IL MISTERO DEL CUORE DI GESÙ

07.10.2015 19:38

 

Il missionario comboniano accoglie il dono della consacrazione missionaria e vive l’incontro con il Signore Gesù, contemplando il mistero del suo Cuore Trafitto con lo sguardo degli occhi del Fondatore.

1. Il missionario interpellato dal mistero del Cuore di Gesù.

C’è una categoria di cristiani che si limitano alle esigenze fondamentali della fede, e che perciò hanno bisogno di quello che l’autore della Lettera agli Ebrei chiama “insegnamento iniziale su Cristo” (Eb 6, 1).

Ma per il discepolo di Gesù ha valore l'esortazione dello stesso autore: “Passiamo a ciò che è più completo” (Eb 6, 1).

Il “più completo” per il missionario comboniano significa un’esperienza di Gesù Cristo sufficientemente matura , che consiste nel lasciarsi modellare dall'azione costante del Signore Gesù, unico Maestro interiore , nell'avere la volontà sincera di mettere tutta la sua vita e la sua azione presente e futura al servizio di Gesù Cristo, “autore e perfezionatore della fede”, nello sforzarsi per entrare ed assumere gli atteggiamenti del Cuore di Gesù verso il Padre e verso il prossimo, cercando un incontro di amicizia con il Gesù vivo della resurrezione .

L'avventura di farsi discepolo di Gesù non si ripete due volte in modo identico. Ogni persona, ogni gruppo di persone ed ogni epoca, hanno la loro maniera di esperimentare e vivere l'influsso personale di Gesù. Ed anche Gesù, nel quale “abita la pienezza della divinità”, presenta infiniti vari aspetti della sua attraente bellezza, e infiniti cammini in cui fa entrare i suoi discepoli, con il fine di progredire nell'amicizia con Lui ed assumere la missione che vuole affidare a loro. Le differenti spiritualità si distinguono precisamente secondo l’immagine di Gesù, che predomina in esse. Questo predominio non è escludente ma includente, nel senso che il discepolo vive la sua vita cristiana in tutte le sue dimensioni sotto l'influsso predominante di un tratto particolare della personalità di Gesù, che è dono dello Spirito Santo e che corrisponde alle sue tendenze personali.

L'immagine di Gesù che domina nella Congregazione Comboniana è quella del Cristo glorioso, che continua ad operare la salvezza del mondo, servendosi della cooperazione umana .

Infatti, Gesù, per realizzare la missione che gli è stata affidata dal Padre, vuole ricapitolare tutto l'universo sotto la sua primogenitura salvifica. Questa volontà è la ragione della chiamata rivolta al missionario per una sequela sempre più radicale e totale .

Questo progetto di vita postula sacrifici sempre più completi, che il missionario si sente spinto ad accettare ed integrare nella sua vita nella misura in cui è mosso non da ragionamenti, ma da un amore generoso verso Gesù Cristo .

Il Signore Gesù attira a sé il missionario nella Congregazione Comboniana, facendolo partecipare in modo particolare al dinamismo del suo Cuore sotto l'influsso di tre misteri che pervadono questo stesso Cuore e che divengono altrettante provocazioni per la generosità del missionario: il suo Amore, la Croce, la sua identificazione con i più poveri e abbandonati: .

In questo cammino gli offre come guida il Beato Daniele Comboni, che percorse questo itinerario di generosità e totalità in modo esemplare. Ciò significa che il missionario comboniano contempla il Cristo biblico, in primo luogo, il mistero del suo Cuore, con lo sguardo contemplativo del Comboni.

L'Esortazione Apostolica “Vita Consacrata” ci conferma e ci incoraggia in questo progetto di vita, quando ci ricorda che Gesù “chiama a sé nuovi discepoli, per comunicar loro il suo modo di amare” ; e ci fa rilevare che il consacrato è chiamato ad “amare col cuore di Cristo, fino alla fine” , a compiere la sua missione con i sentimenti del Verbo incarnato, che si è fatto uomo precisamente per servire Dio Padre e gli uomini . Così, Gesù nella lavanda dei piedi  e come divino Samaritano  è un sublime esempio e un meraviglioso insegnamento sull'amore che si fa servizio ed è il modello supremo della Vita Consacrata, chiamata ad essere “vita di amore ablativo, di concreto e generoso servizio” .

 

1. 1. Il mistero del suo Amore: il Buon Pastore:

 

Questo mistero introduce il missionario e lo porta a partecipare alla logica della gratuità-dono. La prima provocazione del Cuore di Gesù al missionario è il suo vivere e morire secondo la logica del dono. La vocazione ha il suo centro luminoso nella grazia, cioè nella comunicazione di sé fatta dallo stesso Dio al missionario, che significa riceverlo tutto per darlo tutto . Gesù è dono del Padre. “Tanto amò Dio il mondo da dargli il suo Figlio unico...” (Gv 3, 16), che fa della sua vita un dono continuo, ‑ “Non cerco la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 5, 30) ‑, ed insegna e aiuta gli altri a donarsi reciprocamente, ‑“Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22, 39).

L'essere, il vivere intimo di Gesù ed il suo operare corrispondono sempre a questa logica del dono. La sua missione è totalizzante. Egli si definisce “unto” o consacrato per una missione (Lc 4, 18). Nel suo Cuore c’è solamente amore, che si esprime in una duplice direzione: il Padre ed i fratelli. Gesù vive in tensione verso il disegno salvifico del Padre. Per questo dà la sua vita secondo il mandato ricevuto, cioè secondo il disegno salvifico nato dall'amore misericordioso del Padre (Gv 10, 8-12).

 

Il missionario  trova il suo stile di “vita apostolica” in questo mistero dell'Amore del Cuore di Gesù, che si esprime nell'immagine del Buon Pastore. Fissa il suo sguardo verso il Padre come Gesù, in Lui e con Lui, per conoscere e realizzare i suoi piani di salvezza, e guarda anche verso gli uomini per assumere i loro problemi; e guarda anche verso se stesso per immolarsi totalmente a questo duplice amore .

Daniele Comboni ha vissuto in profondità questa logica del dono di Gesù, Buon Pastore. Infatti, Comboni entrò in sintonia con il Cuore di Gesù Buon Pastore, che dà la vita per rigenerare gli Africani; ha fatto suoi i palpiti del Cuore di Gesù per l'infelice Nigrizia ed è stato spinto ad andare a far causa comune con questi fratelli sfortunati e dimenticati anche dalla stessa Chiesa, divenendo per loro sacramento dell'amore di Gesù Buon Pastore.

Può essere utile soffermarci ancora su come l'Esortazione Apostolica sulla Vita Consacrata parla di questo modo d’amare, quando nel Cap. III definisce la vita delle persone consacrate come “epifania dell’amore di Dio al mondo”, che si concretizza nel servizio della carità.

Questo modo di amare scaturisce dalla partecipazione all'amore di Gesù fino alla fine. Per cui la perfezione della carità a cui tende la vita delle persone consacrate, consiste nel vivere imparando ad amare con il Cuore di Gesù:

 

“Continuamente Egli chiama a sé nuovi discepoli, uomini e donne, per comunicare loro, mediante l'effusione dello Spirito, l’agape divina, il suo modo di amare, e per sospingerli così a servire gli altri nell’umile dono di sé, alieno da calcoli interessati” .

1. 2. Il mistero della Croce: il Buon Pastore offre la sua sulla Croce:  Il dinamismo dell'amore del Cuore di Gesù introduce il missionario nella logica evangelica del mistero della Croce, come cammino verso la riconciliazione dell'umanità con Dio e tra di loro.

Il Vangelo, infatti, è la Buona Notizia che annuncia la pace e la riconciliazione degli uomini con Dio e degli uomini tra di loro.

Gesù insegna agli uomini il cammino della condivisione, ‑“Vá, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri”: Mc 10, 21‑, del perdono senza limiti, ‑“Settanta volte sette”: Mt 18, 22‑, della riconciliazione con il fratello ancora prima del culto da dare a Dio (Mt 5, 23). Ma non si fa il passaggio dalla divisione alla riconciliazione, se non si accetta la spoliazione di se stesso, di morire a se stessi, se non “si perde la propria vita” (Mt 16, 25), se non si accetta la sorte del chicco di frumento, il quale deve “morire per dare frutto” (Gv 12, 24), se non si accetta il mistero della vita che nasce dalla morte .

Il Crocifisso, la cui croce il credente deve caricare “ogni giorno” (Lc 9, 23), rimane il grande evento e l’unica regola della riconciliazione (Ef 2, 11-18). È una riconciliazione pagata a caro prezzo da Gesù stesso che “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini....umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 7-8). Da questo punto di vista il cristiano non può non apparire davanti alla saggezza umana che “follia” e “scandalo”. E tuttavia questo scandalo, è la condizione essenziale per un'azione apostolica feconda.

Seguire la vocazione alla missione comporta sofferenza e croce. Non esiste attività apostolica senza l'ombra del Crocifisso. L'apostolo vive crocifisso con Cristo (Gal 2, 20; 6, 17).

La vita di Gesù è stata piena di sofferenze e di gioie fino alla croce ed alla resurrezione. È il mistero pasquale che diviene trasparente nella vita dell'apostolo.

Ogni cristiano è inserito nella morte di Cristo e nella sua risurrezione (Rom 6, 3-11). Il destino privilegiato dell'apostolo è quello di partecipare alla morte di Cristo e alla nascita della nuova umanità: essere chicco di frumento che muore per dar frutto. Da questa immolazione dipende la realizzazione dell'unità di tutti gli uomini in Cristo (Gv 17).

La croce dell'apostolo è un prolungamento del dolore e dell'amore di Gesù, fatto vittima ed olocausto (1Pt 2, 21-25; 2Cor 5, 21; Is 53, 5), per il bene della Chiesa che è il Corpo di Cristo (Col 1, 24).

Non si tratta, per tanto, di avere un senso tragico della vita, né di cercare la sofferenza per se stessa, prendendo un'aria di vittimismo. La sofferenza dell’apostolo è una logica conseguenza dell'amore che lo spinge alla donazione; amore e donazione che nell'apostolo tendono ad essere totali. Gesù amò e si donò così (Gv 3, 16). La sua vita è un dono d’amore che sfociò nell'olocausto (Lc 22, 12-20), che trascina il cuore dell'apostolo, facendolo esclamare: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20). Di conseguenza: io lo amo e mi dono ai fratelli. È il suo amore che mi spinge, per fare della mia vita un sacrificio (cf Fil 2, 17; 2Tim 4, 6).

Entrare nel mistero della Croce è sintonizzarsi con la logica dell’amore e del conseguente dolore di Gesù crocifisso, che si prolunga nella Chiesa. È saper trasformare ogni difficoltà in una nuova possibilità di amare e di evangelizzare.

Daniele Comboni, nel suo incontro personale con Gesù, lo incontra Buon Pastore che ama fino alla fine, cioè innalzato sulla Croce, con il Cuore Trafitto e le piaghe aperte.

Questa per Comboni è un’esperienza vitale, una conseguenza inevitabile della sua fedeltà alla vocazione ricevuta. Per Comboni la Croce non nasce da un ascetismo masochista né può essere frutto della negligenza umana; nasce invece ed ha valore come conseguenza del suo impegno di seguire Gesù nel suo amore fino alla fine per i dimenticati Africani; pertanto, è il sigillo della sua partecipazione all’amore redentore di Gesù e garanzia della sua fedeltà a questa vocazione.

Per questo, “le opere di Dio devono nascere e crescere ai piedi del Calvario”, cioè dalla logica evangelica della croce del dono di sé “fino alla fine”.

Nell'Esortazione Apostolica “Vita Consacrata”, il Cristo del monte Tabor  è il Cristo che parla della sua identità di Cristo del monte Calvario, cioè di Cristo della Croce, dove “il suo amore verginale per il Padre e per tutti gli uomini raggiunge la sua massima espressione” .

 

Di conseguenza la persona consacrata “fa esperienza della verità di Dio-Amore in modo tanto più immediato e profondo quanto più si pone sotto la croce di Cristo. Colui che nella sua morte appare agli occhi umani sfigurato e senza bellezza tanto da indurre gli astanti a coprirsi il volto, proprio sulla croce manifesta pienamente la bellezza e la potenza dell'amore di Dio. [ ... ].La vita consacrata rispecchia questo splendore dell'amore, perché confessa, con la sua fedeltà al mistero della croce, di credere e di vivere dell'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In questo modo essa contribuisce a tener viva nella Chiesa la coscienza che la croce è la sovrabbondanza dell'amore di Dio che trabocca su questo mondo, è il grande segno della presenza salvifica di Cristo” .

Dalla partecipazione al mistero pasquale nasce nella persona consacrata l'impegno missionario , che consiste nell'offrire “un vero segno di Cristo nel mondo” , annunciando “la pace che discende dal Padre, la dedizione che è testimoniata dal Figlio, la gioia che è frutto dello Spirito” .

1. 3. Il mistero dell’identificazione di Gesù con i più poveri e abbandonati:

Gesù interpella il missionario comboniano anche per mezzo del mistero della sua identificazione con i più poveri e abbandonati, introducendolo nella logica evangelica dell'amore preferenziale dei poveri. C’è una pagina del Vangelo, nella quale Gesù si identifica con i poveri e marginati della società (Mt 25, 31-36). È un’affermazione estremamente chiara, anche se sconcertante: il povero è Gesù. È proprio Lui che lo afferma, con la stessa parola efficace, con la quale afferma: “Chi ascolta voi ascolta me” (Lc 10, 16); e “Questo è il mio corpo” (Lc 22, 19). Molte persone soffrirono e soffrono a causa della crudeltà, della prepotenza e delle ingiustizie umane, perché l'uomo è ancora incapace di realizzare l'amore.

La Storia della Salvezza è precisamente un'azione liberatrice dell'uomo tutto e di tutti gli uomini da parte del Verbo Incarnato, mediante una lotta nella quale Egli soffre e cade in ogni persona, che soffre e che muore, con il fine di far trionfare nell'oppresso e nell’oppressore la legge universale dell'amore. Essere missionario è entrare nel dinamismo di questa lotta pasquale e liberare lo stesso Gesù oppresso, sofferente e povero.

Daniele Comboni guida i suoi missionari a partecipare al coinvolgimento di Gesù nel dolore e nella povertà degli uomini . Egli infatti scoprì negli Africani della sua epoca il volto sfigurato di Gesù, bisognoso di liberazione, per vivere in pieno la dignità di figli di Dio[1]

2. La contemplazione dei misteri della vita del Signore Gesù:

C’è un unico cammino che permette al missionario di mantenersi fedele all'impegno di consacrare la sua vita al servizio di Cristo Glorioso, che continua attraverso di lui la salvezza del mondo, unendolo al triplice mistero che anima il suo Cuore divino, cioè il suo Amore, la sua Croce e la sua identificazione con i più poveri e abbandonati. Questo cammino è la preghiera, o meglio la contemplazione di questi misteri in una visione d’insieme con gli altri misteri della vita del Signore Gesù, così come sono presentati dall'Evangelo. È una maniera privilegiata di ascolto della Parola, nella quale il missionario prende come maestra la Vergine Maria. È un mantenersi esposto all’influsso della causalità personale di Gesù, che porta a progredire nella comunione di vita e di azione con Lui.

La preghiera nella sua essenza è rompere l'involucro del proprio “io”, per aprirci a Dio, alla ricerca e al compimento della sua volontà, scoperta nel Cuore di Cristo. “Essa consiste nel rimanere con Dio, compiendo ogni azione con lo stesso atteggiamento che Cristo aveva verso il Padre” . La preghiera realizza una presenza reciproca, nella quale Cristo Gesù opera in me ed io prendo coscienza che Egli sta operando la mia salvezza e nello stesso tempo prendo anche coscienza che mi elegge e mi lancia come strumento per la salvezza degli altri. Si tratta dello stabilirsi della reciprocità delle coscienze o meglio della fusione delle coscienze tra il Cuore di Gesù ed il mio “io”.

In questo scambio profondo, Cristo penetra la mia esistenza, intelligenza-volontà-cuore, in modo tale da suscitare quelle reazioni intellettive, affettive ed operative, come avviene quando mi incontro con una realtà che mi riguarda e mi scuote profondamente. Per capire questo coinvolgimento affettivo con la persona di Gesù, può essere d’aiuto riflettere sull’impatto della presenza del bambino sulla madre: è una presenza esistenziale, viva, reciproca, che trasforma la vita abituale di una giovane donna; essa, infatti, s’identifica con il bambino, condivide la sua situazione attuale, fa una cosa sola con lui e organizza la propria vita mettendo tutte le sue capacità a servizio del bene del figlio, fino al dono della vita per lui.

Ecco che cosa è pregare: uscire dal guscio del proprio egoismo, fino a fare una cosa sola con la volontà di Dio, comunicando con Lui in modo tale che sia possibile scoprire, condividere e realizzare la sua volontà. “Il missionario legge la Parola di Dio alla luce dello Spirito e in comunione con la Chiesa. La applica alla sua vita nella meditazione, lasciandosi giudicare da essa e convertire alla maniera di pensare e di agire di Dio” .

Il missionario conosce il cuore del Padre nel Cuore del Figlio, Verbo vivente del Padre . Egli può ottenere questo contatto intimo e vitale con il Figlio mediante la meditazione e contemplazione dei misteri della vita del Verbo vivente di Dio fatto uomo. La meditazione del Vangelo è l'unico cammino che porta il discepolo a scoprire Gesù in modo sempre più perfetto, vivo, attraente e stimolante e lo fa scendere nella profondità di quei tre misteri del Cuore di Cristo, che ricapitolano e spiegano la vita di Cristo stesso, e che costituiscono l'asse della spiritualità comboniana .

Riguardo alla contemplazione dei misteri della vita di Gesù o meditazione del Vangelo, può sorgere una difficoltà: perché e come posso incontrarmi con Cristo meditando la sua vita, una volta che Egli non si trova più in questi misteri? Infatti Gesù adesso è glorioso e, per tanto, non soffre più, non è più bambino, ecc...., correndo il rischio di rimanere alla superficie del Vangelo, senza arrivare all’incontro personale con il Signore Gesù.

In realtà, l’unica via che abbiamo per arrivare all'unione con Cristo glorioso, è concentrarci sulla sua vita storica e percorrere il suo stesso cammino, perché noi non sappiano nulla di Lui al di là della sua vita storica e viviamo la Resurrezione come primizia ma non ancora in pienezza, la Risurrezione ci illumina con la luce della fede e non della visione. Per questo, i fatti della vita terrena di Cristo sono stati scritti con un’intenzione precisa: quella di presentarci, farci incontrare e capire il Cristo vero e glorioso della Risurrezione. Sono fatti scelti con questa finalità. In questo senso posso affermare che leggere il Vangelo è incontrarmi con Cristo glorioso come si trova ora nel seno della SS. Trinità. La verità del Vangelo non è la verità di un registratore, che non sa il significato di quello che dice. La verità del Vangelo è quella di un testimone, che interpreta i fatti della vita terrestre di Gesù alla luce del grande fatto della Risurrezione.

La Risurrezione è il risultato di tutti i fatti anteriori della vita di Gesù, è la chiave per interpretare il perché di tutto quello che è avvenuto nella sua vita e di tutto quello che vuole realizzare nella mia vita. Tutta la vita di Gesù prende significato alla luce della Risurrezione. Noi arriviamo a conoscere Gesù Cristo glorioso solo attraverso la conoscenza del Cristo mortale, presentato dai Vangeli; e gli atteggiamenti e i “sentimenti interiori”, che appaiono nei Vangeli, cioè nei misteri della sua vita terrena, sono gli stessi che riempiono oggi il suo Cuore divino: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8).

Arriviamo a incontrarci con il Signore Gesù, aspettando la sua venuta con i Patriarchi, accogliendolo coi pastori, ascoltandolo con le folle, assistendo alla sua morte con Maria e le pie donne, esultando per la sua Risurrezione con la gioia degli Apostoli.

Per tanto, la meditazione-contemplazione dei misteri della vita di Gesù non costituisce un'evasione dall'oggi, per mezzo del ricordo di un passato pieno di emozioni, mentre Gesù si manifestava ai suoi contemporanei. La contemplazione dei fatti evangelici ci fa conoscere e incontrare il Cristo che vive oggi, e quali devono essere le disposizioni che portano il credente a essere suo discepolo; al mettersi davanti alla luce di questi misteri, la “anamnesi”, così importante per la comprensione dell'efficacia della Liturgia e della predicazione ecclesiale, realizza la partecipazione alla realtà del mistero che si sta contemplando. In questo modo si realizza la grazia di un conoscimento intimo di Gesù Cristo, di un amore sempre più ardente e di una sequela sempre più fedele del Signore Gesù.

Per esempio: la contemplazione della Passione ci porta da un lato a conoscere più profondamente la persona di Gesù ed il suo amore per noi, avendoci amato fino alla morte e alla morte di Croce; dall'altro lato, questa constatazione ci porta o ci spinge ad accettare con generosità le esigenze estremamente radicali provenienti dall'amicizia e dalla sequela di Gesù. Accogliendo con il cuore la formula di Paolo, “mi ha amato e ha dato se stesso per me”, la conclusione si fa evidente: “sono crocifisso con Cristo” (Gal 2, 20), cioè, sono identificato con Gesù, lo amerò e mi darò per Lui fino alla morte, sto condividendo con Lui la logica dell'amore portato fino alle estreme conseguenze.

Nasce così la generosità, che, nella situazione del cristiano in generale, e in particolare nella situazione del discepolo di Gesù, ha una grande importanza. Osserva il P. Flik che il termine “generosità”, anche se non è di origine biblica, tuttavia è usato dal Concilio Vat. II circa trenta volte; ed egli stesso la definisce come “totalità dell'impegno per Cristo, caratterizzato da un radicalismo evangelico illuminato dalla gioia, nota specifica di qualunque forma di evangelismo”.

Una vera generosità nella gioia verso il mistero di Cristo che proviene dall’approfondimento dell'amicizia con Lui, sfocia necessariamente nell'apostolato. In fatti, la gioia della Buona Notizia è una gioia che tende ad essere comunicata agli altri, che tende a incarnarsi in missione di annunciare il Vangelo.

È precisamente esercitando la missione di testimoni di Gesù Cristo morto e risorto, che la gioia dei discepoli si fa piena (1Gv 1,4: “nostra”), ed essi condivideranno la consolazione ricevuta con tutti gli uomini. Per tanto, senza la contemplazione dei misteri della vita di Gesù, mancherebbe al missionario una sorgente interiore imprescindibile e la sua attività si ridurrebbe in una attività semplicemente umana o in un apostolato insipido . Più concretamente, senza la contemplazione dei misteri della vita del Signore, il missionario comboniano uscirebbe dall'influsso dei tre misteri che colmano e traboccano dal Cuore di Gesù, ‑Amore, Croce, identificazione con i poveri‑, che caratterizzano la sua personalità missionaria e finirebbe per indebolire o perdere la sua identità vocazionale.

Il segreto della fecondità della vita missionaria sta nella contemplazione continua del Vangelo. È sintomatica la conclusione del Vangelo di Marco: praticamente termina invitando i discepoli a mettersi in cammino per la Galilea: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete” (Mc 16, 7). La narrazione, dicono gli studiosi non è interrotta, solo vuole stimolare. Infatti, il Vangelo non è finito, è sempre al principio. Marco ci vuol dire: Adesso avete la chiave di lettura della vita alla luce della Buona Notizia di Gesù. È con questa chiave che dovete continuare la lettura della Buona Notizia. Ritornate in Galilea, ascoltate la chiamata di Gesù, seguitelo nel suo cammino di amore, di donazione, di ricerca dei più bisognosi. La meditazione del Vangelo finisce quando finisce la vostra peregrinazione su questa terra. Quanto più sarete fedeli alla lettura del Vangelo tanto più intimamente vi incontrerete con Gesù Risorto....

3. Come meditare su un mistero della vita di Gesù

3. 1. Si può seguire il seguente procedimento:

 

• Cerco il messaggio di quel mistero.

 

• Prendo un atteggiamento personale, affettivamente, di fronte al messaggio che sto ricevendo: è l'aspetto più importante.

Per arrivare a questo:

‑ utilizzo la mia immaginazione e ricostruisco la scena evangelica: luogo dove si svolge il fatto; se in una casa, se lungo una strada, se nel tempio… Non importa la descrizione esatta o particolareggiata, ma evidenziare appena il fatto, il gesto o la parola per mezzo dei quali Gesù entra nella mia realtà personale…

‑ entro nella scena: mi concentro su ciascuna delle persone, ascolto ciò che dicono, osservo ciò che fanno. Mi metto in pieno nella scena come uno in più del popolo, si tratta di me:

‑ entro in quelle persone o prendo il posto di quelle persone con le quali si trova Gesù;

‑ prendo il posto dello stesso Gesù: la mia solidarietà con Lui mi porta a sentire e a fare come Gesù, in relazione al Padre, in favore delle persone

 

3. 2. Un altro procedimento:

 

 

• VEDERE:

capire che cosa sta succedendo nella scena evangelica.

• SENTIRE:

entrare personalmente, soggettivamente nella scena; cogliere la mente, il “nous”, la mentalità, i sentimenti di Gesù.

• AGIRE:

dal campo intellettuale, emotivo, affettivo, passare all’esistenza concreta della vita.

 

Ma come arrivare a sentire come e con Gesù ed agire in conformità con questo sentire?

Incominciando a fare realmente quello che Gesù fa o dice.

Questa attuazione concreta, frutto della fede e dell'amore, stimola i dinamismi interiori e tutto diventa più chiaro: si comprende meglio il fatto o la parola di Gesù, si arriva a sintonizzare con la mentalità ed i sentimenti del Signore, si esperimenta la gioia di vivere Gesù ed essere vissuto da Lui nelle circostanze concrete o nel quotidiano della vita.

 

4. PER LA REVISIONE DI VITA

4.1. In che modo e in che misura il Cuore di Gesù illumina la tua consacrazione missionaria

cristiana:

4.2. Senti come parte del tuo carisma il culto al Cuore di Gesù?: 

4.3. Che espressioni assume nella tua vita questa dimensione del carisma?

4.4. Come vivi le situazioni di difficoltà, sofferenza, insuccesso (= dimensione della Croce)?:

4.5. In che modo i poveri sono presenti nella tua vita quotidiana?



[1] Cf  P. Chiocchetta, Carte..., pp. 111-112.