Abitare il mondo con la sapienza della Croce

09.07.2014 19:53

La croce è solo quella di Cristo

  Mi ha sempre colpito la testimonianza di uno dei nouveaux philosophes del maggio francese 1968, Maurice Clavel. Avendo riscoperto il cristianesimo provenendo dal marxismo, egli lasciò una testimonianza autobiografica nel libro "Quello che io credo", dove tra l'altro si legge così: 

"No, non ho niente da dire ad un non credente, se non che sono uno stupido. In realtà, è tempo di finirla con i saggi e i dotti, con il "pensiero cristiano". Perché ecco l’essenziale: com’è possibile ch’io difenda il cristianesimo? Esso è indifendibile o, meglio ancora, si dichiara indifendibile! Esso si proclama tale e si vanta di esserlo! Una dottrina, un insieme dogmatico, che il suo stesso fondatore e i suoi primi apostoli hanno qualificato come un’assurdità, una sciocchezza, una pazzia e una cosa impossibile, che valore potrà mai avere nel caos del pensiero? Esso non vale un chiodo della croce!". 

Poche altre potrebbero cogliere meglio il senso dell'originale discorso di San Paolo sulla croce e il paradosso della sua dimensione sapienziale che si manifesta come follia; sicché, ciò che conta non è tanto la teorizzazione di un sistema di pensiero quanto invece la tangibile concretezza di un estremo dono di sé. È impossibile infatti inserire la croce in un "sistema", poiché essa rompe ogni possibile costruzione razionale. La sapienza cristiana, o almeno il suo fondamento ultimo, va ben al di là della comune, per quanto sana, logica umana. 

Cominciamo con una interessante annotazione lessicale. San Paolo nelle sue lettere autentiche utilizza appena sette volte il termine "croce" (in greco staurós: 1Cor 1,17.18; Gal 5,11; 6,12.14; Fil 2,8; 3,18; inoltre: Ef 2,16; Col 1,20; 2,14). Ma il lessico "sapienziale" che egli impiega con l'uso dei termini "sapienza/sapiente", compreso quello antitetico ma corrispondente di "stoltezza/stolto", nella stragrande maggioranza dei casi è riferito contestualmente proprio alla croce: rispettivamente 28 volte il primo concetto e addirittura sempre il secondo! 

Ma è soprattutto indispensabile fare una annotazione di tipo semantico, che è determinante per tutto il nostro discorso. Ed è che quando Paolo parla della croce, egli la intende sempre e soltanto come la croce di Cristo. Al contrario, mai egli parla di una croce del cristiano o dell'uomo in generale. Sicché, è giustificato l'interrogativo su ciò che ne avrebbe pensato del detto evangelico: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso e prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34 e paralleli). 

Certo esso non appartiene alla prospettiva paolina. Per l'Apostolo infatti non esiste una croce del cristiano, mia, tua, sua, nostra; e tanto meno esiste una anonima, impersonale "legge" della croce, a cui sarebbero paritariamente sottoposti tanto Gesù quanto i suoi discepoli. È noto l'antico aforisma, secondo cui si arriva al successo soltanto passando attraverso le difficoltà e la fatica. 

Il motto di origine medievale Per crucem ad lucem è soltanto una tardiva variante cristiana di un antichissimo principio pagano, cioè umano, che ha già nel poeta graco Esiodo (secolo VI a.C.!) la sua prima formulazione: “Gli dèi immortali hanno posto il sudore davanti al successo” (Le opere e i giorni 289s) e che poi si trova giocato con numerose modulazioni in vari autori greci e latini, confluendo nell'altro motto molto noto Per aspera ad astra. Ma questo modo di vedere le cose non rende pienamente ragione della sapienza cristiana in quanto specificamente cristiana. 

Il motivo di fondo è che il traguardo raggiunto da Gesù con la sua risurrezione/glorificazione non è affatto paragonabile a un successo personale, poiché la sua esaltazione di Risorto non era affatto per lui l'obiettivo a cui mirare ad ogni costo come al culmine di una carriera: egli non ha affrontato la croce per un proprio vantaggio, cioè per godere di un personale trionfo, magari a scorno degli avversari, ma lo ha fatto per una motivazione assolutamente "estroversa", cioè per gli altri, per i molti, per noi, per tutti. 

La sua risurrezione semmai è stata una conseguenza e un timbro divino apposto a tutta una vita di auto-donazione, ma sicuramente non una aspirazione programmata. Così disponiamo già di una acquisizione molto importante. Per il cristiano, agli occhi di Paolo, non esiste una legge della croce (con l'iniziale minuscola). Esiste semmai una legge della croce di Cristo; cioè: è la croce di Cristo che diventa legge, norma, criterio, principio-guida per la vita del cristiano: “Caricatevi dei pesi gli uni degli altri, e così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2). L'assoluto non è la croce, ma è appunto la croce di Cristo! 

Qui però occorre un'altra precisazione fondamentale, assolutamente necessaria. Ed è che la dimensione "normativa" della croce di Cristo, come diremo ancora, non si realizza primariamente sul piano morale della pura imitazione, come se la croce di Cristo dovesse valere come un mero modello esterno. Delle sette occorrenze del termine “croce” in Paolo, solo Fil 2,8 (“facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”) propone la croce di Cristo come esempio di umiltà e di obbedienza totale per la stessa vita cristiana; ma non a caso questo testo appartiene a una composizione cristologico-innica che con tutta probabilità all'origine non è paolina ma ha una sua propria storia pre-redazionale (cf. più avanti). 

La "normatività" della croce di Cristo invece consiste nella sua funzione ordinatrice di tutta l'esistenza del credente, che dalla quella croce e mediante la fede viene non solo illuminata e guidata dal di fuori, ma soprattutto trasformata e rifatta dal di dentro: e questo ben prima e indipendentemente da ogni conformazione morale a un paradigma proposto. 

Con quella croce, infatti, e con il campo lessicale che le è omogeneamente collegato (sangue, sofferenza, morte, offerta di sé, espiazione), l'Apostolo connette tutta una serie di concetti, i quali, molto prima che semplice imitazione, dicono soprattutto di volta in volta riscatto, redenzione, giustificazione, liberazione, riconciliazione, rigenerazione, ri-creazione, santificazione. La croce di Cristo, in una parola, dice primariamente grazia, dono, perché dice amore gratuito, non imposizione.

 

Abitare il mondo con la sapienza della croce / 2

 

Follia e sapienza della croce

 Se di sapienza della croce si può parlare, secondo Paolo, non è perché essa vada ritenuta la base di una personale maturazione umana, come quando si dice che il dolore fa crescere o fa diventare adulti. Questa prospettiva, che è puramente umanistica, non è certo negata, anzi è presupposta (secondo un condiviso ideale stoico). 

Ma lo specifico discorso paolino verte su un altro aspetto delle cose, insieme diverso e più fondamentale. La cosa decisiva è di ricordarsi che per l'Apostolo l'unica croce che conta è quella di Cristo. Infatti, è solo a proposito di essa che si parla di sapienza e di follia. Però, a rigor di termini, l'Apostolo non parla di una sapienza del cristiano, bensì di una sapienza di Dio rivelatasi nella croce di Cristo. 

Egli perciò non invita affatto il cristiano a ripiegarsi su se stesso per considerare le proprie sofferenze, le proprie tribolazioni, le proprie angosce per trarne una lezione di vita, ma al contrario proietta il cristiano al di fuori di sé verso i patimenti di Cristo, per guardare lui, il suo tormento, il suo strazio, la sua croce, e la fecondità di un mistero che in essa è nascosto. 

Semmai, la sapienza cristiana consiste nel rendersi conto fino a che punto la follia di Dio sia giunta con la morte di Cristo in croce. E subito ci troviamo di fronte a un ossimoro, che in retorica è la forma estrema del paradosso: la sapienza di Dio si manifesta nella follia (della croce di Cristo). Certo quella follia esprime una sapienza d'altro genere, che sfugge agli schemi della razionalità umana. 

Perciò, non esiste una sapienza del cristiano che sia indipendente dalla scandalosa sapienza di Dio. È di Dio la sapienza che si trova ad essere primariamente in gioco. Di fronte alla croce di Cristo l'uomo è naturalmente tentato a parlare non di sapienza ma di stoltezza, di insipienza, di pazzia: “La parola della croce infatti per coloro che si perdono è follia” (1Cor 1,18). 

Ma evidentemente, se parliamo di “follia della croce”, è solo per esprimere un nostro umanissimo punto di vista, in quanto essa non rientra nelle nostre categorie logiche né potrebbe farne parte. 

L'espressione si trova pari pari già in Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia, § LXV: “Cristo stesso, che pure è la sapienza del Padre, per soccorrere alle follie umane, si fece stolto anche lui… E non volle redimerci altrimenti che con la follia della croce, per mezzo di apostoli idioti e ottusi, ai quali a bella posta prescrisse l'insipienza e che allontanò dalla sapienza, invitandoli all'esempio dei fanciulli, dei gigli, della senape e dei passerini (tutte cose stupide e prive di intelligenza)”. 

Ma tant'è. Qui si vede all'evidenza che la croce supera di gran lunga ogni logica. E si vede pure all'evidenza che il Dio del vangelo davvero non è fatto a immagine e somiglianza dell'uomo! Ecco perché Paolo parla di una “sapienza di Dio” opposta alla ”sapienza del mondo”: due sapienze in rotta di collisione. Il testo epistolare fondamentale in proposito, come si è già capito, si legge in 1Cor 1,18-25. E' qui che si mettono a confronto le due sapienze, che si illuminano entrambe a vicenda. 

Da una parte, la sapienza del mondo mette chiaramente in luce in che cosa consista la sapienza d Dio. Infatti le categorie della sapienza e dei segni, rispettivamente attribuite da Paolo ai Gentili e ai Giudei, rappresentano la primordiale, originaria, naturale esigenza dell'uomo, che di suo non sa e non può andare oltre ad esse. 

Secondo quanto sta in lui, l'uomo non ha altri ideali o altre richieste se non queste: o egli aspira a costruzioni razionali armoniche, che soddisfino il suo bisogno di spiegazione logica delle cose, e che siano ben incasellabili entro le possibilità della sua mente e delle sue possibilità raziocinanti, oppure cerca dispiegamenti visibili della potenza divina nel mondo e nella storia, nelle quali si affermino in forma evidente la grandezza, la bellezza, la forza, ciò che possa catturare la sua emozione e lo costringa ad ammettere che lì c'è solo Dio in azione. 

Nel primo caso, si tratta del trionfo della ragione, quindi del massimo grado a cui l'uomo può prevenire con le sue forze. Nel secondo caso, invece, si tratta dell'affermazione forte, travolgente, di ciò che invece supera le sue possibilità, di ciò che è inattingibile dalle sole forze umane, se non magari in forma eroica, quindi di ciò che appunto è segno di un intervento superiore, ma impetuoso, irresistibile e affascinante. 

Ma, ed è qui stanno la follia e lo scandalo, nella croce di Cristo non c'è né l‟una cosa né l‟altra. Dall’altra parte, infatti, la sapienza di Dio chiarisce in che cosa consista la cosiddetta sapienza del mondo: o uno sforzo titanico, che va nella direzione giusta senza però poterla raggiungere, o la dedizione a una ricerca generosa che però procede nella direzione sbagliata. 

La sapienza umana, di fronte alla croce di Cristo, non può far altro che indietreggiare, cedere il passo, riconoscere la propria limitatezza e impotenza, ammettere la sterilità delle sue aspirazioni rivolte verso orizzonti di basso profilo. “Sta scritto: ” (1Cor 1,19). 

Questa citazione di Isaia 29,14 permette a Paolo di esprimere l'improduttività, anzi il naufragio delle pretese intellettualistiche dell‟uomo: “Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dov'è il ricercatore di questo mondo? Non ha forse Dio reso stolta la sapienza del mondo?” (1Cor 1,20). La reiterazione degli interrogativi manifesta l'emozione di Paolo mentre detta la sua lettera, nella quale non può far altro che constatare l'insuccesso delle fatiche e degli affanni umani. 

Di fronte alla croce, bisogna riconoscere che Dio ha scelto una strada che non corrisponde a quella che avremmo scelto noi. Noi gli chiediamo di farsi vedere in faccia, magari velandoci per non restarne abbagliati, e invece egli si manifesta solo di schiena. 

Questa almeno è l'interpretazione che dà Lutero della croce di Cristo, richiamando la pagina di Esodo 33, in cui Mosè chiede a Dio di vedere il suo volto e ne riceve la risposta: “Mi vedrai di spalle, ma il mio volto non potrai vederlo”! Su questa base il Riformatore tedesco teorizzò la sua theologia crucis, secondo cui Dio si rivela solo sub contraria specie, cioè con una manifestazione di segno opposto: la gloria nell'ignominia, la grandezza nella piccolezza, la forza nell'impotenza, la ricchezza nella povertà, la bellezza nella bruttura di un volto che non ha nessuno splendore, nessuna attrattiva. 

Bisognerà semmai precisare, andando oltre Lutero, che nel volto sfigurato del Crocifisso non ci sono soltanto i posteriora Dei, quasi che in lui Dio ci avesse voltato le spalle, ma al contrario c'è tutto intero il volto stesso di Dio: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9).

Evidentemente ciò implica un nuovo concetto di Dio stesso, non più corrispondente a quello pagano e naturale, che sta al fondo delle nostre normali precomprensioni, secondo cui Dio può essere soltanto bello, forte, grande, potente, anzi ciò che di più bello/forte/grande/potente si possa immaginare in assoluto. È proprio nella croce di Cristo che questa idea di Dio va in frantumi! 

È quella croce che spiazza ogni nostra presunzione di benpensanti. Come aveva scritto Isaia, egli “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto; disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima” (Is 53,2-3). Ebbene, proprio qui sta la nostra sapienza: nel considerare degno della massima venerazione ciò che non sembra meritare nessuna stima! 

Poco più avanti nella stessa lettera Paolo fa riferimento a “ciò che occhio non vide e orecchio non udì né mai salì nel cuore dell‟uomo”, per concludere che “proprio questo Dio preparò per quelli che lo amano” (1Cor 2,9). E non si tratta d'altro che della rivelazione di Dio nella croce di Cristo: lì c'è l'insospettato, l'imprevisto, l'inatteso, il sorprendente, visto che Dio si fa trovare là dove nessuno andrebbe a cercarlo. 

Proprio lì è in azione una potenza di riscatto, di liberazione, che ci redime dalla schiavitù più radicale, quella della alienazione legata al dominio del Peccato. Questa è la sapienza nuova, inedita, non comparabile ad altre, non riducibile ai letti di Procuste delle nostre filosofie, eccedente ogni maglia che voglia imprigionarla, costringerla in schemi prefissati, e addomesticarla. Ma proprio perché così non è, essa è davvero divina! 

In questo senso, si potrebbe fare una lettura cristiana di ciò che Socrate disse durante il suo processo a proposito dell'oracolo delfico che lo aveva proclamato il più sapiente degli uomini: “In realtà, signori miei, l'unico vero sapiente è il dio, e col suo oracolo egli vuol dire che la sapienza umana vale poco o nulla … E volle servirsi del mio nome come di un esempio, come per dire: O uomini, sapientissimo tra voi è colui che come Socrate abbia riconosciuto che in verità la sua sapienza non ha alcun valore” (Platone, Apologia di Socrate 23ab). 

Romano Penna