Commento Esegesi al Vangelo del 16 Novembre 2014

13.11.2014 12:29

Parrocchia Santa Maria dell’Aiuto

Bible Study

12.11.2014

Mt 25,14-30

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». Parabola dei talenti

 

Il racconto inizia in modo piuttosto maldestro con l’espressione «come infatti» (hôsper gar) con la quale la parabola viene collegata alla precedente, con la quale ha in comune il tema del regno di Dio. Viene poi raccontato l’antefatto della parabola. Prima di partire per un viaggio un uomo chiama i suoi servi e consegna loro i suoi beni: a uno dà cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, va subito a impiegarli e ne guadagna altri cinque; quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagna altri due; colui che ne aveva ricevuto solo uno, va invece a fare una buca nel terreno e vi nasconde il denaro del suo padrone (vv. 14-18). Per Matteo si tratta di un trafficante in procinto di partire per affari all'estero; Luca invece, per il quale lo scopo della parabola è quello si sfatare l’idea che il regno di Dio dovesse manifestarsi all’istante, il padrone è un nobile pretendente al trono che va in una regione lontana (la sede centrale dell’impero) per ottenere la regalità (cfr. Lc 19,12). Secondo Matteo il padrone affida il suo patrimonio a tre servi (schiavi), secondo le loro capacità, perché durante la sua assenza lo facciano fruttare.

La resa dei conti (vv. 19-28) ha luogo al ritorno del padrone, che ha luogo «dopo molto tempo»: potrebbe essere questa un’allusione alla parusia e al ritardo con cui essa si attua. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presenta altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». Il padrone risponde: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Esattamente negli stessi termini si svolge il dialogo con il servo che aveva ricevuto tre talenti e ne riporta altri tre. Il premio per il lavoro fatto consiste nel prendere parte alla gioia del padrone: è questo un riferimento allegorizzante al banchetto escatologico.

Viene infine il turno del terzo servo (vv. 24-28). Questi si giustifica dicendo: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo». Ma il signore gli risponde: «Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse». E conclude: «Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti». Quello che irrita il padrone non è tanto il fatto che il servo non abbia trafficato il talento ricevuto, ma il motivo che adduce: egli non aveva una buona idea del padrone, lo considerava duro e rapace, e quindi non ha avuto il coraggio di rischiare per non incorrere in una punizione. La risposta del padrone è chiaramente condizionata da questa fasulla motivazione: se il servo pensava che egli fosse così rigido ed esoso, a maggior ragione avrebbe dovuto darsi da fare per far fruttificare il talento che gli era stato affidato. La severità del padrone è quindi determinata non tanto dalla mancanza di profitto, ma piuttosto dal giudizio negativo che il servo si era fatto di lui.

L’interpretazione della parabola viene fatta mediante un detto di Gesù: «Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha» (v. 29). Lo stesso logion si trova nel discorso in parabole (13,12), riferito all'ascolto della parola di Gesù, mentre qui riguarda il comportamento fedele e operoso dei discepoli. Nel contesto del precedente discorso escatologico tutti i cristiani vengono così sollecitati a corrispondere con fedeltà e impegno attivo ai doni ricevuti gratuitamente da Dio mediante il vangelo. Infine vengono riportate le parole di condanna del padrone: «E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti» (v. 30). La punizione consiste dunque non solo nella privazione del talento ricevuto, ma, come nella parabola delle dieci vergini, nell’esclusione dal banchetto (la «gioia» del signore).

Le diverse modalità con cui la parabola dei talenti è narrata rispettivamente da Matteo e da Luca lascia supporre che essa abbia avuto un lungo iter redazionale. È probabile che narrandola Gesù si riferisse al dono incomparabile del regno che Dio offriva all'umanità per mezzo suo. Si trattava di un capitale che veniva affidato ad ogni uomo in uguale misura, secondo un dettaglio probabilmente originario, conservato nella redazione lucana. Ciascuno doveva impegnarsi per far fruttare tale dono. L'accento della parabola, più che sul comportamento degli uditori, cadeva sul momento irripetibile della venuta del regno, cioè sull'amore di Dio donato nell'annuncio del vangelo, che ciascuno era invitato a non sottovalutare, ma ad accogliere con sollecitudine e impegno. Con la

parabola Gesù non intendeva dunque parlare della sua parusia, bensì di quel tempo privilegiato in cui i suoi uditori vivevano.

Luca ha rielaborato la parabola (19,11-27) collocandola dopo la conversione di Zaccheo e servendosene per giustificare il ritardo della parusia (v. 11). Matteo invece, in forza del collegamento con quella precedente delle dieci vergini, la presenta chiaramente come una «parabola del regno», trasformandola al tempo stesso in una «parabola di giudizio». Viene così ribadito l'invito alla vigilanza, a cui tuti sono tenuti per essere trovati pronti alla venuta del Signore: il severo monito del v. 13 («Vegliate...») trova qui riscontro nella terribile sentenza conclusiva del v. 30 (tenebre, pianto, stridor di denti), che è redazionale. Nella redazione matteana, oltre al motivo della vigilanza, emerge quello complementare dell'impegno per far fruttare i doni ricevuti da Dio, un tema che sta particolarmente a cuore al primo evangelista (cfr. 7,21-27; 21,41.43). Da qui l'impronta parenetica della parabola in sintonia con la concezione morale tipica in Mt del rapporto tra prestazione e ricompensa. Tuttavia, il premio offerto ai due servi fedeli appare come una ricompensa gratuita, perché si trattava di due schiavi. La loro promozione ad amministratori non era dovuta, ma rappresentava soltanto un atto di fiducia e di generosità da parte del padrone. Rispetto alla parabola del servo fedele o infedele (24,45-51), qui acquista risalto la dimensione creativa e personale dell'impegno cristiano: per dimostrarsi tali, i credenti, con particolare riferimento a quanti hanno responsabilità nella chiesa, devono portare frutti abbondanti.

In sintonia con Luca Matteo ha riletto la parabola in senso cristologico. Il padrone che affida il capitale ai servi è stato identificato con Gesù. Durante il tempo intermedio della sua assenza, in attesa della parusia del Figlio dell'uomo come giudice, ogni discepolo è tenuto a far fruttare il dono ricevuto con responsabilità operosa. Da qui deriva l'insistenza con cui Matteo nomina il kyrios (signore), che simboleggia evidentemente il Cristo risorto, il quale ha affidato il tesoro del regno ai discepoli. Ad essi ne domanderà conto nella parusia, quale giudice escatologico. Per estensione la parabola è stata applicata ad ogni cristiano: nel tempo dell'attesa bisogna corrispondere con fedeltà operosa alla chiamata del Maestro.