Forte più della morte è l'Amore

20.04.2014 17:59

 

Dio non fa la carità, Dio ama. Dio salva ciò che assume, ciò che sposa, ciò che trasforma. Nella Scrittura il Signore è chiamato «fuoco divorante» (Sal 18,9; Eb 12,29). Ciò che viene a contatto reale col fuoco diventa incandescente, si trasforma esso stesso in luce, fuoco e calore. «Dio si è fatto uomo, affinché l’uomo diventasse Dio» (Ireneo di Lione, Atanasio d’Alessandria).

L’incarnazione è in vista della divinizzazione. Un passo di un teologo laico del XIV secolo, Nicolas Cabasilas, mostra come l’opera di Cristo è stata un progressivo abbattimento dei muri che separano Dio e l’uomo:

Giacché gli uomini sono separati da Dio per tre motivi e cioè per la loro natura, per il loro peccato e per la loro morte, il Redentore, eliminando l’uno dopo l’altro gli ostacoli, ha fatto sì che s’incontrino senza impedimento alcuno e si ritrovino senza frapposizioni. Il Redentore ha eliminato il primo ostacolo partecipando alla natura umana, il secondo facendosi uccidere sulla croce e abbatté infine l’ultimo muro quando, risorgendo, ha bandito per sempre la tirannia della morte dalla nostra natura.

«Cristo è risorto». La morte non è stata l’ultima parola nella vicenda di Gesù di Nazaret. Questo è il fulcro della fede cristiana. Questo è il kerygmapasquale. Una fede che si sofferma solo sulla passione e morte è patetica. «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini» (1Cor 15,19).

La risurrezione di Gesù è allo stesso tempo un evento metastorico e storico; è oggetto di fede e motivo di fede. Essa è oggetto di fede e contenuto essenziale dell’annuncio cristiano: «Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1Cor 15,14).

La risurrezione, però, è anche un evento accaduto nella storia e del quale abbiamo degli elementi di verificabilità. Guardiamo in un primo momento il volto storico e tangibile della risurrezione.

Il primo dato è la tomba vuota. È un fatto incontrovertibile. La notizia del risorto non avrebbe resistito nemmeno un giorno o un’ora a Gerusalemme se il corpo di Gesù fosse rimasto nella tomba, o se fosse stato ritrovato altrove (Wolfhart Pannenberg). Roberto Giovanni Timossi offre una riflessione sintetica ma incisiva al riguardo:

Nessun ebreo o pagano del tempo avrebbe creduto alla risurrezione di Gesù in presenza di un cadavere nella tomba prestata da Giuseppe di Arimatea e neppure nessuno di noi oggi lo farebbe; e del resto una falsa tradizione così antica, sorta tra la stessa gente di Gerusalemme spettatrice degli eventi della passione di Cristo, non avrebbe resistito molto prima di essere sbugiardata e perfino ridicolizzata. Non può essere difatti casuale che, da quanto ne sappiamo, nessuno degli avversari del cristianesimo del I secolo a.C. ha mai messo in dubbio che il sepolcro fosse davvero vuoto: se essi avessero potuto adoperare questo argomento, lo avrebbero sicuramente fatto in grande stile, essendo il più semplice e decisivo contro i cristiani.

La prova della tomba vuota rimane però una prova-in-negativo, un argomento dall’assenza. L’argomento in positivo della risurrezione sono i testimoni delle numerose apparizioni del risorto e soprattutto il cambiamento repentino nell’atteggiamento degli apostoli e dei discepoli: dalla paura e dalla fuga al coraggio e all’annuncio.

È la comunità risorta che è la testimonianza tangibile ed empirica del Cristo risorto. La comunità ha reso testimonianza per la risurrezione di Cristo come evento storico e come dato di fede metastorico, comprovando la sua fede con la potenza dell’annuncio e dell’argomentazione «secondo le Scritture» (cf. At 2,14-41; 3,12-26; 7,2-53; 8,26-39; ecc.) e soprattutto con la testimonianza della vita fino al martirio.

Il presente articolo è un estratto del libro Un Dio umano. Primi passi nella fede cristiana (Edizioni San Paolo)