Accogliere il Verbo come fece Maria

09.10.2015 21:25

 

Prenderemo le mosse dal nome di Gesù, la cui incarnazione venne annunciata a Maria: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1,31). Per questo motivo il nome di Gesù riveste una valenza mariana È infatti la "Parola" che ebbe in Maria l'indice più alto di ascolto fattivo che si possa immaginare; la Parola che ella accolse e concepì nelle sue viscere; la Parola custodita gelosamente nel cuore; la Parola pronunciata con indicibile tenerezza e devozione; la Parola proclamata con eccezionale trasporto: “Il mio spirito esulta in Dio, Gesù mio”, suona, alla lettera, l'inizio del Magnifica, dove assumono un sorprendente realismo i termini "Gesù mio" riferiti a … Dio.

 

L'esercizio meditativo che proponiamo avrà, come espressione di sostegno, la riformulazione che dell'Ave Maria suggeriva san Filippo Neri (1515-1595): Vergine Maria, madre di Dio, / prega per me Gesù. L'Ave Maria, ce lo ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica “culmina” nell'invocazione del nome di Gesù. E dal momento che gravita su di esso, si rivela una formula particolarmente adatta per l'approfondimento orante di quel nome che è al di sopra di ogni altro nome e che “è al centro della preghiera - e della vita - cristiana” (C. 435)

 

Inoltre, il contesto ideale in cui sviluppare l'invocazione orante del nome di Gesù (sottolineiamo orante, perché c'è anche un'invocazione oziosa o addirittura blasfema) e la conseguente meditazione sulla sua portata, è costituito dal momento, attuale o virtuale, della comunione eucaristica. In altri termini, questo esercizio ha la sua collocazione appropriata quando riceviamo la comunione e con ciò stesso viviamo l'esperienza mariana del farci dimora del Verbo incarnato. Il contesto eucaristico può essere anche solo virtuale, nel senso che possiamo sempre rivivere interiormente (con il simultaneo concorso della mente, del cuore e dell’immaginazione) l'incontro con Cristo nell'eucaristia: si tratta della cosiddetta comunione spirituale. Ecco come ne parla Caterina da Siena: l'eucaristia viene ricevuta “sacramentalmente o spiritualmente. Si prende sacramentalmente, quando si fa la santa comunione; spiritualmente, quando ci si comunica con il santo desiderio” e con “l'affetto della carità”. Vi è infatti chi “si comunica attualmente del Corpo e del Sangue di Cristo, benché non sacramentalmente, cioè si comunica con l'affetto della carità, che gusta con il mezzo della santa orazione, poco o molto, secondo l'affetto con cui prega” (Il dialogo della divina provvidenza. cap. 66).

 

Quello con Cristo nell'eucaristia costituisce il vertice di ogni comunione che possiamo sperimentare con lui, nell'ascolto della sua parola come nel servizio reso in suo nome ai fratelli. Per questo Giovanni, l'evangelista che esalta il perfetto e definitivo culto a Dio "in spirito e verità", non esita a sottolineare con vigore la ripetuta affermazione di Cristo: “Se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” eterna (Gv 6,53, concetto che ritorna nei vv. 51, 54 e 58). Si tratta di un'affermazione che assume il suo senso solo alla luce dell'incarnazione, che è l'aspetto qualificante del cristianesimo. Aggiungiamo, infine, che l'esercizio cui ci stiamo disponendo comporta un sufficiente "sviluppo d'anima", ossia una sensibilità interiore, e un'inclinazione mistica sufficienti per aprirci alla percezione del mistero. Infatti ogni ripresa dell’espressione base con le successive varianti che verremo proponendo, dovrà tradursi in prolungati e intensi spazi di silenzio contemplativo che ne favorisca l'assimilazione vitale.

 

I. - Inizieremo dicendo:

 

* Vergine Maria, madre di Dio, / attendi in me Gesù,

 

e rivivremo con la Vergine nazaretana la preparazione interiore all'incontro. L'attendi richiama la lunga vigilia dell'umanità protesa verso il Redentore e esprime la trepidazione della "Figlia di Sion" chiamata a colmare le attese del Messia che attraversano come un possente fremito l'intera storia di Israele. L'attendi è destinato a spianare nei nostri cuori induriti e nelle nostre menti dissipate una via di desiderio che ci consenta di polarizzare tutto il nostro essere verso Cristo che viene. Dicendo, pensando, sentendo ”attendi in me", chiediamo a Maria di svolgere in noi un compito che supera le nostre capacità e nello stesso tempo ci uniamo a lei e ci immedesimiamo nei suoi sentimenti così che la nostra attesa ricalchi in intensità la sua. Entrati in quest'ottica, ci sentiremo sorretti nello "sforzo" dell'orazione e affrancati dalla distrazione, e se non possiamo assicurare da parte nostra la desiderata continuità a quest’atteggiamento interiore, sappiamo che tale continuità è in certo senso garantita da Maria, sempre pronta a intercedere per noi: "…prega per noi, adesso".

 

L'attendi spiana la via a tutta una serie di attitudini interiori nell'ordine della primaria esperienza mariana: il farci dimora di Dio. L'antico vaticinio profetico risuona in noi con lo stesso accento con cui risuonò nell'animo della Vergine Maria: “Gioisci, Figlia di Sion…, il Signore è nelle tue viscere..., il tuo Dio è nel tuo seno” (Sof 3,14-17).

Ci inseriremo in questo solco attraverso una serie di invocazioni, a cominciare da:

 

*Vergine Maria, madre di Dio, / accogli in me Gesù.

Pronunciando, pensando e sentendo quest'espressione noi intendiamo diventare nell'intimo del nostro essere "capaci di Dio", secondo l'audace terminologia dei mistici. Citiamo per tutti Angela da Foligno, definita "magistra theologorum": “II mio dire è più un bestemmiare che un parlare; tuttavia affermo che l'anima, dilatandosi, si fa [ancor] più capace di accogliere e di possedere Dio” (Memoriale. 9). E non solo l'anima è "riempita da Dio", ma il mondo stesso ne è “pregno” (Ivi, 6)! Depositario di questa pienezza è Gesù, pienezza che ora trasfonde in noi che lo stiamo accogliendo come Maria.

 

Dopo l'esperienza iniziale, racchiusa nei verbi attendi e accogli, è giunto il momento di aprirci alla gestazione spirituale del Verbo fatto carne, gestazione che vivremo in stretta comunanza di intenti con Maria. Le invocazioni cui faremo riferimento costituiscono come una variazione sul tema, dal momento che alle parole: Vergine Maria, madre di Dio, faremo seguire di volta in volta: concepisci, custodisci, genera in me Gesù:

 

 

* Vergine Maria, madre di Dio, / concepisci, custodisci, genera in me Gesù.

Si tratta di tre aspetti di un unico processo, ampiamente illustrato dalla riflessione spirituale dei padri. “Chiunque crede - afferma sant’Ambrogio - concepisce e genera nel proprio animo il Verbo di Dio” (In Lucam, 2,26). E dopo di lui san Massimo il Confessore (580 ca.-663): “Cristo viene sempre misticamente generato dall'anima” (Expositio orationis dominicoe). Ma tra il

concepimento e la generazione - è sempre sant'Ambrogio a rendercene avvertiti - si può inserire il rigetto: “Vi sono anime che espellono il Verbo come un aborto, prima del parto” (In Lucam, 10,24), e cioè non assicurano il pieno sviluppo della presenza e dell'azione di Cristo in se stesse. Egli è infatti quel Seme che siamo chiamati a “custodire in un cuore bello e buono”, secondo l'espressione cara a Luca (8,15), che scrivendo pensa a Maria. Concepire, custodire, generare sono processi che esigono disposizioni del tutto particolari e un investimento di energie fisiche e psichiche al limite dell'immaginabile. Ne segue che, anche sotto un profilo spirituale, la gestazione mariano-eucaristica del Verbo comporta un esercizio diuturno e incessantemente ripreso da parte dell'anima che vuole raggiungere la cristificazione del proprio essere, nella quale come sappiamo sta “l'effetto proprio del Sacramento” del corpo del Signore.

 

La gestazione spirituale suscita due disposizioni permanenti: quella dell'adorazione e quella della veglia. Anche a questo proposito, la nostra esperienza meditativa può avvalersi di ulteriori varianti dell'invocazione di base che ci è divenuta ormai familiare. Diremo, penseremo, sentiremo:

 

* Vergine Maria, madre di Dio, / adora.., veglia in me Gesù.

 

Nell'adorazione si esprime il vertice dell'apertura al Mistero. L'uomo che adora è sottratto alle leggi del tempo e immerso in una dimensione di eternità. E ciò implica di conseguenza lo stato di veglia, inteso come presenza cosciente e costante a Dio. Un proverbio musulmano afferma che l'uomo dorme; è quando muore che si risveglia. La veglia sta quindi a indicare che siamo chiamati a vivere in anticipo la condizione di risorti.

 

II - A questo punto entriamo in una dimensione più espressamente orante, che gravita sempre sul santo nome di Gesù. Nome che stiamo ripetendo secondo una visione che è a un tempo eucaristica e mariana, in quanto l'eucaristia rimanda al corpo che Cristo ha ricevuto dalla Vergine-Madre. La scansione della nostra preghiera farà riferimento ad alcune parole chiave, che continueremo a incastonare come perle nel tessuto dell’invocazione divenuta consustanziale con i nostri pensieri e i nostri sentimenti. Inizieremo lasciando vibrare nelle profondità dell'anima:

 

*Vergine Maria, madre di Dio, / ascolta in me Gesù.

 

 

Nell'ascolto si esprime il più radicale atteggiamento dell'orante. La Figlia di Sion, da autentica israelita, esordisce sulla scena della storia della salvezza come colei che ascolta il Messaggero celeste. Dopo aver accolto Cristo immedesimandoci in lei, così vorremmo ora ascoltarlo con le orecchie di Maria,

mettendoci nelle disposizioni d'animo del profeta: “Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità: la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore” (Ger 15,16). All'ascolta faremo seguire invoca. Maria invoca in me Gesù, pronunciando quel nome con intensità di fede, di affetto, di devozione, di tenerezza e con ogni purezza di cuore (cf 2 Tm 2,22). Nell'insegnamento dei padri, il nome di Gesù è l'arma più potente, come sostiene Giovanni Climaco (579-649 ca.): “Sferza l’avversario con l'invocare il nome di Gesù, perché non v'è arma nel cielo e sulla terra più potente di questa” (La Scala del paradiso, 21,121).

Approfondendo i percorsi dell'orazione, ne richiameremo le quattro classiche espressioni, che i maestri spirituali riprendono da san Paolo (1Tm 2, 1). Si tratta della preghiera intesa come "confabulatio spintualis" o dialogo spirituale; e quindi come supplica, scongiuro e ringraziamento. Il nostro esercizio meditativo si verrà perciò snodando attraverso le invocazioni: prega…, supplica…, scongiura…, ringrazia….in me Gesù:

 

*Vergine Maria, madre di Dio, / prega…, supplica…, scongiura…, ringrazia…. in me Gesù.

 

Lo sviluppo interiore di simili espressioni può risultare ricco di infinite sfumature. Si tratta di entrare in colloquio confidenziale, confabulando con Cristo come con un amico. Di supplicarlo in favore nostro e altrui, per ottenere il dono della sua misericordia e della sua grazia. Di scongiurarlo perché allontani quanto ci minaccia a motivo dei nostri peccati e dei nostri errori, facendo leva sul “prezzo del sangue di Cristo e di tutti i santi”, sull'“amore che egli porta al genere umano” (Sant'Antonio M. Zaccaria, 1502-1539). È facile comprendere quali accenti materni possa rivestire una simile preghiera, che è poi la preghiera che Maria eleva a Dio intercedendo per noi.

 

Non diversamente sarà per il rendimento di grazie, in merito al quale possiamo valerci di due varianti, dicendo: magnifica..., benedici in me Gesù:

 

*Vergine Maria, madre di Dio, / magnifica..., benedici in me Gesù.

 

Maria, infatti, ci associa al suo cantico di lode e suscita nei nostri cuori quella stessa benedizione, quello stesso dir-bene del Signore cui si sentì provocata Elisabetta incontrando la cugina “piena di Dio” (Sant'Ambrogio, In Lucam).

 

III - “Che in tutti sia formato Cristo” (cf Gal 4,19). Agli albori del nostro secolo, fu questo il programma pastorale che Pio X proponeva ai vescovi della comunità cristiana diffusa nel mondo. “La prima delle nostre sollecitudini - aggiungeva nell'enciclica E supremi apostolatus (4 ottobre 1903) inaugurale del suo pontificato - comporta che formiamo Cristo in coloro che sono deputati, in virtù del proprio compito, a formare Cristo negli altri”. Il papa proseguiva: “Intendiamo riferirci ai sacerdoti. Infatti, quanti sono stati iniziati ai sacri misteri, si devono rendere conto che è stato affidato loro il compito che Paolo attesta di aver ricevuto, con tenerissime espressioni: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco... finché non sia formato Cristo in voi". Ma come potranno compiere questo ministero se essi per primi non si saranno rivestiti di Cristo, e rivestiti così da far proprio il detto dell'Apostolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20); "Per me il vivere è Cristo" (Fil 1,21)? Ne segue che, quantunque si riferisca a tutti i fedeli, l'esortazione a raggiungere lo "stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13), va applicata in un senso del tutto particolare a chi esercita il sacerdozio. Egli è detto un altro Cristo non solo per il conferimento dei poteri sacerdotali, ma per l'imitazione del Signore, in modo da portare in sé l'autentica immagine di Cristo”.

 

Il nostro pensiero si rifà spontaneamente a questa pagina dell'intrepido pontefice, mentre ci accingiamo a sondare gli ultimi aspetti di quello che abbiamo definito "spessore eucaristico-mariano" del nome di Gesù. Nome che, come ormai ci viene spontaneo considerare, è una realtà da "fare" più che una parola da "dire". Nel nostro caso, si tratta di formare in noi Cristo, mentre ne pronunciamo il nome e ne consumiamo il corpo alla mensa eucaristica. Ricorreremo quindi ancora una volta all'invocazione che ci sta accompagnando in questo esercizio, per far risuonare interiormente:

 

* Vergine Maria, madre di Dio, / forma in me Gesù.

“Il Mistero del Natale - insegna il Catechismo (C. 526) - si compie in noi allorché Cristo "si forma" in noi”. E chi meglio di Maria potrà introdurci in questo mistero, destinato a trasfigurare progressivamente la nostra esistenza? Ella ci insegna che Cristo si forma in noi, se gli diamo la nostra carne e il nostro sangue, se cioè viviamo in funzione di lui, come una madre vive in funzione della creatura che porta nel grembo. Formare Cristo in sé è poi la condizione per donarlo e farlo rivivere negli altri: “[Attraverso] gli atti virtuosi si forma Cristo nell'anima e [lo] si partorisce nel prossimo; che se altrimenti fosse, non si partorirebbe Cristo, ma noi medesimi”, scrive Paola Antonia Negri, una mistica del '500. Come a dire che si comunica Cristo solo se lo si possiede in se stessi, dandogli corpo per mezzo della pratica virtuosa.

 

Formare per irradiare. Quest'intento si arricchisce di tutta una serie di sfumature che possiamo registrare nella nostra sosta orante eucaristico-mariana. Né simile abbinamento tra eucaristia e Maria ci risulterà forzato, dopo l'approfondimento che ne stiamo compiendo e che parte dall'assioma formulato dai padri: "Caro Christi, caro Mariae; la carne di Cristo è la carne di Maria".

 

Continuando nella serie delle invocazioni, potremo via via inserirvi ulteriori specificazioni:

 

* Vergine Maria, madre di Dio / imita, segui, in me Gesù.

 

Si tratta di specificazioni che intendono sottolineare il coinvolgimento personale di chi accoglie Cristo in sé. Coinvolgimento che ha in Maria un modello del tutto straordinario, e anche efficace. Le chiediamo che trasferisca in noi la fedeltà e la passione che ne hanno fatto la prima imitatrice e la prima seguace di Cristo, dovunque e comunque: nella ferialità e nella straordinarietà, nell'esultanza dell'Annunciazione, nella trepidazione suscitata dalla profezia del vecchio Simeone e nella tragedia del Calvario.

 

E ancora:

 

* Vergine Maria, madre di Dio, / testimonia, servi, offri in me Gesù.

 

Qui si tratta di dare rilevanza sociale alla nostra immedesimazione con Cristo, anzitutto testimoniandolo, ossia dando la prova della verità delle sue parole e dei suoi gesti attraverso la nostra condotta di vita. E poi servendolo nei fratelli bisognosi di amore, nei quali si impersona, secondo la nota pagina del “giudizio finale": “...lo avete fatto a me!” (Mt 25,31-46). E infine offrendolo a Dio come vittima di espiazione e conseguentemente facendone dono agli uomini in vista del loro riscatto. Il riferimento mariano di quest'ultimo aspetto ci rimanda alla presentazione di Cristo al tempio, quando Maria cominciò a mostrarsi “amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata” (Lumen gentium, 58/432). Allo stesso modo, nell'offerta di Cristo si esplicita il nostro "servizio sacerdotale": egli si mette nelle nostre mani, perché ci si possa presentare a Dio con un'oblazione a lui gradita e per noi vantaggiosa. Tale gesto di offerta dovrebbe diventarci più familiare, non solo nella celebrazione eucaristica, ma anche nella preghiera personale che rivolgiamo a Dio: “[Perché] siate facilmente esauditi, interponetegli il prezzo del sangue di Cristo”, raccomanda ai suoi discepoli Sant’Antonio M. Zaccaria.

 

 

IV - Giovanni Gersone ci presenta Maria come "Mater Verbigena", prototipo dell'anima generatrice del Verbo, e pensando che anche Maria in vita sua abbia fatto la comunione, sostiene che la "fruizione sacramentale" di Cristo ricevuto dalla Vergine nell'eucaristia “fu a suo modo ancor più straordinaria della generazione materna”. Per questo Maria “contempla il Figlio fatto cibo degli uomini” e vive con singolare verità “la reciproca inabitazione di chi mangia e di Chi è mangiato” alla mensa dell'altare. Gersone, infatti, parafrasa il testo del vangelo, quando parla di Cristo che “rimane in chi mangia, come chi mangia rimane in Lui” (cf Gv 6, 56 e 57). Quest'inabitazione reciproca, prosegue Gersone, “non può radicarsi in noi né può essere conosciuta, senza un interiore movimento del cuore”. Tale movimento è paragonato alla percussione delle corde di uno strumento musicale. Le considerazioni che seguono hanno lo scopo di suscitare anche nelle nostre anime una simile vibrazione con cui la grazia attiva la nostra sensibilità spirituale.

 

Tra le pagine del Tractatus super Magnificat, ispirate da grande devozione, rileggiamone una: Maria “contemplava la mirabile esistenza del Figlio in questo sacramento, figlio che, quand'era in vita, aveva vezzeggiato, e a cui aveva sorriso con uno sguardo dolcissimo mentre lo portava in grembo. E pensava che anche adesso le fosse consentito, sia pure in altro modo, ma con non minor consolazione. Lo bacia, lo accarezza e, cosa che non le era possibile allora, lo mangia e beve corporalmente e riceve la vita, dal momento che [Cristo] ha detto: "Chi mangia di me, vive per me" (Gv 6,58)… Colui che è invisibile, si dona tutto a te, si dona perché tu lo baci… E tu accoglilo e introducilo nella dimora del tuo spirito, che è la casa della sapienza della tua Madre. Lì ella ti istruirà. Dammi… la tua devozione; dammi il tuo fervido amore”, o Maria.

 

Lasciandoci ispirare da questa bella pagina, noi proseguiremo nell'esperienza eucaristico-mariana del Nome, riformulando la giaculatoria di san Filippo Neri nei termini seguenti:

 

* Vergine Maria, madre di Dio, / godi in me Gesù.

 

È chiaro che questo godi allude a tutte le sfumature del rapporto affettuoso: dalla carezza al bacio e all'abbraccio. Esperienza tutt'altro che estranea alla tradizione mistica. Ci basti citare san Francesco d'Assisi (1182-1226) e la sua devozione al Natale di Gesù, che chiamava "festa delle feste" e che volle plasticamente riprodotta nel presepe. Era allora che “baciava con animo avido le immagini di quelle membra infantili” (Fonti francescane, 787). È poi nota la visione che accompagnò l'allestimento del presepe a Greccio, quando “un cavaliere virtuoso e sincero… affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno” (Ivi, 1186). Episodio di cui uno dei primi biografi del Poverello ci offre la chiave di lettura spirituale: “…Il fanciullo Gesù, che era stato dimenticato nel cuore di molti, per sua grazia veniva risuscitato attraverso il suo servo, san Francesco, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria” (Ivi, 470).

 

Una simile disposizione d'animo impregnata di affetto ci conduce al vertice dell'esperienza mistica gravitante sul nome di Gesù, sempre sotto il profilo

eocaristico-mariano. Faremo quindi nostra l'invocazione consueta, con altre due varianti:

 

* Vergine Maria, madre di Dio, / contempla, ama in me Gesù.

 

Contempla e ama sono le due inseparabili modalità della perfetta fruizione di Dio. La contemplazione fa riferimento alla visione diretta e beatificante del Mistero, mentre l'amore indica la definitiva e inebriante polarizzazione della volontà in Dio, padre, fratello e sposo.

 

In Maria contemplazione e amore si pongono anzitutto su un piano umano: ogni madre infatti, guarda con occhio estatico il frutto delle proprie viscere e riversa su di esso la pienezza del proprio affetto. Questi sentimenti non vanno perduti sul piano soprannaturale, ma semmai vengono potenziati e trasfigurati. Abbandoniamoci dunque anche noi alle risonanze interiori dell'invocazione che stiamo pronunciando e lasciamo che essa operi nel nostro animo così da anticiparci un'esperienza che, nella sua pienezza, è propriamente celeste.

 

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