Educazione, è l'ora dei testimoni

10.05.2014 13:20

Educare alla ricerca della verità esige uno sforzo di armonizzazione tra contenuti, abitudini e valutazioni; una trama che cresce e si condiziona allo stesso tempo, dando forma alla vita di ciascuno. Per raggiungere tale armonia non bastano le informazioni o le spiegazioni. Ciò che è meramente descrittivo o esplicativo non dice tutto e finisce per svanire. È necessario offrire, mostrare una sintesi vitale di essi. E questo può farlo solo il testimone.

Entriamo così in una delle dimensioni più profonde e belle dell’educatore: la testimonianza. È quest’ultima a consacrare come «maestro» l’educatore e a renderlo compagno di strada nella ricerca della verità.

Il testimone con il suo esempio ci sfida, ci rianima, ci accompagna, ci lascia camminare, sbagliare e anche ripetere l’errore, affinché cresciamo. Educare nella ricerca della verità esigerà dai docenti l’attitudine di «saper rendere ragione», però non solo con spiegazioni concettuali e contenuti isolati, ma con comportamenti e giudizi incarnati. Sarà maestro chi potrà sostenere con la sua vita le parole dette. Questa dimensione in qualche modo estetica della trasmissione della verità – estetica, non superficialmente estetizzante – trasforma il maestro in un’icona vivente della verità che insegna. Qui bellezza e verità convergono. Tutto diventa interessante, attraente, e finalmente suonano le campane che risvegliano la sana «inquietudine» nel cuore dei ragazzi. (...) L’educatore, accompagnando nella ricerca, offre un quadro di riferimento delimitato che, senza togliere la libertà, allontana la paura e incoraggia a camminare. Egli, inoltre, come Gesù, deve unire la verità che insegna, qualunque sia l’ambito in cui si muove, alla testimonianza della propria vita. Deve essere in intima relazione con il sapere che insegna. Solo così il discepolo può imparare ad ascoltare, a ponderare, a valutare, a rispondere... Può cioè apprendere la difficile scienza e sapienza del dialogo. Dialogare spetta a chi è in cammino. I «quieti» non dialogano. Per dialogare ci vuole coraggio, ci vuole magnanimità. Nel dialogo la persona si confronta senza aggredire, si propone ma non si impone. Dialogare è condividere il cammino di ricerca della verità. Presuppone l’addentrarsi nel crogiolo del tempo che purifica, illumina, rende saggi. Quanti fallimenti e guerre per mancanza di dialogo, per non aver cercato insieme la verità! Il dialogo avvicina. Una cosa è un semplice incontro, un’altra fare il cammino insieme.

Ciò che si chiede a un educatore è di camminare insieme all’allievo. In questo lungo viaggio si crea la vicinanza, la prossimità.

Questa è l’altra dimensione fondamentale della ricerca della verità: non aver paura della vicinanza, ben diversa dal cortese distacco e dalla promiscuità. La distanza deforma le pupille perché ci rende miopi nell’osservazione della realtà. Solo la vicinanza ci dona quell’oggettività che si apre a una maggiore e migliore comprensione. A livello personale la vicinanza è prossimità: chi sta a fianco è «prossimo» e ci chiede di farci «prossimi». L’educatore che «insegna» a non aver paura della ricerca della verità è, in definitiva, un maestro, un testimone di come si cammina, un compagno di strada, qualcuno che si fa prossimo. Nel cammino di ricerca della verità ci si deve guardare dal credere che il percorso sia infinito, un andare incessante, e che tutto sia cammino. Non è così. Il cammino procede per tappe, si consolida in 
 incontri  che, in qualche modo, scandiscono le tappe del viaggio. L’esperienza dell’incontro con la verità durante il cammino è totale e parziale allo stesso tempo. Parziale, perché dobbiamo continuare a camminare; totale, perché nelle realtà autenticamente umane e divine il tutto si ritrova in ciascuna parte. Da ciò deriva quel duplice sentimento di «pienezza incompiuta» che ogni incontro porta con sé. Far assaporare l’incontro è una delle dimensioni di questo cammino di ricerca della verità, che armonizza contenuti, abitudini, valutazioni, esperienze. Far accettare l’incompiutezza ci rende maturi e dilata la speranza verso l’aldilà dell’eterno. Lo splendore dell’incontro produce quello «stupore» metafisico che è proprio della rivelazione umana e divina.

Ho parlato più volte del timore di iniziare il cammino di ricerca della verità. Ci si potrebbe chiedere: perché questo timore? Semplicemente perché è uno dei sentimenti primordiali che si manifestano nell’esperienza dell’esodo da sé stessi. Uscire da sé, mettersi in cammino implica una dimensione di insicurezza, e questo fa paura. Da qui il naturale aggrapparsi ai luoghi esistenziali di riparo, alle scuse confortanti e ingannevoli per non andare avanti. Alcuni mistici lo chiamano «trovare alloggio nelle locande e non proseguire il viaggio». Continuare a camminare fa un po’ paura e il timore soffoca l’inquietudine, rallenta il passo della speranza.

Nel 2008 Papa Benedetto XVI non ha potuto parlare in un’università perché un minuscolo gruppo di professori e studenti glielo ha impedito violentemente. Questo mi ha ricordato ciò che un autore del II secolo dice a Erode a proposito della sua furia: «Agisci così quia te necat timor in corde (perché la paura che provi ti sta uccidendo)». Qualunque chiusura, aggressione, violenza rappresenta un’impalcatura esterna per sostenere un timore dell’anima. È un alibi.

I nostri ragazzi sono intolleranti? Li educhiamo affinché si aprano a condividere il cammino dell’esistenza a partire da un’identità cristiana liberata dal peso dell’intolleranza? Ci troviamo di fronte a una vera sfida: educarli affinché non abbiano paura, educarli nell’apertura del dialogo, a cercare la verità.

Questo percorso, tuttavia, non sarà facile da portare avanti né sarà privo di ostacoli; la paura dell’altro, la xenofobia nei confronti del diverso, sono i principali nemici del dialogo. Tutto ciò che l’altro dice potrà essere utilizzato contro di lui, in base a un pregiudiziale sospetto riguardo alle sue intenzioni, che trasforma le relazioni in qualcosa di pericoloso, di minaccioso. Come dialogare in un mondo in cui ci temiamo l’un l’altro? Come esorcizzare la paura e mettere al suo posto una fiducia non ingenua ma lucida e aperta? Come educare al dialogo quando nello stesso tempo utilizziamo un linguaggio carico di discriminazioni inconsce ed escludenti? Ci sono tanti modi di essere fondamentalisti, anche senza far parte di una setta né aderire a ideologie estremiste.

Vi invito a rifletterci tutti insieme. E ad avere chiara la consapevolezza che solo chi insegna con passione può aspettarsi che i suoi alunni apprendano con piacere. Solo chi si lascia abbagliare dalla bellezza può insegnare ai ragazzi a contemplarla. Solo chi crede nelle verità che insegna può chiedere interpretazioni veraci. Solo chi vive nel bene – che è giustizia, pazienza, rispetto per le differenze nel modo di insegnare – può aspirare a modellare i cuori delle persone che gli sono affidate. L’incontro con la bellezza, il bene, la verità dà pienezza e produce già di per sé una certa estasi. Ciò che affascina ci espropria e ci rapisce. La verità incontrata in questo modo – o che, per meglio dire, viene incontro a noi – ci rende liberi.

 

Jorge Mario Bergoglio