Etty Hillesum

11.12.2014 09:47

Una vita carica di significato

“Dio, prendimi per mano, ti seguirò gentilmente senza nessuna resistenza; non mi sottrarrò a nessuna delle tempeste che cadranno su di me in questa vita; sosterrò sempre l’urto con la mie forze migliori.  Solo, tu donami di tanto in tanto un breve istante di pace. Amo il calore e la sicurezza, ma non mi ribellerò quando dovrò affrontare il freddo perché Tu mi prenderai per mano. Andrò dovunque con Te che tieni la mia mano e cercherò di non aver paura. Dovunque sarò, cercherò di irradiare un po’ d’amore, quel vero amore del prossimo che nutro in me” (25. XI . 1941).

 
Chi prega così è una ragazza ebrea di 27 anni che vive in un tempo tragico e buio della storia d’Europa: la Seconda Guerra Mondiale, l’orrore del Nazismo, la Shoah di cui rimane vittima (una dei sei milioni di ebrei eliminati). Pochi mesi prima di scrivere questa preghiera, Etty ancora non conosce Dio; vive gravi problemi psicologici e relazionali. Lei stessa si vede una persona caotica e ingarbugliata: “Nel profondo di me stessa io sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato… non sono altro che un diavolo impaurito” (9.III.1941). Pensa al suicidio come soluzione estrema per tutti i suoi guai e teme di diventare pazza.
 
Nella lettera che apre il suo Diario scrive: “Mentre tornavo a casa, avrei voluto essere investita da una macchina e pensavo: ma certo che diventerò pazza anch’io come tutta la mia famiglia”. Subito dopo, però aggiunge: “Oggi so benissimo di non essere pazza, è solo che devo lavorare molto per diventare una persona adulta, una persona al cento per cento” (8.III.1941). E così avviene.
 
In poco tempo si verifica in lei una grande trasformazione, una incredibile crescita umana e spirituale, la sua anima si apre alla bellezza della vita, al bisogno di scoprire il valore e l’unicità di ogni persona e, soprattutto, al bisogno di relazionarsi con Dio presente in se stessa e in ogni creatura umana. Bastano queste poche parole per convincersi che vale la pena conoscere più da vicino questa giovane donna. Seguire il suo cammino umano e spirituale significa essere toccati dal respiro di Dio e gustare “le grandi opere” che egli ha compiuto e continua a compiere anche nei nostri giorni. Le fonti per la nostra conoscenza di Etty sono: il Diario (8 III ‘41 – 12 X ’42); le Lettere (1942-1943); le testimonianze degli amici.
 
 
La famiglia
 
Etty nasce il 15 gennaio 1914 a Middelburg (Olanda), da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Nel 1924 gli Hillesum si trasferiscono a Deventer, una cittadina sul versante orientale. Il padre, Luis, ebreo non praticante, è un uomo colto e mite di carattere, ma anche incapace di instaurare un rapporto responsabile e maturo con la moglie e con i figli. Luis è una persona distante da tutti, chiuso nei suoi libri, si compiace solo della sua erudizione. Insegna Lettere nel liceo locale. La madre, Riva (Rebecca), è una profuga dalla Russia; una donna passionale e caotica, eccentrica e confusionaria, totalmente diversa dal marito per temperamento e per interessi.
 
Il loro menàge coniugale è piuttosto vivace e a volte tempestoso. Etty è la maggiore di tre figli; ha due fratelli Jaap e Mischa. Il primo è versato nel campo scientifico, diventerà un medico di valore. A 17 anni scopre un nuovo tipo di vitamina. Il secondo è un artista, musicista precoce: a soli 6 anni suona Beethoven in pubblico. Jaap e Mischa, già da piccoli, soffrono di seri disturbi psichici. Entrambi, a più riprese vengono ricoverati in ospedale psichiatrico. Questi problemi ci dicono qualcosa sulla famiglia Hillesum e aprono seri dubbi sulla capacità educativa dei genitori. Etty (diminutivo di Ester) è una ragazza sensibile e brillante, intensa e passionale.
 
Nell’adolescenza i suoi rapporti con la madre si fanno difficili e problematici; quelli con il padre sono superficiali, quasi inesistenti; mentre è legatissima ai fratelli. Nel 1932, finito il liceo, Etty si trasferisce ad Amsterdam e si iscrive in Giurisprudenza. Consegue la laurea, ma non è entusiasta degli studi fatti, quindi si inscrive in Lingue Slave. Predilige la lingua e la letteratura russa. Dà lezioni private per mantenersi agli studi. Si interessa alla psicologia. Nel periodo universitario Etty fa le prime esperienze sessuali: sembra una ragazza frivola e leggera. Le sue amiche la guardano con preoccupazione. Anche loro hanno rapporti, ma con i loro fidanzati. Lei, invece, ha numerose esperienze amorose sia con coetanei, sia con uomini maturi. Più tardi scriverà che queste esperienze non l’hanno appagata, non le hanno dato niente: “Tutte le relazioni che ho avuto mi hanno reso terribilmente infelice, mi hanno straziata”(19.III.’41).
 
Nel 1937 và ad abitare in casa di Han Wegerif, un vedovo pensionato benestante che la assume come amministratrice della sua casa dove abitano 8 persone, una specie di pensione. Etty diventa presto l’amante di quest’uomo molto più grande di lei, infatti familiarmente lo chiama pa Han. Quando Etty inizia a scrivere il Diario (8.III.’41), vive questa condizione esistenziale: non sta bene né con se stessa, né con gli altri; è depressa e vive una caos totale di mente, di sentimenti e di volontà; è in rotta con i genitori dai quali è fuggita; conduce una vita moralmente disordinata che non la soddisfa; è scontenta al punto da accarezzare l’idea del suicidio.
 
 
“L’ostetrico della mia anima”

Una condizione esistenziale, questa, non certo incoraggiante, né invidiabile. Ma presto le cose cambiano, apparentemente in modo quasi improvviso, ma in realtà dopo una lunga e silenziosa “gestazione” che avviene nell’intimo del suo cuore.  Delusa di sé prende una ferma decisione: “Voglio indirizzare la mia vita verso un fine ragionevole e soddisfacente”. Il Diario sarà testimone e compagno fedele di questo impegno solenne di Etty, quasi un alter ego di sé con cui confrontarsi continuamente: “Devo badare a tenermi in contatto con questo quaderno (diario), vale a dire con me stessa, altrimenti potrei smarrirmi”.

Nel Diario non c’è niente di artefatto o di costruito con secondi fini. E’ come uno specchio in cui Etty continuamente si guarda per leggersi dentro, in profondità. La sua è un’autentica confessione, un dialogo continuo e sincero con se stessa. I proponimenti, le promesse e gli incitamenti che si fa non restano mai lettera morta, ma producono sempre cambiamenti. Il suo è un progredire continuo. Per Etty questo rinnovamento non avviene in modo miracolistico, né per incanto, ma grazie all’incontro con un uomo davvero singolare: Julius Spier. (Lo incontra per la prima volta il 3 febbraio 1941; questo giorno è per lei “il giorno della mia ri-nascita”; e di lui dice: “E’ l’ostetrico della mia anima”. I due si daranno del “lei”. Nel Diario, per indicare lui usa la sigla S.)

Quando incontra Etty Spier ha 54 anni, il doppio di lei. E’ un ebreo tedesco emigrato da Berlino. Dopo aver lavorato con successo per 25 anni in una azienda commerciale, lascia l’attività per dedicarsi professionalmente a quello che fino ad allora era stato solo un hobby: la psicologia esercitata tramite la lettura della mano (psicochirologia). Prima di iniziare professionalmente questa attività entra in analisi con Carl Gustav Jung che lo apprezza e lo sollecita a realizzare il suo progetto. Da quel momento Spier dovunque va attira numerosi pazienti.
 
Anche Etty si affida a “quest’uomo incantevole, venuto da lontano per mettere ordine nel mio caos interiore e venire a capo delle forze contraddittorie che operano in me. Mi ha presa per mano e mi ha detto: ecco, devi vivere così. Per tutta la mia vita ho desiderato che qualcuno mi prendesse per mano e si occupasse di me. E ora questo sconosciuto dal viso complicato, ha compiuto miracoli in una settimana: ginnastica, esercizi di respirazione, parole illuminanti e liberatrici sulle mie depressioni, sui miei rapporti con gli altri ecc.”(9.III.41). La terapia di Spier aiuta Etty ad acquisire una nuova conoscenza di sé e del suo mondo interiore; le offre la chiarezza necessaria per affrontare i suoi dubbi, le ansie, le paure. Piano piano la lotta interna che avverte in sé si placa e il senso di costipazione sparisce. Ritrova la fiducia in se stessa e nella vita; si sente rinascere e comincia a sentirsi una persona veramente libera.

Spier dice ai suoi pazienti che nella dimensione interiore di ognuno di noi c’è un centro unificante la persona. Chi coltiva e custodisce questo centro acquista sicurezza ed equilibrio. Chi, invece, lo trascura diventa superficiale, perde l’equilibrio e si mostra sempre più insicuro. Un insegnamento che richiama quello di Gesù quando parla della cella, della camera del cuore: “Quando preghi entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6). Così Etty commenta l’insegnamento di Spier: “Il mio centro sta diventando di giorno in giorno sempre più saldo. In passato ero soltanto un uccellino svolazzante e insicuro. Ora c’è in me un centro di forza che irradia energia anche all’esterno. Riesco a percepirlo anche dalle reazioni degli altri nei confronti della mia persona” (17.III. ‘41). Dopo alcune settimane Etty diviene assistente di Spier, “la mia segretaria russa”, come egli ama definirla.

Intanto, in lei si accresce il bisogno di capire se stessa e il mondo che la circonda:“Si diventa sempre più forti – dice- se si impara a conoscere e ad accettare la proprie forze e le proprie insufficienze, i momenti creativi e quelli vuoti”. E aggiunge: “Credo che la vita pretenda molto da me e che mi riserva anche molto ma devo saper ascoltare la voce interiore, devo rimanere onesta e aperta… Credo nella serietà del mio impegno, e so che col tempo riuscirò ad amministrare bene la mia vita. L’unica responsabilità che puoi assumerti nella vita è la tua. Ma devi assumertela pienamente”. Per lei la responsabilità più grande è l’amore e la compassione per ogni persona, per tutte le persone: “Dovunque mi troverò, io cercherò d’irraggiare un po’ di quell’amore per gli uomini che mi porto dentro”, infatti è convinta che  “una volta che l’amore per gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito”.

Il rovescio di questa medaglia è il ripudio di ogni espressione di odio e di violenza: “Ho consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini, malgrado il dolore e l’ingiustizia che ci sono nel mondo, infatti l’odio è la cosa peggiore che ci sia, è una malattia dell’anima”. Perfino l’odio verso i tedeschi in quel contesto drammatico della guerra: “Basta che esista una sola persona degna di essere chiamata tale per poter credere negli uomini, nell’umanità… E’ un problema attuale: il grande odio verso i tedeschi ci avvelena l’animo. Espressioni come queste: ‘che anneghino tutti, canaglie, che muoiano col gas’, fanno ormai parte della nostra conversazione quotidiana; a volte fanno sì che uno non se la senta più di vivere, di questi tempi. Ed ecco che improvvisamente, qualche settimana fa, è spuntato il pensiero liberatore, simile ad un esitante e giovanissimo stelo in un deserto di erbacce: se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso e, grazie a lui, non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero”.
 
 
La sporca guerra

Queste parole di Etty ci introducono nella realtà drammatica della guerra e come lei vi si pone di fronte e la vive. Quando comincia a scrivere l’Olanda ormai da tempo si trova sotto il dominio dei nazisti. La resa alle truppe di Hitler, infatti, era avvenuta nel maggio del 1940. Da subito i tedeschi iniziano ad isolare gli ebrei olandesi. La gente reagisce, si ribella: nel febbraio 1941 viene indetto ad Amsterdam il primo sciopero anti-progrom della storia europea. La risposta dei nazisti è l’inasprimento repressivo contro gli ebrei e contro ogni forma di resistenza da parte del popolo. Col passare dei mesi, gli ebrei sono cacciati dal lavoro (uno di questi è il padre di Etty che viene rimosso dall’insegnamento), non possono fare acquisti in alcuni negozi, vengono creati i primi “campi di lavoro”.

Sembra che all’inizio Etty non dia molto peso alla realtà della guerra e alla persecuzione degli ebrei. Lei stessa se ne meraviglia. Annota del novembre 1941: “Ogni tanto mi chiedo come mai questa guerra, con tutte le sue complicazioni, mi tocchi così poco”. Ma ben presto l’indifferenza svanisce per far posto in lei ad un grande coinvolgimento. Scrive qualche pagina più avanti: “C’è la guerra. ci sono campi di concentramento. Piccole barbarie si accumulano di giorno in giorno. Camminando per le strade, io so che in quella casa c’è un figlio in prigione, in quell’altra un padre preso in ostaggio. E questo capita a due passi da casa mia. So quanta gente è agitata, conosco il grande dolore umano che si accumula, la persecuzione e l’oppressione, l’odio impotente e il sadismo: so che tutte queste cose esistono, e continuo a guardare bene in faccia ogni pezzetto di realtà nemica”.

Intanto le restrizioni nei confronti degli ebrei si fanno sempre più severe. Etty le registra, ma conserva grande lucidità per una lettura critica dei fatti e la visione ottimistica della vita: “Ci è stato proibito di passeggiare sul Wandelweg. Ogni misero gruppetto di due o tre alberi è dichiarato bosco e allora sulle piante è inchiodato un cartello con la scritta ‘vietato agli ebrei’. Questi cartelli diventano sempre più numerosi, dappertutto. E ciononostante, quanto spazio in cui si può ancora stare ed essere lieti e far musica e volersi bene… Sopra quell’unico pezzetto di strada che ci rimane, c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente. Possono renderci la vita un po’ spiacevole; possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento. Ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col nostro odio e con la nostra millanteria che maschera la paura. Certo che ogni tanto si può essere tristi e abbattuti per quel che ci fanno; è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli”. E conclude con un invito a se stessa e ai suoi fratelli ebrei a dilatare il cuore per volgere al positivo anche quella situazione dolorosa: “Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile”.
 
 
“La mia vita: un colloquio ininterrotto con Te, mio Dio”

In questo tempo di intenso dialogo con se stessa e con i suoi fratelli ebrei, attraverso le pagine del Diario, ma anche in incontri e dibattiti con gli amici, Etty è protagonista di un’esperienza singolare e sconvolgente che apre orizzonti nuovi e insperati nel suo cammino di crescita spirituale: l’esperienza dell’incontro con Dio. Quando inizia a scrivere il Diario, Etty è un’ebrea non osservante; non frequenta né sinagoghe né chiese, non conosce dogmi né teologia, non liturgia, né tradizioni religiose, cose tutte a lei completamente estranee. Per lei “Dio” è poco più che un’espressione verbale e se scrivendo ne usa il nome, lo fa come semplice intercalare. Eppure ama leggere la Bibbia, i Vangeli soprattutto quello di Matteo, le lettere di Paolo e gli scritti di S. Agostino.

Ma un giorno è protagonista di un episodio apparentemente banale e inatteso che si rivela quanto mai sconvolgente per la sua vita: mentre si trova nella stanza da bagno, fredda e umida, sente improvvisamente una forza che la spinge ad inginocchiarsi. Da questo momento parlerà di sé come “la ragazza che non sapeva inginocchiarsi”. Più avanti annota: “Ieri sera prima di andare a letto mi sono trovata inginocchiata nel mezzo di questa grande stanza tra le sedie di acciaio, sulla stuoia chiara. Un gesto spontaneo: spinta a terra da qualcosa che era più forte di me. Tempo fa mi ero detta: mi esercito nell’inginocchiarmi. Esitavo ancora troppo a un gesto che è così intimo come i gesti dell’amore…”.

Mi sembra importante cogliere il senso profondo di queste righe; ogni parola è rivelatrice e densa di significato: “Improvvisamente mi sono ritrovata”; non è qualcosa che decide lei, non la sceglie coscientemente. Si tratta di una forza sconosciuta che emerge dal profondo (“più forte di me”, dice) che la spinge a terra. Non è la sua volontà che le fa compiere questo gesto; è trascinata, quasi obbligata da una energia, da una presenza che la guida. Il gesto di inginocchiarsi che lei non aveva mai fatto nella sua vita, all’improvviso diventa una necessità; è quasi la risposta ad un bisogno, l’obbedienza ad un comando che viene dal profondo di sé e dal mistero. E’ un gesto d’amore. Etty riconosce che questa forza questa presenza che abita dentro di sé, che emerge e s’impone, è la presenza di Dio.

Occorre precisare, però, che se da una parte la percezione della presenza di Dio in lei è un dono gratuito, è un’esperienza mistica, dall’altra, le premesse per questo dono ci portano ancora una volta a Spier. Un episodio, che lei stessa racconta, è determinante in tal senso: in un incontro di terapia di gruppo un paziente dice a Spier e ai presenti: “Qualche volta ho la sensazione di avere Dio dentro di me”. E’ probabile che i presenti si mostrino perplessi. Interviene Spier a sua difesa e spiega che “in quei momenti lui è in contatto diretto con le forze creative e cosmiche che operano in ogni persona” e aggiunge che “questo principio è in definitiva una parte, un’orma di Dio in noi. Si deve solo aver il coraggio di dirlo”.

Anche Etty rimane sorpresa a quelle parole e commenta: “Queste parole mi accompagnano già da settimane: si deve avere il coraggio di dirlo. Avere il coraggio di pronunciare il nome di Dio” (14.XII.’41). E più avanti aggiunge: “Dentro di me c’è una sorgente profonda e in quella sorgente c’è Dio”. Alla luce di queste testimonianze e riflessioni, Etty può riconoscere con facilità l’iniziativa di Dio nell’esperienza mistica di cui è stata protagonista.

Ci possiamo chiedere: come Etty percepisce Dio e la sua azione in lei? Lo sente come un flusso di energia e d’amore che la invade e la abita. Per lei il mettersi in ginocchio diventa risposta ad un comando che viene dal profondo del suo mondo interiore. Si inginocchia in bagno, in camera, davanti alla scrivania, cioè in ogni luogo. Mettersi in ginocchio è la sua risposta all’irruzione di Dio nella sua anima: allora inizia a pregare. Prega per molte persone perché ricevano da Dio fiducia e forza, aiuto e sostegno. Prega per comprendere come sia possibile che tra gli uomini possa esistere tanto odio. Dalla preghiera, Etty attinge la capacità e la forza di non lasciarsi travolgere dal dolore, dalla disperazione per la violenza che esplode attorno a lei.

Ancora, Etty prega per ringraziare Dio: lo ringrazia per la bellezza che contempla nella natura e nelle cose semplici della vita. Lo ringrazia per la gioia che si ritrova nel cuore. Lo ringrazia perché Egli l’ha fatta così com’è. Dalla cella della sua preghiera esce sempre più raccolta, concentrata e forte. Ascoltiamo qualche eco del contenuto e del suo stile di preghiera: “Ti ringrazio, Signore, perché nel mio mondo regnano tranquillità e pace… Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. Mi innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, e ne esco fuori più “raccolta”, concentrata e forte. Questo ripararmi nella chiusa cella della preghiera diventa per me una realtà sempre più grande”(18.5.’42).

 


Questa relazione orante con Dio rende nuovo anche il rapporto di Etty con le persone, fino a non avvertire alcuna differenza tra l’amore a Dio e l’amore ai fratelli: “Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio”. Sarà Westerbork il “campo di battaglia” dove Etty potrà esprimere dal vivo questa sua capacità di donare con abbondanza amore e consolazione a quel dolente “popolo in transito” verso la tappa finale: le camere a gas di Auschiviz. A Westerbork, Etty si farà, nei confronti degli altri, “un balsamo per molte ferite!”