Commento - Esegesi al Vangelo del 19 Ottobre 2014

15.10.2014 19:03

 

Parrocchia Santa Maria dell’ Aiuto

BIBLE STUDY

15.10.2014

Matteo 22,15-21

 

“In quel tempo, 15 i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio1 per vedere di coglierlo in fallo2 nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque a lui i propri discepoli3, con gli erodiani, a dirgli: "Maestro, sappiamo4 che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. 17 Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?".18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia5, rispose: "Ipocriti, perché mi tentate? 19 Mostratemi la moneta6 del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro7: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

 

L’evangelista Matteo introduce il brano con queste parole: «Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi.» (v. 15). Secondo Matteo i farisei decidono di non andare personalmente da lui, ma di inviargli alcuni dei loro discepoli insieme con gli erodiani (v. 16a). Forse vuole sottolineare che i farisei essi non desiderano coinvolgersi personalmente nella discussione, anche perché non erano sostanzialmente d’accordo con gli erodiani.

Dopo questa premessa gli inviati fanno a Gesù la loro domanda: « Dicci dunque il tuo parere: E' lecito o no pagare il tributo a Cesare?» (v. 17). Il tributo personale all’imperatore romano, chiamato testatico, consisteva in una tassa annuale (probabilmente di un denaro) per ogni persona, compresi gli schiavi, dai 12/14 ai 65 anni. Esso costituiva un tacito riconoscimento del dominio straniero e la rinunzia implicita alla speranza messianica. Il pagamento di questa tassa rappresentava quindi un problema di coscienza, data la persistente concezione teocratica in Israele, che determinò la ribellione di alcuni rivoluzionari, contrari al versamento del tributo.

La domanda dei farisei e degli erodiani ha quindi lo scopo di portare Gesù sul terreno delle attese nazionalistiche giudaiche per provocare una risposta che, a seconda dei casi, gli alienasse la simpatia della gente o permettesse di denunciarlo al tribunale romano.

«Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» (v. 21). Con questa frase Gesù, non senza una certa ironia, mostra come l'uso del denaro, da lui considerato come «mammona» (cfr. Mt 6,24; Lc 16,13), pone già di per sé la persona in un rapporto di dipendenza nei confronti dell'autorità da cui proviene. È assurdo quindi usare il denaro di Roma e poi ribellarsi al suo potere. Perciò rendano pure a Cesare quello che gli appartiene.

«A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono» (v. 22). Essi si sono resi conto che il loro tranello non ha funzionato.

 

Gesù, in sintonia con tutta la rivelazione biblica, sottolinea come per ciascuno l'unica cosa importante, a cui non può e non deve mai sottrarsi, è la piena sottomissione a Dio, senza riserve o compromessi. È chiaro che per Gesù la sottomissione a Dio implica l’ingresso nel suo regno, caratterizzato dalla giustizia e dalla pace universale. Ciò significa optare per rapporti nuovi, basati sull’amore vicendevole, dai quali viene esclusa qualsiasi discriminazione e strumentalizzazione dell’altro a scopi personali ed egoistici. Questa presa di posizione può chiaramente entrare in collisione con le leggi dello stato, specialmente là dove esso è controllato da regimi totalitari e violenti.

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1 I farisei presentano a Gesù una serie di tre dispute che rispondono all’esplicita intenzione di coglierlo in fallo (di prenderlo al laccio con una parola) cioè di fargli dire una parola in base alla quale possa essere condannato. La prima disputa ha un carattere politico ed è la più insidiosa dal punto di vista della sicurezza personale di Gesù. Le altre due dispute (la risurrezione dei morti e il più grande comandamento) hanno invece un contenuto religioso e riguardano l’interpretazione della Torà.

22 Il testo greco dice chiaramente che era una trappola per incastrare Gesù affinchè fosse condannato. E’ evidente questo significato dalle parole usare in greco παγίς. I farisei e gli erodiani sono fru gruppi opposti , che si facevano la guerra, ma ora sono uniti nel mettersi contro Gesù, di cui ne ammiravano la sapienza ma di certo non volevano essere guidati da questa.

I propri discepoli, con il tono di chi vuole imparare. Infatti di fronte a un giovane si ha meno tensione e si è più liberi nell'esporre che di fronte a un maestro.

Sappiamo: quale valore ha questa dichiarazione? Essa è vera. Probabilmente qui la verità è strumentalizzata per uno scopo ben preciso

5 Ponēría: malizia, può racchiudere in sé la volontà di fare del male (cfr. Gdc 11,27; 15,3; Nee 6,2; Ps 27,4; 72.8.

6 Esisteva una moneta speciale per pagare questo tributo, la quale portava l’immagine dell’imperatore Tiberio e la scritta “Tiberio Casare, augusto figlio del divino Augusto, sommo sacerdote”. Secondo una stretta interpretazione del II comandamento una moneta recante un’immagine e l’iscrizione che divinizza l’imperatore doveva considerarsi idolatrica.

7 Risuonano a questo proposito le parole della Genesi quando si dice che Dio ha pensato l’uomo come sua immagine: “A immagine di Dio lo creò, maschio e femmina lo creò”. Di sicuro l’immagine di Dio non è sul denaro perché il rapporto che Dio intende instaurare con gli uomini non è un rapporto di compravendita, ma è un rapporto di amore. Immagine vuol dire impronta, vuol dire icona, vuol dire: vedendola si vede lui. Forse è anche il rischio di chi si pone in una linea di servizio ai poveri: quante volte noi riduciamo il servizio ai poveri a una questione di soldi e in realtà nel volto della povera gente vediamo una possibilità di investimento; le opere caritative si impegnano in convenzioni sempre più costose, in convenzioni che le legano sempre più alle istituzioni, al potere. Così leghiamo sempre più il volto dei poveri a ciò che dobbiamo spendere in termini di