Bergamo: profughi ai lavori socialmente utili

15.02.2015 17:41

 

Bergamo – “Restare qui a dormire e mangiare senza far nulla non va bene». Diawara indossa la pettorina gialla con la scritta “volontario” e spazza le foglie secche dalla pista ciclabile di via Gavazzeni. Arriva dal Mali come gli altri tre profughi che ieri si sono messi a disposizione di Caritas e Comune per ripulire parchi, vialetti e sottopassi di Bergamo. In applicazione del protocollo firmato in ottobre in prefettura, i migranti ospitati in provincia (attualmente 450) potranno svolgere mansioni socialmente utili in attesa di vedere accolta la loro domanda di asilo. In città hanno iniziato ieri: ogni giorno la Comunità Ruah ne “schiererà” 30, divisi in due turni al mattino e al pomeriggio. Bergamo ospita al momento 83 profughi, divisi tra Casa Amadei e l’ex ospizio del Gleno: già 50 si sono detti disponibili a impegnarsi nel volontariato. Molti altri sono pronti a farlo non appena riceveranno un documento d’identità. Molti di questi profughi si portano dietro storie pesanti. Come il ventenne Mamadou, che racconta: “Sono fuggito da Gao quando i jihadisti hanno bruciato il negozio di mio padre: vendeva cosmetici e a loro non andava bene. Così l’hanno ucciso. Sono fuggito in Niger, poi in Libia. La polizia mi ha trovato e caricato su un barcone, dopo 4 giorni una nave militare ci ha salvato”. Mamadou è arrivato in acque italiane il 18 luglio: “Mi hanno detto che eravamo in Italia”.  (Fonte Avvenire – Ed. Lombardia)