Commento Esegesi al Vangelo del 14 Dicembre 2014

10.12.2014 17:00

 

Parrocchia Santa Maria dell’Aiuto

Bible study

10.12.2014

Gv 1,6-8.19-28

Messaggio o idea principale del testo

il Battista è colui che, rinviando a Gesù, annunzia

Gesù.

 

6Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. 7Egli venne come testimone1 per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. 19Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». 20Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». 21Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. 22Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». 23Rispose: «Io sonovoce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». 24Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. 25Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». 26Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 28Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

 

Il testo liturgico si divide in quattro parti: la testimonianza di Giovanni (vv. 6-8); l’aspetto negativo della sua risposta agli inviati dei giudei (vv. 19-21); Giovanni indica positivamente la propria identità (vv. 22-23); infine spiega il suo ruolo specifico (vv. 24-27). Una breve frase di tipo geografico conclude il brano (v. 28).

Giovanni è dunque il testimone che deve introdurre non solo Israele, ma tutta l’umanità alla fede, che consiste in un atteggiamento di totale fedeltà al Dio dell’alleanza (cfr. Gen 15,6) che si manifesta nel «Verbo».

Ciò che Giovanni non è (vv. 19-21)

 

Bruscamente scende in campo una delegazione che si presenta a Giovanni il Battista. Essa è inviata dai «giudei», cioè dalle autorità giudaiche che avevano la loro sede in Gerusalemme e si riunivano nel consiglio chiamata Sinedrio. Il dialogo tra gli inviati e il Battista avviene in tre momenti. Anzitutto essi gli chiedono in modo diretto: «Tu chi sei?». Il Battista risponde in modo negativo, esplicitando quello che, contrariamente alle attese dei suoi connazionali, egli aveva coscienza di non essere: anzitutto nega di essere il Messia, cioè il re davidico molto atteso ai suoi tempi; poi rifiuta l’altra ipotesi secondo la quale egli sarebbe Elia o il profeta. Giovanni rifiuta così di identificarsi con una delle due figure, l’una messianica e l’altra profetica, la cui comparsa era attesa come immediata preparazione alla venuta finale di Dio.

I membri della delegazione non sono soddisfatti delle parole evasive di Giovanni e gli ripropongono la domanda, chiedendogli questa volta una risposta esauriente da riferire a coloro che li avevano inviati. Ma egli risponde loro semplicemente applicando a sé il detto di Is 40,3 (cfr. Mc 1,3 e par): «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore». Secondo l’evangelista il Battista riconosce a se stesso la funzione dell’araldo, analoga a quella degli ignoti messaggeri che nel Deuteroisaia dovevano annunziare a Gerusalemme la fine dell’esilio e il ritorno degli esuli.

In questa risposta risuona la fede della comunità giovannea che riconosce in Gesù l’unico mediatore della salvezza,

L’ultima domanda riguarda l’autorità con cui il Battista battezza. Sembra scontato che amministrare il battesimo sia un gesto di grande autorità, che richiede una missione specialissima: non si hanno indizi che esso fosse tale per i giudei, ma senza dubbio lo era per il quarto evangelista, secondo il quale il battezzare era una prerogativa del Messia. In risposta all’ultima domanda Giovanni risponde affermando che la sua autorità deriva da un altro che si trova ormai in mezzo a loro, sebbene essi non lo conoscano. Egli lo presenta come uno che viene «dopo» (opisô) di lui: questa espressione lascerebbe intendere che Gesù sia stato per qualche tempo discepolo di Giovanni: e di fatti in seguito apparirà che, secondo il Quarto vangelo, Gesù ha svolto per un certo tempo un’attività parallela a quella del Battista, forse all’interno del movimento da lui iniziato (cfr. Gv 3,22-30).

In questo testo appare che la figura del Battista appare sullo scenario della storia umana senza altro compito che quello di testimoniare la venuta di Gesù. Con le sue stese parole si confutano le convinzioni di coloro che lo considervano come il profeta escatologico o addirittura il Messia. Egli non è altro che una voce che grida nel deserto, annunziando la venuta di un altro che, pur essendo venuto dopo di lui, è più grande di lui.

Tuttavia il brano mette in luce, con le parole stesse del Battista, già anticipate nel prologo (cfr. v. 15), il ruolo che innegabilmente il Battista ha svolto nel preparare la venuta di Gesù. Egli resta per tutti i tempi il testimone per eccellenza, modello di tutti coloro che, credendo in Gesù, lo presentano come l’unico capace di dare un senso pieno alla vita e alla storia umana. Chiunque nel corso dei secoli vorrà diventare seguace di Gesù, dovrà prendere in seria considerazione la testimonianza del Battista, il quale, proprio scomparendo di fronte a lui, ne ha indicato l’eccelsa dignità.

Alcune indicazioni o riflessioni che possono aiutarci a buttare luce sil presente

1. Giovanni è pericoloso perché contesta i poteri dell’uomo,relativizza drasticamente le sue possibilità di stabilire la giustizia del mondo, denunzia la fallacia di ogni promessa umana di felicità e di benessere.

2. Al centro di questa pagina del Vangelo sta Giovanni, l’umile che totalmentescompare dietro colui che annunzia, come i “miseri” dell’AT. , come Maria “l’umile serva delSignore”. E persino il nome di Battista ci rimanda a questa umiltà, giacché “beit aniah” è da mettere in relazione con la radice “nh” che evoca l’umiltà, l’afflizione l’essere curvato. Gli umili sono quel “resto” attestante la venuta del Signore che inaugurano il tempo messianico, quelli che già possono rallegrarsi di Cristo nonostante la povertà di cui egli stesso si è rivestito.

3. Può essere utile guardare al comportamento di Giovanni che, pur esercitando in pieno la sua missione profetica di precursore e di preparatore, ci tiene a far capire che non è lui la persona importante, ma è Cristo. Il mondo attende da noi la presentazione di Cristo:“Mostraci il Padre” ( Gv 14, 8 ) ci chiedecontinuamente la gente. Lo chiede anche quando sta zitta, in chiesa. Lo chiede, però, non solo al sacerdote, ma a tutti i cristiani, perché tutti abbiamo il dovere di far conoscere e far amare il Messia che viene. La comunità cristiana come il Battista, è essenzialmente testimone: è chiamata a rappresentare, con la sua parola e la sua testimonianza, l’immagine corretta di Dio e di riflesso, l’immagine corretta dell’uomo. La carità non solo qualcosa di Dio, una sua qualità,lo stile della sua azione; è l’identità stessa di Dio. Non è sufficiente definire il Signore come sapienza, potenza, santità. Per arrivare al cuore del Dio della rivelazione, è necessario affermare che Dio è carità. La comunità cristiana deve dichiararlo con l’insegnamento ma anche con la propria vita.

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1 Il testimone è colui che attesta nella storia agli uomini una realtà, che, pur immersa nella storia umana, la sorpassa. Ricordiamoci anche che lo scopo della testimonianza è la fede, credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio (1-34 ). La fede è la risposta globale e vitale alla rivelazione del e nel Figlio di Dio....... Giovanni “per rendere testimonianza … Doveva rendere testimonianza alla luce”. In greco il verbo è martyrein (testimoniare), dal quale deriva il nostro “martire”. La testimonianza si manifesta soprattutto con la parola: non per niente il Battista si definisce “voce di uno che grida”.