IL CELIBATO E IL SANTUARIO INTERIORE

08.10.2015 10:32

Henry Nouwen

 

Introduzione

Quando osservate Roma, camminate per le sue strade, viaggiate sui suoi autobus, vi rendete ben presto conto che è una città affollata, piena di case, piena di gente, di automobili e, sì, anche di gatti. Vedete uomini e donne che camminano in tutte le direzioni, sentite voci gioiose o irate, miste alla grande varietà dei suoni del traffico, aspirate molti odori - specialmente del cappuccino - e sentite l'abbraccio italiano grazie al quale trovate un amico o perdete il vostro denaro. È una città indaffarata e congestionata, nella quale la vita si manifesta in tutta la sua tumultuosa intensità.

    Ma in mezzo a questo vivace e colorito conglomerato di case, di gente e di automobili, vi sono le cupole di Roma che indicano i luoghi messi a parte per il Santo. Le chiese di Roma sono come belle cornici intorno a spazi vuoti che testimoniano di Colui che è il centro calmo e tranquillo di tutta la vita umana. Le chiese non sono utili, non sono pratiche, non richiedono un'azione immediata o una rapida risposta. Sono spazi senza voci rumorose, senza movimenti frenetici o gesti impazienti. Sono spazi tranquilli, stranamente vuoti per la maggior parte del tempo, e parlano un linguaggio diverso dal mondo intorno a loro. Non vogliono essere musei; vogliono invitarci a stare in silenzio, a sederci o a inginocchiarci, ad ascoltare con attenzione e a riposare con tutto il nostro essere.

    Una città senza spazi vuoti accuratamente protetti, nei quali poter sentire il silenzio donde sgorgano tutte le parole e riposare nella quiete donde derivano tutte le azioni, corre il pericolo di perdere il suo vero centro. Mi domando se la città indaffarata, con i suoi tanti luoghi tranquilli, non possa offrirci un'immagine di quello che può significare il celibato nella società contemporanea. Dopo tutto, l'attiva vita della strada non è forse quella parte di noi che vuole essere con gli altri, vuole andare e produrre, e la cupola che protegge con cura uno spazio vuoto non è forse quell'altra parte di noi che ha bisogno di essere protetta, persino difesa per impedire che la nostra vita perda il suo centro? Il nostro santuario interiore, quel luogo intimo, santo, quel centro sacro della nostra vita dove Dio soltanto può entrare, è altrettanto importante per la nostra vita di quanto lo sono le cupole per la città di Roma. Si può dire molto sul celibato, ma io voglio riflettervi soltanto da una prospettiva. Voglio considerare il celibato come una testimonianza al santuario interiore nella nostra vita e nella vita degli altri. Dando particolare visibilità a questo santuario interiore, a questo spazio santo e vuoto della vita umana, l'uomo o la donna celibi vogliono affermare e proclamare che tutta l'intimità umana trova il suo più profondo significato e il suo compimento allorché viene sperimentata e vissuta come partecipazione all'intimità di Dio stesso.

    Per analizzare il significato della testimonianza della vita celibataria, vorrei concentrare l'attenzione su tre aspetti: prima, sul mondo in cui viene vissuto il celibato; poi, sulla natura della testimonianza che il celibato offre al mondo; infine, sullo stile di vita dal quale questa testimonianza viene intensificata e rafforzata.

 

Il mondo

I limiti dei rapporti interpersonali

Il mondo nel quale il celibato si pone come testimonianza dello spazio sacro e vuoto è un mondo che con forza mette l'accento sui rapporti interpersonali. Possiamo dire con sicurezza che nella cultura occidentale degli ultimi decenni il valore dato al riunirsi, allo stare insieme, all'amare e al vivere insieme ha ricevuto un'attenzione senza precedenti. Il potere benefico che ha il contatto di uno sguardo, un ascolto attento o un gesto premuroso è stato analizzato da molti psicologi, educatori della sensibilità ed esperti di comunicazione. Praticamente ogni anno si sente parlare di un nuovo tipo di terapia, di una nuova forma di ampliamento della coscienza o di un nuovo metodo di comunicazione. Moltissime persone che soffrono per un senso di isolamento, di alienazione o di solitudine hanno trovato nuova speranza e nuova forza in questi esperimenti di solidarietà. Già vedere la grande popolarità e la crescente influenza delle terapie di rivalutazione è sufficiente a convincere un osservatore attento che si tratta della risposta a un profondo bisogno.

    Abbiamo davvero bisogno gli uni degli altri e siamo capaci di darci l'un l'altro molto più di quanto spesso crediamo. Per troppo tempo abbiamo subito il peso della paura e della colpa e per troppo tempo ci siamo negati l'un l'altro quell'affetto e quell'intimità che giustamente desideriamo. Abbiamo perciò molto da imparare da coloro che cercano di promuovere rapporti personali nuovi e più creativi.

    Vanno tuttavia poste alcune domande cruciali: si può raggiungere una vera intimità senza avere un profondo rispetto per quel luogo sacro dentro di noi e tra noi, quello spazio che dovrebbe rimanere intangibile al contatto umano? l'intimità umana può dare vera soddisfazione quando si colma ogni spazio dentro noi e tra noi? l'accento posto sulle possibilità terapeutiche del nostro stare insieme non è spesso il risultato di una percezione unilaterale della situazione umana? Queste domande si pongono con nuova urgenza nell'epoca dei movimenti del potenziale umano. Mi domando spesso se non pensiamo o non sentiamo che le nostre esperienze dolorose di solitudine sono il risultato soprattutto di una mancanza di intimità interpersonale. Sembriamo pensare: «Se potessi vincere la paura di esprimere i miei veri sentimenti di amore o di ostilità, se potessi semplicemente sentirmi libero di avere una persona amica, se potessi semplicemente parlare in modo onesto e aperto con la mia gente, o se potessi semplicemente vivere con qualcuno che veramente si cura di me... allora avrei di nuovo un po' di pace in me e sperimenterei di nuovo la mia integrità interiore». Quando una di queste esperienze è diventata realtà per noi, proviamo, infatti, un certo sollievo, ma rimane la domanda se è qui che si può trovare la vera fonte della nostra salute spirituale e della nostra integrità. In un mondo in cui i tradizionali modelli umani di comunicazione si sono spezzati e in cui la famiglia, la professione o il villaggio non offrono più come in passato legami di intimità, una fondamentale condizione di solitudine è entrata così profondamente nella nostra coscienza emotiva che siamo costantemente tentati di volere dagli altri più di quanto possano dare. Se ci rapportiamo al nostro prossimo col presupposto che sia capace di colmare i nostri bisogni più profondi, ci ritroveremo sempre più frustrati; difatti, quando ci aspettiamo che una persona amica o chi ci ama sia in grado di cancellare la nostra più profonda sofferenza, ci aspettiamo da lui o da lei qualcosa che non può essere dato da un essere umano. Nessun essere umano può comprenderci pienamente, nessun essere umano può darci un amore senza condizioni, nessun essere umano può offrirci un affetto costante, nessun essere umano può entrare nel centro del nostro essere e guarirci dalle nostre più profonde afflizioni. Quando dimentichiamo questo e ci aspettiamo dagli altri più di quanto possano dare, saremo ben presto delusi, perché quando non riceviamo quello che ci aspettiamo, con facilità crescono in noi sentimenti di risentimento, di amarezza, di vendetta e, persino, di violenza. ( io chiamerei di aggressività )

Ultimamente siamo diventati molto consapevoli del fragile confine tra intimità e violenza. Siamo testimoni, o sentiamo raccontare, di crudeltà tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, e cominciamo a capire che coloro che desiderano così disperatamente essere amati si ritrovano spesso prigionieri di rapporti violenti. I resoconti dei giornali sulle aggressioni sessuali, le mutilazioni e gli omicidi evocano questa visione di gente che si aggrappa disperatamente agli altri, attaccandosi a loro, piangendo e gridando per amore, ma non ricevendo altro se non ulteriore violenza.

    Le parole di Spinoza «la natura ha paura del vuoto» sembrano applicabili proprio a noi, ed è davvero molto grande la tentazione di rifugiarci in una intimità e in una vicinanza che non lascia aperto alcuno spazio. Questa soffocante vicinanza provoca grande sofferenza.

A mani giunte

    Ho trovato una efficace immagine che descrive la nostra situazione nel libro Existential Metapsychiatry (Metapsichiatria dell'esistenza), dello psicologo americano Thomas Hora. Thomas Hora definisce il forte accento posto sui rapporti interpersonali come il modo per guarire dal personalismo, e paragona tale personalismo alle dita intrecciate delle due mani. Le dita delle due mani possono intrecciarsi soltanto fino a raggiungere un punto massimo. Dopo questo, il solo movimento possibile è all'indietro, e causa frizione e alla fine dolore. E troppa frizione porta alla separazione. Quando ci rapportiamo l'uno all'altro come le dita intrecciate delle due mani, entriamo in una vicinanza soffocante che non lascia libero alcuno spazio. Quando una persona sola, con un forte desiderio d'intimità, si avvicina sempre più ad un'altra nella speranza di pervenire a un'esperienza di appartenenza e di completezza, troppo spesso si trova prigioniera di una situazione in cui la vicinanza porta alla frizione, la frizione al dolore, e il dolore alla separazione.

    Molti matrimoni hanno vita così breve proprio perché vi è un intenso desiderio di vicinanza e poco spazio per permettere il libero movimento; a causa delle forti attese emotive con le quali affrontano il matrimonio, le coppie sposate entrano spesso in panico quando non sperimentano l'intima soddisfazione che avevano sperato. Cercano allora con grande impegno di alleviare le loro tensioni analizzando dettagliatamente la loro vita comune, per ritrovarsi a un punto morto, stanchi, esausti, e alla fine costretti a separarsi per evitare un danno reciproco.

    Thomas Hora suggerisce come immagine del vero rapporto umano le due mani che si mettono in parallelo nel gesto della preghiera, indicando al di là di loro stesse e muovendosi liberamente in rapporto l'una all'altra. Trovo che sia una immagine molto efficace, proprio perché dice chiaramente che una matura intimità umana esige un profondo e intimo rispetto per lo spazio libero e vuoto che deve esistere nei due partner e tra loro e che richiede costante nutrimento e protezione reciproca. Soltanto in questo modo un rapporto può essere durevole, proprio perché l'amore reciproco viene sperimentato come partecipazione a un amore più grande e che lo precede, al quale si riferisce. In questo modo l’intimità può essere ricca e feconda, in quanto le è dato uno spazio accuratamente protetto in cui crescere. Questo rapporto non è più un pauroso aggrapparsi l'uno all'altro, ma una libera danza, che consente uno spazio in cui possiamo muoverci avanti e indietro, formare modelli continuamente nuovi e vedere l'altro in modo sempre nuovo.

        Il mondo in cui viviamo è un mondo pieno di gente paurosa, solitaria e di persone ansiose che si aggrappano l'una all'altra per trovare qualche sollievo, qualche soddisfazione, qualche gioia. La tragedia del nostro mondo è che gran parte dell'intenso desiderio di amore, di accoglienza e di appartenenza viene crudelmente trasformato in gelosia, in risentimento e in violenza, spesso con l'amara sorpresa di quelli che non avevano altro desiderio se non quello di vivere nella pace e nell'amore.

    In questo mondo in cui tante persone si aggrappano ansiosamente l'una all'altra, va dato un segno di speranza. In questo mondo il celibato, in quanto manifestazione visibile dello spazio sacro in un mondo affollato, può essere una pregnante testimonianza al servizio di rapporti umani maturi.

La testimonianza

Farsi vuoti per Dio                                                                                                                                                                          

    La migliore definizione del celibato, io credo, è la definizione di Tommaso d'Aquino. Tommaso chiama il celibato un farsi vuoti per Dio. Essere celibi significa essere vuoti per Dio, essere liberi e aperti alla sua presenza, essere disponibili al suo servizio. Questa visione del celibato ha tuttavia spesso condotto alla falsa idea che essere vuoti per Dio sia un privilegio speciale dei celibi, mentre le altre persone, coinvolte in ogni tipo di relazioni interpersonali, non sarebbero vuote ma piene, occupate e preoccupate. Se consideriamo il celibato uno stato di vita che afferma l’importanza della presenza di Dio nella nostra vita in opposizione ad altri stati di vita che portano a cadere preda delle cose umane, scivoliamo rapidamente in un pericoloso elitarismo, che vede il celibato come le cupole che si innalzano tra le tante case basse della città.

    Penso che il celibato non possa mai essere considerato una speciale prerogativa di alcuni membri del popolo di Dio. Il celibato, nel suo senso più profondo, e cioè quello di creare e proteggere il vuoto per Dio, è parte essenziale di ogni forma di vita cristiana: il matrimonio, l'amicizia, la vita da soli e la vita comunitaria. Non comprenderemo mai pienamente che cosa significhi essere celibi se non riconosciamo che la castità è prima di tutto un elemento, anzi un elemento essenziale, nella vita di ogni cristiano. Permettetemi d'illustrarvi come questo sia vero nel matrimonio e nell'amicizia.

    Il matrimonio non è la durevole attrazione di due individui l'uno verso l’altro, ma la chiamata di due persone a testimoniare insieme dell'amore di Dio. La base del matrimonio non è l'affetto reciproco, o i sentimenti, o le emozioni e le passioni che associamo all'amore, ma una vocazione, un essere eletti per edificare insieme la casa di Dio in questo mondo, per essere come i due cherubini che con le loro ali distese custodivano l'Arca del Patto e creavano uno spazio in cui JHWH poteva essere presente (Es 25,10-12; 1 Re 8,6-7). Il matrimonio è una relazione in cui un uomo e una donna proteggono e nutrono il santuario dentro di loro e tra loro e ne testimoniano col modo in cui si amano. Il matrimonio è quindi anch'esso un vacare Deo. Il celibato fa parte del matrimonio non soltanto perché le coppie sposate devono dimostrare di poter vivere separate per lunghi periodi di tempo, perché devono astenersi da rapporti sessuali per motivi fisici, mentali o spirituali, ma anche perché l'intimità stessa del matrimonio è un'intimità che si basa sulla comune partecipazione a un amore più grande dell'amore che due persone possono offrirsi a vicenda. Il vero mistero del matrimonio non è che marito e moglie si amino a vicenda, ma che Dio li ami tanto che essi possono scoprirsi sempre più come segni viventi della presenza divina. Si uniscono veramente insieme, come due mani giunte in preghiera, tese verso Dio, a formare in tal modo una casa per lui in questo mondo.

    La stessa amicizia profonda e matura non significa che continuiamo a guardarci negli occhi e che subiamo costantemente l'attrazione o il fascino della bellezza dell'altro, dei suoi talenti, dei suoi doni, ma significa che insieme guardiamo a colui che ci chiama al suo servizio.

    Sono rimasto profondamente impressionato dal modo in cui i membri della comunità di Sant'Egidio in Trastevere descrivevano il loro rapporto reciproco. Mi hanno fatto capire molto chiaramente che l'amicizia è molto importante per loro, ma nel loro apostolato devono imparare a continuare a vedere il loro rapporto con gli altri nel contesto della loro comune vocazione. Devono essere disposti a lasciare che nuovi eventi del loro apostolato li separino gli uni dagli altri per un certo periodo di tempo, e devono anche essere disposti a capire e a sperimentare la loro separazione come un invito ad approfondire la loro relazione con il loro Signore, e attraverso lui tra loro. Per questo essi sentono così fortemente che l'eucaristia settimanale e i vespri quotidiani costituiscono la fonte del loro amore gli uni per gli altri. Qui essi scoprono gli altri come amici, qui fortificano il loro impegno verso gli altri, qui trovano il coraggio di seguire il loro Signore anche quando egli chiede loro di andare in direzioni diverse. Il loro rapporto è quindi veramente uno stare insieme intorno all'altare o intorno al sacro spazio vuoto cui allude l'icona. Insieme vogliono proteggere lo spazio vuoto in loro e tra loro.

    Matrimonio e amicizia recano perciò al loro centro un sacro vuoto, uno spazio che è per Dio e per Dio soltanto. Senza questo sacro centro il matrimonio, come l'amicizia, diventa come una città senza cupole, una città che dimentica il significato e la direzione delle proprie azioni.

Segni viventi

    Possiamo ora capire perché il celibato abbia un posto molto importante nel nostro mondo. Il celibe dà con la sua vita una testimonianza visibile alla priorità di Dio nella nostra vita, un segno per ricordare a tutti che senza il santuario interiore la nostra vita perde il contatto con la propria fonte e il proprio scopo. Noi apparteniamo a Dio. Tutti gli appartengono. I celibi, non attaccandosi a nessuna persona in particolare, ci ricordano che la relazione con Dio è il principio, la fonte e lo scopo di tutte le relazioni umane.

    Con la sua vita di non attaccamento il celibe mette in rilievo un aspetto della vita cristiana che tutti noi dobbiamo ricordare. Il celibe è come il clown del circo, che tra le emozionanti esibizioni dei trapezisti e dei domatori di leoni, i funamboli e le cadute, ci ricorda che tutte le attività umane alla fine non sono così importanti come i virtuosi del circo ci fanno credere. I celibi vivono il sacro spazio vuoto nella loro vita non sposandosi, non cercando di costruirsi una casa o una fortuna, non cercando di esercitare il massimo d'influenza possibile, e non riempiendo la loro vita di eventi, di gente o di attività per cui saranno ricordati. Essi sperano che Dio sarà riconosciuto dalla loro vita vuota come la fonte di tutti i pensieri e le azioni umane. In special modo, non sposandosi e astenendosi dalle espressioni più intime dell'amore umano, il celibe diventa un segno vivente dei limiti delle relazioni interpersonali e della centralità del santuario interiore che nessuno può violare.

    A chi è allora diretta questa testimonianza? Oso dire che il celibato, prima di tutto, è una testimonianza per tutti coloro che sono sposati. Mi chiedo se abbiamo analizzato a sufficienza l'importantissimo rapporto tra matrimonio e celibato. Di recente siamo diventati consapevoli in maniera assai dolorosa della relazione che esiste tra loro. La crisi del celibato e la crisi della vita di coppia sono comparse insieme. Nel medesimo periodo in cui molti preti e molte persone religiose abbandonano la vita celibataria, vediamo molte coppie mettere in questione il valore del loro impegno reciproco. Questi due fenomeni, pur non essendo legati l'uno all'altro come causa ed effetto, sono strettamente collegati; difatti, matrimonio e celibato sono due modi di vivere nella comunità cristiana che si sostengono l'un l'altro. Il celibato è un sostegno per le persone sposate nel loro impegno vicendevole; il celibato ricorda a coloro che vivono insieme nel matrimonio l'esigenza del celibato in loro stessi, che essi devono proteggere e nutrire per vivere una vita che non dipenda semplicemente dalla stabilità delle emozioni e degli affetti, ma dal loro comune amore per Dio, che li ha chiamati insieme. D'altra parte, anche le persone sposate sono una testimonianza per coloro che hanno scelto una vita celibataria, ricordando loro che è l'amore di Dio che rende possibili relazioni umane ricche e creative, e che il valore della vita celibataria diventa manifesto in una premura generosa, affettuosa e fedele per coloro che sono nel bisogno. Le persone sposate ricordano ai celibi che anche i celibi vivono in un patto e sono spose e sposi. Celibato e matrimonio hanno dunque bisogno l'uno dell'altro.

    I celibi. possono avere effettivamente un'ottima comprensione della vita matrimoniale e gli sposati della vita celibataria. Osservazioni come: «Non sai di che cosa parli perché non sei sposato (o celibe)», possono essere molto fuorvianti. Proprio perché matrimonio e celibato sono al servizio l'uno dell'altro e sono legati dalla loro comune testimonianza all'amore di Dio - in quanto amore da cui hanno origine tutte le relazioni umane - celibi e sposati possono essere di prezioso aiuto gli uni agli altri  sostenendosi nel loro diverso stile di vita.

    Il celibato non soltanto testimonia del santuario interiore alle persone sposate, ma, insieme col matrimonio, il celibato parla anche della presenza di Dio nel mondo a chiunque sia lì per ascoltare. In un mondo così congestionato e attraversato da conflitti e dolori, i celibi, con la loro dedizione a Dio nella loro vita solitaria, e chi è sposato con la propria dedizione a Dio nella vita in comune, sono segni della presenza di Dio in questo mondo. Essi ci chiedono in modi diversi di volgerci a Dio quale fonte di tutte le relazioni umane. Ambedue dicono in modi diversi che se non si dà a Dio il giusto posto in mezzo alla città, tutti moriamo nel disperato tentativo di costruire da soli pace e amore. Il celibe parla del bisogno di rispettare il santuario interiore a ogni costo; gli sposati parlano del bisogno di fondare le relazioni umane sull'intimità con Dio stesso. Ma ambedue parlano di Dio e della sua signoria nel mondo e insieme costituiscono la comunità cristiana e si pongono come segni di speranza.

    In un mondo lacerato dalla solitudine e dal conflitto e che cerca così disperatamente di creare migliori relazioni umane, il celibato è dunque una testimonianza molto importante. Esso c'incoraggia a creare spazio per Colui che ha mandato il proprio Figlio, rivelandoci così che possiamo amarci gli uni gli altri soltanto perché egli ci ha amati per il primo.

 

Lo stile di vita

Inutili...

    Quando consideriamo il celibato come un vacare Deo, un essere vuoti per Dio, come testimonianza visibile del santuario interiore nella vita di ognuno, allora diventa chiaro che l'astinenza sessuale non può mai essere l'aspetto principale del celibato. Non è non essere sposati o non essere impegnati in un rapporto sessuale che costituisce la vita celibataria. Il celibato è un'apertura a Dio, della quale l'astinenza sessuale è soltanto una delle manifestazioni. Il celibato è uno stile di vita in cui cerchiamo di testimoniare della priorità di Dio in tutti i rapporti. Questo implica ogni settore della nostra vita, il modo in cui beviamo e mangiamo, lavoriamo e giochiamo, dormiamo e riposiamo, parliamo o stiamo in silenzio. È un'apertura a Dio espressa in modo tale da sollevare domande in quelli che incontriamo. È una specie di teatro di strada che dura tutta la vita, che cerca costantemente di stimolare nella mente della gente domande sul significato più profondo della sua esistenza.

    Dobbiamo quindi vedere il celibato come uno stile di vita in cui si testimonia il posto di Dio in questo mondo in tanti altri modi, oltre l'astinenza sessuale. Vorrei discutere due aspetti del celibato che sono oggi di particolare importanza per uno stile di vita che metta l'accento sulla vita come disponibilità per Dio. Sono la preghiera contemplativa e la povertà volontaria.

    La preghiera contemplativa è un elemento essenziale della vita celibataria, perché è prima di tutto disposizione ad essere vuoti per Dio. La preghiera contemplativa non è un modo per occuparsi di Dio anziché della gente, ma è un atteggiamento in cui riconosciamo la priorità ultima di Dio, poiché stiamo inutili alla sua presenza, stiamo di fronte a lui senza nulla da mostrare, provare, affermare, e lasciamo che egli entri nel nostro vuoto. Esiste dunque un intimo legame tra celibato e preghiera contemplativa. Ambedue sono espressioni della disponibilità per Dio. Nella nostra cultura utilitarista, che soffre della spinta collettiva a fare qualcosa di pratico, di vantaggioso, di utile, e a operare un contributo che possa darci il senso del nostro valore, la preghiera contemplativa è una forma di critica radicale. Non è né utile né pratica, ma è un modo di sprecare tempo per Dio; apre un buco nelle nostre occupazioni e ricorda a noi e agli altri che Dio, e non noi, sostiene il mondo. La preghiera contemplativa è stare nudi, impotenti e vulnerabili dinanzi a Dio, ed è perciò una delle espressioni più importanti dello stile di vita celibatario.

    In questa inutile preghiera Dio può mostrarci il suo amore. Quando siamo vuoti, liberi e aperti, possiamo stare con lui, guardare a lui, ascoltarlo e cominciare lentamente a renderci conto che egli è il nostro Padre amorevole che ci ama di un profondo e intimo affetto. È molto importante per il celibe sviluppare una vita di preghiera molto calda, affettuosa e intima, in cui il dolce e premuroso amore di Dio possa essere sperimentato e goduto. Nella preghiera contemplativa diventiamo veramente liberi, sentiamo di essere accettati, di appartenere, di non essere totalmente soli, ma di vivere nell'abbraccio di Colui che nella sua paternità include l'amore della madre, del fratello e della sorella. Una volta che lo conosciamo veramente nella preghiera, possiamo vivere in questo mondo senza il bisogno di aggrapparci a qualcuno per affermare noi stessi, e possiamo perciò lasciare che l'abbondanza dell'amore di Dio sia la fonte di tutto il nostro ministero.

 

 

E poveri...

Oltre alla preghiera contemplativa, lo stile di vita celibatario richiede anche la povertà volontaria. Un celibe ricco è come un velocista obeso. Chi prende sul serio il suo celibato deve chiedersi: «Sono povero?». Se la risposta è: «No, sto meglio della maggior parte della gente, posso comprare più dei miei parrocchiani, mangiare e bere meglio di coloro che servo», allora non abbiamo ancora preso sul serio il nostro celibato.

    La povertà volontaria è probabilmente uno dei segni più importanti dello stile di vita celibatario. Molte persone sposate, infatti, non prendono sul serio il celibato perché oppongono la loro lotta quotidiana per pagare i conti del cibo, della casa, dell'istruzione, alla vita libera da preoccupazioni dei celibi, e si chiedono chi viva davvero la testimonianza al vangelo. Se vi è un aspetto del ministero contemporaneo che va sottolineato oggi, questo è la povertà volontaria. In un tempo in cui siamo diventati così consapevoli dei peccati del capitalismo e sentiamo parlare ogni giorno di milioni di persone che soffrono per mancanza di cibo, di asilo e delle cure più fondamentali, non si può considerare se stessi testimoni della presenza di Dio se la propria vita è ingombra di beni materiali, se il proprio stomaco è pieno e la propria mente è presa dalle preoccupazioni su che cosa fare di quello che si ha. Nel nostro tempo la povertà volontaria è probabilmente la forma più necessaria del nostro essere vuoti per Dio; è il segno più convincente della nostra solidarietà col mondo che oggi conosciamo e il sostegno più solido a una vita di astinenza sessuale. Dovunque la chiesa è vitale, essa è povera. È vero a Roma: si consideri il lavoro delle Missionarie della Carità e delle Piccole Sorelle e dei Piccoli Fratelli. È vero in America Latina: si considerino le nuove forme di ministero in Messico, in Paraguay e in Brasile. È vero anche negli Stati Uniti: si veda il Catholic Worker e la Comunità di Sojourner.

    Dovunque la Chiesa si rinnova, essa abbraccia la povertà volontaria come risposta spontanea alla situazione di questo mondo, una risposta che esprime la critica alla crescente ricchezza dei pochi e la solidarietà con la crescente miseria dei molti.

Che cosa significhi concretamente questa povertà nella vita di ciascuno di noi è difficile dirlo, perché questo va scoperto nella vita individuale di ognuno. Oso dire, però, che chiunque pratichi la preghiera contemplativa in maniera disciplinata si confronterà prima o poi con le parole di Cristo al giovane ricco. Se una cosa è sicura, infatti, è che siamo tutti dei giovani ricchi che chiedono: «Maestro, che cosa devo fare per ottenere la vita eterna?». Non è ancora tanto chiaro se siamo pronti ad ascoltare la risposta.

Possiamo perciò dire che la preghiera contemplativa e la povertà volontaria sono i due pilastri principali che sostengono la vita celibataria.

Conclusione

Cercando di riassumere e concludere questi pensieri sul celibato, sono dolorosamente consapevole del fatto che molte delle domande che probabilmente avete sul celibato non sono state quasi toccate. Non ho trattato del modo in cui le pulsioni, i desideri e i bisogni sessuali possono essere creativamente integrati nello stile di vita celibatario. Non ho detto dell'importante rapporto tra celibato e vita comunitaria e non ho parlato del valore del celibato per un concreto ministero giorno per giorno. Volevo coscientemente evitare di mettere l'accento sull'utilità del celibato. Parlando del celibato come di un modo di vita che ci rende più disponibili per gli altri, che c'incoraggia a condividere i nostri doni con molte persone, che ci rende più capaci di muoverci liberamente in luoghi diversi dove i bisogni umani chiedono con maggiore urgenza una risposta pastorale... parlando del celibato in tale maniera potrei farne qualcosa di troppo 'utile' e togliere troppo presto di mezzo la pazzia del farsi eunuchi per il regno dei cieli (vedi Mt 19,12). Gesù non ha presentato il celibato come uno stile di vita molto pratico, utile ed efficace. Dicendo del celibato: «Chi può capire, capisca», Gesù dice chiaramente che il celibato non è la scelta più accettabile, più comprensibile e più ovvia nella sua vita. Rendere utile il celibato sarebbe quindi un tributo più allo spirito del pragmatismo americano che allo spirito del vangelo. Proteggere e nutrire il vuoto per Dio in mezzo a un mondo che vuole offrirci autorealizzazione, difficilmente può essere utile o pratico. Stare a mani vuote alla presenza di Dio non è utile, spogliarsi dei propri beni non è pratico, e vivere una vita senza un'intima compagnia e senza bambini non è certamente una scelta molto brillante.

 

Ancora, però, la preghiera contemplativa, la povertà volontaria e l'astinenza sessuale sono tre elementi di uno stile di vita celibatario che testimoniano insieme della necessità di creare un vuoto là dove possiamo ascoltare la voce di Dio e celebrare in mezzo a noi la sua presenza. Soltanto quando siamo disposti ad accettare l'inutilità, la non praticità e la pazzia di questo stile di vita, il celibato, dopo tutto, può dimostrarsi efficace. Ma questo tipo di efficienza non appartiene al mondo: appartiene al regno di Dio. E questo tipo di efficienza lo si può conoscere soltanto quando abbiamo pienamente sperimentato la sofferenza del nostro vuoto.

 

Nel circo della vita siamo veramente dei clown. Esercitiamoci dunque bene, affinché coloro che ci guardano sorridano e riconoscano che in mezzo alla nostra affollata città dobbiamo tenere libero un posto per Colui che ama i suoi figli ostinati e testardi con infinita tenerezza e premura.



[1] Henry NOUWEN, Il clown di Dio, Una vita spirituale per il nostro tempo, Queriniana, Brescia 20022, pp. 57-89.