Commento - Esegesi al Vangelo del 31 Agosto 2014

27.08.2014 17:26

 

Parrocchia Santa Maria dell’Aiuto

Bible study

27.08.2014

Matteo 16,21-27

 

In quel tempo, 21 Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. 22 Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai". 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: "Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!". 24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: "Se qualcuno vuoi venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25 Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26 Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima?27 Poiché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni".

 

La liturgia propone ora il brano successivo (Mt 16,21-27), in cui Matteo riprende quasi letteralmente il racconto di Marco. Esso si divide in tre parti: primo annunzio della passione (v. 21), rimostranze di Pietro (vv. 22-23), condizioni per seguire Gesù (vv. 24-26); al termine viene riportato un detto conclusivo (v. 27). L’espressione «da allora cominciò» era stata usata precedentemente da lui in Mt 4,17 per introdurre il ministero di Gesù in Galilea: è possibile che sia stata utilizzata sia lì che in questo contesto per indicare l’inizio rispettivamente della sezione riguardante il ministero di Gesù in Galilea (incentrata sull’annunzio del regno dei cieli) e di quella che narra il cammino di Gesù verso Gerusalemme, il cui tema è la vera messianicità di Gesù. Il verbo «cominciare» indica che si tratta di un messaggio più volte ripetuto, come appare dal fatto che Gesù lo ripeterà altre due volte nel corso della sezione.

Anche secondo Matteo Gesù presenta la sua futura passione come qualcosa che «deve»(deî) accadere: con questo verbo egli indica non una fatalità ineluttabile o un ordine divino che deve essere ciecamente eseguito, bensì la conclusione naturale, prevista dalle Scritture, delle scelte da lui fatte durante il suo ministero pubblico.

Il Servo accetta liberamente la sofferenza e la morte come espressione di fedeltà al progetto di Dio, che l’aveva inviato a aggregare un popolo lacerato da odi e discordie.

E proprio Pietro, che poco prima lo aveva proclamato Messia, si sente messo in questione da questo annunzio, prende in disparte Gesù e lo rimprovera duramente(epitimaô) (v. 22a); Matteo aggiunge che gli diceva: «(Dio) ti preservi, Signore! Ciò non ti accadrà mai»

(v. 22b). Letteralmente Pietro dice a Gesù: «Possa (Dio) esserti favorevole (hileôs soi), Signore»: per lui la sofferenza non è un segno di favore da parte di Dio, e quindi deve essere evitata al Messia. La sua reazione rivela dunque una concezione trionfalistica del Messia in cui non c’era posto per la sofferenza.. L’espressione «tu mi sei di scandalo»si trova solo in Matteo. Lo scandalo (cfr. Mt 13,41;18,7) è una pietra posta sul cammino di una persona per farla inciampare: da pietra angolare l’apostolo si è trasformato in pietra d’inciampo (cfr. 1Pt 2,6-8). Il termine «satana» designa l’avversario di cui si parla in Gb 1-2 (cfr. Zc 3,1-2). Conferendo a Pietro questo appellativo Gesù si rifà al racconto delle tentazioni (cfr. Mt 4,8-9; Lc 4,5-7), affermando così che il tentativo di escludere la sofferenza dall’opera del Messia è una suggestione diabolica, quella stessa che Gesù aveva dovuto respingere proprio all’inizio del suo ministero.

Anche l’espressione «va’ dietro a me» (hypage opisô mou) si rifà al racconto della tentazione, dove Gesù, alla terza richiesta del diavolo, gli risponde con un’espressione simile: «Va’ via (hypage), satana» (Mt 4,10). Con l’aggiunta «dietro a me», che si trova sia in Marco che in Matteo, Gesù potrebbe dire a Pietro di non pretendere di indicargli la strada, ma di mettersi alla sua sequela; in altre parole lo invita a cambiare mentalità, se no come satana diventa per lui occasione di scandalo. L’accusa fatta a Pietro di pensare le cose degli uomini e non quelle di Dio si rifà al noto testo isaiano in cui si sottolinea la totale diversità delle vie di Dio da quelle degli uomini ( cfr. Is 55,8).

La sequela viene indicata con due espressioni sinonime, quella iniziale: «venire dietro di me» (opisô mou elthein) e quella finale «seguire» (akoloutheitô moi). La prima si richiama alle parole appena dette a Pietro («vai via da dietro a me»), al quale Gesù mostra così che cosa deve fare per ritornare alla sua sequela. La seconda è il termine tecnico per indicare il comportamento del discepolo. La sequela presuppone due condizioni: rinnegare (aparneomai) se stesso e prendere la propria croce: il rinnegamento di sé non consiste in atteggiamenti ascetici, ma nella disposizione a mettersi totalmente con Gesù al servizio del regno dei cieli; l’allusione alla croce potrebbe essere un’aggiunta successiva, determinata dall’esperienza della morte di Gesù, ma non è escluso che si rifaccia a un’espressione già usata durante la sua vita terrena. Il discepolo non deve portare la croce di Gesù, bensì la propria, cioè tutto quel corredo di sofferenze e rinunzie che comporta per lui l’adesione piena al regno di Dio da lui annunziato.

Il secondo detto comprende due frasi contrapposte con il metodo del parallelismo antitetico in forma chiastica (ab-ba): «Chi vuole salvare la sua vita (psychê), la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia la troverà» (v. 25). La parola psychê, diversamente dall’uso che se ne fa in Mt 10,28 (dove in contrasto con corpo significa certamente «anima») designa la persona, in quanto essere vivente, e quindi la propria vita. Il verbo «salvare» indica un comportamento che dovrebbe salvaguardare la vita e invece la compromette, portando la morte, mentre il verbo «perdere» nella seconda indica un atteggiamento che mettendo a rischio la vita, in realtà la salva: in altre parole c’è un salvare che significa perdere, e un perdere che significa trovare, ottenere da Dio, salvare. La salvezza che porta alla morte consiste nella difesa egoistica di sé, origine e essenza del peccato, che rappresenta la rovina dell’uomo, mentre il perdere la vita che porta a ritrovarla consiste nell’amore che porta l’uomo a mettersi al servizio degli altri. La vita si perde in modo positivo se ciò avviene «per causa mia», cioè di Gesù, cioè se ci si associa a lui nella ricerca del regno dei cieli. Rispetto a Marco, Matteo tralascia l’altra causa per cui è positivo perdere se stessi, cioè il vangelo, che rispecchia troppo chiaramente una situazione post-pasquale. È chiaro che il ritrovare la propria vita che è stata persa per causa di Gesù non avverrà esclusivamente in un’altra esistenza, ma avrà luogo almeno in modo iniziale già in questa.

I detti sulla sequela mostrano che la vita dei discepoli dovrà essere modellata su quella di Gesù. Per i discepoli non si tratta quindi di imporsi azioni particolarmente gravose o di rinunziare a questo o a quel peccato oppure a qualche orientamento cattivo. Il rinnegamento di se stessi e la perdita della propria vita indicano invece l’impegno di lottare con lui fino alla morte per un mondo migliore, più giusto e fraterno, in cui nulla ostacoli la piena manifestazione della regalità di Dio. Chi segue Gesù resta se stesso, ma non si appartiene più, è uno che non trova più in se stesso ma in lui il senso della propria vita, la sua ragione di essere. Se il suo Maestro sta per essere rifiutato e umiliato dal suo popolo, anch’egli deve accettare, se vuole rimanergli fedele, di essere coinvolto in un destino analogo. Ma di riflesso l’esempio di Gesù, così forte da saper coinvolgere altri nelle proprie scelte, esprimerà proprio attraverso di loro tutto il suo significato e le sue vere potenzialità.