IL RINNOVAMENTO DELLA MISSIONE alla luce di Evangelii Gaudium

18.10.2014 19:42

Gabriele Ferrari s.x.

 

Il primo documento ufficiale scritto da Papa Francesco, Evangelii Gaudium1, è nuovo nel suo genere. Tecnicamente è un’esortazione apostolica, il documento cioè che il Papa scrive alla conclusione di un Sinodo dei vescovi. Ma non solo. Esso si presenta - e il Papa stesso lo presenta - come il programma pastorale di Papa Francesco. P. Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, afferma che Evangelii gaudium è “un testo che contiene un disegno ed è frutto di una maturazione durata anni, se non decenni, non solo di riflessione, ma anche (e soprattutto) di esperienza pastorale”2. Da questo punto di vista, si può dire che Evangelii Gaudium sostituisce la classica enciclica programmatica che ogni nuovo Papa fa uscire poco dopo la sua elezione.

Alla sua conclusione, il Sinodo dei Vescovi del 2012 su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, aveva offerto a Papa Benedetto XVI 57 Propositiones riassuntive dei lavori sinodali e ci si attendeva un’esortazione apostolica postsinodale che però Benedetto XVI non ha avuto tempo di preparare. Per questo Papa Francesco afferma di aver “accettato con piacere l'invito dei Padri sinodali di redigere quest’Esortazione” e nel farlo ha inteso raccogliere “la ricchezza dei lavori del Sinodo” (n. 163). Nello stesso tempo però, e forse in modo prevalente, il Papa ha voluto anche “esprimere le preoccupazioni” che lo “muovono in questo momento concreto dell'opera evangelizzatrice della Chiesa” (ibid.). Sembra perciò insufficiente leggere il documento solo in rapporto all’ultimo Sinodo dei vescovi, dato che il Papa afferma di voler “delineare un determinato stile evangelizzatore che invito ad assumere “in ogni attività che si realizzi” (n. 18). La “nuova evangelizzazione” (termine che il Papa usa solo 12 volte nel corso dell’Esortazione, facendola coincidere in pratica con l’evangelizzazione tout court) sarà l’impegno permanente che il Papa ritiene fonte di “dolce e confortante gioia” (n. 10) e che segna con il richiamo di Paolo alla conclusione dell'introduzione: “Siate sempre lieti nel Signore. Ve lo ripeto, siate lieti” (Fil 4,4) (n. 18).

Un testo programmatico per una nuova tappa dell’evangelizzazione

Evangelii gaudium deve quindi essere considerato come un primo abbozzo del programma del pontificato di Papa Francesco per un radicale rinnovamento della vita della chiesa e della sua missione: “Ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno” (n. 25).

Prendendola in mano, Evangelii gaudium impressiona per le sue dimensioni, inusuali in un documento pontificio4, e per lo stile nuovo del testo che non è quello elaborato e calibrato dei documenti vaticani, ma che ha un tono diretto (in qualche punto si rivolge all’interlocutore in seconda persona …), quasi colloquiale e spesso provocatorio. Anche le citazioni sono fuori serie: infatti, accanto alle numerose citazioni dei suoi due predecessori, Papa Francesco cita molti testi di Paolo VI (ben 12 citazioni di Evangelii nuntiandi che in questi ultimi tempi era quasi scomparsa, oltre a quelle di Ecclesiam suam, Populorum progressio, Octogesima adveniens, Gaudete in Domino), di diverse Conferenze episcopali, del Documento di Aparecida (CELAM 2007), di teologi e filosofi e anche del romanzo Il diario di un curato di campagna di Georges Bernanos, mentre non vi si trovano che due citazioni del Catechismo della Chiesa cattolica, quando il Compendio della dottrina sociale della chiesa è citato ben sette volte.5 Evangelii gaudium si rivela così un testo decisamente nuovo, che corrisponde alla personalità di questo Papa sempre sorprendente e imprevedibile nelle sue aperture. corrisponde alla personalità di questo Papa sempre sorprendente e imprevedibile nelle sue aperture. Quanto però il testo sembra dimesso e popolare, altrettanto è dirompente nel suo contenuto, paragonabile all’eruzione di un vulcano, a “un’esplosione in cui una serie di materiali evangelici

incandescenti spingono la Chiesa a rinnovare la sua coscienza missionaria, ad avviare un processo di riforma, a innestare nella vita dei credenti la letizia dell’annuncio verso uno stato permanente di missione” (Lorenzo Prezzi, in Settimana n. 43).

Il duplice registro del documento, post-sinodale e programmatico, si concretizza in un intreccio molto ampio di sette temi indicati dal Papa stesso al n. 18: la riforma della Chiesa «in uscita» missionaria; le tentazioni degli operatori pastorali; la Chiesa come totalità del Popolo di Dio che evangelizza; l'omelia e la sua preparazione; l'inclusione sociale dei poveri; la pace e il dialogo sociale; le motivazioni spirituali per l'impegno missionario. Questi temi sono distribuiti in cinque capitoli.

Il Papa stesso non si nasconde che lo sviluppo dei temi “forse potrà sembrare eccessivo” (n. 18), ma se si tiene conto della duplice natura del documento, la lunghezza appare giustificata. Non si nasconde neppure il fatto “che oggi i documenti non destano lo stesso interesse che in altre epoche, e sono rapidamente dimenticati”, e tuttavia considera Evangelii gaudium come un testo “programmatico dalle conseguenze importanti” per cui auspica che “tutte le comunità facciano in modo da porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno” (n. 25). Andando verso la conclusione dell’Esortazione, Papa Francesco, con una nota autobiografica, afferma che “la missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra e per questo mi trovo in questo mondo” (n. 273).

La missione è una realtà essenziale della chiesa ed “è vitale che oggi la chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura” (n. 23) nella convinzione che la missione è la forza che trasformerà la chiesa, una forza destinata a rivoluzionare, sconvolgere e condurre la chiesa lontano, verso prospettive che non si possono prevedere, perché entrare nella missione “è come immergersi in un mare dove non sappiamo che cosa incontreremo. Io stesso - confessa il Papa - l’ho sperimentato tante volte” (n. 280) e, consapevole che il lavoro che sta davanti alla chiesa è quindi in-menso, non misurabile né prevedibile, chiama tutti a una “conversione missionaria” (n. 30) in vista della necessaria riforma della chiesa. Una conversione globale del popolo di Dio che deve essere “in capite et in membris” (come dicevano i Padri del Concilio di Trento): “non ci serve una semplice amministrazione [della realtà esistente]. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in uno stato permanente di missione” (n. 25). Con questo appello Papa Francesco vuol realizzare finalmente quel “bisogno generoso e impaziente di rinnovamento” di cui parlava Paolo VI in Ecclesiam suam n. 10 (1964), richiesto esplicitamente dal Concilio (Unitatis Redintegratio n. 6), ma che non si è ancora realizzato, ricorda Papa Francesco al n. 26 e che egli chiama ormai un “improrogabile rinnovamento ecclesiale” (n. 32) da intraprendere a tutti i livelli della chiesa, Papato compreso!

Non è lo scopo di questo testo e sarebbe presuntuoso voler riassumere in poche pagine la ricchezza di un documento così vasto e denso. Mi limito pertanto a richiamare tre punti di particolare interesse per il rinnovamento della missione:

1. «La chiesa in esodo», in uscita da se stessa per annunziare il vangelo al mondo di oggi, un mondo che cambia rapidamente un mondo e parla una nuova lingua, che offre alla chiesa nuovi contesti e nuove tentazioni, che moltiplica i poveri ed aggrava la loro situazione e che richiede quindi nuovi atteggiamenti .

2. Una nuova metodologia missionaria in discontinuità con il passato che inaugura una nuova relazione missionaria con il mondo e si fonda non più su un proselitismo più o meno aperto o su forme di colonialismo spirituale, ma sulla testimonianza cristiana del vangelo che attira i nuovi candidati alla chiesa.

3. Un’evangelizzazione non più ossessionata dal dovere di salvare l’unità, ma attenta alle diverse culture per offrire il vangelo in modo comprensibile e persuasivo, un’evangelizzazione aperta al pluralismo affinché la chiesa incarnata nella cultura locale, possa a sua volta evangelizzare in modo efficace e valido il proprio mondo.

1. Una chiesa missionaria «in uscita» per rinnovare se stessa e il mondo

Non possiamo dire Papa Francesco voglia innovare l’ecclesiologia. Egli anzi afferma e conferma l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II, con tutte le novità che essa ha portato e tutta la tradizione che suppone, abbandonando così la sterile discussione sulla continuità o discontinuità che ha occupato questi ultimi anni, riaffermando invece l’importanza e l’attualità dei documenti del Vaticano II. Ha invece impresso alla chiesa un nuovo dinamismo e sottolineato alcuni atteggiamenti che contribuiscono a darle quasi una nuova identità. Fin dai suoi primi interventi dopo l’elezione, ha affermato che la chiesa che deve uscire da se stessa per dirigersi verso le “periferie esistenziali”6, perché una chiesa che non esce da sé, si isola, s’isterilisce e si ammala7. “Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo” (49), questo è l’invito del Papa.

a) Una chiesa aperta verso il mondo

Ogni cristiano è invitato a discernere “quale sia il cammino che il Signore gli chiede. Tutti però sono invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del vangelo” (20). La chiesa deve quindi abbandonare i suoi problemi interni e vincere la tentazione di chiudersi in sé per assumere il suo nuovo ruolo di “chiesa in esodo”, con le porte aperte, pronta ad accogliere tutti, perché “la chiesa non è una dogana ma la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa” (47). Questo impegno a uscire dalle sue mura è richiesto oggi dalla realtà che oggi caratterizza questo momento di crisi sociale ma anche ecclesiale, riconosciuta quest’ultima con molta chiarezza da Benedetto XVI in Porta Fidei 8, una chiesa stanca e malata, una chiesa autoreferenziale, preoccupata di se stessa, dei suoi problemi (chiese vuote, mancanza di vocazioni, rivalità interne, pubblicazione di carte riservate e scandali nel clero ecc.).

Nell’intervista data al Direttore de La Civiltà Cattolica Papa Francesco ha detto che la chiesa deve essere una chiesa coraggiosa “che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Chi se n’è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio”.9

A questa chiesa stanca e malata Papa Francesco offre la terapia della missione che dona la gioia. Lo fa richiamandola alla sua identità conciliare di “popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende ogni pur necessaria espressione istituzionale” (n. 111) nel quale tutti riprendono il protagonismo missionario che corrisponde al battesimo e che per molto tempo è stato delegato alla gerarchia e ai suoi delegati. Papa Francesco ricupera la categoria ecclesiologica del “popolo di Dio” (Lumen gentium 2.9) che dopo il Concilio è stata messa da parte per paura che nascondesse una tendenza democratica e che invece conferisce alla chiesa quell’identità di popolo regale profetico e sacerdotale che cammina nella storia e annuncia “le opere ammirevoli di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (cf. 1Pt 2,9). In questa chiesa popolo di Dio tutti godono una fondamentale uguaglianza, tutti sono fratelli di Gesù e suoi discepoli. Ogni discepolo però deve sentirsi “discepolo-missionario” inviato nel mondo per annunciare l’amore di Dio apparso in Gesù Cristo. Proprio perché popolo di Dio, la chiesa è una chiesa che vive immersa nella storia e in continuo esodo e in costante conversione, interpellata dal Regno e al servizio del Regno. Questa indicazione non è nuova, viene dalla storia della salvezza ed è radicata nella teologia trinitaria. Ma è nuova nel senso che nella pratica molti cristiani e molte chiese pensano ancora alla missione come a un compito «speciale», riservato a certe persone e comunque estraneo alla prassi quotidiana. Papa Francesco invece fa della missione quasi una nota teologica della chiesa: “chiesa in uscita”, “popolo pellegrino e evangelizzatore”.

b) Una chiesa in conversione permanente per essere libera

La chiesa in esodo è, come il popolo eletto della prima Alleanza, una chiesa consapevole delle sue fragilità e dei suoi peccati, chiamata a vincere le tentazioni che le vengono dal mondo e che il Papa elenca nel II capitolo di Evangelii gaudium. Sono di vario genere, dalla tentazione di escludere e

di cedere all’inequità (n. 53) alla tentazione dell’indifferenza per le esclusioni e le emarginazioni (n. 54); dalla tentazione di adorare il denaro, cedere al consumismo e credere all’autonomia del mercato nel rifiuto delle norme etiche e di Dio (nn. 55-57), di un denaro che invece di servire governa il mondo (n. 58), alla tentazione di cadere nelle spirali della violenza prodotta dalla caduta delle illusioni che vengono dal “consumismo sfrenato” e dalla corruzione (nn. 59-60). La chiesa non solo deve vincere queste tentazioni che sono nel mondo, ma deve anche rispondere alle attuali sfide culturali della storia che possono farle perdere la gioia e l’entusiasmo dell’evangelizzazione, come per es. la cultura del relativismo autoreferenziale (n. 61), le minacce politiche e culturali che vengono dai paesi ricchi e dalle culture forti e colpiscono i paesi più deboli mettendone a rischio i valori tradizionali (n. 62). Deve rispondere alla proliferazione dei nuovi movimenti religiosi, provocata dal vuoto lasciato dal razionalismo secolarista e da una povera accoglienza da parte delle comunità cristiane (n. 63), e alle pretese della società globalizzata di rinchiudere la fede nell’ambito privato e di credere ai diritti della persona ritenuti assoluti, senza accettare più una legge universale valida per tutti (n. 64). Deve difendere la famiglia e la stabilità dei legami sociali (n. 67).

Oggi la «chiesa in uscita» deve preoccuparsi di evangelizzare le culture per inculturare il vangelo (n. 69), occuparsi della formazione dei fedeli e trasmettere la fede alle nuove generazioni, deve dare tempo e risorse a evangelizzare la città (nn. 70-71) e gli ambienti multiculturali (nn. 72-75) curando le ferite che si producono nelle convivenze urbane.

Il Papa chiede alla chiesa di affrontare inoltre una serie di tentazioni che sono altrettante patologie che colpiscono la chiesa e, in particolare, i suoi ministri (nn. 76-109): l’esagerata preoccupazione per sé che porta all’individualismo, alla crisi di identità e alla perdita del fervore e della gioia (n. 78); la sfiducia nella forza intrinseca del messaggio della chiesa e il nascere di un complesso di inferiorità nei confronti del mondo; il narcisismo relativistico che spegne l’entusiasmo missionario (n. 80); l’accidia egoista che produce stanchezza e scoraggiamento e porta alla tristezza (n. 83), al pessimismo (n. 84) e alla perdita della speranza (n. 86). Il Papa invita invece a “scoprire e trasmettere la mistica del vivere insieme”, la gioia di incontrarsi, di appoggiarsi, di uscire da sé per unirsi agli altri” (n. 87) superando la paura e il sospetto e gli atteggiamenti difensivi (n. 88); a “rispondere adeguatamente alla sete di Dio” che emerge oggi nel mondo con un ambiguo, ma interessante «ritorno del sacro» (n. 89) e a insegnare come vivere la fraternità, mentre si tende a sfuggire i legami “profondi e stabili” (n. 91) per costruire invece buone relazioni (n. 92). Con forza il Papa stigmatizza la “mondanità spirituale” che si esprime in forme di autoreferenzialità gnostica o di neopelagianesimo volontaristico che crede nelle proprie possibilità e cade in un attivismo inconcludente, in forme di trionfalismo che presume delle capacità intrinseche della chiesa, che si lascia prendere dai valori mondani, dall’autocompiacimento, dal carrierismo (n. 96) cercato attraverso la denigrazione degli altri e la ricerca ossessiva dell’apparenza (n. 97), la competizione e la rivalità (n. 101). Il Papa chiude questo lungo capitolo ricordando l’urgenza di promuover la donna, i giovani e le vocazioni (105-108).

Il campo della conversione della chiesa è vasto, ma non deve scoraggiare nessuno. Papa Francesco, attento alla priorità data alla missione evangelizzatrice cui chiama tutta la chiesa, invita a non cedere alle tentazione: “Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario (n. 80), la gioia dell’evangelizzazione (n. 83), la speranza (n. 86), la comunità (n. 92), il Vangelo (n. 97), l’ideale dell’amore fraterno (n. 101), la forza della missione (n. 109)”. Queste espressioni enfatiche scandiscono l’analisi del Papa e puntano a dare coraggio, entusiasmo, gioia nell’evangelizzazione.

c) Una chiesa capace di discernimento

Il Papa esorta “tutte le comunità ad avere una sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi” (n. 51 che cita Ecclesiam suam n. 19) e quindi a discernere10 quei fenomeni e quelle situazioni che attendono la luce del vangelo e la forza della carità cristiana per essere vissute in accordo con la misericordia divina. Il Papa sa bene che spesso le comunità cristiane fanno lunghe e dettagliate analisi della realtà che però rischiano di non approdare ad una conclusione pastorale. Dichiara apertamente che non vorrebbe che si cadesse “nell’eccesso diagnostico” e neppure nelle analisi sociologiche, ma

suggerisce invece di far un “discernimento evangelico” sulla realtà, un discernimento che è “lo sguardo del discepolo missionario che si nutre della luce e della forza dello Spirito santo” (n. 50) e che punta alla terapia e cioè a mettere in atto un’evangelizzatrice nella quale troverà la cura adeguata sia per sé che per il mondo che le sta attorno.

La chiesa è la comunità dei discepoli missionari invitati a entrare nel dinamismo della comunione e della missione, al quale sono chiamati a partecipare insieme con Gesù (cf. Gv 20,21). Sono collaboratori che insieme con Gesù e con la luce del suo Spirito cercano di vedere le attese del mondo, “che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cf. 1Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva” (n. 24). Essa diventa “il fermento di Dio in mezzo all’umanità” e il “luogo della misericordia gratuita dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del vangelo” (n. 114).

Nell’intervista con p. Spadaro il Papa ha usato un’immagine ardita per descrivere il discernimento che la chiesa deve fare: “Io vedo con chiarezza - prosegue - che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso (…) La chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: Gesù Cristo ti ha salvato!”11.

Ma come potrà la chiesa curare le ferite di un mondo sconosciuto? L’impegno missionario della chiesa in uscita è quindi quello di essere dentro il mondo, di ascoltarne le aspirazioni e di sentirne tensioni e di simpatizzare per il mondo e le sue attese, di non condannare subito quello che il mondo pensa, ma di cercare quell’anima di verità che sempre si trova in ogni persona. In questo senso, grande, e fors’anche esagerata, è stata l’eco che hanno avuto le espressioni di comprensione del Papa per chi nella chiesa ha una posizione irregolare. La chiesa in uscita deve mettersi alla ricerca dei “semi del Verbo” di cui parla Ad gentes al n. 11. A partire da essi è possibile portare a pienezza quello che lo Spirito Santo di Dio stesso ha seminato nel mondo e che è appello alla missione.

d) Una chiesa che sente l’urgenza di testimoniare e annunciare il vangelo

Questa è il compito fondamentale della chiesa: dire a tutti “Dio ti vuol bene, Gesù ti ha salvato, ti accompagna, non si è stancato di te”. Il Papa vuole una chiesa che vada verso tutti coloro che non hanno avuto l’annuncio di Gesù o l’hanno smarrito, o si sono stancati della sua chiesa e della sua predicazione; vuole una chiesa che non attenda che gli altri vengano da lei a cercare gli aiuti, ma una chiesa che prenda l’iniziativa (il Papa usa neologismo, primerear) per arrivare a tutti superando il “si è sempre fatto così” (n. 33). Una comunità di discepoli che vanno ad annunziare da persona a persona, con una “predicazione che compete a tutti noi … [per] portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti …È la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa. Essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada” (n. 127).

In questa predicazione informale, da persona a persona, ”sempre rispettosa e gentile” (cf. 1 Pt 3,16), che si accompagna al dialogo della vita e alla testimonianza, “il primo momento consiste in un dialogo personale, in cui l’altra persona si esprime e condivide le sue gioie, le sue speranze, le preoccupazioni per i suoi cari e tante cose che riempiono il suo cuore. Solo dopo tale conversazione è possibile presentare la Parola, sia con la lettura di qualche passo della Scrittura o in modo narrativo, ma sempre ricordando l’annuncio fondamentale: l’amore personale di Dio che si è fatto uomo, ha dato sé stesso per noi e, vivente, offre la sua salvezza e la sua amicizia” (n. 128).

Il momento della trasmissione della fede è decisivo nell’evangelizzazione ed è questa è la ragione per cui il Papa, sorprendentemente, dà un ampio spazio anche all’omelia e alla sua preparazione (nn. 135-159). Anzi Francesco considera l’omelia e la sua qualità la misura “della vicinanza e della capacità d’incontro di un pastore con il suo popolo” (n. 135). Papa Francesco tiene molto alla prossimità come la via per trasmettere la tenerezza di Dio: “Sogno una Chiesa Madre e Pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è Vangelo puro. Dio è più grande del peccato. Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato”. 12

Nell’evangelizzazione la chiesa deve puntare all’essenziale senza lasciarsi bloccare in una “trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine” (n. 35) tra loro disparate, che perderebbe di vista “la gerarchia delle verità” (n. 36), cadrebbe nel moralismo, pronta invece a rivedere le sue consuetudini (n. 43) per non appesantire la vita dei fedeli, ma fare della fede una sorgente di gioia e non una noiosa ripetizione di cose dette, ridette e finalmente scontate. 13

e) Una chiesa povera per i poveri

Superate le polemiche legate alla teologia della liberazione, che avevano portato a rifiutare il termine «opzione preferenziale» per i poveri, trasformandola per paura di derive ideologiche in «amore preferenziale»14 per i poveri, riemerge a distanza di tempo l’intuizione del Concilio Vaticano II sulla chiesa dei poveri (Lumen gentium 815). L’idea della chiesa dei poveri si era persa, anche se la chiesa non ha mai cessato di occuparsi dei poveri, nelle turbolenze del dopo Concilio. Papa Francesco ora rimette in auge quell’intuizione conciliare: dalla teologia della liberazione e dalla prassi pastorale delle chiese dell’America latina, essa rientra ora come dottrina - e si spera come prassi - della chiesa universale. I poveri non sono considerati più come oggetto della chiesa ma soggetto di una chiesa che il Papa vuol ritorni ad essere “chiesa dei poveri per i poveri” (n. 198). L’ha espresso a più riprese nella sua predicazione ed esplicitamente ora l’afferma in Evangelii gaudium: “Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro « la sua prima misericordia ». Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere « gli stessi sentimenti di Gesù » (Fil 2,5). Ispirata da essa, la Chiesa ha fatto un’opzione per i poveri intesa come una « forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa16». Quest’opzione – insegnava Benedetto XVI – « è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà »17. Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare a essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro” (n. 198).

L’opzione preferenziale dei poveri significa e comporta non solo cercare la lotta alla povertà e l’aiuto i poveri a uscire dalla loro condizione, ma assumere il loro punto di vista per guardare il mondo e i suoi problemi, lo sviluppo e la crescita del mondo, significa cercare di giudicare le realtà della storia dal punto di vista del povero. Questo permette una diversa percezione dei problemi e questo giustifica il giudizio pesante che il Papa Francesco ha dato sulla distribuzione dei beni e sul mercato e i suoi meccanismi perversi (nn. 203-204). Questo gli ha attirato le critiche delle corporazioni capitalistiche.

La chiesa che si lascia evangelizzare dai poveri, presta attenzione alla loro esperienza, apprezza i poveri nella loro bontà e riconosce la loro cultura e il loro modo di vivere la fede, ne contempla la bellezza “al di là delle apparenze” e “li accompagna adeguatamente nel loro cammino di liberazione”, li fa sentire a casa loro in ogni comunità cristiana(n. 199). L’opzione per i poveri comprende anche l’attenzione e la cura per la loro crescita spirituale e la maturazione nella fede (n. 200). Il Papa richiama la chiesa al fatto che non ci può essere azione sociale che prescinda dall’impegno per i poveri e chiede di “cercare comunitariamente nuove strade per accogliere questa rinnovata proposta” (n. 201) nella convinzione che “senza l’opzione preferenziale per i più poveri, « l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone»18” (n. 199) e si chiede: “«Non sarebbe, questo stile, la più grande ed efficace presentazione della buona novella del Regno?»19” (Ibid.).

2. Un cambio metodologico: non proselitismo ma testimonianza

Un grande impatto ha avuto nei mass media l'intervista di Eugenio Scalfari a Papa Francesco20, sia per il fatto in se stesso che per le affermazioni che in essa si trovano. In particolare, oltre all’allusione al primato della coscienza che vale anche per i non credenti, ha fatto scalpore la frase detta dal Papa in risposta alla benevola battuta di Scalfari al quale qualcuno aveva detto che il Papa lo avrebbe convertito. Sorridendo, il Papa rispose: “Il proselitismo è una solenne sciocchezza, bisogna conoscersi e ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda… Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l'importante è che portino verso il Bene”. I cattolici tradizionalisti hanno reagito negativamente a quest’affermazione quasi il Papa avesse con ciò abolita la missione evangelizzatrice. Leggendo bene e contestualizzando l’affermazione, non si tratta in nessun modo di una rinuncia all’evangelizzazione bensì di un metodo nuovo o, quanto meno, rinnovato, di evangelizzazione. In Evangeliii gaudium Papa Francesco ha formulato con più precisione ma con altrettanta forza, citando un’omelia di Benedetto XVI ad Aparecida21, la sua idea circa la metodologia missionaria dell’evangelizzazione: “La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione” (n. 14).

a) La testimonianza strada dell’evangelizzazione

Che cosa voleva dire il Papa? Che il Vangelo non si deve imporre ricorrendo alla forza di persuasione dei mezzi materiali, delle opere e dei vantaggi offerti, più o meno intenzionalmente, dai missionari; neppure coi meccanismi della persuasione mediatica né grazie alle argomentazioni razionali (con le cinque vie di S. Tommaso non si converte nessuno!). Il Vangelo si farà invece strada nel cuore dell’ascoltatore grazie al fascino del Bene, all'attrattiva del Bello, alla seduzione del Vero e del Giusto che brillano nell’esistenza dei discepoli di Cristo, convinti e gioiosi testimoni del Signore. Questa era la metodologia missionaria dei primi cristiani che attiravano nuovi membri della chiesa per irradiazione o attrazione. Essi non facevano propaganda della loro religione, ma la mostravano nel loro comportamento. Lo afferma chiaramente il libro degli Atti degli Apostoli: “Il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati” (At 2,47; cf. anche 2Co 2,15). La testimonianza cristiana che viene dalla vita buona e bella del vangelo, dalla vita comune, dalla partecipazione fervorosa alla liturgia, dalla carità e dalla comunione dei beni è la forza di attrazione che chiama alla fede, questa testimonianza infatti rende visibile Gesù e la sua maniera di vivere e attira con la sua bellezza coloro che aderiscono alla chiesa: “Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale, tutto è prezioso e parla alla nostra vita personale. Ogni volta che si torna a scoprirlo, ci si convince che proprio questo è ciò di cui gli altri hanno bisogno, anche se non lo riconoscano” (n. 245).

Questo annuncio fatto sempre di vita e, appena possibile, anche di parole è il dovere fondamentale di ogni cristiano perché è l'esigenza di ogni uomo: “Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione” (n. 14).

Non si deve quindi pensare che il Papa rinunci alla missione o ne sminuisca l’urgenza. Francesco precisa che dei tre ambiti a cui la missione evangelizzatrice si rivolge: i praticanti, i fedeli che non praticano e tutti coloro che non conoscono Cristo, questi ultimi costituiscono il compito primo e paradigmatico della chiesa.

b) Proclamazione e dialogo

Questa è la missione ad gentes, la prima e la fondamentale forma della missione, che rimane il paradigma e l’orizzonte di ogni attività missionaria. Papa Francesco pensa a questa attività quando invita alla missione evangelizzatrice e lo fa ricordando il magistero missionario tradizionale: “Giovanni Paolo II ci ha invitato a riconoscere che «bisogna non perdere la tensione per l'annunzio» a coloro che stanno lontani da Cristo, «perché questo è il compito primo della Chiesa». L'attività missionaria «rappresenta ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa» e la «la causa missionaria deve essere la prima»” (n. 15) 22.

Questa ripresa della missione nella sua forma più originale, fatta di fede professata, celebrata e proclamata e condivisa, soprattutto e prima di tutto con la testimonianza della vita, è certamente una sottolineatura importante di Evangelii gaudium per rinnovare la missione in generale e quella ad gentes in particolare. Questa, non possiamo nascondercelo, in questo tempo batte il passo perché ha perso il fervore gioioso e contagioso dei primi cristiani (n. 263), è diventata un monopolio del mondo occidentale inquinandosi di superiorità coloniale e di cultura occidentale in modo tale che essa è inevitabilmente straniera ovunque essa cerchi di entrare. Essa sta seguendo un modello ormai obsoleto, segnato ancora dal paradigma della conquista dei non cristiani. Con il Concilio e con la nuova visione delle religioni non cristiane la missione evangelizzatrice deve assumere lo stile del dialogo, che non esclude la conversione, ma che rispetta i tempi della persona, della cultura e della grazia. Non è responsabilità dell’evangelizzatore portare alla conversione o determinarne i tempi. L’evangelizzatore non deve convincere nessuno, deve solo condividere la gioia di aver trovato la sorgente della felicità autentica.

Questa è la strada del dialogo, e Papa Francesco invita a percorrerla con semplicità e impegno: “Un atteggiamento di apertura nella verità e nell’amore deve caratterizzare il dialogo con i credenti delle religioni non cristiane, nonostante i vari ostacoli e le difficoltà, particolarmente i fondamentalismi da ambo le parti. Questo dialogo interreligioso è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose. Questo dialogo è in primo luogo una conversazione sulla vita umana o semplicemente un atteggiamento di apertura verso di loro, condividendo le loro gioie e le loro pene. Così impariamo ad accettare gli altri nel loro differente modo di essere, di pensare e di esprimersi. Con questo metodo, potremo assumere insieme il dovere di servire la giustizia e la pace, che dovrà diventare un criterio fondamentale di qualsiasi interscambio” (n. 250).

“In questo dialogo, sempre affabile e cordiale, non si deve mai trascurare il vincolo essenziale tra dialogo e annuncio, che porta la Chiesa a mantenere e intensificare le relazioni con i non cristiani. (…) La vera apertura implica il mantenersi fermi nelle proprie convinzioni più profonde, con un’identità chiara e gioiosa, ma aperti « a comprendere quelle dell’altro » e « sapendo che il dialogo può arricchire ognuno » (n. 251)

Per concludere il Papa ritiene che la missione ad gentes “continua ad essere la fonte delle maggiori gioie della Chiesa” (n. 15 cita Lc 15,7) e per questo in tutto il capitolo primo (nn. 19-49) sollecita “la trasformazione missionaria della Chiesa”, richiesta ancora da Paolo VI e dal Concilio e diventata oggi “improrogabile” (n. 32).

c) Tutti sono missionari

Il Papa ricorda a parecchie riprese e con forza che il soggetto della missione non sono solo i membri della gerarchia e, meno ancora, i missionari di professione, ma l'intero popolo di Dio sollecitato più volte ad «uscire», in senso proprio e traslato: «uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (n. 20). La «chiesa in uscita» “accorcia le distanze, si abbassa fino all'umiliazione, se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno odore di pecore e queste ascoltano la loro voce” (n. 24).

d) Prossimità non superiorità, in nome dell’amore

L’immagine così suggestiva dell’«odore delle pecore» parla di una missione che è anzitutto prossimità e comunione di vita con coloro che si vogliono evangelizzare e quindi di una missione nella solidarietà, nella compassione, nella prossimità sulla falsariga della parabola del Buon Samaritano. La stessa immagine dell’«odore delle pecore» ricorda anche che la missione rinnova anche le comunità cristiane che ne sono soggetto, perché esse per essere testimoni credibili e convincenti sono sfidate a vivere quello che annunciano e a praticare quella comunione che vogliono diffondere. L’evangelizzazione produce auto-evangelizzazione.

In una parola, viene archiviata una missione di tipo coloniale che, al di là delle intenzioni, s’imponeva con la superiorità culturale, la forza delle opere, dei mezzi e dell’esperienza e che è così difficile abbandonare. Il Papa chiaramente invita alla testimonianza di un amore ricevuto, sentito ed esperimentato personalmente dall’evangelizzatore, perché “ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù” (n. 120). Non basta il mandato missionario a muovere la chiesa verso la missione. È la forza dell’amore che spinge alla missione quei discepoli che avendo fatto esperienza personale di essere amati, cercati, perdonati, sentono l’urgenza di condividere questa gioia con i fratelli e le sorelle.

“La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più. Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci” (n. 265).

Ancora una volta risulta chiaro che “è la bellezza che salverà il mondo” (Fëdor M. Dostoevskij, L’Idiota). Il Papa conclude Evangelii gaudium con un capitolo sulla spiritualità missionaria che lui chiama “lo spirito della nuova evangelizzazione” e dice: “Come vorrei trovare le parole per incoraggiare una stagione evangelizzatrice più fervorosa, gioiosa, generosa, audace, piena d’amore fino in fondo e di vita contagiosa! Ma so che nessuna motivazione sarà sufficiente se non arde nei cuori il fuoco dello Spirito. [Per questo il Papa prega lo Spirito perché] venga a rinnovare, a scuotere, a dare impulso alla chiesa in un’audace uscita fuori da sé per evangelizzare tutti i popoli” (n. 261).

3. Il pluralismo nell’unità, novità per la missione

a) Missione e inculturazione

La giovane comunità cristiana di Gerusalemme, dispersa dalla persecuzione nelle città del bacino del Mediterraneo, si era radicata nelle culture dei luoghi in cui i discepoli si erano venuti a trovare, adattandosi alle sensibilità dei diversi contesti culturali. Quando, libera di organizzarsi, comincia ad assumere le forme dell’impero, la Chiesa cattolica entra in un processo di progressiva centralizzazione, certamente giustificato dalla storia. Ma a partire da questo tempo, per reagire alle eresie e agli scismi, la chiesa irrigidisce i modelli teologici e i paradigmi pastorali in un’uniformità che ha fatto male alla missione e che perdura anche oggi. Sembra che per essere cristiani bisogna cessare di essere … se stessi! Si pensi alla triste vicenda di Matteo Ricci e de Nobili.

Papa Francesco vuol reagire a questo processo di ingiusta uniformizzazione della fede che, senza giudicare le intenzioni di nessuno, chiama “una vanitosa sacralizzazione della propria cultura” (n. 117) e punta a promuovere Il “volto pluriforme della chiesa” (n. 116). Il Concilio Vaticano II ha deciso di procedere all’inculturazione del messaggio evangelico, ma la chiesa per paura di compromettere l’unità (o di perdere il controllo?) ne ha permesso ben poca, ad eccezione del campo della lingua nella liturgia, elemento culturale peraltro molto importante. E ciò malgrado i teologi e

anche i documenti della S. Sede continuino a sentenziare che si deve inculturare il vangelo nelle culture. In Evangelii gaudium Papa Francesco sdogana questa richiesta e afferma: “Non farebbe giustizia alla logica dell’incarnazione pensare a un cristianesimo monoculturale e monocorde. Sebbene sia vero che alcune culture sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano, il messaggio rivelato non si identifica con nessuna di esse e possiede un contenuto transculturale. Perciò, nell’evangelizzazione di nuove culture o di culture che non hanno accolto la predicazione cristiana, non è indispensabile imporre una determinata forma culturale, per quanto bella e antica, insieme con la proposta evangelica. Il messaggio che annunciamo presenta sempre un qualche rivestimento culturale, però a volte nella Chiesa cadiamo nella vanitosa sacralizzazione della propria cultura, e con ciò possiamo mostrare più fanatismo che autentico fervore evangelizzatore” (n. 117).

La preoccupazione dell’ortodossia e la paura di possibili nate nel dopo-concilio e coltivate fino ai nostri giorni, ha paralizzato la ricerca teologica e l’esigenza d’inculturazione del messaggio evangelico nel campo della liturgia, della pastorale, della catechesi, del diritto, della vita consacrata e della morale e oggi ci si rende conto che la preoccupazione dell’unità è diventata un freno che paralizza la missione nel suo compito di evangelizzare le culture e scoraggia la creatività e la ricerca delle nuove strade della missione. Il Papa ha dichiarato a più riprese che bisogna riprendere coraggiosamente le strade della missione nel mondo pur accettando di correre qualche rischio: “Preferisco una chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze … più della paura di sbagliare spero ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata” (n. 49).

b) Pluralismo culturale e pastorale

Papa Francesco ha così dichiarato di voler favorire un maggior pluralismo pastorale. Parla di un “popolo dai molti volti” (n. 115) e di una chiesa che persegue l’unità nella pluralità delle espressioni. Il fondamento di questo pluralismo di forme sta nella “libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a modo suo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi. [Infatti] La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme, che una volta seminato, cresce da sé anche quando l'agricoltore dorme (cfr. Mc 4, 26-29)” (n. 22).

Questa volontà di favorire il pluralismo degli approcci pastorali spiega le molte citazioni che Evangelii gaudium prende dai documenti delle conferenze episcopali a proposito dell’inculturazione nell'annuncio del Vangelo. Dopo aver affermato che il “popolo di Dio s’incarna nei popoli della Terra, ciascuno dei quali ha la propria cultura” (n. 115) che sviluppa “con legittima autonomia”, il Papa si dichiara convinto che “la diversità culturale... non minaccia l'unità della Chiesa” ma è “armonia che attrae” (n. 117) e che un cristianesimo inculturato favorisce la sua stessa diffusione (n. 129).

c) Attuazioni del pluralismo

Il Papa afferma anche il dovere della chiesa di lasciare più spazio alle iniziative pastorali dei singoli episcopati che non vuol soffocare con il magistero papale: “Non credo... che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare 'decentralizzazione' (forse era meglio tradurre ‘decentramento’)” (n. 16).

Papa Francesco ha già dato prova di voler perseguire nuovi percorsi pastorali che rispettino e sostengano il governo collegiale della chiesa. L’ha fatto capire subito quando, ancora nei primi mesi del suo pontificato, ha costituito il cosiddetto G8, il gruppo degli otto cardinali consultori che vengono dalla periferia della chiesa, che consigliano il Papa non solo per la riforma della curia romana, ma

anche per la riforma del sinodo dei vescovi. Questa scelta mostra anche la volontà del Papa di associare a sé in modo pratico e non solo teorico i vescovi del mondo per governare la chiesa con quello spirito collegiale che il Concilio ha restituito alla chiesa, ma che non è stato ancora messo veramente in atto.

È evidente che Papa Francesco, che ribadisce continuamente di essere il vescovo di Roma, in comunione con gli altri vescovi del mondo, non intende più esercitare il suo ministero primaziale in modo monarchico, come il capo unico che governa da solo la chiesa. Egli continua a cercare, come già Giovanni Paolo II, un modo di esercitare il ministero petrino all’interno della chiesa che sia rispettoso della collegialità (Ut unum sint n. 95) e riformare il modo di governare la chiesa nella convinzione che “anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l'appello a una conversione pastorale [perché] un'eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria” (n. 32).

Insieme con il pluralismo culturale e teologico, il Papa intende riformare le strutture centrali della chiesa, la curia romana, che con il suo monolitismo condiziona la scioltezza della missione evangelizzatrice. Una sana decentralizzazione in favore delle chiese locali e delle conferenze episcopali permetterà un annuncio del vangelo più aderente alla realtà del mondo attuale. “Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti... Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c'è una moltitudine affamata” (n. 49).

Il Papa è consapevole che “né il Papa né la Chiesa posseggono il monopolio dell'interpretazione della realtà sociale o della proposta di soluzioni per i problemi contemporanei” (n. 184) e che quindi “nel dialogo con lo Stato e con la società, la Chiesa non dispone di soluzioni per tutte le questioni particolari” (n. 241). Anche “la Chiesa, che è discepola missionaria, ha bisogno di crescere nella sua interpretazione della Parola” (n. 40). Una lezione di umiltà e di santità che non possiamo non assumere come stile di chiesa e di missione.

14 gennaio 2014.

Gabriele Ferrari s.x.

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1 Papa Francesco, Evangelii gaudium, Esortazione apostolica ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’annuncio del vangelo nel mondo attuale, Città del Vaticano 24 novembre 2013. 

2 www.cyberteologia.it. 

3 I numeri tra parentesi senz’altra determinazione si riferiscono al testo di Evangelii Gaudium

4 Il testo dell’Esortazione consta di 129 pagine fitte fitte nell’edizione EDB, di 256 nell’edizione dell’editrice San Paolo, per complessivi 288 paragrafi e 217 note in calce al testo. 

5 È infine interessante notare le ricorrenze lessicali: popolo si trova 114 volte, evangelizzazione 89, gioia 79, cuore 79, poveri 60, missione 55, misericordia 31, fervore 16, tenerezza 11, entusiasmo 7. Sono segni di un linguaggio decisamente nuovo con un lessico inusitato nei documenti pontifici. 

6 Il Papa ne parla cinque volte in Evangelii gaudium ai nn. 20.30.46.63.191. 

7 Cf. Francesco, Messaggio per la Giornata missionaria mondiale del 2013, n. 1. Il Papa usa frequentemente questi tre verbi nelle sue diagnosi della chiesa non missionaria. 

8 Benedetto XVI¸ Porta Fidei (11 ottobre 2011), n. 2. 

9 Intervista a p. Antonio Spadaro, 19 settembre 1913, in La Civiltà Cattolica 2013 III n. 3918 p. 462 

10 Secondo i calcoli del mio computer discernimento appare in Evangelii gaudium ben 10 volte, altre 8 si trova il verbo discernere . Un riflesso della formazione gesuitica di Francesco? 

11 Ibid. art. cit., p. 461 

12 Ibid. p. 462. 

13 “La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: «Gesù Cristo ti ha salvato!». E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia. Il confessore, ad esempio, corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente «questo non è peccato» o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate” (Ibid., p. 462). 

14 Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987) n. 42; Vita consecrata (25 marzo 1996), n. 82. 

15 “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina... spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2Co 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Lc 4,18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo. Ma mentre Cristo, « santo, innocente, immacolato » (Eb 7,26), non conobbe il peccato (cfr. 2Co 5,21) e venne solo allo scopo di espiare i peccati del popolo (cfr. Eb 2,17), la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento (Lumen Gentium 8). 

16 Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), n. 42. 

17 Benedetto XVI, Discorso alla Sessione inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latino-americano e dei Caraibi (13 maggio 2007), 3. 

18 Giovanni Paolo II, Novo Millennio ineunte (6 gennaio 2001), n. 50. 

19 Ibid

20 Apparso in La Repubblica del 1 ottobre 2013. 

21 Benedetto XVI, Omelia nella Santa Messa di inaugurazione della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latino-americano e dei caraibi presso il santuario La Aparecida (13 maggio 2007), AAS 99 (2007), 437. 

22 Giovanni Paolo II, Redemptoris missio nn. 34.40.86..