Commento al Vangelo, 15 Dicembre 2013

25.10.2015 20:31

III Domenica di Avvento

 
 
 
Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?
 
+ Dal Vangelo secondo Matteo
 
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». 
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».


Parola del Signore
 
 
Giovanni, la roccia che sfidava il ven­to del deserto, che era «anche più di un profeta», «il più grande» di tutti entra in crisi: sei tu o no quello che il mon­do attende? Il profeta dubita e Gesù conti­nua a stimarlo. E questo mi conforta: an­che se io dubito la fiducia di Dio in me re­sta intatta. Perché è umano, di fronte a tan­to male, dubitare; di fronte al fatto che con Gesù cambia tutto: non è più l'uomo che vive per Dio, è Dio che vive per l'uomo, che viene a prendersi cura dei piccoli, a guari­re la vita malata, fragile, stanca: i ciechi riac­quistano la vista, gli zoppi camminano, i sordi odono, ai poveri è annunciato il Van­gelo, tutti hanno una seconda opportunità. Gesù elenca sei opere non per annunciare un fiorire di miracoli all'angolo di ogni stra­da, ma che Dio entra nelle ferite del mon­do, per trasformarlo. Gesù non ha mai promesso di risolvere i problemi della sto­ria con i miracoli. Ha promesso qualco­sa di più forte ancora: il miracolo del se­me, il lavoro oscuro ma inarrestabile del seme che fiorirà.
Beato chi non si scandalizza di me. È lo scandalo della misericordia, Gesù è un Dio che non misura i meriti, ma guarisce il cuo­re; che invece di bruciare i peccatori, come annunciava il Battista, siede a tavola con loro. È lo scandalo della piccolezza. Le sei opere d'amore che Gesù elenca non han­no cambiato il mondo, per un lebbroso guarito milioni d'altri si sono ammalati; nessun deserto si è coperto di gigli; anzi, il deserto con i suoi veleni si espande e cor­rode le terre più belle del nostro paese.
Ma quelle sei opere sono l'utopia di un tutt'altro modo di essere uomini, ed è sem­pre l'utopia che fa la storia. Sono le mani di Dio impigliate nel folto della vita. Sono il centro della morale cristiana, che consiste proprio nel fare anche noi ciò che Dio fa', nell'agire io come agisce Dio.
Gesù è una goccia di fuoco caduta dentro di noi e non si spegne. E noi viviamo di lui e lui dilata da dentro le nostre capacità di amore perché diventiamo santuari che ir­radiano amore: chi crede in me compirà o­pere ancora più grandi ( Gv 14,12) «Perciò, se riesco ad aiutare una sola per­sona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita. È bello essere popolo fedele di Dio. E acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!» (Evangelii gaudium, n. 274).
Gli uomini vogliono seguire il Dio della vi­ta. E se noi siamo capaci di rendere, con Lui, la vita più umana, più bella, più felice, più grande a qualcuno che non ce la fa da solo, allora capiranno chi è il Signore che noi cerchiamo di amare e di incarnare: è dav­vero il Dio amante della vita.
 
Commento di Padre Ermes Ronchi