Al via la X edizione del Festival Biblico

20.05.2014 12:38

Le Scritture, Dio e l’uomo si raccontano

 
Giovedì 22 maggio 2014 prende il via la X edizione del Festival Biblico dal titolo "Le Scritture, Dio e l’uomo si raccontano", che si concluderà lunedì 2 giugno. Tantissimi gli eventi in programma, che verranno proposti non solo nella sede dell'iniziativa, Vicenza, ma in molte altre città.
 
Da dieci anni il Festival Biblico vive nelle piazze, nei luoghi di culto della città così come nelle zone di periferia. Prende a braccetto l’anima e la mente delle persone e gli parla e si fa parlare. È un’ occasione di contaminazione: la parola del Libro dei Libri si muove lungo le strade e le situazioni costruite nel civile, solcate dal sociale, animate dal dibattito economico, pulsanti di storia e arte.
 
Il Festival Biblico si fa esperienza attraverso parole e silenzi, testimonianze e musiche, meditazioni e giochi, danze e degustazioni, incontri e dibattiti e coinvolge tutti, grandi e piccini, studiosi, professionisti e artisti, cristiani e appartenenti ad altre confessioni e non. I linguaggi del Festival Biblico hanno aperto porte, generato incontri, avvicinato espressioni culturali e religiose e riproposto, in una nuova veste, il Libro dei Libri come chiave di lettura per la vita di tutti. 
 
 
I nostri padri ci hanno raccontato…
 
Entrare nel mondo della Bibbia significa entrare nel mondo del racconto. Vi sono rappresentati tutti i generi letterari: dalla narrazione epica ai canti poetici, dagli oracoli profetici alle memorie storiche, dalle parabole alle composizioni epistolari; vi trovano posto tutti i protagonisti: dai vincitori agli sconfitti, dai buoni ai cattivi, dagli eletti ai reietti, dai ricchi ai poveri; vi trovano spazio tutti i toni: dalla danza al pianto, dalla paura allo slancio, dal sogno all’invocazione… Pagine e libri interi raccontano le passioni dell’uomo e la ricerca di Dio, fino al punto di mescolare le emozioni dell’uno con quelle dell’Altro.
 
E come se questo non bastasse, la stessa storia, tanto nell’Antico come nel Nuovo Testamento, è raccontata secondo prospettive diverse perché il lettore abbia a disposizione diversi "codici” narrativi: si pensi al duplice racconto della creazione nei primi capitoli della Genesi; alla storia della monarchia di Israele narrata prima dai libri di 1-2Samuele e 1-2Re, e poi, secondo un approccio politico e religioso diverso, da 1-2Cronache; ai quattro vangeli che si dedicano al medesimo protagonista sullo sfondo di quattro diverse comunità; o ancora alle vicende dell’apostolo Paolo di cui abbiamo testimonianza dal suo personale racconto e da quello che ne fa un discepolo come Luca negli Atti degli Apostoli.
 
Ricordare e raccontare sono dimensioni di quell’eredità sacra che Mosè raccomanda a Israele prima di entrare nella terra della promessa: Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani. Interroga tuo padre e te lo racconterà, i tuoi vecchi e te lo diranno (Dt 32,7). Il racconto è l’antidoto per eccellenza di fronte al pericolo dell’oblio e della superficialità: Bada a te e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita: le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli (Dt 4,9).
 
Un invito che risuona più volte nella preghiera di Israele, traducendosi in responsabilità ed impegno: Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto (Sal 78,3-4).
 
 
Gesti che parlano
 
Il racconto biblico si distingue da altri racconti storici o epici su un aspetto fondamentale: più che una semplice sequenza di parole da trasmettere, esso è scandito da segni, segnato da sguardi, accompagnato da gesti che dicono molto più di quanto un intero libro possa esprimere. Ne sono prova i gesti compiuti dai profeti: dalla nudità di Isaia al celibato di Geremia, dal matrimonio fallimentare di Osea all’inattesa scelta di Ezechiele di ingoiare un rotolo di pergamena scritto su ambo i lati…
 
La via dei segni e dei gesti sembra essere una via privilegiata da Dio per "raccontare” le sue promesse: basti pensare all’arcobaleno che abbraccia il cielo per rassicurare Noè e la sua discendenza, al cielo stellato dispiegato davanti agli occhi di Abramo per illustrargli la promessa della discendenza, alle dieci piaghe che minacciano l’Egitto per raccontare davanti al Faraone l’identità del Dio d’Israele, al fuoco che divampa sulla cima del Carmelo per sciogliere le convinzioni del mondo idolatra, al silenzio dell’Oreb per chiarire ad Elia chi sia il Dio che lo chiama e lo invia.
 
Un’eredità, quella dei segni e dei gesti, che Gesù raccoglie in pieno: nulla esprime tanto chiaramente quello che egli è più del segno del pane spezzato e condiviso; nulla raggiunge in profondità l’uomo quanto il suo sguardo di misericordia e di perdono; nulla confonde gli animi che si sentono perduti quanto la vicinanza delle sue mani, del suo sedersi a mense ambigue, del suo farsi carico degli ultimi, dei poveri, delle donne che hanno perduto la dignità perché esposte a umiliazioni di vario genere.
 
In tutti questi casi le parole sono misurate, ma l’efficacia narrativa è elevatissima. Per tutti vale l’invito di Gesù bene espresso in Lc 8,39: Torna a casa tua e racconta quello che Dio ha fatto per te. Gesù non chiede di raccontare parole, ma di raccontare quello che Dio ha fatto. Dio non si perde in chiacchiere: le sue parole sono gesti efficaci, come le parole della creazione: operano ciò che dicono.
 
 
Il Verbo si fece carne, la Parola diventa volto
 
Incastonato al centro del racconto biblico, il mistero dell’incarnazione segna il passaggio dalla prima alla nuova alleanza, dall’Antico al Nuovo Testamento. Tale mistero diventa la chiave esegetica per eccellenza della narrazione biblica: Gesù è "l’esegeta” del Padre e nel suo volto prendono forma, carne, sostanza i molteplici insegnamenti su Dio che sono andati sedimentandosi lungo la storia della salvezza.
 
Non per nulla, rivolgendosi ai discepoli di Emmaus, il Risorto cominciando da Mosè e da tutti i profeti, raccontò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui (Lc 24,27). Egli è il Verbo fatto carne secondo le Scritture, morto e sepolto secondo le Scritture e risuscitato secondo le Scritture (cfr. 1Cor 15,3-5). Questo aspetto è particolarmente messo in evidenza dalla lettura dei Padri della Chiesa secondo i quali la Scrittura è stata data perché il suo racconto si inveri continuamente nelle pagine di vita dell’esistenza umana.
 
Più le pagine bibliche vengono lette e narrate, più esse si dispiegano davanti all’uomo, crescendo con esso, secondo il principio di Gregorio Magno: Divina eloquia cum legente crescunt ("le parole divine crescono con quanti le leggono”). Da qui sgorga quell’esegesi agiografica, tipica dei primi secoli, sintetizzata dall’espressione Viva lectio vita bonorum (la vita dei buoni è una lectio vivente).
 
In essa i grandi santi dell’epoca patristica diventano racconti attualizzati delle grandi figure bibliche, "nuovi” Abramo, Mosè, Elia, Paolo… che segnano il passo della storia. Chi guarda la loro vita, vi riconosce pagine intere della Parola divenuta carne. Ogni "uomo di Dio” è un alter Christus che dispiega le Scritture, un racconto vivo delle Parola.
 
Chi si nutre delle Scritture finisce per essere trasformato in racconto vivente. Sant’Atanasio definiva, per esempio, il monaco Antonio l’egiziano, una Bibbia vivente. E Giovanni Crisostomo faceva notare che gli apostoli non erano scesi dalla montagna su cui si incontrarono con il Risorto forniti di tavole scritte perché la loro stessa vita era divenuta un racconto vivo del Vangelo.
 
 
Il grande codice
 
Il forte impatto del racconto biblico emerge dalla continua ripresa dei testi che vede coinvolte tutte le arti. È un tema questo su cui il card. Gianfranco Ravasi è tornato più volte, mettendo bene in evidenza la ricchezza delle ri-narrazioni bibliche: si pensi alle grandi pagine della letteratura in cui gli episodi biblici vengono riproposti al lettore contemporaneo, rispondendo ai suoi interrogativi e interagendo con il suo contesto.
 
È il caso, per esempio, del celebre sacrificio di Isacco (Gen 22), delle sue riletture cristologica o della ripresa del tema come simbolo della sofferenza vissuta dal popolo ebraico nelle varie persecuzioni subite durante la sua storia. In questa riattualizzazione, il racconto biblico viene a volte trascinato verso orizzonti che gli sono estranei: un esempio per tutti può essere quello di Giobbe, spesso letto secondo il paradigma della pazienza che porta a soffermarsi solo sul racconto iniziale e finale del libro (Gb 1-2 e 42), tralasciando del tutto la sua tormentata protesta nei capitoli centrali.
 
Su questa scia si muovono anche certe riprese sorprendenti come la Risposta a Giobbe (1952) di Carl G. Jung, in cui il celebre protagonista biblico si erge come segno di moralità e di responsabilità di fronte a un Dio del tutto libero da ogni etica, nella sua onnipotenza e onniscienza. Anche Sigmund Freud ripropone una sua "discutibile” lettura di Mosè, nei tre saggi sull’Uomo, Mosè e la religione monoteistica (1913).
 
Eppure, il testo biblico, anche in queste riletture deformanti e talora dissacranti, svela la fecondità e potenza del proprio narrare e la sua capacità di provocare e interpellare. La bellezza della Bibbia viene resa ancora più percepibile dalla trasfigurazione che l’arte riesce a compiere con le sue risorse espressive. In questo senso emblematica può essere la musica che in modo allusivo trasforma intere pagine svelandone i sentimenti e la fede attraverso l’armonia sonora.
 
Pensiamo non solo ai grandi "oratori” che nel Seicento hanno fatto rivivere anche pagine minori delle Scritture (come lo Jefte di Carissimi) o al moderno Moses und Aaron di Schönberg, un’(incompiuta) testimonianza della forza interpretativa della musica, ma anche alle varie "Passioni” modulate liberamente sul racconto evangelico: un titolo per tutti è la Passione secondo Matteo di J.S. Bach. Come poi non menzionare la pittura con la sua intuizione creatrice, il cinema con le sue libere interpretazioni o il teatro costellato da sacre rappresentazioni.
 
 
Un racconto sempre attuale e calzante
 
L’attenzione al racconto biblico sembra non subire l’usura del tempo e tale aspetto è confermato dalla puntuale attenzione mediatica che alle Scritture viene riservata in tempi forti come il Natale o la Pasqua. Puntualmente, ogni anno, i media sono pronti a sfoderare qualche improbabile scoperta sensazionale che annuncia ritrovamenti archeologici straordinari come la tomba del fratello di Gesù a Gerusalemme o la tomba di Erode presso l’Herodium o un nuovo sudario del Maestro di Galilea presso l’Akeldama della città santa!
 
Ai dibattiti archeologici si mescolano spesso quelli politici, attingendo alla cronaca quotidiana di una terra da sempre al centro di complessi interessi e dolorosi conflitti. Per non parlare del variegato mondo religioso che vi abita: le grandi religioni monoteistiche vi sono rappresentate con i loro santuari di riferimento, luoghi simbolo delle tre fedi.
 
È un dato di fatto che la Bibbia continua ad essere il libro più letto, più tradotto, più diffuso. Nell’era digitale e dei social network resta anche il testo declinato nelle forme più diverse, dai formati interattivi per ragazzi alle app di studio e di approfondimento (si pensi anche solo alla App di Bible World). Da dove nasce tanta attenzione? Se i dati di vendita giocano senza dubbio la loro parte, sembra essere un altro il motivo che spiega il successo delle Scritture: nella Bibbia Dio e l’uomo si incontrano e si raccontano; ripercorrerle significa entrare nel dinamismo di tale incontro e ritrovare le radici più profonde di se stessi. 

 

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