LA BABELE AFRICANA

28.10.2014 09:32

Come gli uomini si dispersero sulla terra. Una racconto sena del Malawi

Molto tempo fa, tutti gli esseri umani vivevano in un solo villaggio chiamato Chitomeni. Se desideravano mangiare carne, andavano a caccia nella vicina foresta, dove la selvaggina era abbondate. Se, invece, avevano voglia di  pesce, altro non avevano da fare che recarsi a uno degli stagni vicini, chiamare un pesce e afferrarlo con le mani. La vita era davvero come un gioco. Per molte generazioni le cose andarono avanti così. Nella lingua della gente di Chitomeni non esisteva la parola “fame”.

Un bel giorno, gli uomini organizzarono una battuta di caccia nella foresta per avere carne a sufficienza per una grande festa. Prepararono le loro armi con estrema cura, somministrarono ai cani una speciale medicina che li avrebbe resi furibondi alla vista della preda, e partirono. Grande però fu la loro costernazione, quando, dopo aver percorso ogni angolo della foresta per l’intera giornata, non videro alcun animale. Non era mai accaduto prima e i cacciatori cominciarono a domandarsi dove fossero finiti gli animali. Forse qualcuno aveva operato qualche incantesimo o fatto ricorso a uno sconosciuto rito di stregoneria? O si trattava piuttosto di un segno inviato dagli spiriti degli antenati per far sapere che si sentivano dimenticati e trascurati dai vivi? Poiché nessuno di loro era in grado di dare una risposta, decisero di tornare al villaggio e interrogare i saggi.

Ma proprio mentre stavano riponendo le loro frecce nelle faretre e allentando i loro archi, ecco che scorsero in lontananza un animale. Inferociti dalla medicina magica, i cani si lanciarono subito al suo inseguimento e, in men che non si dica, l’animale era steso, esanime, al suolo, con la gola dilaniata. Impossibile descrivere lo stupore dei cacciatori alla vista dell’animale morto. Invece di quattro zampe, ne aveva cinque; al posto di un muso, ce n’erano due; la pelle era liscia come quella di un pesce o di un uomo. Non c’era un solo pelo sul suo corpo. Prima di allora nessuno aveva mai visto quella strana bestia. Sorse subito il problema di come fare per squartarla e spartirne le carni. «Solo gli anziani potrebbero consigliarci sul da farsi in un caso sconosciuto come questo», disse uno di loro. Gli altri furono d’accordo.

Giunti che furono al villaggio, i cacciatori raccontarono per fìlo e per segno l’accaduto e chiesero ai saggi se avevano idea su come suddividere le carni di quello strano animale. Sulle prime, anche i saggi, sbigottiti, non seppero cosa consigliare. Poi, però, il più anziano di loro si alzò e si avvicinò all’animale, lo osservò attentamente e disse: «Conoscete il nome di questa bestia?». «No» risposero i cacciatori. «Ve lo dico io», proseguì il saggio. «II suo nome è phasulo (“divisione”).  La sua carne, se non è propriamente preparata e mangiata, causerà dissensi e contrasti nel popolo. Perciò, prestate attenzione a quanto sto per dirvi: la sua carne dovrà essere bollita; nessuno s’azzardi a mangiarla arrostita, perché, in questo caso, sarebbe pericolosissima. Parlo per esperienza: ho perso uno dei miei migliori amici per qualcosa del genere». Promettendo di attenersi rigidamente alle parole dell’anziano, i cacciatori tagliarono a pezzi l’animale e ognuno tornò a casa con il suo scampolo di carne.

La moglie di uno dei cacciatori, Famba-Won, era incinta. Dopo aver ascoltato la storia cominciò a piagnucolare: «E’ da questa mattina che ho una ‘voglia’ irresistibile di carne arrostita e ora  tu mi dici che quella dì questo phasulpuò essere mangiata solo bollita. Perché non mi lasci arrostirne almeno un pezzettino?». Famba-Wone, che pur amava follemente la sua donna, non si lasciò commuovere: «Te l’ho detto e te lo ripeto: questa carne va mangiata bollita». Ma la moglie, in lacrime, insistette,: «Lo sai bene che sto portando in grembo un’anima. E sai anche che, quando sono incinta, la carne bollita mi causa nausea. Perché sei così crudele con me? Vuoi forse che muoia di fame?». Famba-Wone urlò: «Bollisci questa carne», si turò gli orecchi e uscì nel cortile. Il suo cuore, tuttavia, era molto turbato e la sua mente un mulinello di pensieri: «E se poi abortisce o se muore di parto per non aver accontentato quella voglia? Tutti riterrebbero me il responsabile. Forse l’anziano voleva dire che non si deve arrostire tutta la carne dell’animale o un pezzo consistente di essa, dimenticando di precisare che mangiarne un pezzettino arrosto – ma piccolo piccolo,  giusto un assaggio – non comporterebbe alcuna disgrazia. E poi, con quel suo “nessuno s’azzardi”, voleva proprio dire “nessuno nessuno”? Neppure una donna incinta, alle prese con forti voglie? Forse no. Anzi: probabilmente no. Dopotutto, qui non si tratta di andare contro un ordine, ma soltanto di capirlo e contestualizzarlo in una situazione delicata come quella di una donna prossima a partorire».

Più ci pensava e più si convinceva che questo era il vero senso delle parole dell’anziano. Benché ancora oltremodo esitante, ma poiché non riusciva più a sopportare gli strazianti lamenti della moglie, finì con l’acconsentire. Entrò nella capanna e le disse: «Va bene! Ma dovrà essere un pezzo molto, molto piccolo. Tutto il resto della carne dovrà essere bollito». Poi fece per tornare di nuovo in cortile, ma si riebbe: «Sarà meglio che sia io a tagliare il pezzo che potrai arrostire ». Afferrò il coltello e tagliò un piccolo lembo di carne del phasuloLo soppesò un poco con le dita, poi lo divise ancora e fece per consegnarne la metà alla moglie. Ma ebbe ancora un ripensamento – «Forse è ancora troppo grosso» - e lo dimezzò un’altra volta. Quindi, raccolto con la punta della sua lancia ciò che era ormai poco più che un boccone, lo avvicinò alle braci del focolare.

Immediatamente, la fiamma si riaccese con tale forza da costringere l’uomo e la donna a spiccare un balzo indietro. Ebbero solo il tempo di vedere il pezzo di carne carbonizzarsi e cadere tra le braci, perché una lama di fuoco partì dalle pietre del focolare e andò a colpire il tetto di paglia. Pochi secondi dopo l’intera capanna era un rogo e i due a stento riuscirono a mettersi in salvo. Ma questo era solo l’inizio. Dal tetto della capanna ormai divorato dalle fiamme partivano lingue di fuoco, che andavano a posarsi sugli altri tetti, sugli steccati delle stalle, sui granai. Ci fu chi tentò di usare dell’acqua per spegnere l’incendio, ma questa si comportava come  un liquido infiammabile: gettarne un recipiente su un tetto equivaleva a provocare una conflagrazione.

Alla fine, dell’intero villaggio non rimasero che tizzoni ardenti e ceneri fumanti. Tutto – cibo, raccolti, sementi – era sparito. Degli animali restavano solo delle carcasse carbonizzate. E non era rimasto in piedi neppure un rifugio o una tettoia dove potersi proteggere dal sole di giorno o riparare dal freddo la notte. Per non morire di fame, al popolo non restò che “dividersi” e disperdersi nella savana e nella foresta. A gruppi, vagavano qua e là in cerca di frutti selvatici e di piccoli animali. E poiché si era da poco concluso il tempo dei raccolti e si sarebbero dovuti attendere altri sei mesi prima dell’arrivo di una nuova stagione per la semina – e un anno intero prima di vedere i frutti del lavoro -, gli uomini cominciarono a vagare senza meta sempre più lontano da Chitomeni e si stabilirono nelle più diverse regioni del mondo. Davvero, quello strano animale non aveva smentito il proprio nome: aveva portato divisione e pene dove prima avevano regnato unione e gioia.

La mia storia sulla divisione e dispersone del genere umano termina qui. Se tu ne conosci una diversa, sei libero di raccontala, e io ti presterò ascolto. Se poi pensi che ti abbia raccontato una storia che non può essere creduta, allora fa esattamente quanto ti sto per dire: domani al sorgere del sole, va’ al fiume e scava una buca a circa tre piedi dall’acqua; troverai un’anfora piena di monete. Avrai così la prova che non ho raccontato bugie.

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