più custodiamo la Parola nella nostra vita e ci familiarizziamo con essa, ci accorgiamo che, effettivamente, è in essa che si nasconde il tesoro della nostra vita. La Parola si rivela come lo spazio in cui Dio ci dà appuntamento, ci incontra e si intrattiene con noi. Rimanere nella Parola significa rimanere in Dio, cioè entrare in un mondo in cui cambiano i nostri parametri e criteri, in cui si allarga l’orizzonte dei nostri punti di vista e dove si manifestano i valori che ci permettono di vivere in pienezza.

La Parola è il tesoro che tutti desideriamo trovare, scoprire, per impossessarcene, perché da questo tesoro dipendono le risposte che danno senso alla nostra vita, al nostro essere e al nostro fare, come persone consacrate e come missionari. È la mediazione che ci aiuta a capire che nella vita non sono molte le scelte da fare. Basta scegliere Dio, il suo regno, quelli che lui ha scelto come suoi prediletti, i poveri e abbandonati di questo mondo.

È la Parola che ci insegna che nella relazione con Dio non vi è spazio per trattative, né per negoziati, essa è la mediazione che ci fa entrare nel mondo di Dio e di quelli che egli ama e nei quali continua a rivelarsi e a manifestarsi anche oggi.

Si tratta di qualcosa che, come ci dice Matteo, bisogna scoprire con pazienza, ponderare per convincerci del suo valore; è la perla preziosa che risponde a tutti i desideri di bontà e bellezza che abbiamo dentro di noi e che coincidono con l’impronta che Dio ha lasciato in noi e che ci spinge a lasciare tutto per possedere l’unica cosa che vale in questa vita.

Per questo, nel nostro essere missionari, la relazione con la Parola è la chiave, è il segreto per poter esercitare con responsabilità il nostro ministero ed è la garanzia per donarsi incondizionatamente, liberamente e gioiosamente al servizio delle persone che la missione ci fa incontrare.

Contrariamente a quanto potremmo pensare, nel nostro essere uomini consacrati all’annuncio della Buona Novella, non si tratta di possedere la Parola, ma molto di più: tutto sta nella nostra capacità di lasciarci possedere da questa. Perciò, in questo anno, avremo la straordinaria opportunità di lasciarci invadere dalla Parola alla quale vogliamo appartenere radicalmente.

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: ‘Seguitemi, vi farò pescatori di uomini’. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono” (Mt 4,18-20).

 

La Parola scritta nei corpi sofferenti dei poveri di oggi

Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me (Mt 25,37-40).

Certo, come missionari, non cerchiamo nella Parola un rifugio sicuro nel quale isolarci dai drammi del nostro mondo. Siamo convinti che la Parola si faccia ascoltare anche al di là del testo scritto. Essa ci interroga attraverso i drammi che sperimentano nella propria carne milioni di nostri fratelli e sorelle che sono i volti e i corpi sofferenti di Cristo.

Come missionari non possiamo dimenticare che è necessario stabilire uno stretto legame fra la Parola che troviamo nel testo scritto della Sacra Scrittura e quella scritta nella vita dei nostri contemporanei. Siamo testimoni del fatto che Dio ci parla attraverso le gioie e le sofferenze dei suoi figli, oggi, nei posti in cui ci troviamo a condividere la storia dell’umanità.

Pertanto, da parte nostra, ci vuole grande attenzione a non confondere la ricerca della Parola con la tentazione di sfuggire attraverso dinamiche che spiritualizzino la Parola e c’impediscano di ascoltare la voce di Dio che ci parla anche attraverso il grido dei poveri, degli emarginati e dimenticati del nostro tempo e della nostra società preoccupata di se stessa.

La Parola è la sfida che il Signore ci lancia affinché non passiamo con indifferenza davanti al dolore e alla sofferenza di tanti nostri contemporanei. Sarà sempre valido ciò che ci dice san Giovanni nella sua prima lettera: “Se uno dicesse: ‘Io amo Dio’, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1Gv 4,20-21).

 

La Parola che rinnova la nostra vocazione missionaria

Gesù disse loro: ‘Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato’” (Mc 16,15-16).

E Gesù, avvicinatosi, disse loro: ‘Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’” (Mt 28,18-20).

Basterebbe limitarsi a contemplare questi due testi per esprimere ciò che vorremmo dire a conclusione di questo messaggio.

Il nostro augurio è che quest’anno sia veramente un tempo ricco e benedetto, durante il quale la Parola trovi accoglienza nella nostra vita per diventare il faro che illumina il nostro sentiero. Che sia la forza che ci sostiene e ci anima in quei momenti in cui prendiamo maggiormente coscienza della nostra debolezza e povertà.

Ci auguriamo che la Parola, collocata al centro della nostra vita, delle nostre comunità, del nostro ministero e servizio nella missione e per la missione, sia il cibo che nutre quotidianamente il nostro spirito perché anche il nostro corpo possa continuare ad essere lo strumento attraverso il quale la carità o, meglio, l’amore di Dio arrivi ai nostri fratelli. Che sia la Parola di Dio a sostenere le nostre scelte e la nostra volontà di continuare ad essere al servizio dei poveri.

Chiediamo la grazia per tutti di poterci avvicinare alla Parola con umiltà e semplicità per tornare ad ascoltare con forza la chiamata del Signore che ci invita a seguirlo, che condivide la sua missione con noi inviandoci, a nome suo, a portare la Buona Novella in tutti gli angoli della terra. E soprattutto che sia questa Parola a permetterci di sentire e di vivere la presenza fedele di Dio nel nostro essere e fare missionario affinché tutte le persone che incontreremo partecipino della vita che solo Dio può darci.

Invitiamo tutti i membri dell’Istituto ad andare alla Parola del Signore perché si realizzi, ancora una volta, il miracolo di scoprirci abitati e accompagnati dal Signore che vuole continuare a servirsi di questo piccolo Istituto per mostrare le meraviglie di Dio al mondo e in particolare a tutti quelli che, per il nostro servizio alla missione, scopriranno di essere figli di Dio.

Chiediamo al Signore la grazia di essere rinnovati dall’azione della sua Parola perché possiamo continuare a vivere con generosità e dedizione il dono della nostra vocazione missionaria comboniana come testimoni felici in mezzo ad un mondo che ha fame, non di parole ma della Parola che dà la vita.

Il Signore ci conceda la grazia del suo Spirito perché possiamo sempre accogliere la sua Parola come fonte di tutte le nostre gioie missionarie. Maria, la madre del Signore, che ha saputo custodire nel suo cuore tutte le parole di suo Figlio, interceda per noi, perché sull’esempio di san Daniele Comboni siamo instancabili nel compito di annunciare la Buona Novella agli uomini e alle donne del nostro tempo.

 

 

P. Enrique Sánchez G.

P. Alberto Pelucchi

P. Antonio Villarino R.

P. Tesfaye Tadesse G.

Fr. Daniele G. Giusti