I RITI INTRODUTTIVI DELLA MESSA: SIGNIFICATO E STORIA

14.12.2014 20:28

 

coena domini“Cristo Signore, desiderando celebrare con i suoi discepoli il banchetto pasquale, nel quale istituì il sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue, ordinò di preparare una sala grande e addobbata” (Lc 22,12). La Chiesa, dettando le norme per preparare gli animi, disporre i luoghi, fissare i riti e scegliere i testi per la celebrazione dell’Eucaristia, ha sempre considerato quest’ordine come rivolto a se stessa. Il Concilio Vaticano II si è pronunciato, a proposito della Messa, con queste significative parole: “Il nostro Salvatore nell’ultima Cena... istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, al fine di perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e di affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione”.

La celebrazione eucaristica presenta quattro significati principali: il sacrificio, ripetizione incruenta del sacrificio di Cristo sul Calvario; il memoriale, ricordo e presenza di Cristo nell’attesa del suo ritorno; il convito, segno di unione fra Cristo e la Chiesa, come l’ultima cena; il ringraziamento per i doni ricevuti da Dio. Questi quattro significati principali sono intimamente legati fra loro e sono richiamati da diverse parti della liturgia. Di queste, le principali sono la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica. Esse sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di cul-to. Nella Messa viene, infatti, imbandita tanto la mensa della Parola di Dio, quanto la mensa del Corpo di Cristo: da ciò i fedeli ne ricevono istruzione e ristoro. Ci sono inoltre alcuni riti che iniziano e altri che concludono la celebrazione.

I riti che precedono la Liturgia della Parola, cioè l’introito, il saluto, l’atto penitenziale, il Kyrie eleison, il Gloria e l’orazione di colletta, hanno un carattere di inizio, di introduzione e di preparazione. Essi fanno sì che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio e a celebrare degnamente l’Eucaristia.

Ci sono, poi, formule che accompagnano questi riti. Quando il popolo è radunato, mentre il sacerdote fa il suo ingresso, si intona il canto d’ingresso. La funzione propria di questo canto è quella di dare inizio alla celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri. Se all’introito non ha luogo il canto, viene letta (dai fedeli, o da alcuni di essi, o dal lettore o dallo stesso sacerdote) l’antifona proposta dal Messale romano.

Giunto in presbiterio, il sacerdote saluta l’altare con un profondo inchino. Con l’inchino si indicano la riverenza e l’onore da tributare alle persone, alle immagini o ai loro segni. Vi sono due specie di inchino: del capo e del corpo. L’inchino del capo si fa quando vengono nominate insieme le tre divine Persone; quando si pronuncia il nome di Gesù, della beata Vergine Maria e del Santo in onore del quale si celebra la Messa. L’inchino del corpo, o inchino profondo, si fa all’altare, se non vi è il tabernacolo con il SS. Sacramento; al vescovo; mentre si recita il “Credo” alle parole “E per opera dello Spirito Santo…”. Inoltre il sacerdote si inchina mentre prega con le parole del canone romano “Ti supplichiamo, Dio onnipotente…” e mentre proferisce le parole del Signore alla consacrazione.

Dopo l’inchino, in segno di venerazione, il sacerdote bacia l’altare, che è sempre in posizione elevata perché rappresenta il Calvario e perché rende più visibile il crocifissione copticcelebrante. La pietra marmorea dell’Altare è la “Mensa” sulla quale si compiono i Sacri Misteri. Al centro della stessa è posta la “Pietra Sepolcrale”, contenente le reliquie dei Martiri: Gesù, che è il Martire per eccellenza, mentre s’immola è onorato dalla presenza delle reliquie dei suoi Martiri. Per la celebrazione l’Altare è ricoperto da una tovaglia; sul piano, o a lato, sono poste le candele ac-cese: fonte di luce e calore, simboleggiano la Fede che illumina la mente e riscalda il cuore. Terminato il canto d’ingresso, il sacerdote, stando in piedi alla sede, con tutta l’assemblea si segna col segno di croce. Questo gesto non nasce come atto prettamente liturgico. L’uso di tracciare sopra la fronte un piccolo segno di croce con il dito pollice (o l’indice) della mano destra è antichissimo e fu ispirato da un passo del libro del profeta Ezechiele, che molti testi dei Padri della Chiesa collegarono alla Croce di Cristo e a passi analoghi dell’Apocalisse (7,3; 9,4; 14,1). «Il Signore gli disse: “Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono.” » (Ezechiele 9,4). La lettera “tau”, corrispondente alla “T” del nostro alfabeto, è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico e rappresenta (come la “omega” greca) Dio nella sua perfezione. Sino all’epoca di Cristo questa lettera era tracciata proprio come una croce. Nei secoli IV-V si benedicevano con il pollice anche oggetti distanti dalla persona e gli ammalati venivano segnati con la croce sulle membra dolenti. Gaudenzio di Brescia, inoltre, parla della triplice croce (tre croci fatte sul cuore, sulla fronte, sulle labbra): un atto liturgico tuttora utilizzato nella Messa prima della lettura del vangelo. Oltre al piccolo segno di croce, più tardi (verso il X secolo, forse inizialmente nell’ambiente monastico) fu introdotto nella liturgia il grande segno di croce. Si traccia portando la mano destra alla fronte, poi al petto e infine alle spalle ed è quasi sempre accompagnato da una formula. Una di queste è l’antichissima invocazione trinitaria: “Nel nome del Padre (testa), del Figlio (petto) e dello Spirito Santo (spalle). Amen (mani giunte sul petto). Il segno di croce poteva essere tracciato con la mano sulle persone o anche sulle cose in segno di benedizione. Il segno di croce doveva accompagnare, anche dopo la morte, tutti quelli che si erano consacrati a Cristo, manifestazione di Dio nel mondo. I defunti, segnati nel battesimo con la croce, dopo la morte, sperano di essere salvati proprio in virtù di questo simbolo.

Con il saluto iniziale, il sacerdote annunzia alla comunità radunata la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero santi in preghieradella Chiesa radunata. Salutato il popolo, il sacerdote può fare una brevissima introduzione alla Messa del giorno. Poiché la celebrazione della Messa, per sua natura, ha carattere “comunitario”, grande rilievo assumono i dialoghi, tra il sacerdote e i fedeli riuniti, e le acclamazioni. Infatti questi elementi non sono soltanto segni esteriori della celebrazione comunitaria, ma favoriscono e realizzano la comunione tra il sacerdote e il popolo. Le acclamazioni e le risposte costituiscono quel grado di partecipazione attiva che i fedeli riuniti devono porre in atto in ogni forma di Messa, per esprimere e ravvivare l’azione di tutta la comunità. Parti assai utili per manifestare e favorire tale partecipazione sono so-prattutto l’atto penitenziale, la professione di fede, la preghiera universale (detta anche preghiera dei fedeli) e la preghiera del Signore (cioè il Padre nostro).

L’atto penitenziale, dopo una breve pausa di silenzio, viene compiuto da tutta la comunità mediante una formula di confessione generale. Il sacerdote lo conclude con l’assoluzione che, tuttavia, non ha lo stesso valore del sacramento della Penitenza. La domenica, specialmente nel tempo pasquale e anche in circostanze particolari, si può sostituire il consueto atto penitenziale con la benedizione e l’aspersione dell’acqua in memoria del Battesimo. Dopo l’atto penitenziale ha sempre luogo il Kyrie eleison. L’espressione è greca (Κύριε ἐλέησον), e in italiano è stata tradotta “Signore, pietà”. Poiché il “Confiteor” (Confesso) è facoltativo, il Kyrie tradotto presenta un carattere penitenziale, che originariamente era secondario. Il significato originario è, invece, quello conservato dal rito bizantino, traducibile con “Signore, mostraci la tua benevolenza”. Nel rito ambrosiano, infatti, ancora oggi è detto all’atto penitenziale ed è ripetuto tre volte al termine della Messa, prima della benedizione finale.

Vi sono, poi, formule che costituiscono un rito, un atto a sé stante. Una di queste (così come il Salmo responsoriale, l’Alleluia e il versetto prima del Vangelo, il Santo, l’acclamazione dell’anamnesi e il canto dopo la Comunione) è il Gloria in excelsis Deo, detto anche “Inno angelico” o “Dossologia maggiore”. La locuzione latina, che significa “Gloria a Dio nel più alto dei cieli”, è l’acclamazione degli angeli festanti, per annunziare ai pastori la nascita di Gesù (Lc 2,14). E’ un testo che, contrariamente a quanto possa far pensare il carattere natalizio delle prime parole, è di carattere pasquale. E’ una lode a Cristo, acclamato come Signore, Agnello di Dio, Figlio del Padre, Santo. Cristo è invocato perché abbia misericordia del suo popolo. Il Gloria viene recitato o cantato nelle domeniche, nelle feste e nelle solennità. Viene, però, omesso nei tempi penitenziali dell’anno liturgico, e cioè in Avvento, in maniera che la proclamazione abbia più forza liturgica nella solenne celebrazione della notte di Natale; in Quaresima, per il suo carattere pasquale; nelle Esequie e nel giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti. E’ un inno antichissimo risalente per lo meno al III secolo. Il liber pontificalis dice che “Telesforo, papa dal 128 al 139, ordinò che il giorno della nascita del Signore si celebrassero Messe di notte e che si recitasse l’inno angelico, cioè il Gloria in excelsis Deo, prima del sacrificio”. Dice anche miniatura oremusche «papa Simmaco (498-514) ordinò che l’inno fosse recitato ogni domenica e nelle feste natalizie dei martiri». Il Gloria aveva la stessa collocazione liturgica di oggi (dopo l’introito e il Kyrie), ma era recitato solo dal vescovo. L’Ordo romanus I dice che “finito il Kyrie, il pontefice, rivolto verso la gente, comincia il Gloria in excelsis, se è il tempo appropriato” e nota in maniera speciale che i preti potevano recitarlo solo a Pasqua. L’Ordo di santa Amanda concede loro ciò solo la vigilia di Pasqua e il giorno della loro ordinazione. Il Micrologus di Berno di Costanza (1048) afferma che “in tutte le feste che hanno un ufficio completo - eccetto in Avvento e in Quaresima - e nella festa dei Santi Innocenti, sia il prete sia il vescovo recitano il Gloria in excelsis”. In seguito divenne, com’è adesso, parte fissa di ogni Messa festiva, tranne nei tempi penitenziali. Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro. Viene iniziato dal sacerdote o, secondo l’opportunità, dal cantore o dalla schola, ma viene cantato da tutti simultaneamente o dal popolo, alternativamente con la schola, oppure dalla stessa schola. Se non lo si canta, viene recitato da tutti, o insieme o da due cori che si alternano.

Al termine del ”Gloria”, il sacerdote invita i fedeli a pregare e tutti insieme con lui stanno qualche momento in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel cuore le proprie intenzioni di preghiera. Quindi il sacerdote dice l’orazione, chiamata comunemente colletta, per mezzo della quale viene espresso il carattere della celebrazione. Per antica tradizione della Chiesa, l’orazione colletta è abitualmente rivolta a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo e termina con la conclusione trinitaria. Il popolo, unendosi alla preghiera, fa propria l’orazione con l’acclamazione “Amen” e siede. Nella Messa si dice sempre una sola colletta.