La Cura Esistenziale

06.09.2014 21:50

 

La favola-mito della cura essenziale è di origine latina con base greca. La riporta Igino, scrittore del I secolo d.C.; se ne servirà Heidegger, quando analizzerà il tema della “Cura” (Sorge) in Essere e Tempo.

“La Cura, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa ne raccolse un po' e cominciò a dargli forma. Mentre è intenta a stabilire cosa abbia fatto, interviene Giove. La Cura lo prega di infondere lo spirito a ciò che essa aveva fatto. Giove acconsente volentieri. Ma quando la Cura pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio.

Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché aveva dato ad esso una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice. Il quale comunicò ai contendenti la seguente giusta decisione: “Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive lo possieda la Cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è fatto di humus”.

Dalla verità archetipica del mito, scopriamo ancora una volta il senso del nostro esistere: siamo terra abitata dal cielo, chiamati a costruire la nostra esistenza nel tempo, ma protesi a dar forma all'utopia (che è Saturno, dio del tempo e della mitica età dell'oro). Solo nella continua ricerca dell'impossibile l'umano può realizzare il possibile.

Ma ciò che si svela sin dal principio è che la Cura precede!

Non siamo chiamati ad aver cura, no, siamo cura noi stessi!

In ogni fibra. Nel profondo. Prima che fossimo fibra, prima che ci fosse un profondo, siamo stati pensati come cura.

Nella doppia accezione di essere oggetto di cura, da parte di altri (come pensare di esistere in assenza di cura? Come venire al mondo senza qualcuno che ci attenda, ci faccia spazio, ci veda, si accorga di noi?) e di assumere la cura di un oggetto esterno a noi.

Cura è rinunciare, una volta per sempre, alla volontà di potere che cosifica il mondo, riducendolo a merce di scambio. E inaugurare relazioni di rispetto e di riscoperta del valore sacro di ogni realtà donata. Cura è la saggezza che sa decentrarsi, che rinuncia a comprendere il mondo e l'altro “a partire da sé” (e talvolta rinuncia a comprendere, e basta...), ed impara a contaminarsi, a spostarsi di lato, a fare spazio.

Cura è lo sguardo che si posa sulle cose e le chiama ad essere, che sa offrire una nuova occasione. Come lo sguardo del Nazareno, che scava nel profondo per trarne fuori ogni buono; cura è l'attesa paziente perché il seme piantato dia frutto, è il disporsi, sapiente, ad attendere il tempo giusto, senza forzare gli eventi. E' la sintonia che ci lega ad ogni vivente e ci insegna a captare la presenza dello Spirito al di là dei nostri limiti umani.

Cura è aprire spazi di ascolto, grembi di buio, capaci di custodire le sconfitte, le rinunce, i fallimenti e tutto ciò che non ha ancora la forza di venire al mondo, e disporsi all'attesa sino a che giunga il tempo della schiusa.

Cura è scommessa sul futuro, è capacità di visione che squarcia il velo del presente per concedersi la speranza.

Per questo ogni gesto di cura, anche il meno visibile, è un gesto politico, perché invera l'ipotesi di un vivere buono da costruire insieme, perché diviene luogo di resistenza alla barbarie, pone la base per una nuova con-vivenza e, senza alcuna pretesa di salvare il mondo, aiuta a salvare il nostro sguardo su di esso.

Cura è, infine, la tenacia con cui qualcuno ha saputo scorgere un tenero verde spuntare dal tronco disseccato di Iesse. E' l'abbraccio materno che sa dire nemmeno uno iota, nemmeno un capello del capo sarà perduto, e lo dice quando tutto ci sembra perduto, quando noi e il mondo intorno sembriamo andare alla deriva.

E' dote di profeti, una cura come questa. E talvolta la ritrovo nei gesti antichi di certe nostre donne di campagna, e nei loro piccoli, rigogliosi giardini, stipati di ogni cosa, dove tutto torna ad attecchire, ciò che era dato per finito.