Commento al Vangelo del 21 Settembre 2013

20.10.2015 12:00

Commento di Mons. Ilvo Corniglia

al Vangelo del 21 Settembre 2013

 

 

Mt 9,9-13

Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Parola del Signore

 

L'evangelista ha già narrato la chiamata di due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni (Mt 4,18-22). Nel brano odierno ascoltiamo un nuovo racconto di vocazione, espresso nel medesimo schema: Gesù passavede qualcuno che è intento a svolgere la sua attività, lo chiama a diventare suo discepolo; il chiamato lascia tutto e aderisce a Gesù, cioè lo segue. Una novità rispetto alla precedente chiamata: qui non si tratta di pescatori, ma di un "pubblicano", cioè un esattore delle tasse al servizio dei romani, appartenente alla categoria di uomini considerati sfruttatori e strozzini, odiati dal popolo ed esclusi dalla comunità religiosa di Israele. Dire "pubblicano" equivaleva a dire "peccatore". Questo schema rivela alcune componenti essenziali della vocazione cristiana. 
Anzitutto l'iniziativa di Gesù: passavede, cioè sceglie. Non è uno sguardo distratto e indifferente, ma uno sguardo carico di amore. Chiama i suoi discepoli, per pura grazia, a un rapporto personale con Lui. Ma, mentre li lega a sé, li inserisce in una comunità, in una famiglia, la sua, dove alla sua scuola impareranno ad accettarsi e ad accogliersi come fratelli, superando ogni contrapposizione e rivalità. 
L'iniziativa di Gesù provoca la risposta immediata del chiamato: "Ed egli si alzò e lo seguì". Risposta che è rottura con la situazione anteriore (professione) e dono totale di sé a Colui che chiama per condurre insieme con Lui una nuova esistenza. Tale risposta esprime la fede per cui il discepolo "si affida" a Colui che lo chiama, condividendo il suo progetto di vita e perdendo il proprio. 
Il presente episodio segue immediatamente quello del paralitico al quale Gesù perdona i peccati e poi restituisce la perfetta salute fisica (Mt 9,1-8): anche Matteo è un "miracolato" da Gesù che, incontrandolo, gli cancella i peccati e lo guarisce dalla "paralisi" della sua avidità e attaccamento al denaro. Di un "peccatore perdonato e risanato" Gesù fa uno dei "Dodici", uno degli amici intimi, manifestandogli una fiducia totale. Matteo realizza così il significato del suo nome (=dono del Signore). Nel cammino spirituale ciò che è determinante non è la situazione di miseria morale in cui uno si trova, ma la disponibilità ad aderire a Gesù quando Egli passa e chiama. 

In questo racconto di vocazione, forse il più breve e il più concentrato di tutta la Bibbia (appena un versetto!), ognuno di noi può rileggere e verificare la storia della propria vocazione cristiana, sia battesimale sia specifica. Ciò che accadde quel giorno può riaccadere nella vita di ciascuno. Gesù passa, ti mette gli occhi addosso, ti chiama: "Seguimi!". Può essere l'appello a dare una "sterzata" al tuo modo di gestire la vita, l'appello a non perdere più tempo nel girare attorno all'essenziale ma a centrarlo, l'appello insomma a convertirti sul serio. Può essere l'invito che Gesù ti rivolge tante volte al giorno a fare quel passo concreto nell'amore a Dio e al prossimo. E ogni volta anche tu, come Matteo, afferrando l'occasione unica che ti viene offerta, puoi alzarti prontamente dal tuo stato di inerzia e dirgli: "Sì, Gesù, vengo e ti seguo!". 
Se ci perfezioniamo in tale esercizio, tutta la nostra vita può diventare una risposta fedele a questo imperativo tenero e forte che Gesù non si stanca di rivolgerci. Lo ha mostrato in modo impareggiabile Giovanni Paolo II, come ha ricordato nell'omelia durante il funerale il suo successore: "Seguimi. Questa parola lapidaria di Cristo può essere considerata la chiave per comprendere il messaggio che viene dalla vita del nostro compianto ed amato papa Giovanni Paolo II...". Commovente quanto questo papa, subito dopo l'intervento alla trachea, che gli impediva l'uso della parola, ha scritto: "Sono ancora Totus Tuus (=tutto tuo)". La dichiarazione è indirizzata a Maria, ma in primo luogo a Gesù di cui Maria è pura trasparenza. Un'appartenenza fedele fino alla morte che Giovanni Paolo II ha testimoniato in modo esemplare. In piena conformità con quanto aveva affermato nelle prime righe del suo Testamento. Interpretando la sua morte come "l'ultima chiamata, che avverrà nel momento in cui il Signore vorrà",dichiara: "Desidero seguirlo e desidero che tutto ciò che fa parte della mia vita terrena mi prepari a questo momento. Non so quando esso verrà, ma come tutto, anche questo momento depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus". 

Matteo "festeggia" il suo addio alla professione, pur redditizia, ma soprattutto il cambiamento di vita al seguito di Gesù e il dono della libertà ricuperata. Non decide a malincuore di seguire Gesù. Ma è felice e vuole che molti condividano la sua gioia. Alla festa prendono parte molti suoi amici e colleghi, "pubblicani e peccatori", che siedono a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. La comunanza di mensa, specialmente per gli antichi, significava la comunione tra i presenti. Con questo gesto Gesù visibilizza l'incontro di Dio con i perduti, il suo bisogno di abbracciarli. 
Per i farisei - che osservano rigorosamente la Legge e si guardano scrupolosamente dall'aver contatti con le persone "impure", come i "peccatori" - il comportamento di Gesù è semplicemente scandaloso: infatti la compagnia dei peccatori lo rende impuro, secondo la Legge. Il loro atteggiamento richiama quello del fratello maggiore della parabola, che si rifiuta di accogliere il fratello "prodigo" perdonato dal Padre (Lc 15, 25-32). 
La conversione dei "giusti" è forse più difficile di quella dei "peccatori". Tale conversione è accettare e godere del fatto che Dio ama tutti e chiama tutti. E' riconoscere che i peccatori, come già Matteo, Gesù non li chiama perché si sono convertiti, ma si convertono perché Gesù li incontra e li chiama. D'altra parte la scena di Gesù a tavola con i peccatori richiama la realtà di ogni nostra assemblea eucaristica come di ogni comunità cristiana. Che non è fatta di "perfetti" e di "puri", ma di "peccatori" perdonati, i quali hanno sempre bisogno di essere perdonati e di offrire il perdono; è fatta di "malati" che sempre hanno bisogno del Medico. 

La risposta di Gesù si articola in tre dichiarazioni che contengono un messaggio sempre attuale e provocatorio. 
-La prima ha il sapore di un proverbio: "Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati". I peccatori, di qualunque specie, anche se arroganti, sono dei poveri "malati" e Gesù sa di essere il Medico: come si può pretendere che non li cerchi e li guarisca? E quale fiducia questa parola di Gesù infonde nel nostro cuore! 

-La seconda dichiarazione è riportata soltanto da Matteo: Gesù smaschera l'ignoranza dei suoi avversari, che dimostrano di non conoscere le Scritture ("Andate a imparare") e cita un testo del profeta Osea (6,3-6:I lettura): "Voglio la misericordia e non il sacrificio". E' un passo particolarmente caro a Matteo, che lo pone sulle labbra di Gesù anche in un'altra circostanza (12,7). La"misericordia" che Dio vuole è l'amore sincero e fedele a Lui. Amore che si esprime nel rifiutare ogni forma di idolatria e nell'attuare la sua volontà che riguarda l'amore concreto verso i fratelli, a imitazione della misericordia divina. Come già il profeta, Gesù non condanna i riti e i sacrifici. Intende, però, affermare che Dio non gradisce il culto separato dalla misericordia operosa (cfr. es. Mt 5,7; 7,21-23; 18,23-38; 25, 31-46) Questa "misericordia" vale più di ogni atto di culto, anzi è il vero culto che piace a Dio. Con la sua prassi di accoglienza nei confronti dei peccatori Gesù- diversamente dai farisei che li rifiutano - è in sintonia con la volontà di Dio, condividendo e manifestando la misericordia del Padre che cerca i perduti. Il richiamo di Gesù è anche per noi: ogni norma, anche quella riguardante il culto a Dio, deve essere interpretata alla luce di questa domanda: "Ciò è utile al prossimo? Fa il suo bene o lo danneggia?". Dio infatti non vuole essere onorato e amato a spese dell'amore del prossimo. Ecco perché - paradossalmente - l'amore verso l'uomo prevale sul dovere rituale del culto a Dio, anzi è il vero culto che Dio ricerca e gradisce. 

"Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori". E' la missione di Gesù e ad essa egli rimane fedele. I presunti "giusti", coloro che si sentono già salvati e a posto con Dio, non hanno bisogno...di Gesù. In realtà Gesù è venuto anche per loro, perchétutti sono peccatori e hanno bisogno di conversione e di perdono. 

"Misericordia io voglio". Questa misericordia divina- che traspariva da tutto il comportamento di Gesù nei confronti degli ultimi e dei peccatori – ha raggiunto il suo momento culminante nel mistero pasquale, che in ogni Eucaristia è ricordato e reso presente. La fede cristiana – che come quella di Abramo "non vacilla" e "non esita" – è abbandono fiducioso in Dio "che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed stato risuscitato per la nostra giustificazione"(Rm 4, 18-25). 

"Misericordia io voglio": me lo lascerò ripetere spesso da Gesù. Quando siamo tentati di escludere qualcuno, di condannare senza pietà, di applicare rigidamente le regole senza l'attenzione benevola alla persona del fratello, di dividere in buoni e cattivi, in amabili e non amabili, ogni volta Gesù ci ricorderà che il Padre prima di tutto vuole l'amore, la comprensione, l'accoglienza e ogni gesto ha senso se è motivato e spiegato dalla misericordia.