I CANTICI NELLA PREGHIERA DI SAN DANIELE COMBONI

03.10.2015 20:31

 

Per Daniele Comboni, pregare è respirare Dio e il mondo in Dio:

«Noi non vivremo e non respireremo che per Gesù e per guadagnargli anime» (S 1493), che ai suoi occhi in quel momento storico erano i popoli dell’Africa centrale. Possiamo dire, per tanto, che Comboni respira il mondo in Dio attraverso la Nigrizia, divenuta il suo “cosmo”: la preghiera di Comboni è un respirare profondamente Dio che fa vibrare tutte le corde del suo cuore di apostolo e prende corpo soprattutto nella “dossologia”, cioè nella glorificazione di Dio, che scaturisce dalla sua vita di “spirito e fede”, dal suo vissuto vocazionale secondo i disegni del Signore, «imperscrutabili, ma sempre ricchi di benedizione» (S 4655).

Possiamo dire che in san Daniele Comboni la risposta al dono della vocazione si configura come un rendimento di grazie e una lode a Dio, che egli esplicita in vari momenti particolari della sua vita. È possibile evidenziare: il Cantico delle beatitudini, il Cantico delle creature, il Cantico della Provvidenza all’inizio della sua vita missionaria; l’Inno dell’amore casto per la Nigrizia proclamato nell’Omelia di Khartoum (1873) e l’Inno alla Croce nell’apice della sua attività apostolica, quando è già affidata alla sua responsabilità di Pro-vicario apostolico la Missione dell’Africa Centrale.

 

Il Cantico delle Beatitudini

Il Cantico delle beatitudini appare all’inizio della vita missionaria di Comboni e si sviluppa lungo tutto l’arco della sua vita come un motivo di fondo che si diffonde in continuazione dal suo spirito.

Nelle parole di Comboni ci giunge in continuità l’eco delle Beatitudini, a cui egli attingeva l’energia spirituale, la carità che lo rese capace, per fare della sua vita una donazione totale alla causa missionaria che concretizzò nella scelta dei popoli dell’Africa Centrale.

I testi che seguono ci aprono alla logica delle Beatitudini, intorno alle quali Comboni elaborò la sua intuizione spirituale su Dio, sulla sua chiamata e sul suo rapporto con Lui come singolo e come fondatore di una comunità missionaria.

«Il pensiero perpetuamente rivolto al gran fine della loro vocazione apostolica deve ingenerare negli alunni dell'Istituto lo spirito di Sacrifizio. Si formeranno questa disposizione essenzialissima col tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime. Se con viva fede contempleranno e gusteranno un mistero di tanto amore, saran beati di offrirsi a perder tutto, e morire per Lui, e con Lui». (Regole 1871, S 2720-2722).

«Quanto all'educazione religiosa ella continui come ha fatto sinora, e come intende di fare, perché io conosco bene e profondamente il suo spirito, e il suo intendimento: santi e capaci. L'uno senza dell'altro val poco per chi batte la carriera apostolica. […] Primo santi, cioè, alieni affatto dal peccato ed offesa di Dio e umili: ma non basta: ci vuole carità che fa capaci i soggetti» (S 6655).

«Una missione sì ardua e laboriosa come la nostra non può vivere di patina, e di soggetti dal collo storto pieni di egoismo e di se stessi, che non curano come si deve la salute e conversione dell'anime. Bisogna accenderli di carità, che abbia la sua sorgente da Dio, e dall'amore di Cristo; e quando si ama davvero Cristo, allora sono dolcezze le privazioni, i patimenti, il martirio» (S 6656).

Queste espressioni ci dicono che Comboni incarna la logica delle Beatitudini e la esprime nella gioia con cui vive la radicalità della sua consacrazione missionaria, che propone anche ai suoi missionari perché siano “beati”, cioè nella gioia. Basta dare uno sguardo al termine “gioia” nell’Indice Analitico degli Scritti per farsi un’idea di come lo spirito delle Beatitudini modellava la sua vita, aiutato in questo anche dal suo “temperamento ilare” (S 1132). Egli sa essere molto allegro, anche quando deve confessare: «Non dormo quasi mai, ma mi trovo molto contento di aver molto sofferto e patito nelle 24 ore precedenti assai più di quando tornavo da una gran pranzo aristocratico» (S 6981). La sua propensione alla gioia è arricchita e trasfigurata dalla sua unione con il Signore Gesù, il figlio felice del Padre, che non esita a consegnarsi alla morte, per far partecipi tutti della sua stessa felicità, cominciando dai più infelici.

Per questo Comboni è felice della Croce che lo circonda (S 1633) e che, ”portata volentieri per amore di Dio, genera il trionfo e la vita eterna” (S 7246). Prova gioia “a soffrire per Gesù Cristo e per la salvezza delle anime (S 5171), perché il Signore lo rende partecipe della Sua Passione (S 6403) e l’opera, crescendo ai piedi del Calvario, porterà ubertosi frutti (S 5084), e perché è convito che queste sofferenze sono preludio della vera felicità (S 5181).

Anche se la notizia della morte della mamma lo “conturba assai”, tuttavia prova gioia perché “l’uomo non è fatto per questa terra” e commenta questa morte con un lungo autentico Cantico delle Beatitudini, che comincia nella lettera al padre del 20 novembre 1858 e si prolunga nella seguente scritta al cugino Eustachio quattro giorni dopo (cfr. S 442-449).

Prova gioia anche nelle umiliazioni, perché può essere simile a Cristo, che “humiliavit semetipsum usque ad mortem” e così è “lieto di leccare la terra e ricevere qualunque umiliazione per amore di Dio e dell’Africa” (S 6964).

Comboni vive nella “beatitudine” dei “poveri in spirito”, perché è contento di fare la volontà di Dio e procurare la salvezza delle anime (S 5402; 61003308), di essere nelle mani di Dio (S5082) e sottomettersi alle disposizioni della Provvidenza (S 845), di patire e morire per Gesù e per l’Africa (S 3477; 5078; 6751; 6981), di dare la vita per gli africani (S 3159).

La “beatitudine” di Comboni sarà piena quando il “Nome di Gesù risuonerà sulle labbra dei figli di Cam e un inno di gioia si innalzerà…” (S 3999).

È impressionante ascoltare come lo spirito delle Beatitudini risuona con parole chiare e calde nella lettera che Comboni scrisse al padre, in risposta alla notizia della morte della mamma. Il suo cuore di giovane sacerdote si rivela qui permeato dello spirito delle Beatitudini a tal punto che nelle sue parole possiamo ascoltare un vero Cantico delle Beatitudini:

«Siano grazie dunque all'Altissimo che i pensieri di me e di voi felicemente s'accordano! Dio ce la diede quella buona madre e consorte; Dio ce la tolse. Noi dunque facciamo di lei un generoso sacrifizio al Signore, e godiamo sommamente perché Dio volle chiamarla a sé, per darle un premio ben meritato di quei patimenti e sacrifizi che ella sostenne durante la sua vita, e perché volle pietosamente porgere a noi una felice occasione di patire qualche cosa per amor suo. Sì, padre mio carissimo; ella ha finito di piangere su questa terra; ed ora finalmente si trova al possesso della gloria del cielo, a dividere con i suoi sei figli la gioia di un Paradiso che mai finirà, aspettando che noi, vinta la lotta di questo temporale pellegrinaggio, andiamo a congiungerci insieme con essi.

Io esulto di gioia, perché ora ella m'è più vicina che prima; e voi pure rallegratevi, che il Signore vuole esaudire i fervidi voti dei nostri cari, che ora pregano per noi e per la nostra salvezza al trono di Dio. Esultiamo ambedue, e direi quasi gloriamoci a vicenda, perché Iddio per sua infinita misericordia pare che si degni di farci sentire e mostrarci i contrassegni infallibili, ond'egli quali suoi teneri figli ci ama, e ci ha predestinati alla gloria. Noi siamo sommamente avventurati, mentre Dio ci largisce, e benignamente ci porge mezzi ed occasioni di patire per amor suo.

Che sia così, volgete uno sguardo all'ordine della Provvidenza, al modo che tiene Iddio verso dei fedeli suoi servi, cui predestina all'eterna beatitudine. La Chiesa di Cristo cominciò sulla terra, crebbe e si propagò tra le stragi e i sacrifizi dei suoi figli, tra le persecuzioni e tra il sangue dei suoi Martiri e Pontefici. Lo stesso suo Capo e Fondatore Gesù Cristo spirò sopra di un infame patibolo, vittima del furore d'una crudele ed empia nazione: i suoi Apostoli subirono la medesima sorte del Divino Maestro.

Tutte le Missioni, ove si diffuse la Fede, furono piantate, s'accrebbero, e giganteggiarono nel mondo tra il furore dei principi, tra i patiboli, e le persecuzioni che distruggevano i credenti. Non si legge di nessun santo, che non abbia menato una vita tra le spine, i travagli, e le avversità: delle stesse anime giuste che noi pur conosciamo, una non v'ha che non sia tribolata, afflitta, e disprezzata. Oh la palma del cielo non si può acquistare senza pene, afflizioni e sacrifizi; e quelli che si trovano visitati con questa sorta di favori celesti, possono a buon diritto chiamarsi beati su questa terra, mentre godono della beatitudine de santi, pei quali fu somma delizia il patire gran cose per la gloria di Cristo.

E questi speciali favori, queste sublimi prerogative colle quali a Dio piacque di contraddistinguere i suoi servi, per discernerli dalla turba innumerabile dei figliuoli del secolo, che si studiano di erigere su questa terra la piena loro felicità, questi favori e prerogative per sua misericordia Iddio si compiacque di mostrare anche a noi. Ma noi non siamo degni, o padre carissimo, di tanti doni; non siamo degni di patire qualche cosa per amore di Cristo.

Ma Dio, che è Signore di tutte le cose, vuol beneficarci oltre ogni nostro merito. Coraggio dunque, amatissimo padre mio, oggimai siamo nel campo di battaglia in mezzo alla milizia di questa misera terra; oggimai ci troviamo assaliti dai più tremendi e furibondi nostri nemici: l'umana miseria vuole indurci a cercare quaggiù una peritura felicità; e noi combattendo da eroi, abbracciamo con generoso animo le avversità, i patimenti, l'abbandono.

L'umana miseria s'adopera a toglierci la pace del cuore, e la speranza d'una vita migliore; e noi al fianco di Gesù crocifisso che patisce per noi, tripudiamo in mezzo all'avversa fortuna, mantenendo intatta quella pace preziosa, che solo ai piedi della croce e nel pianto può trovare il vero servo di Dio. Siamo nel campo di battaglia, vi ripeto, e bisogna combattere da forti. A grandi premi e trionfi giungere non si può se non per mezzo di grandi fatiche, travagli e patimenti. Ci sia dunque di sprone e ci consoli la grandezza del premio che ci aspetta nel cielo; ma non ci sgomenti e non ci atterrisca la grandezza e la difficoltà della pugna.

Abbiamo al nostro fianco il medesimo Cristo che combatte e patisce per noi e con noi; e noi fiancheggiati ed assistiti da sì generoso e potente Capitano e Signore, non solamente potremo sostenere con gaudio e costanza quei travagli e patimenti che il Signore ci manda, ma sarà nostro perenne esercizio il chiederne di maggiori, perché solo con questi, e col disprezzo di tutto il mondo, si può fare acquisto dei preziosi allori del Cielo.

Coraggio, sempre vi ripeterò, che ancor poco ci resta ancora di vita, che la scena lusinghiera e vana di questo mondo presto dai nostri occhi si dilegua, e siamo per entrare nella interminabil scena dell'eternità che ci aspetta. A corroborare poi quanto ora vi dico, eccovi tre detti dei santi, coi quali io voglio convincervi che noi siamo avventurati su questa terra, allora specialmente che Dio vuole che appressiamo le labbra al calice delle avversità e delle tribolazioni.

S. Agostino afferma, che è indizio d'essere predestinati alla gloria dei Beati, il soffrire uno gran cose per Gesù Cristo, e l'essere tribolato in questa vita: Coniectura est, cum te Deus immensis persecutionibus corripit, te in electorum suorum numerum destinasse.

Il Crisostomo asserisce essere una grazia veramente somma l'essere riputati degni di patire qualche cosa per Cristo; è corona veramente perfetta; è una mercede non inferiore alla mercede del Paradiso: est gratia vere maxima dignum censeri propter Christum aliquid pati: est corona vere perfecta, et merces futura retributione non minor.

S. Pietro d'Alcantara poi, dopo aver passato il corso della sua vita fra i triboli e le spine, pochi giorni dacché era spirato nel bacio del Signore apparve a S. Teresa nella Spagna, e così le parlò: Oh felice penitenza, o soavi patimenti e travagli, che tanta gloria mi hanno meritato: O felix poenitentia, quae tantam mihi promeruit gloriam! Così la discorrono i figliuoli di Dio: così la intendono i veri seguaci di Cristo.

Intendiamola così anche noi; gettiamoci totalmente fra le braccia amorose della Provvidenza divina, e combattiamo valorosamente fino alla morte all'ombra del glorioso vessillo della Croce; e la preziosa corona dell'eterna retribuzione è per noi» (S 418 – 430).

«Un ricordo ancora vi lascio; ed è la famosa e verace sentenza di Cristo: meditatela bene, ed abbiatela sempre a memoria, ché è ben degna che noi la veneriamo. Ella è questa: BEATI QUI LUGENT: e vuol dire: Beati quelli che piangono» (S 441).

La felicità di “di offrirsi a perdere tutto, morire per Cristo e con Lui” permea tutta la vita di Comboni, e si esprime in modo particolare nel suo stupore e gioia di fronte alle meraviglie della creazione e soprattutto di fronte all’azione provvidente di Dio nella storia umana, che culmina nella Morte–Risurrezione di Gesù.

Il Cantico delle creature, sigillato dalla gioia della Risurrezione

La Croce alla quale Comboni aderisce, è la Croce “gloriosa”, cioè quella che è causa della Risurrezione di Gesù. L’immagine di Gesù che domina nella sua vita, è quella del Cristo glorioso, che continua ad operare la salvezza del mondo, servendosi della collaborazione umana.

Nel vissuto di Comboni lo splendore della Risurrezione rifulge non solo nell’opera della Redenzione ma anche nell’orizzonte dell’opera della creazione. Il Garda lo aveva abituato a godere dello spettacolo di una natura fatta di colori cangianti, profumi intensi, suoni gradevoli. In Africa egli poteva contemplare paesaggi immensi e inediti. Nei sui Scritti dal continente africano, fin dalle prime lettere indirizzate ai genitori, si fa conoscere come ammiratore attento e narratore puntuale. Quelle bellezze naturali che fanno da cornice a tanti “volti” umani, non cessano di generare in lui stupore. L’incanto delle bellezze naturali, il sentirsi creatura tra le creature, l’essere avvolto dal quel mistero di “tramonto e aurora”, fa di Daniele Comboni un cantore della creazione, che va ripetendo: “Quanto è grande, e potente il Signore!” (S 246)

«Se m'avessi a cimentare a descrivervi lo spettacolo, che ci tiene occupati per parecchi giorni lungo le sponde del Fiume Bianco fiancheggiate dalle prepotenti selve dei Baghara, tenterei l'impossibile; e credo che il più grande scrittore dei nostri tempi non potrebbe presentare un'idea della bellezza, maestà, ed incantevole aspetto di una vergine e non mai contaminata natura, onde sorridono questi giardini incantati.

Le basse sponde del fiume larghissimo e maestoso, sono coperte d'una imponente e rigogliosa vegetazione, non mai tocca né alterata da mano d'uomo. Da una parte immense boscaglie impenetrabili, e fino ad ora non mai esplorate, formate da gigantesche mimose e verdeggianti nébak (alberi di straordinaria grossezza, altezza, e vecchiezza, perché mai toccati da mano d'uomo) addensandosi insieme, formano una smisurata e variopinta selva incantata, che offre il più sicuro ricovero a immense torme di gazzelle d'antilopi, tigri, leoni, pantere, iene, giraffe, rinoceronti, ed altre fiere silvestri, che si familiarizzano con altre infinite steppe di serpenti d'ogni qualità e grandezza: dall'altra parte altre selve di mimose e tamarindi, ed ambai etc. compariscono vestiti di verbène, e d'una certa erba folta e seguace che formano come delle naturali capanne, ove certo si starebbe al sicuro dalla più diluviante pioggia.

Centinaia di amenissime isole, fertili, grandi, piccole, leggiadramente vestite di verde smalto, l'una più bella dell'altra, offrono da lungi l'aspetto di amenissimi giardini. Queste vaghe isolette sono ombreggiate da una serie di superbe mimose ed acacie, che lasciano appena penetrare qualche raggio del cocente sole africano, e formano per più di 200 miglia un arcipelago, che offre l'aspetto il più incantevole.

Infinite torme di uccelli d'ogni grandezza, varietà, colore; uccelli perfettamente dorati, altri argentati etc. svolazzano modestamente senza alcun timore su e giù pegli alberi, fra l'erba, sulle sponde, sopra le corde della barca. Ibis bianchi e neri, anitre selvatiche, pellicani, abusein, gru reali, aquile d'ogni specie, aghironi, pappagalli, marabuh, abumarcub, ed altri uccelli svolazzano, o passeggiano su e giù per le sponde collo sguardo rivolto al cielo; sì che par che benedicano la benefica Provvidenza di quel Dio che li creò.

Torme di scimmie accorrono al fiume per dissetarsi, saltano su e giù pegli alberi, scherzando lietamente colle più ridicole smorfie proprie della loro natura. Centinaia di antilopi gazzelle van pascolando fra quelle selve, che mai udirono il rimbombo di una schioppettata, o esperimentarono l'astuta arte dei cacciatori di tender loro insidie per ucciderle. Immensi coccodrilli sdraiati sugli isolotti, o sulla riva; smisurati ippopotami sbuffando su dall'acqua, specialmente sulla sera, intronano l'aria dei più furibondi ruggiti, che echeggiando nella foresta, mettono in sulle prime terrore, destano nell'animo l'idea più sublime di Dio.

La nostra barca cammina, si può dire, sulle spalle degli ippopotami; i quali per essere grandi come quattro volte un bue, e numerosi, perché a centinaia, potrebbero affondarci in un istante; ma Dio fa sì, che quegli animali ferocissimi fuggano dinanzi a noi. Quanto è grande, e potente il Signore!

Il Cantico della Provvidenza e il proposito di combattere da forte

L’opera meravigliosa della creazione è nell’animo di Comboni simbolo della presenza provvidente di Dio in tutti i luoghi. Quest’opera raggiunge il suo vertice nella Risurrezione di Gesù, suprema manifestazione della Provvidenza divina, che per mezzo della Croce penetra anche nel regno della morte.

Infatti, “se Cristo non è risorto, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede… e voi siete ancora nei vostri peccati. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1Cor 15, 14-20).

Il Comboni era convinto che nessuna salvezza, e quindi neppure quella dell’Africa, era possibile senza la Croce. Egli aveva posto la Croce come “un’inevitabile grazia suprema, garanzia di apostolato e di santità”. Gesù, infatti, vince morendo e anche le membra del suo corpo vincono vivendo le vicissitudini della vita con la mentalità del Signore, che oppose al male la debolezza della bontà, generando così rapporti nuovi con gli uomini tutti (Cf Rom 12, 21).

Il cristiano, lasciandosi “crocifiggere”, salva con e in Cristo il mondo intero, perché si sente membro del Signore che prolunga il Mistero della sua Passione a vantaggio della Chiesa e di tutta l’umanità (cf Col 1,24); nello stesso tempo, più si unisce al Crocefisso (cf Gal 6, 14), più fa l’esperienza del Risorto.

Nelle parole rivolte al papà, in occasione della morte della mamma, inserito nel Cantico delle Beatitudini, troviamo un vero “Cantico dell’ordine della Provvidenza”, che egli vedeva realizzarsi nella Storia della Salvezza dell’umanità attraverso il Mistero della Croce, che culmina nella Risurrezione. Così Comboni approfondisce il suo Cantico delle creature, facendosi cantore della Sapienza della Croce e invitando a combattere da forti al fianco “del medesimo Cristo che combatte e patisce per noi e con noi; fiancheggiati ed assistiti da sì generoso e potente Capitano e Signore”.

Con queste espressioni Comboni ci indica in Gesù Risorto, il “Re Eterno” che ci invita a seguirlo “nel dolore per esserlo anche nella gloria”:

«Volgete uno sguardo all'ordine della Provvidenza, al modo che tiene Iddio verso dei fedeli suoi servi, cui predestina all'eterna beatitudine. La Chiesa di Cristo cominciò sulla terra, crebbe e si propagò tra le stragi e i sacrifizi dei suoi figli, tra le persecuzioni e tra il sangue de' suoi Martiri e Pontefici. Lo stesso suo Capo e Fondatore Gesù Cristo spirò sopra di un infame patibolo, vittima del furore d'una crudele ed empia nazione: i suoi Apostoli subirono la medesima sorte del Divino Maestro.

Tutte le Missioni, ove si diffuse la Fede, furono piantate, s'accrebbero, e giganteggiarono nel mondo tra il furore dei principi, tra i patiboli, e le persecuzioni che distruggevano i credenti. Non si legge di verun santo, che non abbia menato una vita tra le spine, i travagli, e le avversità: delle stesse anime giuste che noi pur conosciamo, una non v'ha che non sia tribolata, afflitta, e disprezzata. Oh la palma del cielo non si può acquistare senza pene, afflizioni e sacrifizi; e quelli che si trovano visitati con questa sorta di favori celesti, possono a buon diritto chiamarsi beati su questa terra, mentre godono della beatitudine de santi, pei quali fu somma delizia il patire gran cose per la gloria di Cristo.

L'umana miseria s'adopera a toglierci la pace del cuore, e la speranza d'una vita migliore; e noi al fianco di Gesù crocifisso che patisce per noi, tripudiamo in mezzo all'avversa fortuna, mantenendo intatta quella pace preziosa, che solo appiè della croce e nel pianto può trovare il vero servo di Dio. Siamo nel campo di battaglia, vi ripeto, e bisogna combattere da forti. A grandi premi e trionfi giungere non si può se non per mezzo di grandi fatiche, travagli e patimenti. Ci sia adunque di sprone e ci consoli la grandezza del premio che ci aspetta nel cielo; ma non ci sgomenti e non ci atterrisca la grandezza e la difficoltà della pugna.

Abbiamo al nostro fianco il medesimo Cristo che combatte e patisce per noi e con noi; e noi fiancheggiati ed assistiti da sì generoso e potente Capitano e Signore, non solamente potremo sostenere con gaudio e costanza quei travagli e patimenti che il Signore ci manda, ma sarà nostro perenne esercizio il chiederne di maggiori, perché solo con questi, e col disprezzo di tutto il mondo, si può fare acquisto dei preziosi allori del Cielo.

L’Inno dell’amore casto per la Nigrizia

Nella vita di san Daniele Comboni c’è un intimo rapporto tra consacrazione-missione e professione dei consigli evangelici. Infatti, la vita del Comboni è segnata da un itinerario spirituale che culmina nella consacrazione missionaria, cioè nel dono totale della propria vita per la Nigrizia. Questa dedizione totale alla causa missionaria nasce in lui come risposta alla certezza di essere stato chiamato da Dio (S 6885-86). Mosso da questa certezza, Comboni fa l’esperienza dell’amore di Dio Padre fino ad essere disposto a donare la propria vita come Cristo, Buon Pastore, trafitto sulla croce (cf RV 2-3; 46).

In questo itinerario è possibile cogliere il nesso profondo tra vocazione, consacrazione e missione e come la consacrazione missionaria è da lui vissuta come partecipazione nell’amore casto povero ed obbediente del Cuore di Gesù. L’Omelia di Khartoum del 1873 può essere considerata come l’Inno che canta la partecipazione di Comboni a questo amore. In essa, infatti, Comboni mette in luce come egli di fatto vive la consacrazione missionaria nella professione dei consigli evangelici in chiave missionaria, cioè qualificata dai suoi ideali missionari, incentrati sul Cuore di Gesù e la Nigrizia. La sollecitudine di Comboni per le sorti dell’Africa rivela la profondità del dono di sé a Dio, vissuto come partecipazione nell’amore casto, povero ed obbediente del Cuore di Gesù, “che ha palpitato anche per i poveri neri dell’Africa centrale” (S 5647). Non è difficile, per tanto, individuare nell’Omelia di Khartum gli elementi di una formula di consacrazione missionaria, in cui Comboni fa suoi questi palpiti mediante la professione dei consigli evangelici. Essa può essere considerata come l’inno dell’amore casto di Comboni per la Nigrizia; un amore casto, vissuto in povertà ed obbedienza, così come l’ha imparato dal Cuore di Cristo. È un Inno che nasce dal cuore di Comboni, totalmente spoglio di se stesso e aperto a Dio e ai fratelli, che gli permette di far suoi i sentimenti del Cuore di Ges per gli Africani e di dichiararsi fronte ad essi “vostro per sempre”:

Sono ben felice, o carissimi, di trovarmi finalmente reduce a voi dopo tante vicende penose e tanti affannosi sospiri. Il primo amore della mia giovinezza fu per l'infelice Nigrizia, e lasciando quant'eravi per me di più caro al mondo, venni, or sono sedici anni, in queste contrade per offrire al sollievo delle sue secolari sventure l'opera mia. Appresso, l'obbedienza mi ritornava in patria, stante la cagionevole salute che i miasmi del Fiume Bianco presso S. Croce e Gondocoro avevano reso impotente all'azione apostolica. Partii per obbedire: ma tra voi lasciai il mio cuore, e riavutomi come a Dio piacque, i miei pensieri ed i miei passi furono sempre per voi.

Ed oggi finalmente ricupero il mio cuore ritornando fra voi per dischiuderlo in vostra presenza al sublime e religioso sentimento della spirituale paternità, di cui volle Iddio che fossi rivestito or fa un anno, dal supremo Gerarca della Chiesa Cattolica, nostro Signore il Papa Pio IX. Sì, io sono di già il vostro Padre, e voi siete i miei figli, e come tali, la prima volta vi abbraccio e vi stringo al mio cuore. Sonovi ben riconoscente delle entusiastiche accoglienze che mi faceste; esse dimostrano il vostro amore di figli, e mi persuasero che voi vorrete essere sempre il mio gaudio e la mia corona, come siete la mia parte e la mia eredità.

Assicuratevi che l'anima mia vi corrisponde un amore illimitato per tutti i tempi e per tutte le persone. Io ritorno fra voi per non mai più cessare d'essere vostro, e tutto al maggior vostro bene consacrato per sempre. Il giorno e la notte, il sole e la pioggia, mi troveranno egualmente e sempre pronto ai vostri spirituali bisogni: il ricco e il povero, il sano e l'infermo, il giovane e il vecchio, il padrone e il servo avranno sempre eguale accesso al mio cuore. Il vostro bene sarà il mio, e le vostre pene saranno pure le mie.

Io prendo a far causa comune con ognuno di voi, e il più felice de' miei giorni sarà quello, in cui potrò dare la vita per voi. - Non ignoro punto la gravezza del peso che mi indosso, mentre come pastore, maestro e medico delle anime vostre, io dovrò vegliarvi, istruirvi e correggervi: difendere gli oppressi senza nuocere agli oppressori, riprovare l'errore senza avversare gli erranti, gridare allo scandalo e al peccato senza lasciar di compatire i peccatori, cercare i traviati senza blandire al vizio: in una parola essere padre e giudice insieme. Ma io mi vi rassegno, nella speranza, che voi tutti mi aiuterete a portare questo peso con allegrezza e con gioia nel nome di Dio. (S 3156-3159)

Castità:

“Il primo amore della mia giovinezza fu per voi… Lasciando quanto più caro avevo al mondo venni tra voi… Voi siete figli miei, vi abbraccio e vi stringo al cuore: io sono vostro Padre… Assicuratevi che l’anima mia vi corrisponde un amore illimitato per tutti i tempi e per tutte le persone… Io ritorno fra voi per non più cessare di essere vostro”.

La castità è vissuta da Comboni come totale donazione di sé alla Missione nell’Amore che abita il suo cuore, come un lasciarsi abitare dall’Amore irradiandolo sulle persone che Dio gli affida:

Da questa testimonianza si possono capire tante altre espressioni del suo zelo apostolico:

  • “Vorrei avere cento lingue e cento cuori per raccomandare la povera Africa, che è la parte del mondo meno nota, e più abbandonata” (S 1215).
  • “Io non ho che la vita per consacrare alla salute di quelle anime: ne vorrei avere mille per consumarle a tale scopo” (S 2271).
  • “Noi lavoriamo e soffriamo per amore di Dio e delle anime” (S 6855).
  • “La missione è l’unico desiderio della mia vita” (S 5061).
  • “La vita del missionario è carità, ma una carità anche paterna” (S 5859).
  • “Il Signore l’ho sempre servito e lo servo adesso, e lo servirò sempre fino alla morte in mezzo alle più gran croci e patimenti, e col sacrificio della mia vita” (S 6900).

Povertà:

“Io ritorno fra voi per non più cessare d’essere vostro… Voi siete la mia parte e la mia eredità… Il vostro bene sarà il mio e le vostre pene le mie… Il più felice dei miei giorni sarà quello, in cui potrò dare la vita per voi”.

Comboni nella Omelia di Khartum rivela una povertà vissuta anzitutto come solidarietà nella reciprocità con il suo popolo; unica ricchezza infatti di Comboni è il suo popolo; ciò che egli è e ciò che ha, appartiene al popolo ed il popolo appartiene a lui. Allo stesso modo che la castità, anche la povertà è vissuta da Comboni come irradiazione dell’amore di Dio che arde dentro il suo gran cuore verso “i poveri neri” e diviene sua compagna inseparabile nel servizio missionario:

  • Egli fin dall’inizio della sua esperienza missionaria costata che i mazziani sono più poveri dei tedeschi e perciò hanno più speranza di riuscire nella missione: S 227 e 208.
  • Si dichiara povero anzi poverissimo per vocazione e necessità, perché sacrifica tutta la sua esistenza per soccorrere i suoi fratelli in Cristo: S 1769; 2320.
  • Per questo i mezzi di cui dispone sono a servizio della missione: “Non mi è permesso, in coscienza di spendere un soldo per il mio piacere”: S 1772.
  • In lui la povertà è anzitutto umiltà e spirito di sacrificio. Ricordando la sua preghiera in Terra Santa si definisce: Povero, poverissimo al cospetto del Signore: S 87. In seguito si dichiara: Servo dei neri: S 437; Povero crocifisso, ma sempre allegro e contento: S 2026.
  • Povero per vocazione, Comboni possiede come unica ricchezza un gran cuore. Massaia ha colto come caratteristica peculiare della vita del Comboni il suo gran cuore, totalmente libero, in cui arde l’amore di Dio che si riversa sui “poveri negri”: “Ho sempre ammirato come ammiro attualmente, la vostra costanza nell’amore verso i poveri negri… Quanto bramerei abbracciarvi ancora una volta… Voi mi conoscete e perciò non vi aspettate da me cerimonie inutili. Sapete che non vi amo per la vostra bella figura, ma per il vostro gran cuore e per l’amore di Dio che vi arde dentro; e ciò vi basti”: Positio I, pp. CI-CII.
  • Abitato dall’amore di Dio e perciò libero da ogni ricchezza, da ogni paura e da ogni affetto, Comboni non può vivere che per l’Africa: “Fissate nella mente che Comboni non può vivere che per l’Africa: mi raccomando alla vostra protezione, fratellanza e amicizia. Bisogna che le opere di Dio incontrino difficoltà. Così portano i disegni adorabili della Provvidenza”: S 1185.
  • La povertà di Comboni è partecipazione e fiducia nel sacrificio glorioso di Gesù sul Golgota: “Solamente Colui, che col suo sacrificio glorioso sul Golgota volle che fosse estirpata per sempre dalla terra la schiavitù, egli che annunciò agli uomini la vera libertà, chiamando tutte le nazioni e ogni singolo essere umano alla figliolanza di Dio, al quale l’uomo rigenerato con la vera fede può dire Abba Pater, solamente Lui potrà liberare l’Africa dalla macchia della schiavitù”: S 1820.

Obbedienza:

“Io prendo a far causa comune con ognuno di voi… non ignoro punto la gravezza del peso che mi indosso…. difendere gli oppressi… mi aiuterete a portare questo peso con gioia…”.

L’obbedienza è vissuta da Comboni fondamentalmente come obbedienza alla vocazione, cioè come fedeltà a Dio nel servire il popolo che Egli gli affida attraverso la Chiesa; un’obbedienza quindi che si traduce in attenzione, ascolto e obbedienza al popolo di Dio nelle sue necessità. Questa obbedienza al popolo di Dio lo fa essere risposta di Dio al Suo popolo.

Questo stile di obbedienza nasce da alcune convinzioni e atteggiamenti che segnano la vita del Comboni:

  • L’obbedienza che Comboni impara dal Cuore di Gesù, è obbedienza anzitutto alla Chiesa. Egli è convinto che riceve e vive la sua vocazione nella Chiesa e per mezzo della Chiesa, perciò si abbandona ai superiori, alla Santa Sede, a Propaganda Fide: “Io ho venduto la mia volontà, la mia vita, e tutto me stesso alla S. Sede, cioè, al Vicario di Cristo, all’E.mo Card. Prefetto di Propaganda ed ai loro venerati Rappresentanti, ed intendo lavorare unicamente, e direi ciecamente, sotto la loro sacra guida ed autorità, e mi rifiuterei anche a convertire, se lo potessi con la grazia di Dio, tutto il mondo, ove non lo fosse per comando ed autorità della S. Sede e dei suoi Rappresentanti, fonte unica di benedizione e di vita. Per me la divina Provvidenza è unicamente l’autorità della S. Sede, a cui fu detto: qui vos audit, me audit”: S 2635.
  • Questa obbedienza “cieca” in Comboni è fedeltà a se stesso, a ciò che egli è in virtù del suo “sì” alla vocazione ricevuta, è autenticità di vita a cui non può rinunciare, perciò: “Se il Papa, la Propaganda e tutti i Vescovi del mondo mi fossero contrari, abbasserei la testa per un anno, e poi presenterei un nuovo piano: ma desistere dal pensare all’Africa, mai, mai”: S 1071.
  • L’obbedienza che nasce in Comboni come fedeltà alla vocazione ricevuta e vissuta in comunione con l’autorità della Chiesa, è praticata all’insegna del sacrificio, dell’intelligenza e della creatività, che esigono un esercizio maturo della libertà personale: “La lacrimevole miseria dei poveri Negri pesa immensamente sul mio cuore, e non v’è sacrifizio ch’io non mi senta disposto ad abbracciare, per il loro bene. Se l’Em. V. non approverà un Piano, io ne farò un altro: se non accoglierà questo, ne apparecchierò un terzo, e così di seguito fino alla morte” (a Barnabò, S 1011).

L’Inno alla Croce

La felicità “ di offrirsi a perdere tutto, morire per Cristo, e con Lui” si è radicata in Comboni gradualmente. Già nella sua fanciullezza egli poteva osservare nella chiesa di Limone il grande crocifisso di legno di bosso esposto su un altare laterale e ascoltare le ispirazioni interiori che quella visione gli suggeriva.

Giovane missionario, durante il suo primo viaggio verso la Missione, arrivato ad Alessandria, gli fu offerta l’opportunità di un pellegrinaggio a Gerusalemme. Come pellegrino il momento più intenso lo visse proprio sul Calvario:

«Non posso esprimere a parole la grande impressione, i sentimenti che mi destarono questi preziosi santuari, che ricordano la Passione e la Morte di Gesù Cristo… Ascesi sul monte Calvario 30 passi più sopra del S. Sepolcro: baciai quella terra sulla quale posò la Croce… mi gettai in un dirotto pianto, e per un momento mi allontanai…. Mi si risvegliarono questi pensieri: Qui fu compiuto l’umano riscatto… qui sono stato redento». (Ai genitori, S 39-43).

Quindi proseguì il suo viaggio verso la Missione, navigando sul Nilo, “vagheggiando alla sfuggita le famose piramidi, e i gloriosi avanzi di Denderah, Kneh, Tebe, Karnak, Luxor…” (S 200).

Giunse alla stazione di S. Croce, seguendo l’itinerario dei missionari verso la Nigrizia segnalato dalle 44 croci delle loro tombe. Quelle croci gli ricordavano una storia, che cominciò a premere sul suo cuore e divenne pesante come un macigno quando vide soccombere i suoi primi compagni e lui stesso arrivò ad una passo dalla morte. In questa situazione di sofferenza per la morte dei confratelli e di trepidazione per le sorti della Missione, il 13 novembre 1858 gli giunse la notizia della morte della mamma, che colmò la misura delle sue sofferenze.

Così, mentre gode dell’ambiente fascinante delle foreste e del Nilo, Comboni scopre che questo stesso ambiente rendeva impossibile la realizzazione della missione a causa del clima che portava inesorabilmente i missionari alla morte.

Nello stesso tempo è colpito dal fatto che questo stesso ambiente è ricoperto da un “buio misterioso” (S 800). È un buio che nasce da un intreccio di fenomeni sconcertanti, e che attanaglia gli Africani in una vicenda di “povertà” radicale di oltre quaranta secoli, tenendoli lontani dai benefici del progresso umano e dai benefici della fede.

Il più sconcertante di questi fenomeni, quello che rende più drammatica la desolante situazione della “Nigrizia”, è la storia secondo cui “i Neri non fanno parte della famiglia umana, né sono dotati d’anima umana…”, ma è una razza subordinata e sottomessa ai “bianchi” per cui sorgono sordide connivenze che lasciano sfrenarsi nel continente africano la tratta degli schiavi.

La “povertà” della Nigrizia, per tanto, è una povertà in tutte le dimensioni: essa tocca l’ambiente naturale, le anime, i corpi, e il tessuto sociale, causando l’indole avvilita dei neri, “su cui pare che ancora pesi tremendo l’anatema di Cam”. È una povertà che, considerata alla luce di una descrizione del deserto lasciata da don Squaranti, scava un vuoto orribile tutto all’intorno ed in mezzo alla Nigrizia e la rende una viva immagine di un anima abbandonata da Dio!

Ma la “via crucis ” di Comboni non si ferma qui. Nella sua attività missionaria ha incontrato tribolazioni di ogni genere anche all’interno della stessa comunità ecclesiale: incomprensioni, calunnie, il disinteresse dei più per la missione, l’abbandono di tanti che avevano molto promesso e poco mantenuto, la mancanza di mezzi e la morte prematura dei collaboratori più cari.

Tuttavia, né il buio che avvolge “la Nigrizia” né le altre difficoltà riescono a spegnere in lui il senso della gioia e della lode a Dio, tipico dei “poveri in spirito”. La meravigliosa aurora del deserto che imporpora come un incendio d’oro il cielo, i monti e il piano; il sole che puntualmente si alza maestoso, continuano a essere nell’animo di Comboni simbolo della presenza provvidente di Dio in tutti i luoghi, anche nel regno della morte.

E nel regno della morte Dio entra per mezzo di Gesù Crocifisso. Sul Calvario, la Croce diventa strumento e segno perenne dell’amore salvifico che eternamente sgorga dal cuore del Padre. Gesù, Agnello immacolato sulla Croce, proprio mentre è oggetto della nostra violenza, assume su di sé il male del mondo, ed è la vera rivelazione del volto di Dio, a cui l’umanità ferita può tornare per vivere. L’uccisione del Figlio di Dio, infatti, costituisce l’apice del male e nello stesso tempo la fine di esso, sia perché non può andare oltre, sia perché, dando la vita per noi, Gesù manifesta chiaramente chi è Dio: amore infinito per noi. Per questo Gesù innalzato sulla Croce è la vittoria definitiva della luce sulla tenebra (cf Gv 3, 16).

Da questo sguardo contemplativo su Gesù Crocifisso, nasce nel cuore di Comboni l’Inno alla Croce (1877), che suggella la sua nomina (1872) come Pro-vicario della difficile e scabrosa Missione dell’Africa Centrale, da lui assunta e vissuta come mistico sposalizio con quella “Croce che ha la forza di trasformare l’Africa Centrale in terra di benedizione e di salute”, e che è l’esplicitazione di una riflessione e di un’esperienza vissuta da lui lungo l’arco della vita.

Quest’Inno che risuonava continuamente nel suo spirito, Comboni lo mise per iscritto nella relazione della Missione alla Società di Colonia del 1877:

“Il Salvatore del mondo compì le sue meravigliose conquiste di anime con la forza di questa Croce, che atterrò il paganesimo, rovesciò i templi profani, sconvolse le potenze dell'inferno, e divenne altare non di un unico tempio, ma altare di tutto il mondo. Questa Croce, che prese il suo volo dall'alto del Golgota e che riempì l'universo della sua potenza, nei templi le fu prestata adorazione; nelle città reali la più grande venerazione; viene rispettata come distintivo sulle bandiere ed invocata sugli alberi maestosi delle navi. Essa diede alla fronte sacerdotale la consacrazione, e a quella dei monarchi una sacra incoronazione.  Sul petto degli eroi comunicò entusiasmo. Terra, mare e cielo riconoscono la Croce e dovunque le si rende onore.

Fra i dolori e le spine

è sorta e cresciuta l'opera della Redenzione e per questa essa mostra uno sviluppo mirabile e un futuro consolante e felice. La Croce ha la forza di trasformare l'Africa Centrale in terra di benedizione e di salute. Da essa scaturisce una forza, che è dolce e che non uccide, che rinnova e discende sulle anime come una rugiada ristoratrice; da essa scaturisce una grande potenza perché il Nazzareno, sollevato sull'albero della Croce, tesa una mano all'Oriente e l'altra all'Occidente, raccolse i suoi eletti da tutto il mondo nel seno della Chiesa; e con le sue mani trafitte, come un altro Sansone, scosse le colonne del tempio, dove da tanti secoli si prestava adorazione al potere del male.

Su queste rovine

Egli inalberò la Croce, operatrice di meraviglie, che tutto attrasse a sé: Quando sarò elevato da terra, attirerò tutte le cose a me”. (S 4973-4975).

 

Un Inno alla Croce cantato con la vita fino alla fine

Fermo nella fede e saldo nella fedeltà dei “poveri in spirito”, Daniele Comboni visse una vita profondamente segnata dal Mistero della Croce; una Croce accettata, cercata e soprattutto amata, conseguenza della certezza della sua vocazione, che ha temprato il suo carattere, lo ha educato alla santità e ha plasmato il suo esuberante zelo missionario e lo ha portato a realizzare il più felice dei suoi giorni, quello in cui consegnò definitivamente la sua vita alla causa della Nigrizia. In effetti, gli ultimi venti mesi della vita di Comboni (1880-1881) sono stati in modo particolare umanamente tragici e soprannaturalmente quelli della piena maturazione della sua povertà nello spirito fino all’identificazione con Cristo Crocifisso. La frase di S. Paolo - “Crocifisso con Cristo sulla Croce” - s'addice perfettamente all'ultimo periodo della sua vita, consumata sulla breccia in un lento e sempre più martoriato olocausto, che lo rende tanto simile al Crocifisso del Golgota. Paolo, crocifisso con Cristo e partecipe della sua morte, gioiva nella visione della vittoria finale: partecipe della morte di Cristo, lo sarà poi della sua consolazione e risurrezione. Comboni, dopo aver fatto sua la “filosofia della Croce” (S 2326), vedendo in essa la sua “sposa per sempre” (S 1710), dopo averne profondamente sentito il peso, mentre intorno a sé vi è il buio e l’isolamento morale più assoluto, proferisce parole toccanti che testimoniano l'autenticità del suo apostolico eroismo, fondato su una fede pura e su un amore ardente per l'Africa da salvare. E il tutto si apre verso una speranza che si fa quasi certezza: egli soffre e muore, ma l'Africa si salverà.

Le ultime parole che scrive sono parole che nascono da una forte visone di fede nella Croce che redime; sono parole che si illuminano nella luce completa del Mistero Pasquale. In una delle lettere con la data più vicina alla sua morte, scritta il 4 ottobre 1881, Comboni termina presentandosi pervaso come Paolo dalla forza e dalla gioia, che sono frutti della Croce abbracciata con amore:

Che avvenga pure tutto quello che Dio vorrà: Dio non abbandona mai chi in lui confida… Io sono felice nella Croce, che portata volentieri per amore di Dio genera il trionfo e la vita eterna” (S 7246).

Così Comboni si trova ad affrontare la morte, certamente affrettata dalle molte tribolazioni, “pieno di croci da capo a fondo”, solo, abbandonato anche dai suoi, come Gesù sul Calvario; ma le sue parole finali esprimono una fortezza che non cede, anche di fronte alla morte:

“Abbiate coraggio; abbiate coraggio in quest’ora dura, e più ancora per l’avvenire. Non desistete, non rinunciate mai. Affrontate senza paura qualunque bufera. Non temete. Io muoio, ma l’opera non morirà ”.

È la professione di fede “dei poveri in spirito”!

 

P. Carmelo Casile   - Casavatore, Napoli