DOMENICA DI PASQUA - RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO B) - 5 Aprile 2015

05.04.2015 11:56

Gv 20,1-9
Egli doveva risuscitare dai morti

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


Parola del Signore

 

Circa 23 anni or sono, in un periodo di tensione dovuto all'attentato alla Galleria dei Georgofili in Firenze e ad altri atti terroristici scaturiti dalla lotta alla mafia, l'allora presidente della Repubblica Scalfaro proferì una frase che mi rimase impressa a lungo: "L'Italia ha bisogno di amore." Mentre dappertutto ci si dava alla rabbia e alla concitazione e si congetturavano sentimenti di rivalsa nei confronti di chi disseminava così il terrore e l'angoscia, Scalfaro delineava una carenza non indifferente da cui era affetto il nostro paese: la mancanza di attenzione, di considerazione e di stima, senza la quale si precipita nel caos e ci si abbandona al male. Fondamentalmente l'uomo ha bisogno di amore. L'ostinazione a realizzare se stesso per mezzo di vie improprie e inconsulte, la scelta decisionale dell'odio, della violenza e in generale del peccato, attestano al fatto che non è stato abbastanza oggetto di amore. O meglio, di non aver compreso l'amore di Dio nei suoi confronti, che è amore gratuito, libero e spontaneo e capace di grandi espedienti. Non è forse amore indefinito per l'uomo il morire sulla croce del Figlio di Dio senza opporre resistenza ai suoi flagellatori e ai suoi uccisori? Certamente Gesù avrebbe potuto evitare il supplizio del flagello e del patibolo, avrebbe potuto anche schiodarsi dal legno sul quale pendeva accanto agli altri condannati subendo le denigrazione di chi lo ammoniva: "Scendi dalla croce e ti crederemo", ma se avesse rifuggito la tappa dell'estrema condanna non avrebbe potuto dimostrare che l'amore di Dio per l'uomo consiste proprio nell'affrontare la morte per avere ragione sulla morte. Non avrebbe potuto manifestare in pienezza di amare l'uomo pagando il prezzo di sangue per i suoi peccati e realizzando così la sua salvezza definitiva. Espressione massima dell'amore è sempre stato il sacrificio. Nella croce vi è l'espressione del sacrificio del Figlio di Dio che si umilia fino alla morte per amore dell'uomo. Amore quindi inequivocabile e universale.
L'uomo però ha bisogno di un amore che lo rassicuri una volta per tutte intorno alla morte oltre che intorno al peccato e alla realtà generale del male. Necessita di avere la certezza della possibilità di un trionfo sul dolore e sulla morte, di una rivalsa sull'oscurità che spesso incombe nella sua vita e sulle molteplici sconfitte a cui è soggetto complice proprio il peccato e con esso la morte dilagante. Ma la vittoria definitiva sul male e sulla morte Gesù la ottiene all'uomo la mattina del giorno dopo il Sabato, quando fa trovare alle donne la pietra possente ribaltata dal sepolcro e ai due discepoli le tele sparse nel pavimento e il sudario avvolto a parte. Si tratta cioè della vittoria della Resurrezione, cioè della sconfitta definitiva sulla morta da parte di chi, come uomo e come Dio, ha affrontato la morte di petto ad essa sottomettendosi e di essa facendo esperienza. Proprio la sua morte ha guadagnato la vita a tutti e la sua resurrezione ha reso la vita indelebile e suprema.
Cristo infatti è morto non perché la tomba lo trattenesse, ma per avere lui ragione dei possenti massi del sepolcro e per dissipare, accanto alle tenebre del peccato, la tenebra del buio che lo pervadeva nella prigione sepolcrale. L resurrezione è vita eterna per cui la morte non ha più potere su chi dimora in Cristo e codesta vita si esprime anche in tutte le vicende quotidiane dell'agire e dell'interagire umano. Nell'evento della fuoriuscita di Gesù dal sepolcro siamo infatti incoraggiati a coltivare la speranza che le nostre lacune saranno colmate, che la nostra perseveranza sarà premiata, che l'angoscia, la solitudine, la malattia e le ansie che sono il banco di prova di tutti i giorni si tramuteranno in gloria. Chi con Cristo si crocifigge con lui è destinato a gioire e a regnare. Cristo Risorto ci chiama alla vita e alla speranza soprattutto nelle occasioni di smarrimento, di incertezza e di sfiducia, qualunque siano le ragioni della crisi e dello sconforto. Nella fede possiamo confidare infatti che Gesù sprona a guardare avanti con tenacia, invita a scongiurare il pessimismo e a considerare con coraggio gli obiettivi dando costanza nella prova e sollievo nella lotta e nel patire. Cristo è risorto e ci ha liberati perché restassimo liberi, ci ha guadagnati alla salvezza e alla vita. "Se il Signore è con noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?"(Rm 8, 32). Dio Padre nel suo Figlio Risorto dimostra di essere alleato dell'uomo in tutte le sue domande e in tutte le aspettative vitali. Siamo così incoraggiati e sostenuti anche nelle vicende materiali e nelle crisi ossessionanti del lavoro, della famiglia e dell'economia e negli assilli di ogni giorno che ci vedono sfidati e oppressi, e tuttavia ristorati e spronati a guardare nella giusta direzione. Cristo Risorto infonde infatti sicurezza che ogni attesa, per quanto prolungata e vessatoria, è destinata ad aver fine; ogni fatica raggiunge il premio; ogni lotta diventa vittoria, ogni merito diventa ricompensa e la speranza nella pazienza diventerà certezza.
Ma soprattutto, la resurrezione è vita perché sconfitta definitiva del peccato, vero morbo della nostra convivenza. Se il pungiglione della morte è il peccato (1 Cor 15, 56) la vittoria sul peccato è data con certezza dalla testimonianza dei massi divelti dal sepolcro. Solo chi deliberatamente continua ad ostinarsi nel peccato sceglie di vivere la propria morte, vanificando così il fatto che Cristo sia risuscitato per lui.
La risurrezione certo è un fatto di fede. Anche se le testimonianze degli apostoli non riferiscono favole o leggende, anche se possiamo essere certi da dati inconfutabili su quanto avvenne a Gerusalemme quella notte, la resurrezione altra risorsa non chiede se non l'assenso del cuore umano, che si eleva all'accoglienza del Mistero. Altro atteggiamento non vuole se non il "credo" convinto ed entusiasta da parte di chi ha accolto un annuncio gioioso innovatore. Credere e affidarsi sono atteggiamenti veramente consoni di fronte al fatto della Resurrezione e solamente la fede è la vera prerogativa adeguata e determinante per consolidarci in questo lieto avvenimento. E appunto la rinuncia ai vani vagheggiamenti umani e l'apertura del cuore dischiudono per noi la possibilità della vita e dell'amore vittorioso. Se qualcuno affermava (in un vecchio film) che la fede è violenza, in realtà noi possiamo essere certi che questo atto di violenza è necessario e consono, visto che per noi è sinonimo di libertà. Libertà di credere e di vivere.
La vittoria sul male e sulla morte è sinonimo di amore inequivocabile che appaga il bisogno sopra ricordato dell'uomo. Con la vittoria sul sepolcro Cristo ci rende certi dell'Amore di onnipotenza senza il quale l'uomo è condannato ad essere vittima di se stesso.
La resurrezione non è solo garanzia di amore, ma anche vittoria dell'Amore sulla morte. Che soddisfa le istanze fondamentali dell'uomo.

Commento di Padre Gian Franco Scarpitta