La favola delle tre lingue

31.03.2014 16:11

 

La favola delle tre lingue è una bella immagine della maturità umana. Vorrei riportarla qui perché nella figura del papa è sintetizzata la maturità umana e spirituale.

C’era una volta in Svizzera un vecchio conte che aveva un solo figlio; questo figlio era anche sciocco e non riusciva a imparare niente. Allora suo padre gli disse: «Ascolta, figlio mio: qualsiasi cosa io faccia, da qualunque parte io cominci, non riesco a ficcare niente nella tua zucca. Tu devi andartene da qui: io ti affiderò a un maestro famoso e ci proverà lui».

Il giovane fu mandato in una città straniera e rimase presso il maestro un anno intero. Trascorso questo periodo, tornò di nuovo a casa e il padre gli disse: «Allora, figlio mio, che cosa hai imparato?». «Padre, ho appreso l’abbaiare dei cani». «Santo cielo!», sbottò il padre, «è tutto qui quello che hai imparato? Allora tj mando in un’altra città da un altro maestro».

Il ragazzo fu condotto altrove e anche presso questo maestro rimase un anno. Quando tornò, il padre gli chiese di nuovo: «Figlio mio, che cosa hai imparato?». Ed egli rispose: «Padre, ho imparato il linguaggio degli uccelli». Allora il padre si arrabbiò e disse: «Sei un buono a nulla, hai passato del tempo prezioso senza imparare niente; non ti vergogni di comparire davanti a me? Ti manderò da un terzo maestro ma, se non imparerai niente nemmeno questa volta, ti disconoscerò».

Il figlio rimase un anno anche presso il terzo maestro e quando ritornò a casa e il padre gli chiese: «Figlio mio, che cosa hai imparato?», il figlio rispose:

«Caro papà, quest’anno ho appreso il gracidare delle rane». Allora il padre andò su tutte le furie, balzò in piedi, chiamò attorno a sé la sua corte e disse: «Questo ragazzo non è più mio figlio, io lo ripudio e vi ordino di portarlo fuori nel bosco e di togliergli la vita». I suoi sudditi lo condussero fuori ma, nel momento in cui avrebbero dovuto ucciderlo, si mossero a compassione e lo lasciarono andare. Cavarono gli occhi e tagliarono la lingua a un capriolo per portarli al vecchio a testimonianza dell’esecuzione dell’ordine.

Il giovane continuò a vagare e dopo qualche tempo giunse in un castello dove chiese di essere alloggiato per la notte. «Sì», disse il castellano, «se vuoi pernottare laggiù, nella vecchia torre, va’ pure. Però ti avverto: c’è il pericolo di lasciarci la pelle perché è pieno di cani randagi che continuano a latrare e ululare tutti insieme e a una cert’ora devono poter disporre di un essere umano che azzannano subito». Per questo motivo tutta la zona era nel dolore e nel lutto, ma nessuno riusciva a risolvere la situazione. Però il giovane non ebbe paura e disse: «Lasciatemi andare giù dai cani e datemi soltanto qualcosa da poter gettare loro; a me non faranno niente». Poiché non voleva nient’altro, gli diedero del cibo per quegli animali selvatici e lo condussero giù alla torre. Quando entrò, i cani non gli abbaiarono contro, gli si fecero attorno muovendo le loro code in segno di benvenuto, mangiarono ciò che egli pose loro davanti e non gli torsero neanche un capello. 

Il mattino successivo, con grande stupore di tutti, egli riapparse sano e salvo davanti al castellano e disse: «I cani mi hanno spiegato nella loro lingua perché hanno preso dimora lì e fanno danni nel territorio. Sono vittime di un incantesimo; devono custodire un grande tesoro che sta giù nella torre e non avranno pace finché questo non verrà tolto da lì; dai loro discorsi sono anche riuscito a capire come ciò potrà avvenire». Allora tutti quelli che stavano ascoltando si rallegrarono e il castellano disse che lo avrebbe adottato come figlio se avesse portato felicemente a termine

l’impresa. Egli scese di nuovo e, poiché sapeva che cosa doveva fare, agì conseguentemente e portò su un forziere ricolmo d’oro. A partire da quel momento nessuno sentì più il latrato dei cani randagi; erano spariti e tutta la regione era stata liberata dalla piaga.

Qualche tempo dopo gli venne in mente di andare a Roma. Cammin facendo, passò davanti a uno stagno sulle cui rive c’erano delle rane gracidanti. Egli ascoltò e, comprendendo ciò che dicevano, divenne pensieroso e triste. Finalmente arrivò a Roma proprio nel momento in cui era da poco morto il papa; i cardinali erano molto dubbiosi in merito al successore da designare. Alla fine si misero d’accordo che avrebbero scelto come papa colui che fosse stato oggetto di un segno prodigioso di Dio. Proprio nel momento in cui avevano preso questa decisione, entrò in chiesa il giovane conte e improvvisamente due colombe bianche come la neve, volando, andarono a posarsi sulle sue spalle. Gli ecclesiastici riconobbero in questo il segno divino invocato e, seduta stante, gli chiesero se accettava di diventare papa. Egli era indeciso e non sapeva se ne fosse degno, ma le colombe gli dissero che avrebbe potuto farlo per cui alla fine rispose: «Sì». A quel punto lo unsero, lo consacrarono e così si era avverato ciò che aveva sentito durante il viaggio dalle rane e che lo aveva tanto costernato, cioè che sarebbe diventato il Santo Padre. Dopo di ciò dovette cantare messa e, sebbene non sapesse nemmeno una parola, le colombe che continuavano a rimanere sulle sue spalle gli suggerirono tutto all’orecchio.

Sì, la favola ci fa anche capire che cosa comporta il cammino di maturazione per gli uomini e le donne consacrate. Anzitutto devono liberarsi dalle aspettative del padre. Il figlio del conte non apprende ciò che vorrebbe il padre, ma quello che gli è congeniale. Si reca da tre maestri diversi, scelti dal padre, che però evidentemente non gli insegnano ciò che secondo questi è fondamentale. Maestri stranieri in città straniere lo iniziano al mistero della vita. Il figlio deve staccarsi completamente dal padre e questo processo è come un itinerario di morte e di rinascita per il figlio. Poiché viene cacciato via con violenza dal padre, si mette in cammino e percorre la propria strada nella vita.

La prima condizione per maturare umanamente nella vita consacrata è l’uscire da casa. Da questo punto di vista, è certo che gli ordini religiosi hanno finora aiutato molti a liberarsi dalle aspettative dei genitori. Si pone comunque l’interrogativo se non abbiano sostituito le aspettative dei genitori con quelle del monastero. In tal caso non si ha processo di maturazione. Oggi ci imbattiamo in un altro problema serio: i giovani e le giovani entrano in un ordine religioso prima di avere completato il distacco dalla famiglia. Quando poi, attraverso la vita religiosa, si liberano dai legami parentali e trovano se stessi, lasciano la comunità e seguono la loro strada.

Analogamente, gli ordini religiosi dovrebbero essere all’altezza del compito svolto dai tre maestri che hanno insegnato al giovane conte il linguaggio dei cani, delle rane e degli uccelli. A questo dovrebbero servire i ‘maestri’ e le ‘maestre’ esistenti negli ordini religiosi: guidare i novizi a scoprire nel proprio cuore il linguaggio di Dio. In altre parole: invece di porre attenzione alle nuove aspettative della comunità religiosa o a quelle familiari dei genitori, si tratterebbe di saper percepire Dio nella propria interiorità, di scoprire in sé il ‘maestro interiore’ che guida al proprio centro personale e libera dalla consuetudine a cercare soltanto maestri esterni a sé. Così gli ordini religiosi adempirebbero la funzione svolta da quei tre maestri nelle città straniere, che hanno reso capace il giovane di percepire la volontà di Dio in quelle tre lingue e conseguentemente di seguirla fino al raggiungimento della piena maturità umana e spirituale (la figura del papa). Il cammino percorso

nella vita religiosa potrebbe allora condurre la singola persona a quella forma che Dio le ha riservato, alla sua immagine unica e insostituibile di Dio. Ma — sia nella favola, sia nella vita religiosa — questo itinerario non è indolore. Il dolore della separazione è paragonabile alla morte della vecchia identità per trovare quella nuova identità che ci spetta per volontà di Dio.

Qual è il nesso con il linguaggio delle tre specie di animali citati nella favola? Il latrato dei cani designa il linguaggio delle passioni, la voce dei problemi, delle malattie, dei conflitti, delle situazioni insolute. Il gracidio delle rane simbolizza la voce dell’inconscio, il messaggio dei sogni. E il linguaggio degli uccelli indica la conoscenza, la sapienza dello Spirito. Ma, evidentemente, non si può apprendere questo linguaggio dello Spirito se non si conoscono gli altri due.

Il latrato dei cani conduce il giovane a scoprire il tesoro, il suo vero Sé, l’immagine che Dio aveva abbozzato per lui ma che rimaneva sepolta sotto l’immagine puramente mondana e le aspettative convenzionali del padre. I cani che abbaiano furiosamente diventano per il giovane delle guide generose che non tacciono e non si tranquillizzano finché lui non ha capito quale tesoro esse nascondano. La loro voce è tanto forte proprio perché fino a quel momento la sua esistenza aveva soltanto sfiorato la sua vera natura. E proprio nel luogo nel quale essi latrano - giù in fondo, nella torre dell’inconscio (ancora) oscuro - giace sepolto il tesoro del suo vero Sé.

Il gracidio delle rane gli preannuncia ciò che accadrà. Le rane stanno a indicare i presentimenti interiori che a volte s’impadroniscono di noi e simbolizzano i sogni che ci indicano la strada del nostro futuro. Spesso questo linguaggio apparentemente assurdo delle rane sembra non avere nessun rapporto con la nostra vita concreta, ma d’un tratto si verifica ciò che loro ci avevano predetto per mezzo di immagini e di sensazioni.

E il linguaggio degli uccelli guida il figlio del conte alla meta che non si era scelto da sé ma alla quale, seguendo la loro voce, capisce di essere stato destinato. Le colombe che si posano sulle sue spalle visibilizzano il segno che i cardinali attendevano. Esse spingono il giovane ad accettare un incarico che a lui appariva eccessivo. Il papa non rappresenta qui un concetto gerarchico, ma è immagine dell’accompagnatore spirituale, della persona che è diventata in tutto e per tutto spirituale, tanto da poter fare da guida ad altri. Analogamente, anche la figura del re presente in molte favole non rappresenta un concetto politico ma l’immagine della completezza umana. In quanto tale, la figura del papa può essere un simbolo per il religioso o la religiosa che vivono la loro spiritualità in modo maturo e possono accompagnare altri nel loro cammino spirituale.

Il messaggio della favola Contiene quindi anche questo: noi diventiamo persone veramente spirituali solamente se prima abbiamo imparato il latrato dei cani e il gracidio delle rane e ci liberiamo di tutte le figure paterne e dei loro messaggi per incamminai-ci sulla nostra strada. Qui di seguito vogliamo descrivere i luoghi (oscuri) nei quali attendono i cani latranti per guidarci al tesoro nascosto.

 

Per concludere:

 

Tutte le persone consacrate tendono a conseguire questa pacatezza, questa maturità di vita e di fede. Ma non tutte le strade conducono lì. Un solo cammino ci permette di pervenire a questa spiritualità matura, conforme a Cristo: è il cammino che — passando attraverso l’incontro con il vero Sé e la disponibilità al cambiamento — arriva a Dio, al quale nulla di umano è estraneo, e

porge tutto a Dio affinché Egli lo trasformi. E il cammino che ci pone a confronto con la realtà del nostro cuore, con i nostri pensieri e sentimenti, con le nostre passioni e i nostri bisogni, che ci permette di vedere anche la realtà della nostra comunità con occhi disincantati ma al tempo stesso con amorevolezza. Ed è anche la strada percorrendo la quale abbiamo la certezza che Dio ci è vicino in ogni tappa e ci accompagna con la sua amicizia e la sua bontà. Se è Dio ad accompagnarci, possiamo es sere certi che ci condurrà fuori, all’aperto e alla luce. Questo è ciò che ha provato Davide quando pregava:

«Tu, Signore, hai spianato la via ai miei passi... Tu, Signore, sei luce alla mia lampada; il mio Dio rischiara le mie tenebre» (Salmo 18,37 e 29).

La maturità spirituale e la maturità umana sono strettamente connesse. Non esiste maturità spirituale senza maturità umana, perché io posso crescere spiritualmente soltanto se tutte le zone del mio corpo e della mia anima sono penetrate e trasformate dallo Spirito di Dio. Questo significa che dobbiamo porci di fronte alla nostra realtà personale e vitale e alla realtà delle nostre comunità, che attraversiamo e viviamo queste realtà sfruttando tutte le nostre potenzialità razionali e affettive, che chiediamo aiuto anche alle conoscenze seriamente acquisite dalla psicologia e dalla sociologia affinché lo Spirito di Dio possa penetrare nelle strutture della nostra anima e delle nostre comunità. La grazia non agisce senza il nostro contributo: gratia supponit naturam. Lo Spirito di Dio non scavalca nulla. Trasforma soltanto ciò che noi gli porgiamo.

Il fine ultimo della maturità si rivela in un detto di Macario il Vecchio: «Si racconta del vecchio Macario il Grande che, come dice la Scrittura, era un Dio in terra. Perché, come Dio copre il mondo per proteggerlo, così Macario copriva le debolezze umane che egli vedeva, ma era come se non le avesse viste e ciò che egli udiva era come se non l’avesse sentito» (Apoftegrni, 485). Troviamo un altro esempio vivente nel primo monaco del deserto, Antonio: «Era come un medico che Dio aveva regalato all’Egitto. C’era forse qualcuno che, venendo da lui con il volto triste, non tornasse a casa pieno di gioia? C’era forse qualcuno che, venendo con le lacrime agli occhi per i suoi cari defunti, non dimenticasse subito il suo dolore? E c’era qualcuno che, arrivando adirato, non cambiasse il suo sentimento in amicizia? E...]. Chi, venendo da lui come posseduto da un demonio, non trovava pace? Chi andava da lui dilaniato dai dubbi e non ritrovava la quiete dell’anima?» ( Atanasio, 770s.).

 

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