Catechesi e carità nelle periferie d'oggi

10.06.2014 15:34

 

Montesilvano - La catechesi che incontra le periferie deve anche abituarsi a riconoscere “le periferie che non ti aspetti”. “A Roma – ha detto il Direttore generale di Migrantes, monsignor Gian Carlo Perego – le periferie le puoi incontrare oltre il Grande Raccordo Anulare, dove centomila immigrati hanno trovato in questi anni una precaria sistemazione. Ma a Palermo la periferia è nella città vecchia”. Periferia, ha aggiunto il Vice Direttore di Caritas italiana, Paolo Beccegato, “può essere la scuola in cui aumentano i suicidi o gli episodi di bullismo”, può essere internet “dove i giovani vagano, non navigano, interconnessi con tutti ma disconnessi con se stessi e quindi soli”. E può essere “il mondo dell’informazione, che spesso distorce la realtà e sgretola i nostri sforzi di formazione dei giovani”. Una catechesi al passo con i tempi, dunque, non può dimenticare questi ambienti. È il punto di arrivo del convegno unitario “Verso le periferie esistenziali”, conclusosi domenica a Montesilvano (alle porte di Pescara), dopo aver riunito per tre giorni gli operatori dei settori apostolato biblico, catecumenato e catechesi delle persone disabili dell’Ufficio catechistico nazionale (Ucn). La Messa finale, presieduta, dall’arcivescovo di Pescara-Penne, Tommaso Valentinetti, ha costituito una sorta di mandato missionario, cioè un invito a passare dalla riflessione all’azione, per andare, appunto, verso quei “luoghi – come ha detto monsignor Perego – che chiedono attenzione e incontro, e che sono proprio le periferie di ogni tipo”. L’accento, nella tavola rotonda conclusiva, è andato soprattutto sulla dimensione culturale. “C’è bisogno di trasformare l’attenzione alle periferie in cultura della prossimità e del dialogo – è stato sostenuto nel corso del dibattito –, se si vuole davvero trasformare la società”. Questo richiede, ad esempio, la capacità di superare i luoghi comuni. “In Italia ci sono 5 milioni di immigrati – ha ricordato Perego, ma solo 23mila sono in carcere –. Eppure nell’immaginario collettivo sono tutti delinquenti. In dieci anni la percentuale di italiani che non vorrebbe come vicino di casa un rom è cresciuta dal 50 all’80 per cento. Ma pochi sanno che dal popolo rom sono usciti anche 180 suore e 160 sacerdoti e che molti appartenenti a questa etnia sono laureati”. Perciò, ha aggiunto Beccegato, andare verso le periferie è educativo. “La carità educa chi la fa e chi la riceve. E anche chi osserva, dal momento che non può non porsi delle domande”. Tra catechesi e carità, dunque, ci sono infiniti punti di contatto. Sta alla fantasia e alla costante preparazione degli operatori trovarli e valorizzarli per un annuncio al passo con i tempi. (Mimmo Muolo – Avvenire)