Il viaggio interiore - Tra verità e responsabilità

08.10.2015 07:10

 

«L’uomo è, da sempre, pellegrino, viator, ricercatore: è alla ricerca di strumenti di lettura o di interpretazione della propria personale e comunitaria esistenza. Per il credente cristiano il viaggio è luogo di incontro e di comunione con Colui che, via, verità e vita, precede e attende, orienta e accompagna». Così Antonio Bertazzo, docente di psicologia della religione alla Facoltà teologica del Triveneto, ha introdotto il tema della giornata di studio "Il viaggio interiore. Maestro dove abiti?" promossa dal biennio di specializzazione in teologia spirituale della Facoltà teologica del Triveneto in collaborazione con l’Istituto teologico Sant’Antonio dottore di Padova e svoltasi il 3 dicembre 2013.
 
«L’esperienza spirituale che definiamo come viaggio interiore non è un tipico caso di autoreferenzialità ma un percorso che accompagna a trovare la verità di sé al centro di sé, riconosciuto come abitato dallo Spirito che dà vita, che definisce la propria profonda identità e unicità» ha proseguito Bertazzo introducendo il primo relatore, Roberto Repole, docente di teologia sistematica alla sezione torinese della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.

Repole ha messo in evidenza innanzitutto come, nel contesto della postmodernità, l’interiorità assuma tratti di soggettività razionalistica o psicologista, come auto-possesso dell’io, come ricerca di benessere individuale legato al corpo e alla salute, come perfezionamento di sé; ha sottolineato poi nell’uomo d’oggi lo strettissimo legame dell’interiorità con l’emozione e il sentimento, fino a coincidere con ciò che l’individuo esperisce e sente, e la forte marcatura da un desiderio di fuga intimistica  più che dalla responsabilità nei confronti della vita, che segna la dicotomia tra fede e spiritualità.
 
Evidenziati così i pericoli delle filosofie contemporanee, vengono poi gli stimoli del cristianesimo per una interiorità che si offra invece come criterio di discernimento, esemplificata da Repole in tre figure: Agostino, Guglielmo di Saint-Thierry e Maria Zambrano. «L’esperienza di interiorità di Agostino è la scoperta luminosa della realtà trascendente di Dio nell’interiorità dell’anima – ha spiegato – e il percorso interiore non è statico né scontato, ma effetto di una lotta fra il bene e il male che si svolge dentro di noi». Se per il santo d’Ippona la vita interiore è un cammino dinamico ed entrare in se stessi è l’itinerario di una esistenza, Guglielmo di Sant-Thierry mette l’accento sull’uomo come immagine di Dio, chiamato a crescere e a ripristinare la somiglianza con Dio, perduta col peccato.
 
«Questo itinerario nella divinizzazione fino al vertice dell’“unità di spirito”– puntualizza Repole – è anche itinerario nell’interiorità, cammino di unificazione dell’uomo, di raccoglimento, di ritorno a sé. È un cammino che parte dall’esterno, cioè dalla fede donata e accolta dal credente; ma la fede, per non restare formula astratta, chiede di essere fatta propria dal cristiano e riportata sul sentiero della fraternità vissuta, richiamando così l’uomo alla responsabilità per ciò che sta fuori dalla propria interiorità».
 
Infine, una sottolineatura del pensiero di Maria Zambrano, per cui il continuo nascere caratterizza la vita interiore (fino a quella nascita radicale rappresentata dalla nostra morte) che è un continuo viaggio dell’anima, profondamente sospinto dalla forza della speranza, ed è anche un dialogo continuo con la verità e perciò con l’alterità divina, la quale rimane però anche sempre incircoscrivibile e trascendente.

Sistematizzando gli elementi emersi nell’analisi di questi tre testimoni, Repole ha concluso evidenziando innanzitutto come l’interiorità cristiana sia connessa a una finitudine del soggetto, invocante l’Altro e l’altro come dono: la vita interiore è possibile solo a un soggetto che si sa finito e l’interiorità non si può omologare all’autopossesso dell’io né all’espressione narcisistica dell’io. In secondo luogo, l’interiorità nasce e sgorga dal nostro essere imago Dei, immagine di quel Figlio di Dio che si è fatto primogenito di tutti i fratelli: il viaggio interiore è quindi una più prossima conformazione a Cristo, è un viaggio nella sempre più piena filiazione divina.
 
Infine, l’interiorità ha un nesso stretto con la vita ecclesiale: per il cristiano il viaggio interiore può solo cominciare dall’esterno, da quel legame che è la fede che ha ricevuto, e proprio per questo l’interiorità del cristiano diventa massimamente responsabile di ciò che c’è fuori di sé. L’interiorità offerta dal cristianesimo, quindi, prende le distanze da ciò che si possiede da solo e dall’interiorità concepita come fuga da ogni tratto di responsabilità.
 
L’itinerario mistico di Etty Hillesum, riletto nelle pagine del suo Diario, è stato al centro della relazione di Isabella Adinolfi, docente di filosofia della storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. «La giovane ebrea, morta ad Auschwitz nel 1943, nel suo viaggio dentro di sé e verso Dio è partita da una concezione junghiana del divino, inteso come forza cosmica che regge il mondo, e della vita come continuo rimescolio senza costrutto – ha spiegato –. A scuotere Etty dal torpore e dall’opacità del suo vivere fu la bellezza, colta nei paesaggi della sua terra, nella poesia di Rilke, nella prosa di Dostoevskij, nelle sinfonie di Beethoven, nella pittura di Van Gogh: in questi luoghi intuì la presenza di Dio e fu spinta dall’inquietudine a cercare l’incontro con la fonte del bello, della vita, del bene».
 
Così Hillesum comincia a sentire che la sua lettura della Bibbia è troppo cerebrale, fino a che nei salmi e nel suo “caro” Matteo sentirà risuonare la presenza di Dio, e la “cella oscura” della preghiera diventerà il luogo di incontro decisivo con Lui. Etty impara con fatica a inginocchiarsi, finché è spinta al suolo “da qualcosa più forte di me” come scrive nel Diario; da “persona religiosa” impara ad ascoltare Dio dentro di sé e capisce che a guidarla è “ciò che si innalza dentro”, fino al punto da diventare lei stessa ardente preghiera e a comprendere ciò che ogni mistico sa, e cioè che solo Dio può realmente pregare Dio.
 
La consegna di sé a Dio, l’accettazione completa e incondizionata di ciò che accade, anche nel pieno della barbarie nazista, rende la Hillesum “una” con la volontà di Dio, ormai non più potenza cosmica ma persona autentica, amante che chiede di essere amato. Il desiderio, la tensione inquieta verso un oggetto che lo appaghi, l’attesa dell’amato (un’attesa attiva, che estirpa le erbacce dal giardino del cuore e rende odorosa la casa interiore), l’incontro con l’amato che cambia la vita – sottolinea Adinolfi – sono tratti comuni fondanti l’esperienza mistica che si ritrovano anche in Simone Weil. 
 
«L’amore del mistico – conclude – non è esclusivo di altri amori, la fusione con Dio non isola dagli altri uomini né astrae dalla storia: il misticismo completo è amore attivo, è azione; il mistico ama il mondo come Dio lo ama, effonde l’amore di Dio su tutto e tutti. Ed è così che Etty, testimone di una verità non astratta e soltanto pensata ma anche vissuta, chiudendo il suo Diario nell’inferno della shoah, può consumare il suo supremo atto di amore oblativo: “Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo”».
 
 
Paola Zampieri