Dietrich Bonhoeffer, martire del nazismo

27.03.2014 16:02
 
La famiglia

Dietrich Bonhoeffer nasce a Breslavia (oggi Wroclaw in Polonia) il 4 febbraio 1906, sesto di otto figli. Sua madre, Paula von Hase, è figlia di un professore di teologia. Suo padre, Karl Bonhoeffer, è professore di psichiatria e neurologia, proviene da una famiglia di giuristi e teologi. La madre si assume in prima persona l’insegnamento primario dei suoi figli maggiori. Anche se la famiglia non frequenta assiduamente il culto nella parrocchia luterana, tuttavia la madre si preoccupa di educare i figli al protestantesimo con la preghiera, il canto corale e la lettura della Bibbia in famiglia.
 
Tutti ricevono anche una formazione musicale e Dietrich diventa un validissimo pianista, tanto che per un certo periodo i genitori lo incoraggiano ad intraprendere la carriera musicale. Nel 1912 il padre viene chiamato ad insegnare all’ospedale della Carità a Berlino. La famiglia così si trasferisce nella capitale presso “il quartiere dei professori”. Dietrich quindi riceve un’educazione da intellettuale pienamente integrato nella borghesia colta di Berlino. Cresce in un ambiente laico, poco incline alla pratica religiosa, ma aperto, e non favorevole all’ascesa del nazismo, che considera una catastrofe per la Germania e per l’Europa.
 
 
Gli anni dell’università

Dietrich è uno studente diligente, brillante e precoce. A sedici anni, ancora liceale, comunica ai genitori il desiderio di studiare teologia e la vocazione al pastorato. Non sappiamo con certezza quando maturò questa vocazione: forse in occasione della morte in guerra nel 1918 del fratello maggiore Walter. Nel 1923 Bonhoeffer inizia gli studi di teologia a Tubinga. Nel 1927, a 21 anni, riceve il dottorato con una tesi dal titolo “Sanctorum communio. Una ricerca dogmatica sulla sociologia della Chiesa”. Si tratta di una ricerca dogmatica sulla Chiesa come luogo concreto della manifestazione di Dio.
 
Al giovane luterano interessa la Chiesa come realtà irrinunciabile per un vissuto di fede reale e concreto; perciò coniuga in modo dialettico teologia dogmatica e sociologia, la confessione della fede e l’attenzione al vissuto concreto. Questo approccio dialettico resterà il carattere distintivo di tutta la sua esperienza cristiana. Non va dimenticato che tra il 1924 e il 1925 Bonhoeffer conosce il teologo K. Barth. È decisivo l’incontro con il grande teologo protestante.
 
Bonhoeffer, leggendo i suoi scritti e dialogando con lui, viene liberato dal soggettivismo e introdotto nella consapevolezza che il punto di partenza del cristianesimo è la rivelazione; pertanto l’atto salvifico di Dio in Cristo è, sì, per noi, ma accade al di fuori di noi. Così il luogo della rivelazione è la Chiesa, presenza di “Cristo come comunità”: da qui l’importanza della predicazione, ovvero della Parola di Dio testimoniata nella parola umana. Per Bonhoeffer il tema della Chiesa resterà il suo tema da qui alla fine della sua vita.
 
 
Pastore, formatore, docente di teologia

Dopo aver superato questa prima tappa universitaria, assume un ministero pastorale: per un anno, dal 1928-1929, è pastore vicario nella parrocchia di lingua tedesca a Barcellona; nell’anno seguente ritorna a Berlino dove si dedica alla formazione di un gruppo di adolescenti poveri del quartiere periferico di Wedding e nel contempo insegna teologia sistematica, segue il seminario di von Harnack, redige la sua tesi di abilitazione su un tema filosofico, “Atto ed Essere. Filosofia trascendentale ed ontologia nella teologia sistematica”, dove ricerca una antropologia ecclesiale, ovvero parlare dell’esistenza umana inserita in un contesto sociale che è la comunità ecclesiale, luogo dove si incontra l’altro, cioè il Dio di Gesù Cristo e gli altri uomini.
 
La Chiesa è “il Cristo nascosto tra noi”: Egli è presente nella Chiesa, ma questa sua presenza è segnata dalla storicità della nostra condizione, quindi dalla nostra ambiguità. Per questo è nascosta. Ancora troppo giovane per essere consacrato pastore e presiedere una parrocchia, Bonhoeffer viene inviato a trascorrere un anno negli Stati Uniti grazie ad una borsa di studio.
 
Qui, dal settembre del 1930 al giugno del 1931, coltiva molteplici amicizie ecumeniche (egli è sempre stato un uomo ecumenico), prende coscienza dell’importanza della teologia nera americana, ascolta i negro spirituals, tiene diverse conferenze a New York, fra cui una, rimasta memorabile, sulla guerra e sulla pace, scrive sul movimento del Social Gospel, sulla “teologia della crisi”, su temi di letteratura, su questioni etiche e politiche. Più che l’insegnamento accademico, l’attira il ministero pastorale. Programma di recarsi in India per conoscere più da vicino la prassi nonviolenta di Gandhi – desiderio che coltivava fin dagli anni degli studi – ma questo progetto non si realizzerà.
 
 
Un cristiano militante
 
Nell’estate del 1931 Bonhoeffer ritorna in Germania. Da questo momento inizia la seconda fase della sua vita, ovvero la sua “conversione” da teologo accademico a cristiano “militante”. Il 15 novembre 1931, a 25 anni è consacrato pastore a Berlino nella chiesa di S. Matteo. La sua attività si orienta su tre centri di interesse:

• La chiesa: è cappellano degli studenti universitari e segue un gruppo di catecumeni nel quartiere operaio di Prenz-lauer Berg; si deve tenere presente che nel 1932 ci sono in Germania più di sei milioni di disoccupati.

• L’università: come docente incaricato tiene alcuni corsi e seminari su La natura della Chiesa, su Creazione e Caduta (è un commento a Gen 1-3), su Chi è e chi era Gesù Cristo? (è un corso di cristologia). Questi corsi e seminari esercitarono un grande interesse tra gli studenti.

• Il movimento ecumenico: partecipa attivamente a varie iniziative e organizzazioni ecumeniche. Per lui l’ecumenismo non è una semplice collaborazione o dialogo tra le Chiese, ma un compito confessante, ovvero quello di confessare la fede nella situazione concreta in cui si vive, in cui si trova ogni Chiesa locale. E non bisogna dimenticare che a quel tempo la Chiesa protestante e la Chiesa cattolica vivevano il problema dell’odio razziale di Hitler, della guerra e dello sfruttamento sociale. L’ecumenismo per Bonhoeffer è il movimento critico del vangelo di fronte agli eventi concreti della società e della chiesa; e in quel tempo gli eventi sono segnati dall’avvento del nazismo al governo, con la Chiesa protestante e, in parte, la Chiesa cattolica schierati a favore.

In questi anni Bonhoeffer coltiva la dimensione personale della fede, riscoprendo la potenza della Bibbia e la forza della preghiera per alimentare sempre meglio i suoi molteplici impegni: per la pace, per l’ecumenismo, per la giustizia, e per il suo ministero pastorale accanto ai catecumeni del quartiere operaio. Si va convincendo che la fede cristiana non è cercare Dio senza il mondo o difendere Dio contro il mondo, ma stare con fedeltà in questo mondo benedetto da Dio, essere accanto a tutti pregando perché giunga il Regno di Dio in questa terra.

Il 30 gennaio 1933 Hitler è nominato cancelliere, primo ministro della Germania. L’avvento del nazismo al governo purtroppo è diventato realtà. La Chiesa protestante e la Chiesa cattolica, salvo alcune eccezioni, appoggiano la politica di Hitler, con la speranza di vedere superata la disoccupazione e allontanata la minaccia del comunismo. Si pensava che Hitler avrebbe comunque garantito ordine, pace sociale e ridato dignità alla Germania… Ma la famiglia Bonhoeffer non si fa alcuna illusione: con Hitler soltanto guerra e terrore.

Il 1° febbraio Dietrich è chiamato a pronunciare una conferenza alla radio di Berlino sul tema “Mutamenti del concetto di capo nella giovane generazione”, dove mette in risalto il concetto idolatrico e seduttore di capo, di Führer. La trasmissione viene subito interrotta. Il 28 febbraio vengono sospesi tutti i diritti della persona, la libertà di stampa, il segreto della corrispondenza epistolare e del telefono. La motivazione è «per la protezione del popolo e dello Stato». In aprile il governo promulga il boicottaggio dei negozi ebrei, la proibizione di ogni funzione pubblica agli ebrei e ai cristiani di discendenza ebraica.

In una conferenza su “La Chiesa di fronte al problema degli ebrei”, Bonhoeffer prende pubblicamente posizione sull’odio razziale. Egli rimane deluso e sconcertato dalla posizione ufficiale della Chiesa protestante, la quale, assieme alla Chiesa cattolica ufficiale (salvo alcune eccezioni), considera l’antisemitismo e l’odio razziale un problema marginale.

Nonostante i suoi numerosi interventi sulla pace, sul Discorso della Montagna, sulla confessione della fede e sul rifiuto dell’eresia neonazista, Bonhoeffer rimane isolato nella sua Chiesa, nel movimento ecumenico e nel mondo accademico. Per questo nell’ottobre del 1933 parte per esercitare il ministero pastorale a Londra in due parrocchie di lingua tedesca. Vi rimane per due anni fino all’aprile del 1935. Qui approfondisce i legami ecumenici e lotta affinché si riconosca la “Chiesa confessante”, che si stava allora costituendo come Chiesa indipendente dallo Stato, come la rappresentante legittima del protestantesimo tedesco.

Intanto in Germania il regime di Hitler ha ormai ben saldo il potere. Bonhoeffer intuisce che bisogna prepararsi a tempi molto duri, non solo per la Germania, ma anche per tutta l’Europa e per tutto il mondo. Bisognava preparare i futuri pastori della Chiesa confessante a contrastare l’ideologia anticristiana del nazismo e a predisporsi per la ricostruzione che avverrà in un lontano futuro. Il 28 agosto in una assise ecumenica in Danimarca, Bonhoeffer lancia un drammatico appello in favore di un grande concilio ecumenico per la pace, affinché i cristiani non si rivolgano le armi gli uni contro gli altri, perché è come rivolgerle contro Cristo. Sarà l’ultimo suo intervento pronunciato in una sessione ecumenica.

Nella primavera del 1935 Bonhoeffer è incaricato dalla Chiesa confessante come responsabile della formazione spirituale e pastorale dei futuri pastori in uno dei cinque Seminari pastorali, quello di Zingst-Finkenwalde, vicino Stettino. Bonhoeffer accetta volentieri questo incarico. Imposta la formazione dei futuri pastori sull’esperienza della vita comune (Bonhoeffer era attratto dalla vita comunitaria dei monasteri), orientata da quattro grandi opzioni di fondo: (a) la confessione di fede di fronte all’eresia del nazismo; (b) la sequela di Gesù Cristo “a caro prezzo”; (c) la cura del culto (preghiera personale e comunitaria) e della vita spirituale (lettura della Bibbia); (d) essere la voce dei “muti” e dei perseguitati (nel caso concreto gli ebrei) contro lo Stato dittatoriale.

Bonhoeffer, attraverso i corsi di teologia, la vita comunitaria e fraterna, la preghiera e la lettura della Bibbia, prepara i futuri pastori alle prove imminenti e alla guerra. E infatti, i suoi seminaristi, per punizione, venivano inviati dalla Gestapo tra le truppe che combattevo al fronte russo. Su 150 giovani, 80 morirono al fronte. L’esperienza di questo Seminario-comunità durerà solo due anni e mezzo. Alla fine del settembre 1939 la Gestapo la chiuderà. I libri che racchiudono questa esperienza sono Sequela, pubblicato nel 1937, e Vita comune, pubblicato nel 1939.
 
Dopo la chiusura del seminario, Bonhoeffer e i suoi continuano la formazione dei giovani futuri pastori sotto forma di riunioni itineranti nelle varie parrocchie che sono disposti ad accoglierli. Da questo momento in poi, fino alla sua morte, Bonhoeffer non avrà più un domicilio stabile. Di questo periodo ci sono rimasti uno studio biblico sulla Tentazione, uno sui salmi, intitolato Libro di preghiera della Bibbia, e alcune lettere agli studenti scritte per consolarli e incoraggiarli nella perseveranza, altre lettere agli anziani del quartiere, dove risiedeva il seminario, e ai famigliari.

Nel gennaio 1938 il regime nazista proibisce a Bonhoeffer di risiedere a Berlino, tranne per motivi famigliari. Il 18 settembre del 1939 la Germania ha invaso la Polonia: è l’inizio della seconda guerra mondiale. Il 4 settembre 1940 viene proibito a Bonhoeffer di prendere pubblicamente la parola e gli viene ordinato di comunicare alla polizia i suoi soggiorni. La Gestapo lo sta già pedinando. I suoi amici, sapendo che Bonhoeffer è deciso a non prestare il giuramento militare ad Hitler e che dunque rischia di essere giustiziato, ottengono per lui un invito per recarsi ad insegnare negli Stati Uniti. Bonhoeffer vive drammaticamente questo soggiorno: gli sembra di essere diventato un po’ come il profeta Giona, in fuga dalle sue responsabilità.
 
Perciò, dopo alcune settimane, decide di ritornare in Germania per essere solidale con il suo popolo. A partire da questo periodo Bonhoeffer si impegna nella resistenza contro la tirannia e la guerra di Hitler, senza poter contare sulla sua Chiesa. Dal novembre 1940 al febbraio 1941 si rifugia presso l’abbazia benedettina di Ettal nelle montagne bavaresi. Abita nelle stanze riservate agli ospiti, frequenta la biblioteca, partecipa ad alcuni momenti della vita monastica: la preghiera, l’eucaristia, la mensa comune. In molte lettere ai famigliari fa l’elogio di questa forma di vita che, dice, non gli è estranea e che sarebbe una perdita se la vita comunitaria monastica venisse distrutta.
 
Cosa ritenuta possibile dagli stessi monaci, visto il clima religioso e politico del tempo. Bonhoeffer è al corrente del complotto contro Hitler, lo appoggia e lo sostiene; il complotto però fallirà. È di questo periodo lo scritto, rimasto incompleto, intitolato Etica, una raccolta di riflessioni a frammenti, molto pacate, sulle “realtà penultime”, cioè le realtà di questo mondo, dalle quali il cristiano non può separarsi a motivo delle “realtà ultime”, cioè dell’escatologia, cioè della venuta di Cristo nella Gloria.
 
In Cristo, Dio è veramente entrato nella realtà di questo mondo: perciò il cristiano è chiamato ad agire con responsabilità in questo mondo, anche quando si trova in situazioni difficili e rischiose. Il cristiano, come Mosè e come Paolo, ha una funzione di mediazione e di intercessione: rappresenta e presenta il mondo davanti a Dio. Nell’Etica Bonhoeffer cerca di sviluppare una teologia della fedeltà alla terra, guardando oltre, cioè al dopoguerra, alla ricostruzione. E questa sua prospettiva di fedeltà e di fiducia nel futuro è testimoniata esistenzialmente dal suo fidanzamento nel gennaio 1943 con Maria von Wedemeyr.
 
 
Il carcere, il campo di concentramento, la morte
 
Il 5 aprile 1943 Bonhoeffer viene arrestato dalla Gestapo con l’incriminazione per alto tradimento e imprigionato nel campo militare di Tegel. Vede i suoi famigliari, la sua fidanzata. Scrive molte lettere, tra cui al suo amico E. Bethge (che scriverà una biografia su Bonhoeffer), scrive frammenti di un romanzo, studi sul tempo e sulla verità, legge romanzi. Bonhoeffer, dopo un periodo di depressione, riprende a sperare. Crede possibile la sua liberazione. Nelle lettere – pubblicate postume nel 1951 col titolo Resistenza e resa –, in particolare in quelle indirizzate all’amico Bethge, tratta vari temi, pensando al futuro della Chiesa. I temi sono i seguenti:
 
• l’appartenenza al mondo: rimette al centro della fede il mondo reale, sensibile, storico, prendendo le distanze da una fede idealizzata, astratta (Lettera del 21 luglio 1944);
 
• l’idea di un cristianesimo non religioso (Lettera del 30 aprile 1944): considera il “tempo della religione” una fase storica del cristianesimo che non ritornerà più; per lui la religione ha le seguenti caratteristiche: ricorre alla metafisica, è individualista, evoca undeus ex machina, dipende dai gruppi elitari della borghesia; con religione intende la forma occidentale del cristianesimo, e quindi prospetta altre forme inedite di cristianesimo; ma non avrà il tempo di sviluppare questa tematica;
 
• l’umanità di Gesù: il suo intento è di ripensare la presenza e l’azione di Cristo oggi, in un mondo che è cambiato rispetto al mondo antico; Gesù non fa della metafisica, ma parla in parabole, non è un individualista, bensì uomo-per-gli-altri, non cerca privilegi, ma siede alla mensa degli esclusi, non invoca un dio ex machina, ma fa appello alla responsabilità personale e muore sulla Croce gridando il suo abbandono al Padre;
 
• il mondo diventato adulto: nel mondo diventato adulto è necessario un cristianesimo adulto, una fede cristiana che trovi Dio non nelle questioni irrisolte della vita – un Dio “tappabuchi” – ma in quelle risolte, non nella sofferenza ma nella salute (Lettera del 30 aprile 1944; Lettera del 29 maggio 1944). Colpisce che queste riflessioni sono fatte in un momento tragico della sua vita.

Il 20 luglio 1944 fallisce l’attentato ad Hitler, che Bonhoeffer aveva appoggiato “per necessità”, come ultima ratio. I legami di Bonhoeffer con i congiurati saranno accertati definitivamente nell’autunno del 1944. Per Bonhoeffer è l’inizio della fine. Viene trasferito nel carcere della Gestapo della Prinz-Albrecht-Strasse e qui sottoposto interrogatori ricattatori e a torture. Da qualche testimonianza del suo compagno di cella veniamo a sapere che Bonhoeffer, nonostante tutto, aveva sempre una parola di fede e speranza per tutti tratte dalla S. Scrittura.

All’inizio del 1945 viene condotto con un gruppo di prigionieri in diversi campi di concentramento. Un ufficiale dei Servizi Segreti, Payne Best, così testimonia: «Bonhoeffer era tutto umiltà e dolcezza. Sembrava sempre emanare da lui un’atmosfera di bontà, di gioia nei più piccoli avvenimenti della vita, di profonda gratitudine per il semplice fatto che lui c’era ancora. […] È uno degli uomini rari che ho incontrato, il cui Dio era reale e anche prossimo a lui».

Il martedì di Pasqua 1945 viene internato nel campo di Flossenbürg. La domenica in Albis, su richiesta dei compagni di prigionia, Bonhoeffer celebra il servizio liturgico: commenta le letture bibliche del giorno e conclude con l’orazione. All’improvviso si spalanca la porta: viene chiamato dalle guardie a recarsi con loro. Raccoglie le sue robe e lasciando la sala dice: «È la fine. Per me, è l’inizio della vita». Il giorno dopo, il 9 aprile 1945, quando già si sente in lontananza l’artiglieria americana, all’età di 39 anni Dietrich Bonhoeffer viene impiccato.
 
La segretezza della procedura e la furtività dell’esecuzione non ci permettono di conoscere i particolari di quanto è avvenuto in quel giorno. Abbiamo solo la testimonianza (attendibile?) del medico del campo, dott. H. Fischer-Hüllstrung che la rese il 4 aprile 1955 al pastore Zimmermann. Ecco un passaggio: «Dalla porta socchiusa di una cella della baracca, poco prima della consegna della casacca di prigioniero, vidi il pastore Bonhoeffer inginocchiato in preghiera intima con il suo Signore Iddio.
 
La maniera di pregare di quell’uomo così simpatico, maniera piena di abbandono e di fiducia, mi fece profonda impressione. Ai piedi della forca si fermò ancora un poco per una breve preghiera, quindi salì silenzioso e risoluto la scala. La morte seguì dopo pochi secondi. Nella mia carriera di medico, durata cinquant’anni, non ho mai visto morire un uomo così offerto a Dio». Nello stesso giorno in un altro campo di concentramento veniva ucciso il cognato Hans von Dohnanyi. Il 25 aprile a Berlino venivano fucilati il fratello Klaus e un altro cognato, Rüdiger Schleicher. 
 
 

Dopo aver ripercorso l’itinerario tragico della sua esistenza, di D. Bonhoeffer vogliamo ora ripercorrere l’itinerario del suo pensiero teologico-spirituale. Certo, non è stato un intellettuale da “salotto”. La sua riflessione l’ha sempre ancorata alla S. Scrittura – letta, meditata e pregata nello Spirito – e alla vita ecclesiale e sociale del suo tempo (perciò è teologico-spirituale).

 
È una riflessione che nel momento stesso in cui viene comunicata, lo interpella e lo coinvolge personalmente: egli riflette e comunica per se stesso e per gli altri. Perciò la sua riflessione non si presenta mai banale e scontata, ma poderosa, complessa, impegnativa e originale in molti suoi punti, e sovente critica, in particolare verso la tradizione protestante (e nondimeno oggi anche verso una certa tradizione cattolica). Vediamone in sintesi le coordinate fondamentali.
 
 
Cristo Gesù il Vivente, oggi
 
a) Parlare di Cristo sul fondo del silenzio. Nell’estate del 1933, a venticinque anni, Bonhoeffer tiene un corso di Cristologia, cioè di riflessione sistematica sulla persona di Gesù Cristo. Rifacendosi a Cirillo di Alessandria, esordisce indicando la predisposizione spirituale che favorisce la nostra conoscenza di Cristo: il silenzio. Ogni riflessione su Cristo deve iniziare e scaturire dal silenzio: «Parlare su Cristo significa tacere. Tacere su Cristo significa parlare… Il parlare della chiesa, fatto di silenzio, è la corretta predicazione di Cristo». Il silenzio qui non è un tacere assoluto, ma indica la consapevolezza di essere di fronte al mistero insondabile di Cristo, mistero che non potremo mai esaurire e racchiudere dentro i nostri schemi e le nostre idee. Bisogna, sì, parlare di Cristo, ma sul fondo del silenzio, ovvero della preghiera meditativa e dell’impegno quotidiano.
 
b) Cristo per noi. E, allora, il primo interrogativo fondamentale su Gesù riguarda il «Chi è Cristo per te, per noi?». Questa domanda scaturisce dalla fede, vale a dire dalla preghiera, dall’invocazione e dalla fatica dell’impegno quotidiano. Quel “per te, per noi” non è la proposta di un sondaggio o di un esame personale su Cristo, ma esprime la relazione esistenziale con Lui e il coraggio di dirgli: «Parla tu stesso! perché tu sei vivo, non sei un morto»; è perciò il coraggio dell’ascolto profondo della Parola, del Vangelo di fronte a Lui che è il Vivente, e che per questo può dirci Chi Lui è (si noti: il verbo al presente), cioè comunicare la sua identità, e, di conseguenza, chi siamo noi, cioè la nostra identità, in relazione a Lui.

Per Bonhoeffer il Cristo-per-me/per-noi, cioè il Cristo Risorto e Vivente, è Colui che oggi si rende presente a noi come Parola, come Sacramento (in particolare nell’Eucaristia), come Comunità. E in queste tre presenze egli si comunica e sta accanto a noi nella sua teo-umanità, vale a dire non solo come Dio ma anche come uomo, cioè con la sua debolezza creaturale, con le complessità, le complicazioni, i fallimenti, i dolori e le gioie della vita. Cristo è uomo e Dio sia nel suo abbassamento che nel suo innalzamento nella Gloria, per cui anche nel suo abbassamento, nella sua debolezza (mangiatoia, croce) egli è Dio, il Dio debole e umile che noi incontriamo e dal quale riceviamo sapienza e forza.
 
c) La sequela “a caro prezzo”. Che cosa dice Cristo a noi che lo seguiamo? Per rispondere a quest’altra domanda, Bonhoeffer scrive nel 1937 Sequela. Si tratta di un corso che il formatore Bonhoeffer tenne al Seminario-comunità di Finkenwalde per i futuri pastori: esso mostra uno degli orientamenti fondamentali che lui aveva dato alla loro formazione teologica e spirituale. L’opera è una meditazione sulle Beatitudini e il Discorso della Montagna, sulla missione dei discepoli, sulla chiesa come “Corpo di Cristo”. Ci soffermiamo solo su un tema-chiave della sua riflessione: la sequela di Cristo “a caro prezzo”, seguire Lui costi quel che costi.

Bonhoeffer, in polemica con la tradizione luterana, rileva che accentuando solamente la salvezza per grazia, cioè che la salvezza è dono gratuito di Dio e non merito nostro, si dimentica un aspetto essenziale: le opere che a caro prezzo dobbiamo fare proprio in quanto siamo stati salvati per grazia, vale a dire la sequela di Cristo Gesù, l’obbedienza a Dio e alla sua Parola nelle scelte della vita quotidiana. Qui Bonhoeffer ha davanti a sé le derive della chiesa protestante tedesca, la quale, mentre afferma la salvezza per grazia, nello stesso tempo, senza alcun serio discernimento evangelico, accoglie Hitler come l’uomo della provvidenza, come il capo mandato da Dio…

Perciò Bonhoeffer distingue la “grazia a buon mercato” dalla “grazia a caro prezzo”. La “grazia a buon mercato”: è la grazia «come merce in vendita promozionale» dove «il conto è già stato pagato», per cui «tutto si può avere gratis»; è il misconoscimento della potenza efficace della Parola di Dio e della sua incarnazione in Gesù; è il misconoscimento di Gesù Vivo che interpella il nostro oggi; è il perdono senza pentimento e conversione, è l’accoglienza della grazia «senza bisogno che cambi qualcosa del nostro modo di vivere», dove anzi avanza sempre di più l’omologazione alle logiche idolatriche, evidenti e sottili, presenti nel mondo.

La “grazia a caro prezzo” invece è tutto l’opposto: è la sequela di Cristo Gesù sulla via della croce, sulla via del dono di sé, senza sconti, è l’obbedienza alla Parola di Dio viva ed efficace; è «il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va a vendere con gioia tutto ciò che aveva; […] la signoria regale di Cristo, per amore del quale l’uomo strappa da sé l’occhio che lo scandalizza […]; il vangelo che si deve sempre di nuovo cercare, il dono per cui si deve sempre di nuovo pregare, la porta cui si deve sempre di nuovo bussare. [..] La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata cara a Dio, perché gli è costata cara la vita del Figlio – “siete stati riscattati a caro prezzo” (1Cor 6,20) – e perché non può essere a buon mercato per noi ciò che è costato caro a Dio».
 
d) La predicazione, l’evangelizzazione. Tra i corsi per i futuri pastori, Bonhoeffer ne tenne uno, tra il 1935 e il 1937, sulla predicazione della Parola. Egli si pone la domanda: come far sì che la predicazione della Parola, l’evangelizzazione, sia vissuta come l’evento che fonda ed edifica la comunità cristiana? Dopo aver per qualche tempo posto la predicazione in rapporto alla Chiesa (“si predica perché c’è la Chiesa e perché ci sia la Chiesa”), ci ripensa e cambia prospettiva ponendo la predicazione in rapporto a Cristo: la predicazione ha la sua origine in Cristo Parola incarnata, e il Cristo che si annuncia è il Cristo storico ed insieme il Cristo vivente oggi.

Perché Bonhoeffer ha cambiato prospettiva? Perché, guardando l’atteggiamento omologante della sua chiesa nei confronti del nazismo, comprende che ciò che rende credibile l’evangelizzazione non è la comunicazione della “pura dottrina” ma la “forma della chiesa”, lo stile di vita della chiesa, cioè dei suoi fedeli e dei suoi pastori. E la forma della chiesa è la “sequela a caro prezzo”, il suo fondamento è la Parola di Dio incarnata in Cristo Gesù. Indicata la prospettiva, Bonhoeffer traccia sapientemente lo stile dell’evangelizzatore. Egli non è il padrone ma il testimone della Parola che lo traversa, lo interpella in prima persona e lo fa vivere.
 
Perciò “accompagna” la pagina biblica, affinché l’energia efficace della Parola di Dio ivi contenuta si dispieghi e trovi ascolto, accoglienza e assimilazione nella comunità. La domanda vera che si pone l’evangelizzatore è: “che cosa dice questa pagina biblica alla comunità?” (e non: “che cosa io devo dire oggi alla comunità?”), perché una evangelizzazione “riuscita” è quella che spinge la comunità ad rileggere e meditare e pregare la pagina biblica dopo il culto, la liturgia o l’incontro biblico… L’evangelizzatore mentre evangelizza la comunità viene anche lui evangelizzato, perché, non solo la comunità, anche lui è il destinatario della Parola. Solo così l’evangelizzazione viene vissuta come un evento che coinvolge tutti, comunità e pastori, nella “sequela a caro prezzo”.
 
 
La Chiesa: “Cristo esistente come comunità”
 
La Chiesa è uno dei temi cari a Bonhoeffer (più volte lo riprende), tema che lo pone in posizione critica contro l’individualismo protestante (noi oggi possiamo aggiungere: nondimeno contro un certo individualismo cattolico… ). Egli parte dal fondamento: poiché la Chiesa è il Corpo di Cristo, essa, nella sua totalità, è Cristo esistente come comunità. Dopo alcuni anni, però, Bonhoeffer si rende conto che questo è un modo ambiguo di considerare la Chiesa perché la identifica a Cristo in maniera assoluta, mentre in realtà la Chiesa, poiché fatta di creature umane, di discepoli e di discepole, è posta sempre in obbedienza a Cristo.
 
E allora pur continuando a considerarla “Cristo come comunità”, sfuma un po’ l’espressione, affermando nello stesso tempo Cristo presente nella Chiesa: (1) come il Signore, nel senso che la trascende e le toglie ogni autoreferenzialità; (2) come il fratello, nel senso non soltanto dei cristiani ma anche di ogni uomo e donna; (3) come colui che fa unità, nel senso che la unisce a sé costituendola come la “rappresentazione” della sua presenza sulla terra.

Da qui per Bonhoeffer è evidente che la Chiesa è una comunità e non una somma di individui. La chiesa è una comunione di santi che sono anche peccatori, i quali hanno bisogno del perdono di Dio ma anche del perdono reciproco. Quindi nella Chiesa si dovrebbe prendere le distanze da ogni forma di individualismo e di autoreferenzialità, come pure da ogni forma di culto idolatrico del capo e di ricerca di potere e di privilegi, e, alla sequela di Cristo, invece vivere come Chiesa-per-gli-altri e come Chiesa-con-gli-altri, vale a dire come Chiesa del servizio e come Chiesa della comunione, della riconciliazione e della pace; perché il “luogo” vero della Chiesa non è il “luogo” che ella stessa si sceglie per garantire la propria sopravvivenza, ma il “luogo” che le sceglie Cristo, dove Lui la pone tra gli uomini e al servizio degli uomini che per una causa giusta, tra mille contraddizioni, faticano, soffrono e gioiscono.
 
Scrive Bonhoeffer: «La nostra Chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la propria sopravvivenza, come fosse fine a se stessa, è incapace di essere portatrice per gli uomini e per il mondo della Parola che riconcilia e redime. Perciò le parole di un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani oggi consisterà solo in due cose: nel pregare e nel fare ciò che è giusto tra gli uomini. Ogni pensiero, ogni parola e ogni misura organizzativa, per ciò che riguarda le realtà del cristianesimo, devono rinascere da questo pregare e da questo fare» (Lettera dal carcere del maggio 1944, in Resistenza e resa).
 
 
La vita comune: vivere come fratelli in Cristo
 
Come già accennato, Bonhoeffer volle impostare la formazione dei futuri pastori della chiesa sull’esperienza della vita comune nel Seminario di Finkenwalde. Il libretto, intitolato Vita comune, pubblicato nel 1938 si rifà a quella esperienza, libretto letto in questi anni da molti monaci, frati e suore, cattolici e protestanti. Farebbe molto bene anche alle famiglie, ai movimenti e ai gruppi ecclesiali e alle comunità parrocchiali. Evidenzio soltanto alcune tematiche. Come per la Chiesa, anche per l’esperienza della vita comune Cristo rimane il centro fondante, unificante ed edificatore.
 
Bonhoeffer sapientemente mette in guardia dalla tentazione, molto sottile, di edificare una “comunità psichica”, cioè una comunità di tipo fusionale, centrata sull’io, sulle relazioni e sui legami psicologi e affettivi intensi, sulla manifestazione “effervescente” e “surriscaldante” delle emozioni, delle passioni e dei sentimenti dell’animo umano. Invece differente è edificare una “comunità spirituale”, che non significa contrapposizione alla dimensione umana e corporea della esistenza, ma che al centro non mette la psicologia, bensì Gesù Cristo, la sua Parola pregata, meditata e vissuta, il suo perdono, la sua riconciliazione. Bonhoeffer non aveva nulla contro la psicologia in sé, ma contestava l’ uso maldestro teologico e pastorale che se ne faceva all’epoca (e spesso anche oggi… ).
 
Per la fede cristiana si è fratelli e sorelle per mezzo di Gesù Cristo e non per mezzo di qualcun altro o di qualcos’altro. «Sono fratello dell’altro – scrive Bonhoeffer – solo per ciò che Gesù Cristo ha fatto per me e in me; l’altro mi è divenuto fratello per ciò che Gesù Cristo ha fatto per lui e in lui. […] La nostra comunione consiste solo in ciò che Cristo ha compiuto in ambedue, in me e nell’altro, e questo non vale solo per l’inizio, come se poi, nel corso del tempo, si aggiungesse ancora qualcosa a questa nostra comunione, ma resta per sempre, nel futuro e nell’eternità».

Così tra me e l’altro, c’è un terzo che ci unisce (comunione e non “fusione”) e nello stesso tempo ci tiene discretamente distanti (solitudine e non isolamento), e questo Terzo è Gesù Cristo. Per questo è importante per Bonhoeffer, nella edificazione quotidiana della vita comune cristiana, oltre la meditazione della Parola di Dio e la preghiera, anche, davanti a Dio, la reciproca intercessione e, tra i fratelli, la confessione reciproca delle colpe (che non è il sacramento della riconciliazione).
 
 
Cristiani adulti in un mondo adulto

La Chiesa, a motivo dell’incarnazione di Cristo, Dio l’ha posta e voluta nel mondo. Ora, afferma Bonhoeffer, il mondo, con tutta la sua complessità, è diventato adulto, non ha più bisogno di un “dio tappabuchi” a cui ricorrere per dare risposte là dove la scienza oggi rimane muta (non sappiamo per il futuro). Il Dio della Bibbia non è un “dio tappabuchi”: egli si rivela nel suo abbassamento in Gesù Cristo come un Dio vulnerabile che ci aiuta a dare un senso alla vita, stando accanto a noi nella sofferenza. Questo Dio i cristiani sono chiamati a testimoniare nel mondo, senza venir meno alle loro responsabilità.
 
 
Egidio Palumbo