"Parlare delle realtà degli uomini senza guardare a Cristo è come fare i conti senza l'oste"

13.10.2014 17:26

 

Il Segretario di Stato vaticano ha instaurato subito un clima confidenziale con i parrocchiani incontrati durante la funzione, con i quali ha voluto condividere impressioni e aspettative di questa prima settimana del Sinodo straordinario in corso in Vaticano.

“Al Sinodo sulla famiglia in questi giorni ho pensato che ogni volta che nella Chiesa, o a nome della Chiesa, si parla delle vicende e realtà che toccano la carne viva degli uomini senza guardare a Cristo, senza chiedersi ‘cosa farebbe Cristo, che sguardo avrebbe Cristo su questo problema’, è come fare i conti senza l’oste o un po’ peggio che fare i conti senza l’oste”, ha affermato il porporato nell’omelia riportata da L’Osservatore Romano.

Non si può immaginare infatti una Chiesa che dice a Cristo: “Tu sei il nostro capo, tu sei il centro di tutto ma poi a risolvere i problemi ci pensiamo noi, con le nostre idee giuste, le idee vere che abbiamo preso da te”. “Sarebbe un po’ – ha osservato il cardinale - come dire al Signore: “Facciamo noi le cose a tuo nome, senza la tua grazia, senza dover seguire sempre il tuo sguardo o cogliere la tenerezza con cui tu guardi ogni uomo e ogni donna della terra. E senza commuoverci davanti ai tuoi miracoli, davanti al tuo cuore che palpita per salvare ognuno di noi”.

Quanti cercano Gesù, ha sottolineato Parolin, lo fanno “perché sentono che li attrae, e la sua attrattiva non lascia le cose come stanno: la bellezza di Gesù trasfigura, cambia, risana ciò che appariva perduto, aggiusta quello che era rotto”. E la misericordia “verso le vite ferite o affaticate, verso chi cerca la salvezza e la felicità, magari anche seguendo vie sbagliate, diventa un riflesso, un riverbero certo del gesto con cui il Signore ci ha scelti e benedetti”.

Attenzione però a confondere questo con il “buonismo”, ha ammonito il Segretario di Stato: non è infatti opera nostra, bensì “il segno che il Signore opera in noi, sta operando attraverso di noi. E quindi è il segno più grande che Cristo è vivo”.

Il cardinale ha poi soffermato la sua riflessione sulla parrocchia di Torre Angela “così immersa nel tessuto della vita reale di migliaia e migliaia di persone, a cavallo del Grande Raccordo Anulare”. “Qui un tempo — ha ricordato — si incontravano città e campagna. Adesso anche le vostre zone, i vostri quartieri vivono stravolgimenti, nuove tensioni, nuovi problemi. Crescono l’indifferenza e l’anonimato, che prima non c’erano. Crescono dinamiche che vogliono seminare ostilità e inimicizia, metterci l’uno contro l’altro”.

Anche per questo, ha soggiunto, ci sono “tante occasioni nuove per vivere il Vangelo e confessare il nome di Cristo dentro le cose belle e brutte, le attese e i dolori, le tante possibilità di perdersi in cui siamo immersi tutti noi e i nostri compagni di strada, in questi tempi affannati”.

“Proprio qui – ha proseguito il porporato - la compagnia e la consolazione di Cristo può far risaltare in maniera disarmante la sua dolce vittoria. Nel cuore delle vite reali di uomini e donne in carne e ossa. Coi loro sogni, le loro cadute, i loro peccati”.

Ha quindi incoraggiato la sua comunità a proseguire la linea di evangelizzazione portata avanti finora, e, sulla scia di Papa Francesco, ha esortato ad “uscire” per “andare a incontrare le persone nelle strade, nei palazzi, dei luoghi della vita quotidiana, per pura gratuità. Senza pretese. Non per conquistare spazi, ma piuttosto per lasciarsi sorprendere dai miracoli che Cristo stesso opera tra i suoi prediletti. A cominciare dai poveri”.

Infine, salutando i parrocchiani, Parolin ha chiesto di fargli arrivare “notizie dei miracoli che Gesù fa fiorire” nella comunità, perché questo — ha detto — serve “per il conforto e per la salute della mia anima”.