La natura “artistica” della preghiera

08.10.2015 10:19

L’espressione “arte della preghiera” è stata coniata da Papa Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte dell’anno 2001. È una definizione suggestiva e affascinante, che fa pensare alla preghiera come a una cosa magnifica, che racchiude in sé un segreto prezioso “UNA PERLA DI GRAN VALORE” (Mt 13,44-46), dono raffinato e compito esigente. Giovanni Paolo II era un grande artista della preghiera, formato alla scuola dell’Immacolata Madre di Dio, colei che possiamo definire “preghiera perfetta”, la più Santa delle creature.

 Ecco il testo della Novo Millennio Ineunte: “Per questa pedagogia della santità c’è bisogno di un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell’arte della preghiera. L’anno giubilare è stato un anno di più intensa preghiera personale e comunitaria. Ma sappiamo bene che anche la preghiera non va data per scontata. È necessario imparare a pregare, quasi apprendendo sempre nuovamente quest’arte dalle labbra stesse del Maestro divino, come i primi discepoli: “SIGNORE, INSEGNACI A PREGARE!” (Lc 11,1).

    Nella preghiera si sviluppa quel dialogo con Cristo che ci rende suoi intimi: “RIMANETE IN ME ED IO IN VOI” (Gv 15,4). Questa reciprocità è la sostanza stessa, l’anima della vita cristiana, ed è condizione di ogni autentica vita pastorale. Realizzata in noi dallo Spirito Santo, essa ci apre, attraverso Cristo e in Cristo, alla contemplazione del volto del Padre. Imparare questa logica trinitaria della preghiera cristiana, vivendola pienamente anzitutto nella liturgia, culmine e fonte della vita ecclesiale, ma anche nella esperienza personale, è il segreto di un cristianesimo veramente vitale, che non ha motivi di temere per il futuro, perché continuamente torna alle sorgenti e in esse si rigenera”. Risulta perciò che la preghiera è una arte assolutamente necessaria al credente, vero e proprio cordone ombelicale che unisce l’anima a Dio, arte unica nel suo genere e del tutto paradossale. Mentre, infatti, ogni altra arte si impara da un maestro che la trasmette e poi si ritira (e non di rado l’apprendista finisce per superare il maestro stesso), la preghiera è un’arte che viene esercitata dal Maestro divino, senza tuttavia sostituirsi al discepolo. Scrive infatti Giovanni Paolo II: “la preghiera è realizzata in noi dallo Spirito Santo”. Possiamo immaginarla come una barca a vela: essa è guidata dal timoniere, ma è il vento a gonfiare le vele ed a condurla al largo, e nessun timoniere può far sì che il vento obbedisca ai suoi desideri. Questo è il segreto dell’arte della preghiera, un segreto che non è riservato a pochi intimi (come certe ricette gelosamente custodite dai grandi cuochi), ma viene comunicato solo ai piccoli: “TI BENEDICO, PADRE, SIGNORE DEL CIELO E DELLA TERRA, PERCHÈ HAI TENUTO NASCOSTE QUESTE COSE AI SAPIENTI E AGLI INTELLIGENTI E LE HAI RIVELATE AI PICCOLI. SI’, O PADRE, PERCHÈ COSI’ È PIACIUTO A TE” (Mt 11,25-26).

    Di questo segreto, divino e personale, aveva già dato testimonianza Giovanni Paolo II nel libro - intervista Varcare la soglia della speranza, dove, alla domanda di Messori: “Mi permetta allora di chiederle di confidarci almeno un poco del segreto del suo cuore…Santità, se è lecito chiederlo: come si rivolge a Gesù? Come dialoga, nella preghiera con quel Cristo che a Pietro consegnò (perché giungessero fino a Lei, attraverso la successione apostolica) le “CHIAVI DEL REGNO DEI CIELI”, conferendogli il potere di tutto ‘legare e sciogliere’?”, così aveva risposto: “Lei pone una domanda sulla preghiera, lei chiede al Papa come egli prega. E io la ringrazio. Forse conviene prendere le mosse da quanto S. Paolo scrive nella lettera ai Romani: “LO SPIRITO VIENE IN AIUTO ALLA NOSTRA DEBOLEZZA, PERCHÈ NEMMENO SAPPIAMO CHE COSA SIA CONVENIENTE DOMANDARE, MA LO SPIRITO STESSO INTERCEDE CON INSISTENZA PER NOI, CON GEMITI INESPRIMIBILI” (Rm 8, 26). Che cos’è la preghiera? Comunemente si ritiene che sia un colloquio. In un colloquio ci sono sempre un “io” e un “tu”. In questo caso un “tu” con la T maiuscola. L’esperienza della preghiera insegna che, se l’io sembra sulle prime più importante, ci si accorge poi che in realtà le cose stanno diversamente. Più importante è il Tu, perché è da Dio che prende inizio la nostra preghiera” (come è dal vento che è mossa la vela)… “Nella preghiera, dunque, il vero protagonista è Dio. Protagonista è Cristo, che costantemente libera la creatura dalla schiavitù della corruzione e la conduce verso la libertà, per la gloria dei figli di Dio. Protagonista è lo Spirito Santo che “VIENE IN AIUTO ALLA NOSTRA DEBOLEZZA”. Noi, cominciamo a pregare con l’impressione che sia una nostra iniziativa. Invece è sempre una iniziativa di Dio in noi. Proprio come scrive S. Paolo: “LO SPIRITO INTERCEDE CON INSISTENZA PER NOI, CON GEMITI INESPRIMIBILI” (8,26). Questa iniziativa ci restituisce alla nostra vera umanità, ci restituisce alla nostra particolare dignità. Sì, ci introduce nella superiore dignità dei figli di Dio, figli di Dio che sono l’attesa di tutto il creato. L’uomo raggiunge la pienezza della preghiera non quando vi esprime maggiormente se stesso, ma quando lascia che in essa si faccia più pienamente presente lo stesso Dio” Il credente sa ciò che deve fare per accogliere nella preghiera la pienezza di Dio: deve mettersi in ascolto della Sua Parola, riservando ad essa un posto privilegiato, senza confonderla con le tante altre parole di questo mondo. Come si apre la porta di casa per far entrare una persona cara, così leggendo e meditando la Parola del Signore con tutto il nostro cuore, accogliendo Lui varchiamo la soglia della Porta che ci introduce nel mondo di Dio. È questa la lectio divina, dove leggere e meditare significa seminare nel campo del proprio cuore. E poiché Dio opera dall’interno della Sua Parola seminata, il credente, se avrà lavorato con pazienza e perseveranza, con fede certa in Colui che fa crescere e maturare i semi nascosti nella terra buona, vedrà a suo tempo crescere in sé i frutti divini promessi, e li gusterà con gioia. Infatti: “LA PAROLA DI DIO È VIVA ED EFFICACE (…); ESSA PENETRA FINO AL PUNTO DI DIVISIONE DELL’ANIMA E DELLO SPIRITO, DELLE GIUNTURE E DELLE MIDOLLA, E SCRUTA I SENTIMENTI E I PENSIERI DEL CUORE” (Eb 4, 12-13). Ciò significa che la Parola di Dio, come la luce che permette di vedere le cose, illumina la nostra intelligenza, forma e corregge il discernimento della coscienza, suggerisce i comportamenti conformi alla volontà di Dio e dona la forza per metterli in pratica. Come intendere, dal nostro versante, la “DEBOLEZZA” della quale parlano Paolo e il Papa? Si tratta della insufficienza della nostra preghiera, in termini di espressione concreta, di incoerenza e di perseveranza. Benedetto XVI ha magistralmente spiegato il ruolo dello Spirito Santo nella preghiera: “Paolo ci insegna che non esiste vera preghiera senza la presenza dello Spirito in noi. Scrive infatti: “LO SPIRITO VIENE IN AIUTO ALLA NOSTRA DEBOLEZZA, PERCHÈ NEMMENO SAPPIAMO CHE COSA SIA CONVENIENTE DOMANDARE – quanto è vero che non sappiamo parlare con Dio!-; MA LO SPIRITO STESSO INTERCEDE PER NOI CON INSISTENZA, CON GEMITI INESPRIMIBILI; E COLUI CHE SCRUTA I CUORI SA QUALI SONO I DESIDERI DELLO SPIRITO, POICHÈ EGLI INTERCEDE PER I CREDENTI SECONDO I DISEGNI DI DIO” (Rm 8, 26-27). È come dire che lo Spirito Santo, cioè lo Spirito del Padre e del Figlio, è ormai come l’anima della nostra anima, la parte più segreta del nostro essere, da dove sale incessantemente verso Dio un moto di preghiera, di cui non possiamo nemmeno precisare i termini. Lo Spirito infatti, sempre desto in noi, supplisce alle nostre carenze e offre al Padre la nostra adorazione, insieme con le nostre aspirazioni più profonde. Naturalmente ciò richiede un livello di grande comunione vitale con lo Spirito. È un invito ad essere sempre più sensibili, più attenti a questa presenza dello Spirito in noi, a trasformarla in preghiera, a sentire questa presenza e ad imparare così a pregare, a parlare col Padre da figli nello Spirito Santo”. Torniamo a Giovanni Paolo II: quali esempi luminosi di uomini e donne che hanno raggiunto la pienezza della preghiera il Papa cita alcuni santi “mistici” sottolineando così indirettamente che tale perfezione consiste nella contemplazione: “Lo testimonia la storia della preghiera mistica, in Oriente e in Occidente: San Francesco, S. Teresa d’Avila, S. Giovanni della Croce, Sant’Ignazio di Loyola e, in Oriente, per esempio, San Serafino di Sarov e molti altri”. Nella Novo Millennio Ineunte, il Papa sviluppa ulteriormente e più esplicitamente il suo pensiero: “Si tratta di un cammino interamente sostenuto dalla grazia, che chiede tuttavia forte impegno spirituale e conosce anche dolorose purificazioni (la “notte oscura”), ma approda, in diverse forme possibili, all’indicibile gioia vissuta dai mistici come “unione sponsale”. Come dimenticare qui, tra le tante luminose testimonianze, la dottrina di S. Giovanni della Croce e di S. Teresa d’Avila?”6. Il riferimento ai due massimi mistici della Chiesa non deve scoraggiare: i maestri migliori possiedono sempre la sapienza rivelata ai piccoli e sono perciò i più adatti ad insegnare ai principianti. La dottrina di S. Giovanni della Croce e S. Teresa d’Avila scaturisce dal Vangelo ed è sostanzialmente pura fede in Gesù, “una fede viva e vigorosa che cerca di incontrare Dio nel suo Figlio Gesù Cristo, nella Chiesa, nella bellezza della creazione, nella preghiera silenziosa, nella oscurità della notte e nella fiamma purificatrice dello Spirito”7. Relativamente alla preghiera, la dottrina di Giovanni e di Teresa si riassume nella semplice affermazione che pregare significa incontrare Dio per mezzo del Suo Figlio unigenito fatto uomo. Come non è possibile incontrare una persona ascoltandone solamente la voce da un registratore, così non è possibile incontrare il Padre celeste, Creatore e Signore del cielo e della terra, senza la conoscenza e la comunione con la persona umana del Signore Gesù, presente e viva nel Vangelo e nell’Eucaristia. In che cosa consistono questa conoscenza e comunione lo scrive chiaramente Giovanni Paolo II in questo passaggio della Novo Millennio Ineunte: “Sì, carissimi fratelli e sorelle, le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche scuole di preghiera, dove l’incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti fino ad un vero “invaghimento” del cuore. Una preghiera intensa, dunque, che tuttavia non distoglie dall’ impegno nella storia: aprendo il cuore all’amore di Dio lo apre anche all’amore dei fratelli e rende capaci di costruire la storia secondo il disegno di Dio”